Hemingway fa l’elettrauto

La valigia Verde

La valigia verde funge da ripostiglio delle cose del surf. Questo per un vantaggio pratico, mia moglie è molto pratica. Occupare meno spazio. Ma ha anche un grande vantaggio poetico. Ad ogni lungo viaggio, aprendola, arriva dritto l’odore di paraffina, che poi è l’odore del mare divertente, e sul fondo resta sempre un po’ di sabbia. Si usa solo per i viaggi lunghi. Ne abbiamo due. Uguali. Trovava carino, lei, avere due valigie uguali. Per questo le ha messe in lista nozze. Io, di per me, non pensavo nemmeno potesse servirmi una valigia, quando facevamo la lista nozze. Pensavo mi sarebbe servito un vecchio pallone da football, un sacco da box, e un porta liquori. La valigia, sul lungo, si è rivelata decisamente meglio del vecchio pallone da football. La settimana dopo il matrimonio, è partita con me, la valigia, per la California. Ci sono tutti i ticket di tutti i voli, incollati sulla parete interna. Quattro volte il giro del mondo, da Est a Ovest, da Nord a Sud. Ricordo ogni viaggio, da ogni viaggio ho portato qualcosa indietro.

Per esempio me.

Che sembra scontato, ma non lo è.

Ci metto poco, a fare la valigia. Perchè la fantasia delle prime volte, un po’ come con una vecchia amante, appassisce davanti alle regole del gioco. Cravatta blu, completo blu, camicia azzurra, camicia bianca, gemelli azzurri, calze blu, golf blu, pantalone blu.

Non ho pigiami. Prendo una maglietta blu. Le Vans Blu.

Dieci minuti scarsi.

Parto. Gioco. Torno. Al solito. Spero di arrivare ad Hong Kong e di ritrovare tutta quella infinita bellezza che la rende uno dei posti dove andrei a vivere. Il caos, il cibo, la gente, i locali, il mare, i posti. Me. A Hong Kong. Che bevo vino sul lungo molo, di fronte a Bruce Lee, stordito dalla stanchezza. Roba di cui, prima o poi, scriverò. A Est io sto bene. Porto dei libri, le scarpe per correre, e molto tabacco. Dormo pochissimo. Non è il fuso. E’ l’eccitazione del lavoro. Quando torno, ho bisogno di sesso, sonno, silenzio. Per qualche giorno. Lo so da me. Tutto sotto controllo.

La valigia verde è mezza vuota. Perchè l’abitudine mi ha fatto togliere le cose inutili. C’è spazio per qualche cianfrusaglia, comprata al mercato nero, appena dopo aver preso il latte di cocco con il gel di burro. Adoro comprare regali. A Hong Kong.

Guardo la valigia, misuro gli spazi per i regali, penso che cazzo ho passato più tempo negli aeroporti che al mare. Non so se sia bello. Da dire. Ma, in fondo è la mia vita.

 

La Mia Vita.

Viene fuori da un pranzo, mentre mi distraevo osservando il tavolo dei vicini con una ridicola composizione di pantaloni associati male alle scarpe. L’eleganza dimenticata per l’abitudine, mi ha insegnato mio padre, è il primo segno di disamore. Viene fuori, dicevo, il discorso delle botte. Dei cazzotti. Delle risse. Rido, divertito, ascoltando i racconti. A domanda rispondo, vagamente. E’ successo due volte, forse. Confondo i miei ospiti con la, solita, stanca, storia del fatto che io incasso bene.

Che poi è una storia vera. Una piccola parte di una storia vera.

Che ho sepolto, insieme a un sacco di ricordi, ai capelli rasati a zero, alle occhiaie, al naso sempre sanguinante. Un pezzo di passato che, quando torna a galla, mi fa quasi ridere. Tocco sempre la camicia, e mi rendo conto di essere in un soffice futuro, il mio presente, nel quale questo passato non ha posto.

Una sera, chiudendo il bar, mi sono ritrovato un coltello puntato alla pancia. Conosco le regole della strada. Perchè ho vissuto per un po’, nella strada. Ha una grammatica diversa, la strada. Così, restando fermo, ho respirato piano, sentendo il piscio scivolare dentro i jeans, sulla gamba destra. Ma questo non si racconta a un pranzo.

Una notte, ho imparato come le discussioni, se allungate con l’alcool, scivolino pericolosamente verso le nocche delle mani. Le quali nocche, da questo scivolamento, procurano parecchio dolore. E un naso rotto. Ricordo i motivi di tutto questo casino. Lo rifarei. Ma questo non si racconta a pranzo.

Ricordo gli sbirri, prenderci con i guanti, chiuderci tra le due camionette, e puntare, con i pugni chiusi ai reni e alla schiena. Dove non restano segni. Ma questo, ho imparato, non si racconta ne a casa ne a un pranzo.

Ricordo molto bene di aver reagito male, di essere caduto, davanti alla discoteca, di aver sentito i calci ovunque. Di essermi rialzato, di aver preso la camicia bianca del bastardo che aveva iniziato il tutto. E di aver visto il sangue, rosso scuro, sulla sua camicia.

Ma queste cose non si raccontano a un pranzo. Soprattutto se fanno parte di un passato che, per forza e ragione, è meglio che resti remoto.

Resta la divertente storiella sul fatto che io incassi. Io incasso meglio di un pugile. Lo so perchè ho visto molti pugili. Uno mi ha anche spostato un’anca, come si fa con i mobili del soggiorno, con un pugno. Gli altri mi hanno insegnato che non contano le dimensioni delle braccia e le ore di palestra. Conta la rabbia.

Ecco. Quella. Vorrei. Rimanesse. Passato. Remoto.

Tornando a casa, ripensandoci, mi sono toccato il naso, ricordo il rumore del pugno chiuso, del naso che si rompe, il dolore, gli occhi che non vedono, il cuore che si ferma. E tu che pensi, cazzo sto morendo. Ma poi non muori. Ma lo ricordi come se fossi morto, e poi tornato.

Che si fotta, il mio passato. Insieme a tutti quei montati del cazzo che pensano basti un po’ di rabbia mescolata con un po’ di palestra. Io, da quando indosso camicie, non mi rompo più il naso. Sono scelte.

Me lo toccavo, pensando a questo. Ho anche interrotto una telefonata. Quasi avessi paura che da qualche parte questo fottuto passato potesse tornare.

No. Non torna.

Hemingway ripara batterie usate

Ho questa urgenza, quasi fisica, quasi sessuale, di rimettere in moto Hernest. E’ urgente, indispensabile, decisamente importante, che io salga in moto. Vibrazioni, odori, sensazioni, vista, tatto, udito. Troppo tempo.

