Tre

6 Nov

Tre modi diversi di dire la stessa cosa

Non ditele che è così:

Due porte dorate si aprono, sembra un set di un brutto reality. Certe volte il lusso blasfemo si riduce a brutti set cinematografici, e tu, inconsapevolmente ci finisci dentro, maledetti architetti.  Comunque. Il resto scompare. Succede così quando entra lei. Tutto il resto scompare. Non credo si possa spiegare diversamente. Come fosse un raggio di sole inaspettato in una vita di pioggia e temporali. Come se fosse il vento caldo, Scirocco, lei è lo Scirocco che soffia quando non speravi più nell’estate. Lo hai sentito, lo Scirocco, soffiare caldo, umido e confortevole, proprio quando non te lo aspettavi, sulla riva del mare. Il resto del mondo si scioglie, come fosse gelato al sole, davanti a lei, intorno a lei. Tanto da farmi sospettare di avere qualche brutta cosa agli occhi. Solo che, non essendo la prima volta che mi succede, ho capito che è lei che lo fa succedere, non i miei dannati occhi.  Hanno visto tanto, questi occhi. Niente come lei. Tanto da farmi pensare a quanto tempo io abbia buttato via, con questi occhi. Lei ti fa supporre, senza poi nemmeno fare nulla per farlo, che tu sia, serenamente, un coglione. Perché solo un coglione lascerebbe passare tutto questo tempo per vederla, come il sole all’improvviso, apparire nella propria vita.

Tante cose succedono, quando arriva lei. Mi sto, lentamente abituando. Confesso che le prime volte sono state particolarmente impegnative. Lei è come la prima sessione estiva d’esame, che tra il caldo, la noia e la paura, poi arrivi impreparato, e ti fai sorprendere sul più bello, ma ti ripeti che la risposta la sapevi, cazzo se la sapevi, invece non ti viene niente da dire e anzi, scena muta, paralizzato, come un pesce rosso. Sembri stupido come un pesce rosso. Punto. Lei ti paralizza. Io, mi sto abituando. Mi fa un bene enorme. Lei. Difficile da spiegare, facile da capire.  Mi fa sorridere, senza una ragione. Sorrido per lei. Mi fa amare, come fossi un bambino. Mi vuole così. No, non fraintendete. Mi vuole come uomo. Me lo fanno capire le mani che strappano i vestiti. Mi vuole come compagno, me lo fa capire il passo che mi aspetta e mi precede. Ma mi fa amare come un bambino. Vuoi questo, le ho chiesto? Si, ha risposto. Allora da quel momento, amo fino a che non mi scoppia il cuore. Amo per due. Per me e per lei. Voglio farlo. E’ come se lei fosse diventata un ritmo, inconsapevole, del mio esistere. Il mio secondo respiro. Amare per due, per me e per lei, è diventato il mio segreto.

Quando la vedo, dimentico tutte le cose che ho dovuto passare per arrivare dove sono. E’ come se fosse un traguardo, un punto di arrivo. Avete in mente i maratoneti esausti, che tagliando il traguardo si accasciano a terra, annaspando gioiosi? Eccomi. Lei è la fine della mia maratona. L’inizio di tutto il resto. Quando su “tutto il resto” non ci avresti puntato nemmeno un soldo bucato.

Ogni volta che la vedo arrivare, ogni santissima volta che mi arriva addosso, penso sempre la stessa cosa.

Ma come ha fatto Dio a disegnare la bellezza in maniera così precisa?

Sembra una domanda stupida. Tutt’altro. Fidatevi di me.

Succede questo. Lei mi arriva davanti. Lo fa camminando piano, con una faccia sempre un po’ nervosa, con gli occhi che mi cercano, con le gambe che mi chiamano.

E io sento un male enorme al cuore. Sempre.

Poi, per carità, ho anni d’esperienza per mascherarlo. Ma, mi crolla il mondo addosso. E non era mai successo.

Lei, di tutto questo, per fortuna, non si accorge.

No, non è tanto nel suo modo perfetto di contenere tutta la bellezza del mondo in un elenco di particolari che confermano anche agli atei l’esistenza di un dio buono, pacioso, molto propenso alla bellezza e alla sua diffusione. No. Quei particolari li vede chiunque. Infatti, tutti le dicono, sei bella. Per forza, idioti! Lei è la bellezza, racchiusa da un dio buono nel quale vi ostinate a non credere, in quel perfetto modo di portarla in giro.

