Il Paradiso Delle Cose che Perdevo 

25 Gen

Mia nonna, la Nonna Tita, era una di quelle donne che resta difficile descrivere. Ci vorrebbero delle frasi lunghe e articolate, che iniziano in un modo e finiscono in un altro, come le giornate della Nonna, come le sue discussioni, come il suo modo di prendere la vita. Essendo l’ultimo di tre, l’unico maschio, ed essendo, di fondo, portato ai vizi della vita come lei, ho avuto il privilegio di essere stato il suo preferito. Questo mi dava un forte vantaggio economico, durante la distribuzione delle mance natalizie, un forte vantaggio calorico quando di nascosto mangiavamo intere confezioni di merendine, un toccasana per il suo diabete e per il mio fegato, un forte vantaggio sociale quando nelle discussioni famigliari mi difendeva a spada tratta.

La nonna era una donna ordinata ed elegante, se per elegante le facciamo passare anche quel gusto per i turbanti, che appoggiava sui capelli color turchese, da ottobre ad aprile, e quegli abiti, tutto un pezzo, con ricami che se li guardavi fisso per qualche minuto era come farsi una canna tutta d’un fiato.

L’ordine era metodico, eredità della guerra, fatta da vedova e madre, ed era fatto di piccole cose, sempre le stesse.

Mia nonna mi ha insegnato l’ordine delle piccole cose.

L’impreciso piacere di sapere dove ritrovare dei piccoli oggetti, la speranza del sapere dove hai lasciato un maglione, il piacevole ricordo di tutti i cassetti.

Avevano, le sue due grandi credenze di legno dipinto di bianco, un posto per tutto. Tutto aveva una sua collocazione precisa.

Le grandi ante contenevano le cose ingombranti, i documenti, qualche fotografia, le medaglie, e, inspegabilmente, la bombetta del nonno, inamidata e profumata.

I cassetti avevano un loro universo di oggetti piccoli, all’apparenza inutili, che aiutavano la nonna a superare le grandi difficoltà della vita.

C’era il ditale del diabete, perchè quando la glicemia impazziva, la nonna si metteva a cucire. C’era un cacciavite con la punta smussata, allergico alle viti, ma utilissimo per recuperare le stoviglie che finivano in fondo alla dispensa. C’erano le carte per la scala quaranta, ingiallite e piegate, per quando veniva la zia, sua sorella, per quelle sere interminabili di carte e dialetto.

A sinistra, vicino al focolare, un cassetto piccolo, quadrato, solitario.

Era vietato aprirlo.

Ed era una delle cose che ho sempre rispettato, fino alla fine.

Le ho chiesto, nonna, cosa c’è nel piccolo cassetto?

È il paradiso delle cose che si possono perdere.

Quali cose?

Tutte quelle che si possono perdere.

Ma è piccolo, non ci stanno tutte.

Per questo, fai attenzione a non riempirlo con le cose inutili, quando ne avrai uno.

Ah.

E ricordati, mettici tutte le cose che non hanno ancora un posto, ma che avresti paura di perdere.

Sembra importante.

Lo è.

A dirla tutta, ancora oggi io non ho una credenza. Il grosso mobile thai che abbiamo comprato qualche mese dopo esserci sposati è diventato un terreno insidioso dove si nascondono cd, dvd, piatti, bicchieri, telecomandi che hanno perso il loro elettrodomestico, pile ossidate e foto. Io ho un comodino. Tutto mio. Pieno zeppo di roba. Che per me ha senso.

Il posto per le cose che ho paura di perdere, lo ho scoperto da me, me lo sono fatto nel cuore. È piccolo, inaspettatamente, rispetto al cuore. Ma fino ad oggi c’è stato tutto.

Hanno trovato posto storie bellissime, che poi ho scritto. Donne bugiarde, che poi ho buttato, amici troppo importanti, canzoni che so a memoria, dolori impossibili da sopportare, che ho paura a dimenticare. Tutto dentro lo stesso cassetto.

Alcune cose, alla fine, dopo un po’, le perdevo. Come se volessi farlo, come per liberarmene. Come per sentirne la nostalgia.

In fondo, la felicitá non ha bisogno di questi cassetti. Non serve accumulare cose. Dicono.

Ho ritrovato, giusto ieri sera, mentre nel dormiveglia ci spulciavo dentro, il primo bacio d’amore, la mia canotta dei SF49ers, un libro di Pennac, la paura di morire mentre scivolavo in moto.

Ogni tanto, come ieri, lo apro.

È uno di quei posti in cui trovi, davvero, le cose che non dovresti perdere mai.

Indispensabile.

Il giorno in cui abbiamo svuotato la casa della nonna, mi sono premurato che i facchini portassero via la credenza senza toccare il cassetto. Nessuno lo ha mai aperto.

Sarei stato curioso di sapere, in fondo, cosa ci tenesse mia nonna.

Le cose che ho paura di perdere io sono sempre meno.

Un bacio. Un figlio. Un ricordo. La paura di non farcela. La fede, incrollabile. Il perdono. Una notte di novembre, un pomeriggio di marzo, una mattina d’ottobre, un’intera estate, il sapore, anzi, alcuni sapori. Due profumi, tre voci, uno sguardo e due mani. Mi sembra, così a mente, di avere ancora tutto.

Meno male

Una Risposta to “Il Paradiso Delle Cose che Perdevo ”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 26 gennaio 2016 a 20:42 #

    Bello..

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