Così dopo una attenta analisi, centrata sul fatto che il vecchio Hernest non si accende, forse per sindrome da prolungato abbandono, forse per la batteria, riesco a capire che il prolungato abbandono è una sindrome poco adatta a una moto. E’ la batteria.

E c’è un elettrauto. Lo ricordo. Vicino al panettiere. Entrambi posti che non frequento. Ma suppongo che il mio problema, visto da un elettrauto, sia una cosa risolvibile.

Così, finito il barbiere, attraverso la piazza ed entro nell’officina semibuia.

E niente.

L’elettrauto è, esattamente, Hemingway.

No, non assomiglia a Hemingway. E’ Hemingway.

Quelle storie che Elvis non è morto? Ecco, Hemingway non è morto, e nemmeno tanto invecchiato. Fa l’elettrauto sul Forlanini, a Milano.

Mestiere nobile, e riconducibile al fatto che gli ultimi scritti non fossero nulla di speciale.

E’ evidente che mi sono dimenticato tutto.

Non ho chiesto nulla. Ho salutato, timidamente con la mano. E sono uscito.

E niente, mi sono venute in testa un sacco di storie. Su Hemingway.

Parto, con dodici ore di volo, e un sacco di storie in testa.

La più bella è di Hemingway che, alla fine dell’orario lavorativo, chiudendo la serranda, si siede in officina e scrive, diligente ma ubriaco, un romanzo.

Ma che poi, morendo prima, perchè gli elettrauti muoiono di noia, con le batterie al litio di nuova generazione, nessuno glielo trova e glielo pubblica.

Un mondo senza Hemingway.

Cazzo.

 

 

 

 

 

Il Paradiso Delle Cose che Perdevo 

Mia nonna, la Nonna Tita, era una di quelle donne che resta difficile descrivere. Ci vorrebbero delle frasi lunghe e articolate, che iniziano in un modo e finiscono in un altro, come le giornate della Nonna, come le sue discussioni, come il suo modo di prendere la vita. Essendo l’ultimo di tre, l’unico maschio, ed essendo, di fondo, portato ai vizi della vita come lei, ho avuto il privilegio di essere stato il suo preferito. Questo mi dava un forte vantaggio economico, durante la distribuzione delle mance natalizie, un forte vantaggio calorico quando di nascosto mangiavamo intere confezioni di merendine, un toccasana per il suo diabete e per il mio fegato, un forte vantaggio sociale quando nelle discussioni famigliari mi difendeva a spada tratta.

La nonna era una donna ordinata ed elegante, se per elegante le facciamo passare anche quel gusto per i turbanti, che appoggiava sui capelli color turchese, da ottobre ad aprile, e quegli abiti, tutto un pezzo, con ricami che se li guardavi fisso per qualche minuto era come farsi una canna tutta d’un fiato.

L’ordine era metodico, eredità della guerra, fatta da vedova e madre, ed era fatto di piccole cose, sempre le stesse.

Mia nonna mi ha insegnato l’ordine delle piccole cose.

L’impreciso piacere di sapere dove ritrovare dei piccoli oggetti, la speranza del sapere dove hai lasciato un maglione, il piacevole ricordo di tutti i cassetti.

Avevano, le sue due grandi credenze di legno dipinto di bianco, un posto per tutto. Tutto aveva una sua collocazione precisa.

Le grandi ante contenevano le cose ingombranti, i documenti, qualche fotografia, le medaglie, e, inspegabilmente, la bombetta del nonno, inamidata e profumata.

I cassetti avevano un loro universo di oggetti piccoli, all’apparenza inutili, che aiutavano la nonna a superare le grandi difficoltà della vita.

C’era il ditale del diabete, perchè quando la glicemia impazziva, la nonna si metteva a cucire. C’era un cacciavite con la punta smussata, allergico alle viti, ma utilissimo per recuperare le stoviglie che finivano in fondo alla dispensa. C’erano le carte per la scala quaranta, ingiallite e piegate, per quando veniva la zia, sua sorella, per quelle sere interminabili di carte e dialetto.

A sinistra, vicino al focolare, un cassetto piccolo, quadrato, solitario.

Era vietato aprirlo.

Ed era una delle cose che ho sempre rispettato, fino alla fine.

Le ho chiesto, nonna, cosa c’è nel piccolo cassetto?

È il paradiso delle cose che si possono perdere.

Quali cose?

Tutte quelle che si possono perdere.

Ma è piccolo, non ci stanno tutte.

Per questo, fai attenzione a non riempirlo con le cose inutili, quando ne avrai uno.

Ah.

E ricordati, mettici tutte le cose che non hanno ancora un posto, ma che avresti paura di perdere.

Sembra importante.

Lo è.

A dirla tutta, ancora oggi io non ho una credenza. Il grosso mobile thai che abbiamo comprato qualche mese dopo esserci sposati è diventato un terreno insidioso dove si nascondono cd, dvd, piatti, bicchieri, telecomandi che hanno perso il loro elettrodomestico, pile ossidate e foto. Io ho un comodino. Tutto mio. Pieno zeppo di roba. Che per me ha senso.

Il posto per le cose che ho paura di perdere, lo ho scoperto da me, me lo sono fatto nel cuore. È piccolo, inaspettatamente, rispetto al cuore. Ma fino ad oggi c’è stato tutto.

Hanno trovato posto storie bellissime, che poi ho scritto. Donne bugiarde, che poi ho buttato, amici troppo importanti, canzoni che so a memoria, dolori impossibili da sopportare, che ho paura a dimenticare. Tutto dentro lo stesso cassetto.

Alcune cose, alla fine, dopo un po’, le perdevo. Come se volessi farlo, come per liberarmene. Come per sentirne la nostalgia.

In fondo, la felicitá non ha bisogno di questi cassetti. Non serve accumulare cose. Dicono.

Ho ritrovato, giusto ieri sera, mentre nel dormiveglia ci spulciavo dentro, il primo bacio d’amore, la mia canotta dei SF49ers, un libro di Pennac, la paura di morire mentre scivolavo in moto.

Ogni tanto, come ieri, lo apro.

È uno di quei posti in cui trovi, davvero, le cose che non dovresti perdere mai.

Indispensabile.

Il giorno in cui abbiamo svuotato la casa della nonna, mi sono premurato che i facchini portassero via la credenza senza toccare il cassetto. Nessuno lo ha mai aperto.

Sarei stato curioso di sapere, in fondo, cosa ci tenesse mia nonna.

