Hemingway fa l’elettrauto

La valigia Verde

La valigia verde funge da ripostiglio delle cose del surf. Questo per un vantaggio pratico, mia moglie è molto pratica. Occupare meno spazio. Ma ha anche un grande vantaggio poetico. Ad ogni lungo viaggio, aprendola, arriva dritto l’odore di paraffina, che poi è l’odore del mare divertente, e sul fondo resta sempre un po’ di sabbia. Si usa solo per i viaggi lunghi. Ne abbiamo due. Uguali. Trovava carino, lei, avere due valigie uguali. Per questo le ha messe in lista nozze. Io, di per me, non pensavo nemmeno potesse servirmi una valigia, quando facevamo la lista nozze. Pensavo mi sarebbe servito un vecchio pallone da football, un sacco da box, e un porta liquori. La valigia, sul lungo, si è rivelata decisamente meglio del vecchio pallone da football. La settimana dopo il matrimonio, è partita con me, la valigia, per la California. Ci sono tutti i ticket di tutti i voli, incollati sulla parete interna. Quattro volte il giro del mondo, da Est a Ovest, da Nord a Sud. Ricordo ogni viaggio, da ogni viaggio ho portato qualcosa indietro.

Per esempio me.

Che sembra scontato, ma non lo è.

Ci metto poco, a fare la valigia. Perchè la fantasia delle prime volte, un po’ come con una vecchia amante, appassisce davanti alle regole del gioco. Cravatta blu, completo blu, camicia azzurra, camicia bianca, gemelli azzurri, calze blu, golf blu, pantalone blu.

Non ho pigiami. Prendo una maglietta blu. Le Vans Blu.

Dieci minuti scarsi.

Parto. Gioco. Torno. Al solito. Spero di arrivare ad Hong Kong e di ritrovare tutta quella infinita bellezza che la rende uno dei posti dove andrei a vivere. Il caos, il cibo, la gente, i locali, il mare, i posti. Me. A Hong Kong. Che bevo vino sul lungo molo, di fronte a Bruce Lee, stordito dalla stanchezza. Roba di cui, prima o poi, scriverò. A Est io sto bene. Porto dei libri, le scarpe per correre, e molto tabacco. Dormo pochissimo. Non è il fuso. E’ l’eccitazione del lavoro. Quando torno, ho bisogno di sesso, sonno, silenzio. Per qualche giorno. Lo so da me. Tutto sotto controllo.

La valigia verde è mezza vuota. Perchè l’abitudine mi ha fatto togliere le cose inutili. C’è spazio per qualche cianfrusaglia, comprata al mercato nero, appena dopo aver preso il latte di cocco con il gel di burro. Adoro comprare regali. A Hong Kong.

Guardo la valigia, misuro gli spazi per i regali, penso che cazzo ho passato più tempo negli aeroporti che al mare. Non so se sia bello. Da dire. Ma, in fondo è la mia vita.

 

La Mia Vita.

Viene fuori da un pranzo, mentre mi distraevo osservando il tavolo dei vicini con una ridicola composizione di pantaloni associati male alle scarpe. L’eleganza dimenticata per l’abitudine, mi ha insegnato mio padre, è il primo segno di disamore. Viene fuori, dicevo, il discorso delle botte. Dei cazzotti. Delle risse. Rido, divertito, ascoltando i racconti. A domanda rispondo, vagamente. E’ successo due volte, forse. Confondo i miei ospiti con la, solita, stanca, storia del fatto che io incasso bene.

Che poi è una storia vera. Una piccola parte di una storia vera.

Che ho sepolto, insieme a un sacco di ricordi, ai capelli rasati a zero, alle occhiaie, al naso sempre sanguinante. Un pezzo di passato che, quando torna a galla, mi fa quasi ridere. Tocco sempre la camicia, e mi rendo conto di essere in un soffice futuro, il mio presente, nel quale questo passato non ha posto.

Una sera, chiudendo il bar, mi sono ritrovato un coltello puntato alla pancia. Conosco le regole della strada. Perchè ho vissuto per un po’, nella strada. Ha una grammatica diversa, la strada. Così, restando fermo, ho respirato piano, sentendo il piscio scivolare dentro i jeans, sulla gamba destra. Ma questo non si racconta a un pranzo.