No, non è quello.

E’ che io, io medesimo, per quella bellezza avrei dato tutto, perché insieme arriva anche il suo carattere.

Ha un carattere che fa l’amore con la sua bellezza. E partorisce sorrisi, sguardi, parole, che possono solo che confermarmi, e lo fanno di continuo, che ho buttato via un’intera vita. Quando invece potevo, avrei potuto, semplicemente, aspettare lei. E’ una donna, penso sempre, quando la ascolto. Mi perdo nelle sue parole, come i bambini si perdono con un gioco nuovo. Dentro i suoi discorsi sento tutta la pace di un nascondiglio sicuro.

Insomma, senza volermi dilungare troppo, lei entra, mi sparisce il mondo addosso, non ho le forze nemmeno per respirare, ma lo faccio, e sputo un sorriso di circostanza che vorrebbe essere sereno e calmo.

E penso: ma come cazzo faccio, dopo, a lasciarti andare via? Perché, poi, dovrei farlo? Pazzo si, ma scemo no. Io vorrei dirtelo, proprio mentre cammini verso di me, che sei la mia perfezione, che sei il mio tutto, che le tue mani mi completano, che il tuo sguardo mi buca la pancia, arrivando al cuore, diretto come quando cerchi con le labbra il mio collo e mi annusi. Mentre mi annusi, è già successo, io mi sento definitivamente spacciato.

Sarò sincero con voi.

Io ho visto molto. Molto più di quanto fosse lecito vedere. Per scelta. Pensavo di aver visto tutto. Ho voluto vedere molto, ho cercato di vedere sempre di più. La curiosità mi ha portato in posti, situazioni, momenti, molto diversi tra loro. E pensavo, alla fine, di aver visto quasi tutto. Molto, diciamo. Abbastanza, sicuramente.

Raramente mi sbaglio. Lei, purtroppo, è la conferma vivente che mi sono sbagliato.

Ah, per vostra informazione, lei di tutto questo non sa nulla.

Sono la punta di un iceberg che si scioglie al sole. Lei, sarete d’accordo, è il sole.

Questo, sempre per dovere di cronaca, è fondamentale che voi lo sappiate. Riesco ancora a tenere in piedi una commedia facciale che la convince che io, me medesimo, ero qui per caso, insomma che lei sia anche fortunata ad avermi incontrato, che non ho nemmeno tanto tempo da darle, che farebbe meglio a muoversi, che io sono io.

Un teatrino che mi costa uno sforzo enorme.

Stronzate, ragazzi.

Io per lei posso anche stare qui, in piedi, adesso, per due ore ad aspettare. Ho aspettato una vita. Due ore sono uno scherzo.

Io, per farvela breve, in questa battaglia che è l’amore, al momento sono KO tecnico, fine prima ripresa, con il mio allenatore che buttandomi acqua addosso mi dice:

Dai cazzo, sei grande, ce la puoi fare. Hai combattuto incontri peggiori. Forza, ragazzo.

Ma forza un cazzo. Io per lei posso morire. Ma si sa, gli allenatori non capiscono mai un cazzo. Siamo noi pugili, alla fine, quelli che prendono le botte vere.

Tutti capaci, con l’acqua fresca, a bordo ring, a predicare. Trovatevi voi davanti a una così. Solo di camminata, tacco e coscia, vi lascia morenti. Poi vi finisce con quel pezzo di schiena nuda. Nel caso foste ancora vivi, vi ammazza con un sorriso. Ecco, lei è questo: ha armi che pochissime donne hanno, e per finirti usa un sorriso. Io sono stato finito molte volte. Ho nove vite, come un gatto. No, non ne hanno sette. I gatti come me ne hanno nove. Due di bonus. Me le sono giocate quasi tutte. Le mie vite. Facendomi la pelle dura, morendo sempre meno, e sempre più per cose difficili.

Un sorriso, capite? No che non lo capite. Nessun cuore può sopravvivere a tutto questo.

Basta, fratelli. Guantoni appesi al chiodo. Io desisto. Ho trovato l’unica cosa che avrebbe potuto farmi fermare.