Le cose che ho paura di perdere io sono sempre meno.

Un bacio. Un figlio. Un ricordo. La paura di non farcela. La fede, incrollabile. Il perdono. Una notte di novembre, un pomeriggio di marzo, una mattina d’ottobre, un’intera estate, il sapore, anzi, alcuni sapori. Due profumi, tre voci, uno sguardo e due mani. Mi sembra, così a mente, di avere ancora tutto.

Meno male

Signora Luna

  • Perchè ci fermiamo qui?
  • per guardare la luna
  • c’è buio
  • siamo alla fine della città, non c’è niente intorno
  • perchè vuoi vedere la luna?
  • guardala, amore mio, è bellissima
  • papi, è grandissima
  • è grande, e luminosa.
  • la luna è più importante del sole?
  • La luna non esisterebbe senza il sole
  • A te piacciono tutte e due
  • Si amore. Adoro il sole, l’alba e il tramonto. Ma noi siamo lupi da luna
  • ma noi non siamo lupi, papi
  • lo sono io, amore, e lo sarai tu.
  • a me i lupi non fanno paura.
  • vedi che sei un lupo, allora?
  • papi, è bello essere lupi?

 

Arriverà un momento in cui conterai le lune piene che hai visto, e sentirai ogni volta una cosa diversa. Arriveranno gli anni dei rimpianti. Guardando la luna, rimpiangerai di non aver fatto cose che ti sono sfuggite di mano. Qualche luna la guarderai malconcio e malinconico. Sappi che tutto passa, e non puoi sapere quante lune ti mancano.

I lupi sono animali di branco. Il branco è importante. Imparerai a cercare il tuo branco, e anche a vivere da solo. L’ossimoro dei lupi, vivono soli, contando sul branco.

Il branco sarà un mantello, che ti coprirà nelle difficoltà.

Amerai molto, i lupi sono molto fedeli all’amore. Non sarai fedele a niente che non riesca a fermarti, come solo la luna sa fare. Troverai, te lo posso giurare, qualcosa, qualcuno, per cui fermarti. Allora sarai davvero tu.

Caccerai, perennemente. Per sopravvivere, e per natura.

I lupi e la luna.

Abbi paura dei cacciatori, uomini cattivi che uccidono senza regole.

Nessun altro, nel bosco, può farti male.

Se non Dio.

Non confondere la Luna con Dio.

La luna illuminerà le tue notti di caccia, Dio deciderà quando saranno finite.

Non aver paura della tua natura, impara a controllare l’aggressività, controlla la fame. Trova la tua sazietà.

La luna piena, tutti i mesi, ti ricorderà il passare del tempo. Pochi altri lo misurano con le lune.

La luna non sbaglia nella sua misura. Impara a sentire l’urgenza del passare delle lune, impara a salutare la luna nuova.

Ecco perchè ti porto a vedere la luna.

Perchè se il mio sangue è passato nelle tue vene, sei un lupo.

Non è facile da spiegare, la fame dei lupi.

 

 

 

Acqua

Trovare un filo conduttore alle cazzate che facevo è sempre stata la domanda preferita del giorno dopo. In perenne hangover emotivo, passavo le mie mattine a chiedermi cosa cazzo mi spingesse così in là, decisamente troppo in là, a oltrepassare confini, a tagliare ponti, a riprendere pezzi inutili.

A dire il vero, ancora oggi non lo so. E’ che ho smesso, saggiamente, di chiedermelo. Ho smesso con l’autoanalisi, perchè di fondo ho scoperto di bastare a me stesso. E in più, sono diventato abbastanza bravo a dominare la bestia. Forse sto solo invecchiando. Ma è un bene.

Trovare un filo conduttore alle cose belle della mia vita, invece, è decisamente più facile.

Acqua.

Dicono che gli uomini abbiano un elemento di riferimento. Non credo sia vero. E’ possibile che sia una cazzata newage come le ridicole meditazioni hippy che vi fate, per smaltire lo stress o come la centrifuga di curcuma e zenzero che vi bevete al mattino. C’è un fondo di verità in tutto, comunque.

Una voce roca annuncia l’apertura dell’impianto. Sono il primo. Albeggia sul prato ghiacciato e l’acqua dell’Idroscalo è immobile, come un avversario che ti studia.

Dovrei stare fermo. Dovrei dosare i movimenti.

Questo dicono i dottori.

Non posso, ho risposto, morire dentro. Ho bisogno di acqua.

Quello che mi succede nell’acqua è strano, potente, definitivo.

I rumori spariscono, si sente solo il respiro, profondo.

Sparisce la paura, nemmeno i fondali neri mi spaventano.

Spariscono i pesi che mi fanno fatica. Mi muovo veloce.

Sono padrone del mio corpo.

L’acqua mi compensa.

Osservavo mio figlio, appena uscito dall’utero, in una sala parto parecchio affollata, e guardavo grondare i liquidi.

Acqua, di fondo.

Guardo le foto del mare e mi commuovo.

Acqua.

Era da un pezzo che non nuotavo.

L’altra notte notavo che è un pezzo che non esagero.

Ed è anche un pezzo che non sto nell’acqua.

Che poi è anche il mio modo per smaltire l’aver esagerato.

Ecco, l’acqua mi cura.

Prima, durante e dopo.

Mi accoglie senza fare domande, massaggia il mio corpo, lo possiede, lo rende più tonico, lo purifica.

Voglio scrivere qualcosa sull’acqua.

Tipo una poesia, con un ritmo veloce, come l’angoscia di finire la batteria dell’iPhone mentre stai scrivendo una cosa importante.

Una poesia con quel genere di ritmo.

E ho voglia di esagerare. Di riprendere possesso dei miei sensi, di prenderli per il culo, di osare, di portare al limite.

E dopo, ci vorrà molta acqua.

 

 

Big Babol

Big Babol ha deciso di vivere verso il confine. La città le va stretta. E’, comunque va detto, una sensazione reciproca. Deve molta della sua bellezza agli occhi, che sanno di mare, che corrono veloci da un discorso a un pensiero. E’ l’unico modo per accorgersi di quando si distrae. Parla veloce, muove poco le mani e non si spazientisce se la interrompi. Ha voglia di ridere, non è sicura che succederà, in un Diner vicino al centro, con un uomo davanti, ma sa che potrebbe succedere. Big Babol è una donna che capisce le cose, parla con i morti, annusa gli uomini, viene ridendo, e piange d’amore. Non in quest’ordine, e difficilmente tutto insieme.

