Diari Armati Dall’Asia

Mi chiamo Franz. Mi chiamano Franz. Mi chiamano anche Frank, a volte Frankie, le donne incazzate Francesco. Ma non perdiamo tempo. Non ne abbiamo, d’altronde.

Scrivo da, approssimativamente, una stanza, umida ma molto curata, a novemila kilometri da quella che i più considerano casa mia.

Ho già espresso la mia opinione su quello che ritengo essere un buon modo di definire casa.

Che ognuno la definisca come meglio crede. Io ho casa dove amo. Da un po’.

Scrivo questo diario di fretta, prima che il sonno mi uccida, come un killer, facendomi svenire sul letto, vestito, come succede a chi combatte il jet lag a colpi di whisky e birra.

Vorrei fosse possibile che i miei diari fossero raccolti da un narratore capace di raccontare, di capire, di cogliere il senso.

Uno che mi conosce bene, che possa prendere le storie, stirarle, spremerle, e tirare fuori le verità che galleggiano.

Ho lasciato il mio cellulare sul sedile di pelle di una vecchia Toyota, un taxi, a Hong Kong, su QueensRoad East, proprio di fronte all’albergo dove ho dormito, per una notte.

Le mie notti a Hong Kong meriterebbero delle memorie a parte. Come i miei giorni. Di Hong Kong, il curatore del mio diario, dovrebbe sapere che ho una conoscenza approfondita del benessere che scivola sulla città come il mantello di nebbia umida del mattino, ma anche del malessere, che scorre nei vicoli intorno al porto, come l’acqua di scarico dei ristoranti squallidi.

Ho visto molte albe a Hong Kong, qualche tramonto, posti che si possono raccontare, posti che sarebbe meglio non menzionare, posti che ricordo male di mio, e forse è un bene.

Capita che le vite come le nostre si scrivono di pagine che riempiono il cuore, di pagine che spaccano il fegato, di capitoli che spezzano le reni.

Hong Kong è tutto questo, per me. Posso scegliere. Difficile, in un altro posto al mondo, poterlo fare.

Vorrei che questo fosse scritto. Adesso ho questa urgenza di tenere un diario, che sia vero come le cose che vedo, respiro, mangio, le strade che percorro. Mi aiutavo con le foto e con i messaggi, non posso più farlo. Devo bastare a me stesso, per questo scrivo un diario. Per non dimenticare. Avrei guardato pigramente le foto, te le avrei fatte vedere, quando seduta, rapita, mi ascolti. Invece dovrò bastare a me stesso.

Il tronco dei ficus si annoda, tutto a Hong Kong fa sembrare la lotta tra l’uomo e la natura, vinta dall’uomo bastardo, perenne e infinita, il tronco, dicevo si annoda. Mi appoggio per osservare dall’alto la città.

Ieri notte ho fatto finta di farmi guidare, per non svelare la mia conoscenza dei sordidi vicoli, fino in un posto. Amazonia. Puttane filippine, papponi inglesi, musica rock, sudore, caldo, fumo, alcool. La perdizione, formato locale.

Chi mi accompagnava dice di esserci capitato per caso, una volta, in un viaggio passato. Nessuno capita per caso all’Amazonia. Ci devi voler andare, sfidando il quartiere popolare, i cinesi ubriachi, le strade sporche e la dignità.

Adoro questi posti. Si trovano storie bellissime. Ma ero troppo stanco. Allora, che venga menzionato nel diario, ho offerto da bere a una sconosciuta, lasciando pagato un drink. E me ne sono andato.

La domenica, a Hong Kong, tutto ha un ritmo più umano. E’ anche molto simbolica, per me. Visto che di domenica ho conosciuto la città, visto che di domenica spesso ci torno.

Le campane della vecchia chiesa suonano la messa, con qualche ricco inglese che corre verso il portone, mentre camminiamo verso il tempio.

Prego mia madre, nell’odore intenso di incenso e sudore. Ascolto il ritmo della campana e del tamburo, osservo i movimenti. Essere l’unico bianco.

Mi succede spesso da questa parte del mondo. Dovessi morire, che venga scritto, si dica che ho frequentato il peggio e il meglio di questo mondo. Amandoli entrambi follemente. Il meglio ti tenta facile, ma è amando il peggio che apprezzi davvero tutto.

Birra, gelata, pagata come un intero pranzo, nella via dei ricchi banchieri, mentre le colf portano a spasso i cani, le mogli escono a correre con ridicole tutine aderenti, e pensiamo ai giorni che ci aspettano.

Perchè, anche così, non smettiamo mai di pensare.

Sul taxi che mi porta in aeroporto ragiono. Mi piace farlo guardando il mare, le piccole golette che spuntano tra la fitta vegetazione.

Fitta vegetazione, a queste latitudini, è davvero una definizione calzante. Sono gli alberi che assediano le piccole spiagge, sconfinando nell’acqua, rubando terreno.

Bevo champagne, a diecimila metri, ascoltando e rispondendo.

Ogni volta che atterro a Taipei ho sempre la sensazione che sia un posto molto diverso da tutto il resto.

E’ talmente lontano da Hong Kong che credi di essere tornato indietro, nel tempo e nello spazio. L’Asia ti fa innamorare anche per questo. A distanza di un’ora, hai mondi completamente separati.

Mi danno la stessa stanza. Sempre. 1315. Come volessero farmi sentire a casa. Mi danno lo stesso bicchiere, sempre. Sanno cosa bevo. Ricordano, probabilmente, che sono quello che resta a scrivere di notte, sotto l’ombrellone fuori sulla strada, fumando e bevendo.

Ho la sensazione che ci aspettino giorni quantomeno intensi. Devo riposare.

Ho la sensazione che nessuno curerà questo diario, se non il sottoscritto.

E’ una sensazione bella, perchè è un regalo. Questo diario.

Le storie segrete, della mia Asia, le tengo per quando, non avendo foto da farti vedere, ordinerò da bere e ti racconterò tutto.

 

 

Un pensiero su “Diari Armati Dall’Asia

  1. Sai… trovo ci sia un fascino nella lontananza che non ha eguali.
    La magia d’altri tempi, quando i cellulari non esistevano, allora ci si scriveva lettere d’amore, si cercava una cabina telefonica lontana dalle orecchie indiscrete di mamma e papà e si spedivano fiori coi bigliettini… per sentirsi solo un po’ più vicini al proprio amore.
    Era bellissimo ricevere quelle lettere e quei fiori dopo giorni d’attesa.
    Ecco, credo ci sia del bello anche in questo.
    Nell’attesa.
    Nel non avere tutto sempre a portata di mano.
    Nella libertà di poter sognare, scrivere, immaginare, senza necessariamente ricevere una risposta pochi secondi dopo.
    L’attesa, la calma, la pazienza.
    Tutte cose che andrebbero ritrovate per stare bene.
    Ecco, per me è comunque magia tutto questo.. … davvero!

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