Io sono, penso mentre mi cammina incontro, finito. Scandisco bene in testa: fi ni to. Ho finito. Sono morto. Per amore. Vorrei ci fossero testimoni, ogni volta che la incontro. Giusto per raccontarmi la mia faccia, mentre muoio.

Non so nemmeno che cosa dire, esattamente.

Lei non lo sa. Non sa di essere tutto questo per un uomo.

Esiste, vorrei dirle, una donna così per ogni uomo. Lo dice la scienza. Io, a conferma che la scienza è anche molto buona a volte, ti ho trovata.

Non so bene cosa si debba fare in questi casi.

Per questo, vado a braccio. Faccio così nella vita, quando la vita mi spiazza. Vado a braccio.

Tu, meriteresti molto di più. Solo questo ti dico.

Ah, no. Resterai nel mio cuore, che tu lo voglia o meno, per tutta la vita. E’ come se il mio cuore fosse stato disegnato per te. Ecco perché ti calza così bene.

Invece, questo è il bello, mi esce solamente

“buongiorno. Ti va un caffè?”

Il Marchio

Respiro ascoltandola ansimare. Ha un ritmo nel suo ansimare, che seguo con le mani. Le mani, le mie mani, sanno esattamente cosa fare. Non so come, a dir la verità, sia successo, che le mie mani sappiano così bene cosa dover fare. Ma lo sanno. Sento la sua testa scomparire sotto la mia, accompagno le sue labbra in una danza di desiderio, fame, oblio. Con la lingua le chiedo permesso. Va tutto al contrario. Io non ho mai chiesto permesso. Fai piano, mi risponde la sua lingua. Poi intervengono le sue labbra, che dicono esattamente il contrario. E così non si fa, penso io. Fa un caldo fottuto. Ha un neo, proprio sopra l’anca destra. Lo ritrovo dall’ultima volta. Era un confine, quel neo, che il mio dito aveva sfiorato ma non oltrepassato. Era. Sento il suo respiro accelerare. Sento il mio seguirla. Sento tutta la sua voglia, il suo desiderio che si confonde con la mia fame.  Per un secondo realizzo che, questa voglia, questo desiderio, lo vorrei tutto per me. Solo per me. Impossibile. Ma è quello che voglio. Sento il mio bacino spingerla contro il muro, per dirle questo. Si fa accompagnare, in questo ballo di carne, di caldo, di casino, come si fidasse della mia mano sinistra, che le tiene il culo. Sta tutto nella mia mano, quel culo. Questo lo sento. E mi fa salire una fame enorme. La sento, la riconosco. Voglio ogni singolo centimetro di questo corpo, adesso, per me. Niente di strano. Come fosse un segno di rispetto, non salgo oltre la pancia con le mani. Ma prendo il collo, tirandole appena i capelli, per tenerla. Come volessi dirle, questo sono io, eccomi per davvero. Questo sono io, questa è la mia fame. Atavica. Da sempre è così per me. Io voglio questo, io mi prenderò questo. Un suo bacio, più esattamente un suo mangiarmi le labbra, mi dice che è arrivato il momento. Quel momento lo conosco molto bene. E’ la fine della caccia. La preda, sfinita, si arrende. Il leone può mangiare. Le allargo le gambe, spingendo dolcemente con la mano. Lei mi ha spogliato, strappando quasi la camicia. Sento il mio desiderio combaciare con la mia fame. Sono pronto a prendermi quello che voglio.

Poi, un preciso istante. Una frazione di secondo. Scende, scivolando contro la parete. Senza nemmeno guardarmi. Si prende tutto il mio desiderio, tutta la mia fame. Lo fa in un modo incredibile. Solo per lei. Questa cosa, non è per me. Non esiste noi. Esiste lei. Sento le sue labbra, sento le sue mani. La guardo. Non ho mai sentito niente di simile. Non ho mai sentito una donna prendersi il mio desiderio, solo per lei. E’ una questione tra lei e il suo desiderio di me. Niente di più. Posso solo che guardare, e goderne.