Jumbo ha conosciuto Big Babol in uno di quei Diner vicini al centro, roba vegana e frikkettona. Jumbo odia le cose che stanno troppo vicino al centro, perchè luccicano di luce riflessa, di falsa modestia e di un sacco di spandimerda che tappezzano i muri. Eppure adora il centro. Il centro della sua città, aveva detto una volta a una donna, forse per fare colpo, forse per dire, una buona volta, la verità, è come il centro del mio cuore. Di giorno è pieno zeppo, di notte è deserto. Solo le anime perse passeggiano di notte in centro. Jumbo offre da bere a Big Babol, tenendo per se le parole di troppo, lasciando parlare lei, che inizia molti discorsi, appendendo i finali a stendere, per lasciarli asciugare appena usciti dalla lavatrice dalla sua testa. Big Babol beve quello che sceglie Jumbo, per educazione, per lasciargli la sensazione di controllo che molti uomini adorano, perchè di fondo ha solo voglia di bere e ridere.

Jumbo, della sensazione di controllo, non sa bene cosa farsene. Ma capisce il senso, quando gli occhi di lei lasciano che sia lui a scegliere da bere. Jumbo, in queste situazioni, fa la cosa più giusta: beve.

E’ bionda, Big Babol. Drammaticamente. Jumbo non ne fa un problema, ma è capace da solo di capire che quel genere di biondo porta problemi, come la Tramontana e il Maestrale. E resta per poco, come la Tramontana e il Maestrale, quel genere di donna.

Sono relativi, i problemi del Maestrale. Solo per chi appicca fuochi, il Maestrale porta danni.

Solo per appicca fuochi, quel genere di bionda porta problemi.

Lui, ad esempio, con il Maestrale, ci convive da una vita.

Le osserva i capelli, mentre lei parla fitto, lasciando morire di noia il vino, che aspettava di essere bevuto. A pochi passi lo stridulo vociare di un’avvocatessa, rossa di capelli, secca nel viso, puntigliosa, fastidiosa, inutile, come le stufe che provano a scaldare la notte gelida.

Gli verrebbe da dire qualcosa tipo: hai visto, luna calante e cielo terso. Ma son quelle frasi che sembrano stirate con le mani e appese come striscioni per far colpo. Non ha nessuna voglia di far colpo. Non ne ha nessun bisogno. Ma c’è una luna piacevole e un cielo terso. Come se fosse arrivato il Maestrale per davvero.

Big Babol ha storie di vita, piacere, dolore, amore e abbandono, da raccontare. Le sceglie con attenzione, solo uno stolto direbbe che vengono fuori come lava da un vulcano. Mangia poco, e ogni tanto si tocca uno stivale. Guarda poco negli occhi, e questo è un bene.

Ha le mani dolci, le spalle docili e due lunghe gambe. Un uomo, debole, potrebbe farci anche un progetto di vita, con delle mani, delle spalle, e delle gambe così.

Jumbo è appena riuscito ad appoggiare i pensieri, insieme al terzo bicchiere di vino, quando il cameriere si avvicina per annunciare la chiusura.

Certe sere, pensa, sfilano via veloci, che sarebbe un peccato non segnarsele nella vita.

Big Babol lo segue, in una passeggiata che sembra una danza. Lui sta attento a non calpestare le piastrelle bianche, ma non lo dice. Lei fa di tutto per stare alla sua sinistra, ma non lo dice. Sembra importante per entrambi farlo, ma non dirlo.

Dettagli di follie disegnate dalla mano eccentrica del tempo, di persone rimaste per troppo tempo sole, anche se contornate da molte umanità. Non siamo mai soli, ma lo siamo sempre, forse. Forse, davvero, tranne quando ci si incrocia, tra anime così.

Camminano per cercare un bar aperto. Jumbo ha sete. Big Babol non smetterebbe certo adesso di bere.

Sai come finiscono queste serate, si sente dire, sottovoce. Lei non risponde. Presa da un pensiero. Allora lui la lascia andare avanti di qualche passo. Per osservarle il culo, come il galateo insegna. Ecco, questa cosa del galateo meriterebbe una spolverata, si dice, e che gran bel culo, si risponde. Che si fotta il galateo. E anche il freddo.

Per trovare un bar aperto bisogna attraversare tutto il centro, da est a ovest, come il sole.

L’ultimo bar aperto, che aiutato da una mancia, serve l’ultimo bicchiere.

Ci vuole un po’ prima che Big Babol finisca il suo bicchiere. E con calma tiri fuori una Big Babol, appunto.

  • non vorrai mica scherzare cazzo? Non scoperei mai una donna con una Big Babol in bocca
  • e io non scoperei mai con te
  • mai mi sembra eccessivo
  • non certo nelle prossime due ore
  • quindi quasi mai, hai ragione.
  • nemmeno tu mi avresti davvero scopata
  • in effetti hai ragione

La guarda. Ci sono dei momenti in cui, quasi inaspettatamente, lei è bellissima. Di quella bellezza che le donne sanno di avere, di cui conoscono il peso, di cui conoscono il volume massimo.

  • parli dei tuoi baci come se fossero qualcosa di imperdibile, Jumbo. Il tuo nome non mi piace, prega che mi piacciano almeno i tuoi baci
  • Puttana arrogante
  • no, questo non lo hai detto veramente, e nemmeno lo pensi
  • hai ragione. E’ che sono un bambino, se mi attacchi mi difendo
  • Questo lo fanno i cani, non i bambini
  • allora sono un cane.
  • ti chiamerò Kane.
  • i miei baci, baby, sono inizi che annunciano grandi finali, sono matrimoni tra fantasia e desiderio, sono carezze all’anima e alle labbra, sono feste patronali dei sensi, sono cancelli aperti sulle porte del desiderio, sono discorsi che sono labbra sapienti possono capire, sono morsi che strizzano la vita, sono docili labbra che seguono i respiri. I miei baci, baby, sono la perdizione delle donne.
  • odio quando mi chiami baby
  • E’ tutto quello che hai da dire in risposta?
  • si, Kane.

E’ in quel momento che Jumbo, appena battezzato come Kane, capisce che questo è un guanto di sfida, lanciato al suo orgoglio, per gioco. Di tutto il concetto, Kane, adora il fatto che sia per gioco. Giocare con una donna bellissima, a volte bellissima, è bellissimo. Ridondante, cazzo, ma vero.

Allora la bacia, appoggiandole le labbra sulla guancia. Lo sa, in fondo, di non potersi impegnare più di tanto. Per pigrizia, forse. Oppure per lasciare che il gioco vada avanti.