Una notte, ho imparato come le discussioni, se allungate con l’alcool, scivolino pericolosamente verso le nocche delle mani. Le quali nocche, da questo scivolamento, procurano parecchio dolore. E un naso rotto. Ricordo i motivi di tutto questo casino. Lo rifarei. Ma questo non si racconta a pranzo.

Ricordo gli sbirri, prenderci con i guanti, chiuderci tra le due camionette, e puntare, con i pugni chiusi ai reni e alla schiena. Dove non restano segni. Ma questo, ho imparato, non si racconta ne a casa ne a un pranzo.

Ricordo molto bene di aver reagito male, di essere caduto, davanti alla discoteca, di aver sentito i calci ovunque. Di essermi rialzato, di aver preso la camicia bianca del bastardo che aveva iniziato il tutto. E di aver visto il sangue, rosso scuro, sulla sua camicia.

Ma queste cose non si raccontano a un pranzo. Soprattutto se fanno parte di un passato che, per forza e ragione, è meglio che resti remoto.

Resta la divertente storiella sul fatto che io incassi. Io incasso meglio di un pugile. Lo so perchè ho visto molti pugili. Uno mi ha anche spostato un’anca, come si fa con i mobili del soggiorno, con un pugno. Gli altri mi hanno insegnato che non contano le dimensioni delle braccia e le ore di palestra. Conta la rabbia.

Ecco. Quella. Vorrei. Rimanesse. Passato. Remoto.

Tornando a casa, ripensandoci, mi sono toccato il naso, ricordo il rumore del pugno chiuso, del naso che si rompe, il dolore, gli occhi che non vedono, il cuore che si ferma. E tu che pensi, cazzo sto morendo. Ma poi non muori. Ma lo ricordi come se fossi morto, e poi tornato.

Che si fotta, il mio passato. Insieme a tutti quei montati del cazzo che pensano basti un po’ di rabbia mescolata con un po’ di palestra. Io, da quando indosso camicie, non mi rompo più il naso. Sono scelte.

Me lo toccavo, pensando a questo. Ho anche interrotto una telefonata. Quasi avessi paura che da qualche parte questo fottuto passato potesse tornare.

No. Non torna.

Hemingway ripara batterie usate

Ho questa urgenza, quasi fisica, quasi sessuale, di rimettere in moto Hernest. E’ urgente, indispensabile, decisamente importante, che io salga in moto. Vibrazioni, odori, sensazioni, vista, tatto, udito. Troppo tempo.

Così dopo una attenta analisi, centrata sul fatto che il vecchio Hernest non si accende, forse per sindrome da prolungato abbandono, forse per la batteria, riesco a capire che il prolungato abbandono è una sindrome poco adatta a una moto. E’ la batteria.

E c’è un elettrauto. Lo ricordo. Vicino al panettiere. Entrambi posti che non frequento. Ma suppongo che il mio problema, visto da un elettrauto, sia una cosa risolvibile.

Così, finito il barbiere, attraverso la piazza ed entro nell’officina semibuia.

E niente.

L’elettrauto è, esattamente, Hemingway.

No, non assomiglia a Hemingway. E’ Hemingway.

Quelle storie che Elvis non è morto? Ecco, Hemingway non è morto, e nemmeno tanto invecchiato. Fa l’elettrauto sul Forlanini, a Milano.

Mestiere nobile, e riconducibile al fatto che gli ultimi scritti non fossero nulla di speciale.

E’ evidente che mi sono dimenticato tutto.

Non ho chiesto nulla. Ho salutato, timidamente con la mano. E sono uscito.

E niente, mi sono venute in testa un sacco di storie. Su Hemingway.

Parto, con dodici ore di volo, e un sacco di storie in testa.

La più bella è di Hemingway che, alla fine dell’orario lavorativo, chiudendo la serranda, si siede in officina e scrive, diligente ma ubriaco, un romanzo.

Ma che poi, morendo prima, perchè gli elettrauti muoiono di noia, con le batterie al litio di nuova generazione, nessuno glielo trova e glielo pubblica.

Un mondo senza Hemingway.

Cazzo.

 

 

 

 

 

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