E’ qui che è successo. Che non lo avrei mai detto. Conosco questo leone. Adoro questo leone. I leoni cacciano in due modi. Sfinendo la preda, una caccia lenta, lunga, studiata. Oppure aggredendo. I leoni giovani, aggrediscono. Il rischio è alto. Si rischia di perdere tutto, a cacciare così. Io sono rimasto così. Adoro questo mio lato. Non so perché. Ma lo adoro. Posso prendere quello che voglio. Lanciandomi, ascoltando le mie zampe, il mio corpo, la mia criniera, i miei denti. Lo faccio ovunque. Ho perso, qualche volta. Prede scappate. Il rischio di correre di fronte alla preda, ruggendo. Non so da dove viene, questa cosa. Ho imparato che è parte di me. In tutta la mia vita. Io sono questo modo di cacciare. Io faccio così con tutto. Ecco, riassunto, cosa sono. Fame, forza, fiducia.

E’ qui che è successo. Mi fermo. Le prendo la testa. La tiro verso di me. La bacio. Ma è successo qualcosa. Ancora, come sempre, in un suo bacio, posso perdere l’orientamento. Ancora, per il suo corpo, io posso morire di desiderio. Ancora, è lei. Le bacio il collo, riprendendo il suo ventre con la mano. Sento di avere tra le mani una donna. Riconosco la sensazione. Ma è diversa. Sento di avere per le mani una donna che si è abbandonata a me. Le allargo ancora le gambe. Ha cosce sulle quali vorrei che i miei morsi lasciassero impercettibili segni. Pelle dolce. Morbida. Ha una schiena che vorrei vedere tutta nuda, per me.

La giro, facendole seguire il mio bacino. Lei non è più in grado di distinguere il bene e il male. Questo lo ho già visto. E’ merito mio.

Sento il respiro tornare irregolare, mi inginocchio per assaggiare il suo sapore. La resistenza è debole, come la sua voce. Il desiderio enorme la riprende, subito come corrente di un fiume troppo pericoloso.

E’ qui che è successo. Per la prima volta. E’ qui, che ho riconosciuto cosa stesse succedendo. E mi sono fermato. Non mi sono fermato, per davvero. Ho seguito il suo desiderio spegnersi dietro alla mancata promessa di sentire il mio desiderio esploderle dentro. Ho seguito una fine anticipata, controllando la mia fame, controllando il mio desiderio infinito. Respirando profondamente, come fosse un sacrificio troppo grande per me.

Niente è troppo grande o difficile, davanti al suo bene.

Perché non vuoi? Per il tuo bene, mi sono sentito risponderle.

Cristo, ho pensato. Ma che cazzo stai dicendo? Ho visto la sua perdizione diventare confusione, poi lentamente ragione. E ho visto tutta la paura che avevo intuito.

Non lo ho fatto per questo. Mi capisci? Annuisce, mentre sento le mie mani cercarla ancora. E’ difficile, troppo difficile, per me. E allora mi riprendo uno dei suoi baci, come fossero una specie di magia che mi da forza.

Ho trovato nel suo prendermi, nel suo leccarmi, nel suo spogliarmi, nel suo seguire i miei movimenti, tutta la dolcezza che ho cercato per una vita. Ho trovato il desiderio, per la prima volta, accompagnato dalla purezza.

E davanti a questa cosa, mi sono dovuto fermare. Questa perfezione fatta di purezza e dolci, impercettibili, perdite di controllo, va difesa, come fosse un diamante.

Un unico diamante, puro.

Le ho guardato le gambe, mentre si rivestiva, osservando i tacchi, e sentendomi ancora spingere per averla. Ho dovuto, fisicamente, fermarmi. Ancora una volta.

Ho visto la sua confusione e tutta la sua paura. La confusione della mia fame, primordiale, e del mio aver fermato questa fame. Si era abbandonata alla mia mano, e la guardava stranita, come se questa mano avesse disatteso tutta la sua fiducia. E tutta la sua paura. Perché per la prima volta aveva davvero perso il controllo.

So fin troppo bene quanto possa fare male. Lo so di mio, ho delle cicatrici a ricordarmelo. E per te non voglio niente di tutto questo.

Lei non vede nulla di quello che sta succedendo. Come se davvero non mi vedesse, fossi fuori fuoco. Le sue mani mi cercano ancora. Nebbia, tutto intorno a noi due. E un caldo soffocante. Non è nebbia, ho gli occhi lucidi. Lacrime di gioia. Perché quello che ho fatto è stato il modo più intimo, forte, mio, di dirle ti amo.