Non ci si impegna, per un bacio, lo dice il galateo.

Lei, impassibile, lo lascia fare.

Così va la vita, vecchio mio. Ami talmente tanto il mare, da saperlo ritrovare negli occhi delle donne, e da volerlo prendere in quegli occhi. Come si prendono gli occhi delle donne, è mestiere difficile. Solo un ex marinaio lo può fare.

Big Babol ha un corpo che sembra un editto, promulgato da qualche signore di terre di mare, per fare si che gli uomini si ricordino di quanto sia bello, perduto, infinito, il mare.

Ed è una stronza.

Gioca, credendo di poter vincere sempre. Succede così alle bionde che incontrano uomini deboli.

A tratti, come le correnti sugli scogli, lascia che una mano accarezzi distratta il desiderio di Kane. A tratti, lascia che la lingua lo spinga a osare. A tratti si abbandona.

Kane, che cazzo di soprannome, conosce le regole del gioco.

E’ stato istruito, dal tempo e dalle donne. Più dal tempo, che dalle donne. Le donne della vita di Jumbo, per dio chiamiamolo con il suo nome, non gli hanno insegnato molto, se non a scappare velocemente oppure a restare pesantemente.

E allora gioca.

E’ proprio mentre un barbone si accampa a due metri da loro, sicuro di godersi uno spettacolo senza pagare il biglietto, che succede.

Succede che Big Babol si abbandona. Per un momento. Risacca che annuncia tempesta, pensa Jumbo.

Le prende il seno sinistro. Per educazione, si prende sempre prima il sinistro. Il galateo ha la sua importanza. E trova una piccola perfezione, annunciata da un sospiro di piacere.

E allora, per la gioia del barbone, iniziano davvero a giocare. Le regole, in questo genere di giochi, sono fatte per essere distrutte, insieme ai pensieri pesanti.

  • hai due tette che sembrano disegnate dalla mano di Dio, cazzo.
  • Non lo hai detto veramente.
  • no, difatti.
  • infatti
  • ok
  • ma vai avanti a toccarle, coglione, che ti viene meglio che baciarmi.

I grandi giocatori non bluffano mai. Questo, Big Babol e Jumbo lo sanno. Così i due desideri esplodono ordinatamente uno prima dell’altro, come fuochi d’artificio per il compleanno di un ricco signore. Ma vengono lasciati lì, perchè il gioco non si consumi veloce.

  • scopare sarebbe un peccato davvero
  • non hai detto nemmeno questo
  • però lo penso, cazzo
  • tu pensi troppo.
  • tu parli troppo.
  • andiamo avanti ad accusarci così per tutta la vita?
  • no, facciamo che andiamo avanti a viverci ancora un po’.
  • sei di quel genere di uomini che non riesce a dire “sempre”?
  • sono di quel genere di uomini che quando lo ha detto, cazzo, poi è successo il finimondo.
  • ah
  • tu, peraltro, sei quel genere di donna che tutto vorrebbe tranne un “sempre”.
  • cosa te lo fa intuire?
  • adesso sono distratto dal tuo culo, che sembra disegnato da chi conosce il desiderio degli uomini, e dai tuoi respiri. Non sono in grado di dare grandi spiegazioni
  • mi annoi.
  • è uno dei rischi da mettere sul piatto
  • se mi annoi, io scappo.
  • è un altro rischio da mettere sul piatto
  • allora, forse, scapperò
  • non lo farai

Jumbo, di fondo, sa di baciare bene. Un gran bene. E non si preoccupa troppo nemmeno che lei se ne vada. Non lo farà. Succede che le persone si attaccano quando i discorsi si incrociano, quando le parole si fondono, quando c’è ritmo, fottuto ritmo. Non ci si attacca per un bacio. Al massimo, un bacio può aiutare a far cadere dei pantaloni.

E’ quando lei si lascia slacciare un bottone, l’unico, che lui capisce che è finita la partita.

Per questa notte.

Allora scende, tra due gambe che fingono di opporre resistenza. Vorrei solo sentire il tuo sapore, vorrebbe dirle. Lo fa, semplicemente. Certe cose, cazzo, si fanno semplicemente, che se poi le dici sembrano piani di battaglia. E nessuno, qui, vuol fare una guerra.

Lei, fa lo stesso. Facendo finta di fare altro.

Insomma, sarà una partita difficile, visto che abbiamo avuto lo stesso allenatore, pensa lui.

Bene, pensa lei.

Big Babol scende dalla macchina ridendo, come ci era salita.

Jumbo pensa, è un bene.

Big Babol pensa, mentre scende, è un bene che io rida.

Jumbo pensa, se tu non ridessi, cadrebbe tutto il gioco.

Big Babol pensa di dovergli dire: non smettere mai di farmi ridere.

Jumbo pensa, se tu smettessi di ridere, anche il tuo culo, che dio lo benedica insieme alla mia voglia di morderlo, cadrebbe nel ripostiglio delle cose che ho messo da parte nella vita come la patente nautica, e la voglia di chiedere scusa e gli occhiali da vista e la tessera del partito e, beh, è un cassetto pienotto, ma ci finiresti dentro facile facile.

Allora si salutano. Sanno tutti e due che passerà del tempo. Le regole di questo gioco sono così. Bisogna rivedersi solo quando la fame, di parole, di carne, di vino, di sospiri spezzati, arriverà a far male.

Jumbo pensa due cose, mentre torna a casa. Che cazzo di nome Kane. E che questo genere di partite sono quelle che, nella vita, vale la pena di aver giocato fino in fondo.

Big Babol pensa due cose, mentre torna a casa. Un pensiero sul disordine e un pensiero sul desiderio. E’ troppo stanca per tracciare confini. Tra i pensieri e tra le persone.

E poi, Kane, sembra fatto apposta per valicare confini.

(avevo questo racconto in pancia da almeno due anni, sei settimane, tre giorni e quattro ore. O forse, solo da qualche giorno). 

 

 

 

La Fame

È stato in un pomeriggio di sole, caldissimo, cicale sotto al ciliegio da cui Ida rubava le rosse con cui cuoceva pazientemente la marmellata, nell’ora in cui tutti dormono per il caldo e per la noia. È successo come tutte le grandi cose della vita succedono. Dirompenti eruzioni vulcaniche, in un attimo, un istante. 

Ho scoperto la Fame. 

Non saprei dire cosa succede ai bambini, che diventano uomini. So di me, e ricordo di quel momento preciso. 

Ho ricordo di tutto, ed è uno dei pochi ricordi che tengo intatti. 

