Bloody Jungle

La prima cosa che sento, dopo dodici ore di volo, è l’odore di mare. Forse perchè l’odore del mare è quello che voglio sentire. Ognuno trova quello che vuole nei viaggi della propria vita. 

Lo riconosco, riconosco l’umido caldo, riconosco il vento tiepido e le orchidee in ordine nei grossi vasi. Riconosco i soldi, che sembrano finti, riconosco le mangrovie, i ficus, la giungla che esplode intorno alla città. 

Il treno sfreccia verso il centro. Sei minuti dopo siamo seduti su un vecchio taxi, guidato da un vecchio taxista, che ride come i vecchi. Con fascino ed esperienza. Sei minuti dopo mi rendo conto di aver lasciato sul vecchio taxi il cellulare. 

Periodo ostile, questo. Come fossero i graffi del 2015, che rimasto chiuso nella gabbia del passato, prova qualche ultima unghiata. 

Pazienza, mi dico. Scriverò di più. Il problema è farlo meglio, per sopperire le foto che avrei fatto, che tu avresti visto, che ti avrebbero aiutata a sentirmi. Pazienza, mi dico, posso farlo. 

La prima cosa che faccio è prendere il piccolo ferry dal molo di Central fino ai Nuovi Territori. È la prima cosa che faccio sempre. Per darti il peso di questo sempre, sono stato più volte in questa città che a Como, a Firenze, a Novara, a Torino. 

Questa città mi chiama, spesso e volentieri. Perdizione per palati fini. È uno dei due posti al mondo per il quale accetterei un trasferimento. 

Il tempo è buono, aria di mare sulla passeggiata, operai che montano le grandi impalcature che serviranno per il capodanno. Mancano pochi giorni, la città è in fermento. 

Ore nove. Colazione. Birra, fredda, molo, sigaretta. Silenzio. Stanchezza che ruggisce. A tratti cancella la memoria. Jet lag del cazzo. Lo conosco, purtroppo, fin troppo bene. 

Ore undici, brunch. Birra, gelata, onion rings, ali di pollo, seduti su due trespoli a Soho, mentre gurdiamo la vita passarci addosso. 

Hong Kong ai sveglia tardi, nelle vie dei bianchi ricchi. È un piacere vederli procedere decisi verso i loro brunch, scolpiti dalla palestra, dal sole e dai soldi. 

Ore tredici. Mi accascio sui divani dell’hotel, svenendo di sonno, nervoso, stanchezza e birra.

Ore quindici. Mi svegliano consegnandomi le chiavi della stanza.
La sera, ora che mi risveglio, è arrivata prepotente, con la sua nebbia che viene dal mare, il suo umido e la gente, gente ovnque. 

Il mercato nero è un serpente di bancarelle chiuso tra due vicoli, nella pancia della città. Spintonando riesco a trovare quello che cerco. Raro. Per questo accetto il prezzo. 

Ceniamo in un ristorante per yankee, con prezzi da yankee, vino da yankee, e cesar salad da yankee. 

Strisciamo per i vicoli, per prendere l’ultimo traghetto. 

Ho paura di svenire, dalla stanchezza, per questo mi tengo al corrimano.

Finiamo al Amazonia. All’Amazonia non ci finisci. Lo scegli. 

Superata la fitta rete di puttane filippine, arrivo al bancone e ordino whisky. Una band suona cover metal. 

Inglesi ubriachi, puttane filippine, arabi in calore, caldo, umidità, vista offuscata.

Ordino il secondo. Lascio pagato un drink per una bionda, credo australiana, di una bellezza urtante. 

Lo faccio per classe e per stanchezza.

Prendo un taxi. Devo dormire. Adesso. 

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