Lei non capisce. Ma sa bene di essere stata, in qualche modo, salvata, dalla stessa mano che l’aveva trascinata in tutto questo. Fidati, per dio.

So che questo avrà delle conseguenze. Lo so da me. So anche che avrei potuto prendermi tutto. Ho riconosciuto anche l’istante in cui poterlo fare.

Mentre si riveste sento una lacrima scendere. La fermo. So che questo avrà delle conseguenze enormi, su di lei. Sulla sua purezza.

So che questo, potrebbe voler dire, addio. Lo so bene. So che questo, tutto questo, potrebbe essere il nostro ultimo incontro.

Tutta la mia vita torna in un vortice. Esco, per il caldo, per il vortice, per nascondere una lacrima, respirando aria fresca. So che tutto questo potrebbe significare un addio. E’ un rischio che non avrei mai corso. E’ il rischio più bello che mi sono preso nella mia vita, penso. Lo rifarei adesso. Penso. Non so cosa pensare, se non di aver detto, per la prima volta nella mia vita, per davvero, dal profondo, con la pancia, con il cuore, con la testa, con le mani, ti amo. Di averlo detto in un modo così definitivo che questa cosa resterà su di me. Come un marchio. Di cui, volente o nolente, non mi libererò. Rido, con lei, di lei, di noi, di me. Lo faccio per aiutarla a uscire, scivolando, da tutto questo. Rido di un leone, forse, diventato vegetariano. So benissimo da me che non è così. E so anche benissimo cosa ho fatto. E so anche benissimo di aver bisogno della sua carne, già adesso, ancora. Per saziarmi. So di aver bisogno della sua carne e solo della sua. Ricordo il suo sapore come avessi ancora le labbra appoggiate sulla sua pelle, ricordo il suo desiderio come se la mia mano fosse ancora li. E non lo dimenticherò mai. Sarò sazio solo di questo. Di cui, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di non saziarmi. Il sole, da una finestra, ci ricorda del giorno, e di tutte le sue maledette cose. Meglio così, penso. Rischiando di non averla più per me. Sapendo di volere solo lei, esco accompagnandola con la mano. La stessa mano che l’aveva invitata ad entrare. La stessa mano che terrà il suo odore addosso.

Come un marchio.

Le Ali

Ricordo di essere già stato qui. E’ un déjà-vu. Sono tutti uguali questi posti, e la mia vita è fatta di questi posti. Riconosco i bicchieri, l’acqua, le sedie, e il vuoto sconfortante di questi posti, quando sono vuoti. Sembrano cimiteri abbandonati, non stanze d’albergo. C’è un sole invitante. Invita a non credere più nel passare delle stagioni. Mi siedo davanti a lei. Lei è venuta a cercare risposte. Io ho lasciato che trovasse le risposte che voleva cercare. Io sono venuto perché la risposta la conosco già. E non mi faccio la domanda. Ha un modo molto caldo di ridere di me, come se finalmente ridesse per davvero. Io faccio di tutto, per farla ridere. Io spero solo di poterti vedere ridere per sempre, penso. Ma non lo dico. Si sente sempre, in un certo qual modo, colpevole quando le ricordo del mio volerla accanto per sempre. Il nostro parlare è una danza, un tango in cui lei guida il mio passo, roteando tra discorsi più o meno difficili. Non usiamo il condizionale, sappiamo di non potercelo permettere. Lo sa lei, che usa il presente, come a ricordarsi di esserci per davvero, come a pregarsi di non pensare troppo a domani. Si avvicina. Come se lo sapessi da un tempo infinito, so che quando fa così, vuole sentirsi protetta. Come se le mie braccia potessero davvero racchiuderla e proteggerla. Lo fanno, in fondo. Con tutta la mia forza. Ho imparato, quando è così, ad aspettare che sia lei ad uscire dai suoi pensieri. A volte sono soffici, come marshmellow, colorati e dolci. Pensieri sospesi. A volte, invece, fanno paura. Lei si butta sul mio petto in ogni caso. Sente il cuore. E’ il ritmo che ha deciso lei. Lei lo sa. Lei sa molto più di quanto immagini. Ascolta la musica, uscire da chissà dove, e si lascia cullare.