Il tempo ovatta i ricordi, assopisce il dolore, sfuma le gioie, annacqua i piaceri. Questo no. È fermo, così, da quando è successo. 

La fame, da allora, mi ha mosso. Per essere un uomo, ero un uomo acerbo, nei modi, nei sensi, nel corpo. Non nella fame. 

È stato allora che la fame mi ha posseduto, facile lotta tra una forza infinita e un fragile corpo. 

Ancora oggi mi chiedo come io abbia fatto a vincere, ma so che la guerra non è finita. Ancora oggi, se riguardo indietro, mi sorprendo capace di dominarla. 

Infatti, all’inizio, sono stato dominato, divorato, consumato, dalla fame. 

Per prima, imponente, surreale, quasi pittoresca, la fame di carne. La più pericolosa, se usata senza esperienza. Il mio corpo si è trasformato in una palla di impulsi. Il corpo, il desiderio, l’impossibilità di governarlo, non conoscendone le regole. 

Anni durissimi.

Poi, di colpo, la fame di conoscenza. Infinita. Che cresce, più viene nutrita. Leggere, conoscere, viaggiare, diventano importanti come respirare. Se la carne da l’illusione della possessione, la conoscenza lascia il dubbio di non averne mai. 

La fame di conoscenza supera la fame della carne, mentre arriva, ospite inatteso tenendo conto della difficile situazione, la fame dell’Oltrepasso. Il luogo, fisico, che credi di raggiungere, a colpi di adrenalina, e che invece non raggiungi mai. È una fame violenta, che non si può sedare. Mi ha portato in luoghi stupendi, insieme ad affamati come me, e mi ha lasciato le cicatrici che conti, sfiorandomi la pelle. 

Sono poi arrivati gli anni in cui mi era impossibile distinguerle. Anni in cui, si univano e si slacciavano, a loro piacimento. Il desiderio di un corpo, di sapere, di provare a passare il limite. Si alternavano, oppure, violenti, tutti insieme. 

Come per quel pomeriggio di caldo in cui è iniziato tutto, ricordo quella stagione in cui ho imparato, a mie spese, come dominarle, come usarle, come renderle la forza che mi tiene in piedi. 

Perchè la fame non ti consumi, non occorre saziarla di continuo. Occorre ballare con lei, abbracciandola, facendosi portare sul fondo, restandoci ad osservare e risalire, conoscendone la strada. 

Ci è voluta tutta l’anima, per farlo. Tutta l’anima che mi era rimasta. 

Allora il desiderio di carne, che adorava nascondersi nel desiderio d’amore, è diventato il piacere di saper distinguere, di raccogliere respiri e baci, di fermarsi. Allora il desiderio di sapere, che si confondeva con la paura di tacere, ha incontrato il silenzio e il fare. Allora, il confine da oltrepassare è stato trovato e li lasciato. 

Ho imparato a vivere la mia fame, a conoscerla, a saziarla, nutrendola al meglio, perchè mi possa mantenere in vita.

Perchè ho scoperto che è la fame a tenermi in vita. 

Che adolescenza del cazzo

Lost

Frasi perse come orecchini di perla nella sabbia di una spiaggia che di notte viene rimescolata dal mare. Tutte le notti, le frasi che scrivo, piccoli orecchini di perla, finiscono così, disperse sul fondo del mare della mia vita.

Molto poetico.

Molto traumatico.

Volevo scriverti dei miei baci, che fanno rima con i tuoi. E nella vita le cose che fanno rima sono rare, potenti, esclusive. Vanno protette. Volevo scriverti, proteggi i nostri baci da tutte le tue stupide paure, da tutti gli uomini che proveranno ad avere le tue labbra, da quelli che le hanno avute, le stanno avendo, le vorrebbero avere. Invece, ho perso le parole nella sabbia.

Volevo scrivere di Joe, Hole e Nash, e della loro storia. Ho questo racconto che mi balla in testa. Joe fa l’assistente in un luna park, quello sulla spiaggia, vicino al molo dove c’è il ristorante dove lavora Hole. Cucina messicana, birra a due dollari, il culo di Hole, sono le tre principali attrazioni del molo. Joe adora la birra, è fottutamente innamorato di Hole, e si fa andare bene la cucina messicana pur di ricevere, insieme ai tacos di pollo, un sorriso splendido di Hole. Hole appoggia sorrisi con la stessa delicatezza con la quale appoggia i piatti che serve. Le si vede la piccola scollatura. Dice che si vorrebbe rifare le tette, vittime di due parti e della stanchezza. Ma per Joe sono perfette, come è perfetto tutto di Hole. Lei ha capelli sottili, mori, che le coprono gli occhi, come per non farle vedere troppo il mondo, e mani piccole e veloci, che giocano sempre. Nash adora la cucina messicana, la birra, e il suo amico Joe. Nash ha due segreti. Il primo è che da un bel pezzo sta andando a letto con la moglie del suo capo. Un bel pezzo, davvero. Il secondo è che è ormai parecchio tempo che finito il lavoro, appena prima di surfare al tramonto, va a trovare Hole. Si baciano di corsa, sotto i tronchi che sorreggono l’imbocco del molo. Hole è innamorata. Dice lei. Nash sente solo lo stomaco che si chiude. Come un portone.

Hanno una storia, che andrebbe raccontata, questi tre. Perchè per Hole, Nash partirà. Un’idea del cazzo, come molte, avrebbe detto Joe. Forse per metà per Hole, per metà per la moglie del suo capo. E anche perchè reggere tutto questo è troppo, anche con due birre gelate in corpo.

Nash partirà per il Messico. Pessima idea. Nash ha un grande fiuto per i casini della vita. Li annusa, li trova e poi ci si infila.

Joe non è mai uscito dalla fucking California. Non ci sono buone ragioni per farlo. Le spiaggie migliori, le birre migliori, l’erba migliore, i culi migliori, un buon lavoro, una casa. Cazzo.

Adesso quel coglione di Nash si è ficcato in un bel casino. E gli tocca uscire dalla California.

Hole lo ha pregato, implorato, di recuperare Nash.

E lui ha capito. Tutto.

Ha finito la birra, ha detto: si lo farò. E’ il mio migliore amico.

Poi è uscito, ha camminato sulla spiaggia. Ha pianto.

Cristo.

E ha cercato, all’orizzonte, le stelle.

Ci dovrebbe essere sua madre, in una di quelle stelle. Aveva letto un vecchio libro sui Romani, che dicevano che gli antenati, i morti, erano nelle stelle.

E si era convinto fosse vero.