Sono questi i tempi in cui mi permetto di annusare il suo profumo e pensare a cosa senta io. Ogni volta che siamo così io mi sento a casa. Per quanto possa essere lontana, per quanto possa essere distante, questa è la mia casa. So di non poterle dire nulla di quello che sto pensando. Sono i suoi pensieri, al presente, ad avere la precedenza. Adoro accorgermi di queste cose. E’ come fosse una antica galanteria, lasciarla pensare per prima. Respira lenta, come se si stesse addormentando. Sento il tessuto ispido della sua gonna. Penso a quanta sia la sua bellezza, anche nello scegliere i dettagli per me, come il suo maglione. Lo attraverso, come se stessi suonando un arpa. Lei continua a respirare. Ascoltando una canzone dolcissima. Di questi momenti è fatto il paradiso, sta pensando. Lo so, non so come sia possibile, ma so esattamente cosa sta pensando. Mi trovo a sfiorarle la schiena, come fossi a toccare una nuvola. Mi ritrovo a pensare che potrei, vorrei, stare per ore così.

Mi viene al naso l’odore dei limoni, della lavanda, della salsedine, del mare, degli ulivi e dei pini marittimi. Vedo noi. Vedo la nostra vecchiaia, come fosse, finalmente, un riposo. Un pensiero piacevole, accarezzo la sua schiena come se accarezzassi l’acqua, fredda per le correnti, trasparente. Annuso tra i suoi capelli, per sentire gli odori del mare. Ha un profumo tutto suo. Una strana poesia di frutta. Il mio naso, adesso, lo sa trovare. E nei suoi capelli, lo ritrovo insieme alla sua testa, che accarezzo. E’ la testa che vorrei sul petto, al mattino. E sulle gambe, al tramonto.

Hai mai nuotato di notte? Accarezzo questa schiena senza vederla, come quando nuoto di notte, senza vedere nulla. Eppure so di essere tranquillo.

Dimentichiamo, quando siamo così, il tempo. Lei è entrata nella mia vita, prendendosi fin da subito, questo suo modo di nascondersi dal mondo. Come le fosse dovuto. Io, sorridendone, osservandola, la ho lasciata fare. Perché, senza saperlo, ho trovato perfetto questo suo dolce modo di dirmi si. Le vorrei dire una cosa. Una dichiarazione, d’amore. Inutile come una conferma di qualcosa che lei sa già e di cui, per un momento della sua vita, non ha paura. Allora mi trovo a scriverlo, su un foglio di carta enorme, come fosse enorme la cosa da scrivere. Ti amo. Le scrivo. Lo sento ripetere, a bassa voce, mentre torno ad abbracciarla. Prendi tutti i pezzi di me che conosci, prendi tutto, salvami. Lo puoi fare. Mi ero dimenticato cosa volesse dire essere vivo. Prendi tutti questi pezzi, amore. Non dico nulla. E’ inutile, davvero. Abbracciarla, sentirla così vicina, è come poter abbracciare tutto un cielo, sentire le stelle caderti addosso, mi ero dimenticato di questa cosa, di questo caldo nelle vene, di questi silenzi, di questo io mi ero dimenticato. Non dico nulla. Le stringo le scapole, come fossero ali. Non volare via, le dico. Lei respira calma, profonda, sul mio petto. Non ho paura di questo, ma non mi ricordavo esattamente fosse così. Ho imparato a tenerla a me, per dirle di non andare via, come fossi io e solo io, il posto dove tornare. Tu sei tutto, le dico, abbracciandola. Non parla. Ha silenzi che le donne non hanno. Che sono una poesia dolcissima. Dicono molto, i suoi silenzi, come fossero parentesi in un discorso, le nostre vite, troppo complicato per essere interrotto davvero. A volte mi sento felice. E tu sei tutte quelle volte. Per questo senti il mio cuore correre, ma il mio respiro rallentare. Tu sei la pace di una canzone, sei il pianto di un bimbo appena nato, sei il rumore delle gocce di pioggia, sei tutte queste piccole perfezioni che la vita mi ha fatto trovare, come fossero piccole tracce per seguirti e arrivare a te.

Lei mi guarda. Lo fa spesso. Dentro quello sguardo, nel silenzio, lei appoggia le cose che non è mai riuscita a dire a nessuno. Ho il privilegio di essere il primo a sentirle. Per questo le dico sempre si. I suoi silenzi, insieme alle sue ali, mi fanno pensare che gli angeli siano davvero così. Rido di questo pensiero, perché è stupido da dire. Ascolto la mia voce ripeterle: ti amo. Mentre lei cerca, con un unico respiro, di tenere tutto il mio profumo solo per lei. E’ la sua gelosia. La sua vera gelosia è che questo profumo possa essere annusato da altre donne. Fragile, questa è la sua unica fragilità. Perché non capisce, gli angeli non capiscono, che è tutto suo da quando lei ha deciso di averlo. Non le dico nulla, anche se so esattamente cosa sta facendo. E le lascio prendere tutto il profumo che sta in un respiro. Per poi dirle: andiamo. Adesso che hai tutto il profumo, andiamo. Torna, se vuoi, a prenderlo ancora. Io, ne approfitterò per stringerti le ali.

18 Risposte to “Tre”

  1. Elo 7 novembre 2015 a 07:38 #

    Per un attimo ho pensato tu ti stessi lasciando prendere da tre tipe diverse. Ho capito che è solo uno sforzo artistico leggendo il secondo pezzo. Chi ti conosce davvero sa che non molleresti l’osso. Bello il primo, il terzo sembra un Harmony.
    Se è l’idea per qualcosa di più strutturato, sei sulla buona strada.

  2. Jeremy 7 novembre 2015 a 08:14 #

    Avevo letto una volta qualcosa di qualcuno francese sugli orgasmi spezzati. E solo a leggere il libro mi veniva l’ansia. Ho avuto l’ansia a leggere del tuo. Carina la lettura del ti amo finale.
    Bello il mix delle tre donne nei tre racconti. Vai avanti.
    Questo si potrebbe davvero pubblicare

    • Il Franz 7 novembre 2015 a 13:12 #

      I destini incrociati, è il libro francese che dici. Una pippa enorme.
      Meglio Kundera, più malizioso.

      Orgasmi spezzati è un grande nome per una boyband!

  3. Esse 7 novembre 2015 a 09:55 #

    Cos’è? Un test per scegliere la migliore?
    Non è credibile, scritto da te, che con le mani su una donna bagnata, tu ti fermi. Scadi nel ridicolo. Per chi ti legge forse no, ma per chi ti conosce si. Infatti sembra scritto male.
    Se devo sceglierne una scelgo la terza. Tu quale hai scelto?
    Sono vere?

    • Il Franz 7 novembre 2015 a 13:10 #

      sono donne troppo diverse. Dovresti poterle avere tutte e tre…

  4. AP 7 novembre 2015 a 12:48 #

    ricomicia ad essere piacevole leggerti. Meno male. Era due settimane che leggevo solo la Tesio e mi mancava un po’ di pulp.
    Il primo mini racconto è troppo facile, come stile.
    Sul secondo, mi vien da dire che è poco Franz. Ma essendo donna capisco il concetto. Odierei l’idea di averti addosso, che mi controlli. Non sono un oggetto.
    Il terzo è dolce, mi piace.
    Andiamo avanti con il terzo.

    bentornato,

    Anna Paola

  5. Slim Shady 7 novembre 2015 a 13:06 #

    Top! Bella fratello! il terzo è super, altro che cazzate. E sul primo mi permetto di segnalare la citazione ACDC “nine life, cat size”. Che è come se fosse una firma nascosta… fico davvero.
    Il secondo pezzo si poteva scrivere più hot. Cito Marracash: la lingua diventa un dito, il dito una mano, e poi lo infilo piano…
    insomma fermarsi a un dito è poco hot.
    Spero poi non ti sia successo davvero… vecchio Franz.

    PS: il gatto a nove vite è una citazione sopraffina.

    Rock forever!

    • Il Franz 7 novembre 2015 a 13:09 #

      Finalmente! bravo Slim, è una chicca nascosta. ACDC. Prima di lei, dopo di lei.

      Marracash lo citano gli sbarbati, qui al massimo era Capossela.

      Rock!

  6. TrueL 7 novembre 2015 a 15:32 #

    Respiro ascoltandola ansimare?
    Le metti la mano, senti che è tua e ti fermi?
    Mah.