Così era andato nell’ufficio di Henry e si era preso una settimana di ferie, aveva fatto la borsa, era salito sul vecchio Ford F150, ed era partito.

Puttane le donne. Cazzo, aveva pensato passando davanti al ristorante sul molo.

Puttana la vita, aveva pensato Nash, svegliandosi legato a una sedia. In un cazzo di garage.

Aveva esagerato. In Messico sarebbe meglio non esagerare.

Lo aveva sentito una volta. Era vero.

Era morto.

Non aveva finito il College, ma capire la vita gli veniva bene. Era morto.

Morta, Hole si sentiva morta. Aveva perso l’uomo di cui si era innamorata, e aveva dovuto ferire a morte il suo migliore amico, che era innamorato di lei. Situazioni imbarazzanti, le avrebbe definite sua zia Peg. Serviva la colazione a un vecchio rappresentante di giochi gonfiabili che tutti i martedì faceva colazione da loro, ma voleva morire. Avrebbe voluto scomparire.

 

Ecco, questa è la storia, il suo inizio.

Spero di non perderne le tracce.

 

1954 (90 bpm)

Ho storie strane, nate accartocciate nel plesso di una manciata di giorni, i primi di questo anno bisestile, che mi fanno supporre si tratti di una grande annata. Le rivivo di notte, queste storie, sconfinano nei sogni che stanco morto, davvero morto, mi portano all’alba. È dal fottuto ospedale che mi sveglio all’alba, con i primi rumori, con i primi pensieri. E in questi giorni porto le cose che mi stanno succedendo dritte nel letto, le bagno di un sudore malsano, covandole insieme ai sogni, fino alle albe buie di gennaio. Scrivo meglio, quando vivo tanto. È solo questione di trovare tempo per scrivere. 
Bevo Passito freddo gelato, rimasuglio delle gozzoviglie natalizie, su un tavolo che sembra aver fatto una guerra alimentare, con avanzi di bresaola secca, cereali incrostati, una cannuccia rosa, e non si sa perchè un campanello da bici con un cuore. 
Osservo compiaciuto il mio nuovo orologio. E questa è una storia. Replica fedele di un orologio del 1954, con una storia incredibile, scivolosa come tutte le leggende, di surf, California, battaglie tra gang, costumi stretti, muscoli acerbi, alcool, sesso, falò sulla spiaggia. A dire il vero questa storia, che è il valore dell’orologio, la conosceremo in sei, forse sette, al mondo. Uno di questi è il collezzionista che me lo ha venduto. Facendoselo pagare, giustamente, una follia. Ma tanto è un regalo. Io non mi sono mai comprato un orologio da solo. Lo trovo triste. Come trovo tristi gli orologi senza una storia alle spalle. E gli uomini che comprano orologi costosi, per misurare il tempo, che poi non ha prezzo. 
Lo palpeggio, soppesandone la consistenza, immatura latta anni 70, i piccoli segni del tempo, il ticchettio preciso delle lancette, l’assenza del datario, il quadrante nero, perchè in origine era nero opaco. Adoro quando il mio cuore si ferma sugli oggetti, amandoli per le storie che evocano. 
Mi viene quasi da raccontarla, questa storia. Me la dico, sottovoce, come una ninna nanna, sorseggiando Passito e osservando l’orologio. 
Mi vengono in mente canzoni di fine anni novanta. Strani collegamenti. Di grunge e protesta, Seattle, merda in vena, maglioni larghi, capelli unti, puttane bionde strafatte, vite distrutte. 
Per questo non scrivo come Hornby. Non ho le sue mani, quando scrive di musica. Me ne dolgo. 
Fottuti british del cazzo. 
Mi viene anche in mente una notte in motel a Long Island. Doveva essere agosto, dal caldo umido fottuto. Insonnia, paura, squallore. Ricordo che leggevo Fante, che Bandini mi dava un senso di disperazione assurdo, che insieme alla birra e al caldo e a Long Island, pensavo fosse troppo. E non riuscivo a dormire. Fottuta California. Sei tutto e sei niente. 
Sono giorni, dal crepuscolo del 2015 a oggi, che gorgeggio fantasie di motel, reggicalze strappati, baci rubati a labbra che sanno di mojito, sudore. Fantasie, ecco un’altra storia, che non ho mai vissuto ma che accadono in posti che conosco, che ho vissuto. L’altra notte ho scopato sulla ruota panoramica del luna park di Milano, ubriaco fradicio, senza nemmeno spogliarmi, tenendo con forza i capelli e spingendo con altrettanta forza la schiena. Poi è successo al mare, tra le cabine di legno del bagno 89, piedi nudi sulla sabbia, appena scostato il costume, ansimando e sperando qualcuno ci vedesse. 
Non sto bene, su questo fronte. So di cosa ho bisogno. So di non poterlo avere. Impazzisco. Ormoni maledetti. Questa è una storia pulp, Tarantino, ma anche triste, Muccino, con un finale tutto da scrivere, dirigo io. 
Ho trovato alcune vecchie foto, mentre sgombravo una tonnellata di libri, per far posto ad altri libri. Foto che, con il senno di poi, andavano tenute meglio. Ero giovane, cazzo. Inteso come piccolo, cazzo. Un’altra storia. Eravamo giovani. Andavamo spesso a vedere gli aerei. Io, a dire il vero, sarei andato ovunque con lei. Lei, a dire il vero, si scopava un mio amico. Tecnicamente, credo fosse lui a scoparsi lei. Adorava presentarsi con camicie aperte fino quasi all’ombelico. Mettermi le tette in faccia non è mai stata una buona idea. Poi, un pomeriggio, avevamo fatto queste foto insieme. Io, lei e le sue tette. Due mesi dopo mi confessò di essere innamorata del mio amico. Che di contro mi confessò che aveva in progetto solo di scoparsela. Io confessai, a tutti e due, che ero troppo giovane per morire di una morte brutta come quella d’amore. E me ne andai, senza far altro che cercare in tutte le donne un pezzo di lei. Lei adesso pubblica foto su Instagram con i suoi figli e il suo splendido marito. Lui, adesso, lavora in una banca e ogni tanto ci incontriamo in skate. Sono meglio di lui in skate, come ero meglio di lui a letto. Ma sono magre consolazioni. Le foto le ho rimesse in un libro, di quelli che sono sicuro di non riaprire. Tecnicamente, credo di essere stato innamorato. E inculato. Poi, credo, di aver imparato ad evitare almeno una delle due cose. Perchè insieme non vanno bene. Fanno male. 
Niente, tolto un orologio davvero stupendo con la sua storia che sappiamo in sei o otto, sogni sconci che ho urgenza diventino prassi, fatti di motel e reggicalze strappati, e tolte delle vecchie foto, non è successo nulla di memorabile. 
Per me si tratta di un grande anno. Le premesse ci sono tutte. Solitamente, lo dico per esperienza, anni del genere li vivo a 90 bpm. 
Fanculo, mi tocca di pulirlo questo tavolo. La bresaola seccata assomiglia troppo a budella spappolate. Pulp si, ma sempre con stile.
Surf it fritz, life is short and dirty

Nebbia

Ho questa idea fissa di voler scrivere qualcosa sulla nebbia, o anche un racconto con la nebbia dentro. Invece niente. E mi sale l’invidia. Ho conosciuto Pinketts a Le Trattoir, come quasi tutti quelli che lo hanno conosciuto. Ero giovane, indifeso, e molto affamato di storie fighe, di alcool, di torbide situazioni, di sigarette, di orari infelici. Le Trattoir calzava a pennello. E anche Pinketts. Non conoscevo il noir, ne come genere ne come scuola di vita. E Pinketts, quando si tratta di insegnare a giovani affamati di fama, preferibilmente con donne sedute al tavolo, è il migliore. 

Lo è stato, per un periodo, perlomeno. 

Le sue storie mi hanno aperto un mondo. Era doveroso mi si aprisse un mondo del genere. Era anche pericoloso. Diciamola così, è stato perfetto, e sono grato a Dio di essere sopravvissuto al mio periodo a Le Trattoir. 

Le storie noir milanesi, quali che siano, incontrano nelle loro pagine, per forza di cose, la nebbia. 

La nebbia è un ingrediente scontato, ma fondamentale, come lo zucchero nelle torte. 

Esistono scuole di pensiero che offrono la crostata senza zucchero. Perchè esistono diabetici. 

Non esiste un noir milanese senza nebbia. Perchè in letteratura non esistono diabetici. 

Solo che io la nebbia non la so usare. Non ci sono abituato. Ne ho vissuta poca, da bambino. Perchè tra i palazzi del centro la nebbia non si intrufola. È una timida foschia che appanna i lampioni. La nebbia è una questione di periferie e quartieri popolari, di Naviglio o di prati. 

Ho conosciuto la nebbia densa come la panna montata, che scivola dalle colline intorno a San Francisco al mattino. Spettacolo unico. Ho respirato la nebbia umida, fredda come il mare, che arriva nei giorni di bassa pressione a Biarritz. Ho mangiato la nebbia della bassa padana, le nebbie dei mattini di primavera sul Tirreno. Ma la nebbia del Giambellino, quella che nascondeva le calibro 9, quella che bagnava i pastrani, gialla di lampioni e pavè, quella me la sono persa. 

Adesso che vivo ai bordi della città, ho una certa dimestichezza con la nebbia. Ci ho fatto il callo, come uno dei tanti limiti del quartiere. 

Ma è inevitabile pensare all’invidia. Quando cala la nebbia fitta, come oggi, che non si vede nulla, che tutto sparisce in confini indefiniti di luci e ombre. E tu, che sei un novellino della nebbia, non hai un cazzo da scriverci sopra.

Nemmeno una storia. 

La nebbia mi disordina, mi annoia, mi delude, mi lascia pensieroso. 

E invidioso. 

Cose da niente

Ho una certa esperienza a riguardo. Perchè mi conosco. Perchè conosco i miei limiti. E perchè il 26 dicembre mi cade addosso così fin da quando ricordo. È il giorno dopo la festa, tecnicamente ancora festa, ma realmente già pronto per il brodo convulso di giorni feriali che aspettano il Capodanno. È una settimana corta che ho sempre considerato nefanda, che inizia con i pranzi pallidi del 26, pallidi di luce riflessa del 25, di avanzi riscaldati, capponi, spinaci al burro e panettoni. Mi conosco, so di non tollerare questa settimana corta. Odio il Capodanno, e i giorni che lo precedono. Adoro il disordine assonnato della mattina del primo dell’anno. Adoro svegliarmi, accendermi una sigaretta, constatare che non ho smesso di fumare, e ricominciare a vivere. Odio i giorni prima. Pausa pagana tra feste comandate. Per questo, in questa manciata di mattine pallide e pomeriggi bui, leggo, scrivo, lavoro, penso. Tutto, meglio, da solo. Adoro stare con me, durante questa settimana, a godermi la mia attesa di un nuovo anno, a caricarmi di energia, a spettegolare su me stesso, con me stesso. 

Mi arriva, puntuale, ogni anno, un misterioso blocco mentale, non scrivo per qualche giorno. In compenso leggo il doppio. Parlo la metà, e quando parlo litigo volentieri. Ho voglie carnali folli, che si manifestano con urgenza, come fossero in scadenza con il finire dell’anno. Dormo pochissimo, mangio ancora meno. Non frequento posti troppo affollati, mi innamoro ogni anno della mia città e dei suoi vicoli deserti nella pancia del centro. 

Ammetto, senza neanche troppo vergognarmi, che sono difficile da frequentare in periodi così. Vivo in attesa, come se dovesse succedere qualcosa di tragicamente grande. Ogni anno. 

Poi, il primo gennaio risorgo a vita nuova, arrivando al sei, di buon mattino, carico e fresco. Ma dal 26 al primo io mi cancello. 

E faccio un gran pensare su cosa è successo, cosa avrebbe dovuto succedere, cosa avrei voluto succedesse, cosa vorrò che succeda. Un bilancio, spietata analisi cinica, più simile a un accorato discorso di chiusura, nel quale mi invito, per l’anno che viene, a far di meglio.

Adoro, in questi pomeriggi inutili, la tangibile possibilità di rimanere a letto, nudi, a oltraggiare il tempo e il pudore. Ma poi, non succede da anni. Eppure era una delle cose che mi piacevano del finire di dicembre. 

Adoro ritrovare libri lasciati a metà, riprenderli, e non finirli ancora. 

Adoro camminare, cercando la bellezza e la poesia, in un sorriso, in un palazzo, in un caffè o in una fermata del tram. 

È la mia settimana delle cose da niente. Adoro fare cose da niente, fermarmi pigro su un dettaglio, pensare a un racconto senza poi scriverlo, iniziare un discorso e lasciarlo li sospeso. 

Adoro stare solo, nella settimana delle cose da niente. 

E come sempre, adoro constatare che manca pochissimo.

A cosa, non si può sempre dire. 

Ma manca pochissimo