    Dubito del Franz.
    Ma dubito vero…

    Ma il cacciatore vero, quella belva che conoscevo, è morta o assopita?

    Bello il primo pezzo.
    Una donna che ha un uomo così è una donna che può essere felice.

  7. Lele E La Mora 7 novembre 2015 a 18:42 #

    Bella roba Franz.
    Mi è venuta in mente una cosa che non c’entra un cazzo ma ho riso per due ore. La tipa del video di Levanto, che hai rimbalzato con classe dicendole che preferivi cantare Sinatra.
    Me lo ricordo come fosse ieri.
    Mi ricordo la sua faccia, (anche le sue tette).
    Dio quanto ho riso.
    Sto ridendo ancora.
    Resta sempre così, vecchio coglione. Per me sei unico.
    Bella roba comunque. Sei tornato in forma, anche se mi giungono voci remote tu dimagrisca, ti sia rasato la barba e non ti presenti al Mom.
    Fai il bravo.
    Anzi no

    Jeckos

  8. E. 7 novembre 2015 a 19:56 #

    Cazzone.
    Brutto cazzone.
    Hai una grande fortuna, avere degli amici cazzoni come te, che non capiscono.
    Mi preme dirti che sono belle storie tutte e tre, altro che.
    Solo un appunto sulla punteggiatura, troppo veloce nel terzo. Per me avrebbe meritato più rotondità, un pezzo del genere, più virgole e meno punti. Ma è la mia opinione.
    Giustamente, a un clan di cazzoni, un racconto di un uomo che si ferma per amore risulta indigesto.
    Io ho apprezzato davvero. L’idea è stupenda, forse troppo esasperata. Chi non ti conosce non capisce, e se scrivi, ammettilo, devi anche supporre che non tutti i tuoi lettori ti conoscano. Io sospiravo capendo lo sforzo enorme e i tuoi amici cazzoni anche…
    Bei pezzi, tutti e tre.
    Sai perché sei un cazzone?
    Perché si legge chiaramente che scrivi per amore.
    Dovresti farlo sempre. Sono fiera e felice.
    Finalmente, cazzone!

  9. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 7 novembre 2015 a 20:32 #

    .. e, se nella terza versione, avesse voluto essere lei questa volta a proteggerti con un abbraccio caldo come il tepore di una casa?
    Se avesse visto una lacrima appena trattenuta e avesse voluto dirti “Io sono qui per te. Non preoccuparti di nulla. Ti amo”

    • Il Franz 7 novembre 2015 a 20:55 #

      Finalmente. Finalmente tu. Chi avrebbe potuto trovare quella lacrima? Bel punto di vista… Stupendo direi

  10. Rob 7 novembre 2015 a 21:04 #

    Se lo vedi da fuori, sembra un unico filotto tra un loser e una damigella.
    Scritto bene, per carità, ma la storia non sta in piedi.

    Io sono l’unico che rivuole le vecchie baldracche?

  11. Akuna 8 novembre 2015 a 08:09 #

    Raro che io commenti, ma oggi lo devo fare. Pezzo stupendo Franz, lascia stare chi non capisce il secondo… Scritto da dio!
    Potrei sciogliermi per un uomo così accipicchia… Peccato sia una invenzione… Non puoi produrlo???? Io ne prendo uno!!!

    Alice

  12. Cuccia 8 novembre 2015 a 09:22 #

    Frenkie dio santo sei sparito. ieri ti ho visto passare in moto davanti al Tribunale, che cantavi a squarciagola mentre guidavi.
    Avrei voluto scrivere: allora è ancora vivo cazzo!
    Prima di Natale vorrei organizzare una funky Reunion con le belve.
    Magari durante Eicma, così ci danniamo gratis in qualche locale.
    Che cazzo stavi cantando che sembravi posseduto?
    Spero Seba stia bene

    Ad Maiora, fratello

    • Il Franz 8 novembre 2015 a 09:34 #

      Kuccia!!!! Sei ancora Grasso e fissato con le felpe da giovane che compri da Armani? Cantavo gli Skunk Anansie. È due giorni che vado avanti. A Eicma io sarò sbronzo tutta la settimana. Fatevi vedere cazzo?

  13. Roberto 8 novembre 2015 a 15:14 #

    Non male, in media con i tuoi pezzi.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: