La mia agenda per un tozzo di pane

Io ho un problema di memoria. Credo sia qualcosa di serio, tipo qualche patologia incurabile. I sintomi sono chiari, e credo che stia peggiorando. Dimentico alcuni dettagli di alcune cose. Dimentico in parte. Non faccio distinzione tra cose importanti, appuntamenti non fondamentali , numeri di telefono, date, codici. Dimentico un po’ di tutto, ma solo in parte.

Fin dagli albori delle mie prime esperienze di gestione del tempo, quanti ricordi di splendidi master di time management che ricordo solo parzialmente, ho imparato la centralità del ruolo di un pezzo di carta nella vita di un uomo.

Porto sempre con me la mia agenda. Che per sicurezza ho duplicato anche in formato elettronico. Ho una agenda cartacea in grado di sostenermi quando il WiFi non c’è, e ho una agenda elettronica che rimbalza tra iPod, telefono, smartphone e iPad.

Sono in grado di fissare un appuntamento a dicembre in meno di trenta secondi, semplicemente scorrendo il dito sulla mia agenda.

Poi, di tanto in tanto, riscrivo a mano sulla agenda di carta. Sincronizzazione preistorica tra quaderno e schermo.

Avere ventisette agende che mi dicono cosa fare mi da sicurezza. Non è un risultato ottimale, ne convengo, ma è una soluzione parzialmente funzionante.

Il problema si presenta quando ricordo l’appuntamento, che è anche scritto sull’iPad e sul Blackberry, e anche sull’iPod e anche sul quaderno, ma non ricordi i dettagli, che non sono scritti da nessuna parte.

Perchè ti sembrava così evidente, facile, immediato, che dall’appuntamento derivassero nella tua mente, come da una fonte di montagna, flussi di informazioni relative ai dettagli.

E invece nulla, siccità mnemonica.

Porca puttana.

Così, ballonzolo per la hall di un cazzo di hotel cinque stelle più una, sapendo di avere una cena, ma non ricordando il nome del commensale. Penso, mi riconoscerà. La mia foto è ovunque. Linkedin, Facebook, Evernote, MSN.

Penso, mi chiamerà.

Mi do un tono, strisciando il dito indice sul bancone del bar, mentre un barman mi serve un vino rosso.

Arriva il conto, mi ero dimenticato che è assolutamente idiota ordinare un calice di vino in un hotel così.

Non c’è nessuna splendida donna su cui fare colpo, anzi, sto aspettando uno sconosciuto di cui non ricordo il nome.

Sono in una situazione di stallo, davanti a diciotto euro di calice di vino. Maledetto Morellino di Scansano.

Poi sento una mano sulla spalla.

Mi giro. Io ricordo tutte le facce. E’ il mio lavoro.

Ricordo la faccia. Non ricordo il nome.

Ma, per fortuna, sono abbastanza famoso. O perlomeno, la persona che mi ha invitato a una cena di gala personalmente, si ricorda il mio nome e la mia faccia.

 

 

Post atomico, eruttante, always Big Mac

L’ottanta per cento dei miei pasti viene consumato fuori casa. Sono il rappresentante statistico della mobilità alimentare, divorato da una perenne colite, costretto alla solitudine nella maggior parte delle mie cene.
Odio mangiare da solo. Per me il mangiare è un rito sociale. Faccio colazione in piedi, perché mi è stato insegnato che gli uomini veri pisciano e fanno colazione in piedi. Pranzo ovunque capiti, adoro stare all’aperto. Quando so di avere davanti una cena solitaria inizio sempre con il girare a zonzo per le strade del centro della città. Prendo metropolitane, bus e tram, mi sposto con la gente, e finisce sempre con un bicchiere di vino e qualche cosa da stuzzicare in pessimi posti che la Lonely Planet sconsiglia di avvicinare (quindi preziosamente privi di sdolcinate coppiette italiane).
Sono uno di quelli che trova decisamente imbarazzante cenare in solitudine. Il tavolo più piccolo ospita sempre due sedie. Trovo insopportabile il vuoto davanti a me. C’è una ragione sociale, emotiva, fisica, nella presenza di due sedie intorno a un tavolo.

Mangio tutto, da buon ospite non rifiuto mai le proposte locali. Giro armato di un compatto blister di riordinatori gastrici, e il mio colon assomiglia a una caotica riunione del Consiglio dei Ministri ( non per il contenuto, ma per la forma, non mi permetterei di offendere quivi il mio prezioso sistema digestivo).

Ho mangiato catalano, olandese, thai, cinese, giapponese, texano, siciliano, californiano, vicentino, romano, toscano, ligure, calabrese, svizzero, piemontese, swaili, greco, inglese, francese, messicano, taiwanese, cantonese, indiano, basco, galiziano, provenzale.
Due sono le conclusioni: la pasta al sugo come la fa mia moglie non la fa nessuno, ed è statisticamente semplice reperire del pollo ai ferri con del riso in quasi tutti gli angoli del mondo.
Per evitare il coriandolo, il cocco, il peperoncino, funghi, aglio, spezie impronunziabili, basta agitare la mano subito dopo aver indicato il pollo sul menu.
Parlo da curriculum tre lingue, ma sono in grado di ordinare una birra in almeno una trentina di stati sovrani, dialetti regionali inclusi.

L’esplorazione gastronomica é sicuramente uno dei grandi vantaggi del viaggiare, anche se per sopravvivere oltre i quarant’anni senza quattro bypass al cuore e due all’intestino è consigliato mantenere uno stile alimentare sobrio. Fai i primi anni da Frequen Flyer come uno scanzonato Berlusconi, ma poi ripieghi come tutti i colleghi di trolley a un più consono menu Monti.

Ho solo un problema, un limite.

I panini sono il mio problema.

Odio i panini. Da sempre. Mi fanno più impressione le pubblicità di Sbarro, Subway, McD e soci che quelle sull’abbandono dei cani in estate. Anche se voglio decisamente più bene ai labrador che alle baguette, il panino succulento, strapieno di tacchinoinsalatasalasacocktailfunghetticapperipepeverde, mi da un fortissimo senso di abbandono, di sconfitta.

Il panino è l’arrendersi alla vita da pendolare. È il primo passo verso la fine.

E qui si pone il problema più grande che affligge chi, segugi multinazionali, ha la carta di credito castrata dai tagli aziendali e pascola per gli aeroporti del mondo trascinando il trolley e la vita tra un box fumatori e un negozio Montblanc.
Dopo anni di studi di settore e ricerche di marketing pare che l’Associazione internazionale dei ristoranti aeroportuali abbia deciso di smantellare il cartello “costiamo, cazzo, ma tanto non hai alternative, cazzone”. Insalate da venti euro, che quando le vedi pensi “cazzo,quarantamilalire” e il tuo vicino tedesco sospira “cazzo, venti marchi” e il tuo vicino americano “finalmente un’insalata a solo trenta dollari, uonderful”.
Misteriose zuppe da quindici euro, petti di pollo che costano come interi allevamenti, smorte fragole appoggiate a moribonde fette di ananas al prezzo di un biglietto Milano Roma in prima classe.
C’è del jazz in sottofondo, e tu pensi “cristo, pure il jazz”, mentre il tuo vicino francese sorride “finalmont un posto con del jazz male amplificato”. Le luci sono soffuse, i panciuti dirigenti hanno gli occhiali a tre quarti di naso. Se devi immaginare un locale per scambisti, eccoti un aiuto.

E tu, che alla fine a pranzo ti hanno fatto mangiare coda di rospo fritta, salame piccante, trionfo di olive impanate e gelato al cioccolato (dolce dolce, non un po’ salato. Quella era una allusione a una fellatio con un pene nero, ma ti devo spiegare tutto?), e che alla fine non é vero che mangi tutto. Anzi, sono riusciti in un solo menu a beccare tutto quello che odi. Quindi hai lasciato quasi tutto, confondendo i tuoi commensali con chiacchiere sulla drastica misura di correzione degli investimenti industriali nell’area balcanica. Tu, che tua nonna direbbe che non hai mangiato nulla, perché puoi fregare commensali dall’indubbio profilo internazionale ma non la madre di tua madre. Tu, insomma, hai una fame costante, dolorosamente insidiosa, pressante.
Sai che tra meno di un’ora ti verrà servito uno snack a diecimila metri di altezza. E detesti quegli snack. Non son snack, sono offese alimentari. E non vuoi mangiare la pizza. Ci vogliono due quadrimestri per digerire la pizza low style. Non é pizza. Non vuoi mangiare le barrette cioccolose che sostituiscono un pasto completo, arricchite di riso soffiato. Perché sostituiscono il pasto completo solo di anoressiche modelle e fissati del Pilates, e poi non sei un pavone in cattività, tirato su a riso soffiato e ormoni. Tu hai fame, cazzo. Fumi, ma hai sempre fame. Bevi dell’acqua vitaminizzata, ma hai fame.
Fame.

Hai un disagio da capitalista, hai fame, sei pieno di soldi, ma non vuoi mangiare.

Non ti pieghi al panino, finisci piantato contro il finestrino, sgranocchiando uno snack offerto insieme a un soft drink, mentre anonime campagne innevate ti scorrono migliaia di metri sotto gli occhi. Chissà dove cazzo siamo, pensi. Per non pensare: ma come cazzo faccio a ridurmi sempre così?

Poi ravani nella borsa, tiri fuori una rivista, ma finisce che non la leggi. Tiri fuori il computer, ma finisce che non lavori. Senti lo snack ballarti tra la trachea e i polmoni. Rimarrà seduto lì per molte miglia.
Che brutta fine che hai fatto.
Forse valeva la pena, senza farsi notare, prendere il toast sottovuoto e mangiarlo freddo, chiusi in bagno.

Dedicato al Ponderosa All U Can Eat di Orlando, FL. Il mio primo, vero, giro nell’America quella vera, obesamente vera. La mia prima serata davvero triste e solitaria, purtroppo non l’ultima. La mia prima Ceasar Salad, un vero amore. Ero un pivello delle trasferte, sembrano milioni di anni fa.
Al Ponderosa, con un pollo da 7 dollari potevi mangiarti tutto il buffet. Potevi, perchè avevi un colon ancora stanziale.

Al Ponderosa, e a tutti i panini che mi sono saltato.

brevetti di pongo

Avere una faccia da mignotta. Avere una faccia da mignotta e una quarta rifatta che esplode dentro una maglietta di due taglie meno. Avere due capezzoli che sembrano armi. Due lance sparate verso il mondo. Avere due tatuaggi sulle caviglie. Avere il perizoma incollato ai pantaloni aderenti.

Avere tutto questo potrebbe essere una grande fortuna, e sicuramente ha aiutato, aiuterà, sta aiutando, molte aitanti femmine.

Ma a me non me ne frega un cazzo delle tue tette, della tua faccia e dei tuoi tatuaggi. Mi hai sorpassato in coda. Non ne avevi diritto. Mentre il tipo che hai sorpassato insieme a me si dilunga sul rapporto peso potenza delle esplosive chiappe a nocciolona, io mi limito a pensare che non me ne frega un cazzo di tutto questo corpo. E non ti da diritto a sorpassarmi in questo cazzo di aeroporto, in mezzo a tutta questa gente, insieme a tutti questi esseri umani.

La potenza dei capezzoli minaccia anche l’addetto alla sicurezza, che fa passare tutta questa carne insieme a bracciali, cavigliere e pendagli. E, lo so benissimo, non fará passare noi, comuni mortali amanti della rasatura parziale, nemmeno sotto tortura.

Penso al Dalai Lama, quando vedo tutte queste mignotte. Prima, ad essere sincero, penso che sbattersele senza nessuna pietà deve essere un mestiere duro ma piacevole. Incellophanarle con promesse di lavoro, con macchinoni dai vetri neri e con cene da cinquecento bigliettoni deve essere dura, ma il resto non deve essere male.
Poi penso al Dalai Lama. Mi mette calma giá solo pensarlo. Figurarsi se facessi anche quello che dice.
Beh, non so se l’abbia mai veramente detto, o anche solo pensato. Ma ho letto da qualche parte una sua frase: siamo nel tempo in cui si passa molto tempo ad arredare i balconi, perché abbiamo il terrore delle nostre stanze, vuote e tristi.

Poi penso, mentre l’addetto alla sicurezza mi fa togliere anche le mutande, che avere una faccia da mignotta deve essere una ben brutta punizione. È come avere il menu di crudi di pesce appeso sulla porta. Nessuno entrerà per chiedere una bistecca.

Ê uscito Kustom World, con un mio pezzo. Andare in edicola a comprarlo è il minimo. Appenderlo in camera è dovuto, fotocopiarlo e tenerlo in tasca è saggio.

chissá se il Dalai Lama le ha mai poi dette tutte queste cose…

ah, se voleste leggere un gran libro: Veronesi, Baci Scagliati Altrove.

condivisioni impossibili, ammettilo cazzo

Sto lavorando molto sul controllo delle mie emozioni. Questo per chi adora leggere del country da cowboys in questo heavy metal da eroinomani con i camperos. In pratica mi si sfalda la vita tra le dita, ma cerco di darmi un tono come i discendenti delle famiglie nobiliari in rovina. Provo rabbia, frustrazione, dolore, alienazione. E in quanto a decodifica delle emozioni, tutto bene. Ma fatico parecchio a controllare il flusso. Giro per il castello di famiglia con il mio frac, ma non ho i soldi per le sigarette.

Questo, in parte, giustifica la latitanza intellettuale. Tutte le, poche, risorse emotive, sono destinate al controllo del fronte caldo. Battaglia di trincea con la bestia.

Ma, seguendo il filone da libro di auto aiuto da Autogrill, conoscere il nemico è già un grande passo avanti. Col cazzo, avrebbe detto mia nonna, in una delle sue grandiose crisi glicemiche nelle quali veniva posseduta da un simpatico camionista bulgaro.

Oggi, o ieri, insomma nelle due notti passate tra sedili economy e poltroncine di sperduti Gates asiatici, ho pensato di sbattermene per un po’. Io non sono molto collerico. Anzi. Pacificamente convivo con alcuni dei piú grandi idioti del nostro tempo. Quindi, pensavo, basterebbe tornare a quella sana, atea, dolce, indifferenza totale.

Poi ho preso un taxi. Siamo andati per una buona mezz’ora per autostrade e ponti. Ti devi fidare, quando non sei in grado nemmeno di tradurre i cartelli stradali.

Sono arrivato da Winston in perfetto orario. Winston è il boss di Rough Craft. Roba che se appena appena ti piacciono i vecchi piaceri della vita, come una moto, del ferro e tanta fantasia, hai trovato la tua Disney World. Infilata tra i palazzi della periferia di Taipei, due stanzoni.
Ho chiacchierato con Winston, ho osservato i miracoli delle mani che piegano l’acciaio, mi sono gustato il piacere silenzioso delle dita che scorrono sulla vernice glitterata. Una splendida gita.

Ma sono uscito ancora più incazzato di prima. Seduto in un 7/11, con in mano un orrendo caffe con dentro due etti di ghiaccio e tre dita di latte caldo, ho pensato che bisognerá accontentarsi. Più che controllare le emozioni, si tratterá di una convivenza tra due ex amanti.

Speriamo solo che sia la rabbia ad abbandonare il mio corpo, e non il mio corpo ad abbandonarmi.

In aereo ho visto Savages, il film tratto dall’omonimo di Winslow.
Presupponendo che di cinema non mi interessa capire, e confermando che un buon libro è sempre meglio di un buon film, è stato divertente vederlo.

Adess ascolto Bob Marley mentre cerco di pensare a una poesia che sia bella come la notte asiatica che si affaccia alla mia finestra. Uno scarafaggio sta tentando l’irruzione nella mia stanza, strisciando sulla finestra.
Adoro le cittá che non dormono mai. La notte, da solo, ti senti meno solo, se sai che sotto il tuo hotel c’è un SevenEleven aperto, con noodles caldi e odore di unto.

Fatti non foste per i fasti dei fusti

Oddio, sembra davvero che tutta questa sconvolgente attualità ci stia drammaticamente portando a dover avere un’opinione.
Farmi un’opinione su un argomento, solitamente, mi richiede uno sforzo non commisurato ai risultati. Io ho avuto numerose opinioni, costruite con la fatica di raggiungere le fonti, costruirsi un’idea, confrontarsi. Ma, maledetti trent’anni, con il tempo ho imparato una drammatica verità: nella maggior parte dei casi, non serve quasi a nulla avere un opinione fondata su realistiche fonti.

Metti la storia della camorra a Milano. Metti anche uno stordito, tontolone, un po’ ritardato, insomma uno di quelli che non ci arriva subito al nocciolo della questione. Uno così, ci avrebbe messo meno di venti minuti, girando a zonzo per Milano, a capire che qualcosa, camorra, mafie, ndrine, qualcosa nel network dell’onestà era cambiato. Qualcosa nelle facce, nella spocchiositá, nella gestualità.

Metti la storia, infinita, di questa classe politica. Le note spese, i pranzi a scrocco, le jeep comprate perché nevica, le fatture sottobanco. Metti il nostro amico tontolone, quello che abbiamo mandato a Milano per venti minuti nella zona dei locali della Movida. Avrà avuto da ridire con il parcheggiatore abusivo, o con lo spacciatore di coca, ma sarà riuscito ad uscirne. Ecco, mettilo davanti a questa classe politica. Anche lui ci metterà davvero poco a capire. C’è del marcio da anni, da generazioni. Andiamo avanti a ventenni, nel senso di periodi di venti anni.
Ed è un ventennio, tondo e pieno, che questa storia va avanti. Dai ruggenti anni ottanta dello Zampetti, ai deprimenti anni dieci di Zambetti.

La cronaca, le prime cinque pagine di ogni quotidiano, mi schiacciano nella solitudine delle mie opinioni. Costruite su dubbi, insinuati osservando, e dai fatti, trovati cercando.

Ogni volta che osservo la Minetti, osservo crescere in me la certezza dell’utilità della depilazione definitiva, la necessità dell’uso corretto delle narici, l’importanza della figa per un uomo che supera i cinquanta, e le promesse che si fanno per un pompino. Poi mi viene una tristezza infinita. Una solitudine amara.

Sono mesi che mi intristisco a leggere i giornali, ad ascoltare la radio, a guardare i telegiornali.

Sono mesi che mi costringo a tenere a bada, tirando il guinzaglio, le mie fottute opinioni.
Come tutti i catto comunisti, balzello tra la gioia infinita per l’autodistruzione del berlusconismo e l’ansia per la sparizione della sinistra.
Guardo Grillo attraversare a nuoto lo Stretto, vedo Mussolini in canotta.

Sento la crisi stritolare le mie comode abitudini di cittadino pigro. Ma non cambio i miei vizi. Confermo le mie opinioni.

E le porto a passeggio con me.

Dio mi tenga lontano dall’attualità. Adoro la storia, ecco datemi la storia. Leggerò di Grillo e della Minetti fra qualche anno. Con calma.
Sono pessimista. Questo mi ha sempre salvato.

Ma, vi prego, risparmiatemi tutto questo.

Vado via per un po’.
Leggerò di voi. O per lo meno, leggerò.

surf it fritz

Compro, Dunque Sono

Siamo arrivati in libreria senza che io mi ricordassi perché. Addirittura, siamo arrivati in centro senza che io capissi bene perché. Poi ho comprato un paio di pantaloni, di tessuto, marroni. Roba hipster che si associa alla mia barba hipster. 

Poi il Piccolo si è incamminato verso la libreria. Lui prende a grandi passi qualsiasi orizzonte gli si ponga davanti. Inizia semplicemente a camminare. Non fa domande, parte entusiasta. Le braccia larghe, a bilanciare l’ondeggio dei piedi, la testa bassa, a guardare per terra. Parte. E’ in grado di camminare circa tre minuti filati. Entro questo tempo limite cade, prevalentemente per tre ragioni: urta un oggetto, si dimentica la corretta sequenza di movimenti per camminare, si stufa. Quando cade piange. Ma tenta subito di rialzarsi da solo. Mi piace il suo carattere. Si lamenta, cerca di ottenere consenso, ma poi si sbatte da solo. 

Immaginate il Piccolo, in centro, di sabato. Una creatura alta circa sessanta centimetri, che cammina serenamente in mezzo a centinaia di starnazzanti adolescenti e bavosi quarantenni. In questi casi mi affido al mio sviluppatissimo senso paterno. Lo seguo e cerco di evitare ferimenti profondi, rapimenti, ustioni. 

Penso che questo, in fondo, sia il ruolo di un padre. 

La libreria non è propriamente il posto perfetto dove portare il Piccolo. Migliaia di oggetti a portata di mano, pronti per essere lanciati o usati come appiglio. Ma, penso che questo, in fondo, sia il ruolo di un padre. Andare in libreria con il figlio. Magari, è un po’ prestino. Ma mi piace la precocità. 

Avendo davanti tredici ore filate di aereo, più tre di attesa più altre due di volo, tutte in un giorno, sento forte il bisogno di comprare un libro. Un libro che mi faccia godere, che mi tenga attaccato mentre sorvolo mezzo mondo, che mi incolli alla sedia mentre aspetto, che mi tenga sveglio mentre mi collassa il mondo addosso dopo quaranta ore sveglio. 

Libri così, ne converrete, non ne scrivono molti. E poi, fortunatamente, c’è il Digital Entertainment dell’aereo. Ovvero quella sfilza di film che ti si parano a venticinque centimetri dal naso. Io adoro guardare i documentari sulle città di destinazione. Mi piacciono le colonne sonore. O anche le compilation per rilassarsi. Quelle per chi ha paura di volare. Quelle che ti fanno dormire subito. 

Mentre il Piccolo faceva a pezzi un libro della Parodi, senza che ne io ne nessun altro avventore facessimo nulla per impedirlo, ho trovato il nuovo libro di Mughini. 

E l’ho comprato. 

Mi faceva ridere. 

Lo porterò in volo con me. 

Se non si tratta di un gran libro, giuro che mi incazzo. A settemila miglia di distanza, ma mi incazzo. 

 

Come lavorare per Ryan Air ed essere felici

Saltello da un aereo a un altro. Questo è il riassunto di settembre, fino ad oggi. Altro che sindrome da Rientro. Il giallo, pallido, della mia pelle, da l’idea di quanto lontane siano le ferie, il sole, il mare, il caldo. Stamattina, alle quattro e mezza, quindi tecnicamente questa mattina, ma per i più ieri notte, mi trovavo abbandonato nel mezzo di un aeroporto, pazientemente in attesa che il vecchio Boeing Ryan aprisse le sue porte per un altro indimenticabile volo. Con Ryan Air hai tutti i vantaggi del dover scendere a compromessi e nello stesso tempo dover forzatamente rinunciare alla maggior parte delle comodità. Il compromesso principale è nella quasi totale inadeguatezza degli aeroporti nei quali vola Ryan. Strutture che fino a ieri ospitavano si e no quattro voli cargo, oggi hanno destinazioni tra le più cool, con centinaia di passeggeri che pascolano in cerca di un qualcosa che assomigli a un aeroporto. Tipo quando nei giochi Business Tycoon, devi costruire un aeroporto, ma prima ci metti le rotte, poi gli aerei, poi un tabaccaio e poi ti dimentichi del gioco. Ecco, i passeggeri Ryan sono in questo livello del gioco. Se mai ti dovessi ricordare, torna a giocarci e costruisci anche tettoie, carrelli, e robe da aeroporto normale. Con Ryan hai anche un posto scomodo sull’aereo, e la sensazione di essere di troppo. Un’ospite non voluto.

 

L’altro stupefacente fattore di differenza è che con Ryan vai a prendere l’aereo a piedi. Ordinatamente incolonnato tra birilli bianchi e rossi, passeggi per l’aeroporto fino al tuo aereo, godendo del salutare paesaggio e, in base alla stagione, di un caldo cane o di un freddo mortale.

Questa mattina aspettavamo che l’aereo si aprisse, in fila ai bordi della pista. E mi sono messo a giocare con il mio passaporto, guardando i timbri. Ho sempre sognato di avere un passaporto pieno di timbri. E adesso è nelle mie mani. 

 

Valutavo seriamente la possibilità di addormentarmi in piedi, appoggiandomi lievemente alla spalla del tipo davanti a me, quando ho visto la ragazza bionda che mi stava accanto prendere il telefonino e fare una foto al carrello dei bagagli.

Ho smesso di farmi domande su quello che la gente fotografa quando viaggia. Dalla morte del rullino, sono cambiate molte cose. Fotografare un tipo con i calzini strani, un cartello divertente, un panino buono, è diventato normale. Credo che alle spalle ci sia una ragione di costi. Il costo della foto al tipo con i calzini strani è nullo. Non costa niente. Quindi si può fare senza pensarci troppo. E la gente, quando viaggia, vuole che gli amici a casa vedano quei calzini, quel cartello, quel panino.

Ma la bionda ragazza, che osservo essere proprietaria di due giganteschi capezzoli sparati verso il centro della pista, forse per il freddo, continua a fare foto. Una foto al carrello dei bagagli può essere normale. Poi ci deve essere una ragione. Magari il tipo che carica i bagagli è uguale al suo ex, oppure dietro l’aereo ci sono due alci che fanno l’amore e non me ne sono accorto. Divento, immediatamente, un inguaribile curioso. Come i vecchiettini che osservano i cantieri. Lei se ne accorge. E con un delizioso accento francese, orientando i giganteschi capezzoli verso di me, spiega che la foto è per la sua valigia, per dimostrare che è stata caricata. Così, nel caso si perdesse, ha le foto che dimostrano che la valigia ha iniziato il viaggio con lei. A supportare questa divertente teoria c’è ovviamente l’esperienza di un amico. L’amico a cui succedono tutte le cose, quello a cui una modella fighissima ha offerto da bere per poi asportargli un rene. Quello con il coccodrillo nella doccia. Quello che ha guidato contromano in autostrada, quello che ha conosciuto una delle Olgettine. Quello li.

 

In effetti, la teoria non fa una piega. Vai al nastro bagagli. Aspetti la tua valigia. Non arriva. Aspetti ancora. Non arriva. Capisci che non arriverà, perché hanno iniziato a scaricare i bagagli del volo da Tunisi. Vai al banco. E scopri che non succede solo a te. Fai la coda, ti innervosisci. Pensi di non farcela senza la valigia. Lavarsi i denti, senza la valigia è impossibile. Tocca a te. Parti incazzato nero. Il tipo, che di lavoro raccoglie le denunce di smarrimento di fondamentali, indispensabili, assolutamente necessari bagagli, è decisamente preparato. Ti ignora. Poi tiri fuori il telefonino. E gli fai vedere la foto.

Lui guarda distrattamente. Tu hai le prove che la tua valigia era sull’aereo con te. E’ una prova.

Solo allora ti rendi conto che è una prova completamente inutile. Non prova assolutamente nulla. Una foto non conta un cazzo. E’ sfuocata. C’è un carrello dei bagagli, un tipo con in mano un trolley rosso. Sullo sfondo, nella pila di valigie, anche la tua verde. Ce ne sono altre sette verdi. Adesso ti rendi conto che il tuo amico è un coglione. E che forse ha tutti e due i reni.

 

Ma la cosa, insieme al freddo della pista, mi ha fatto riflettere su quanto gli uomini si affidino alle immagini per dichiarare che esiste, che è vero. Lo ho fotografato, quindi c’è.  Mi sono fatto una foto là, quindi ci sono stato.

 

Questo è il motivo, forse, per il quale su Facebook si postano milioni di foto al giorno. Per dire che è tutto vero.

 

Nella prima guerra del Golfo, il vecchio Saddam aveva avuto la brillante idea di mettersi a lanciare missili Scud su Israele. Lo faceva da una parte dell’Irak dalla quale riusciva a mandarli fino in Israele.

L’aereonautica americana possedeva la risposta. Una apparecchiatura che montata sui caccia, faceva le foto ad alta risoluzione dei possibili convogli di lancio degli Scud e la mandava ai piloti.

I lanci si facevano di notte. E i caccia volavano di notte. E facevano un sacco di foto ad altissima risoluzione. Altissima risoluzione negli anni novanta è qualcosa che adesso il tuo vecchio smartphone dovrebbe sorpassare con grande tranquillità. E i piloti, che avevano ricevuto un training su come un convoglio lancia Scud avrebbe dovuto essere, a miglia di distanza ricevevano la foto e decidevano se sparare. In pochi secondi.

Se c’è una foto, deve essere vero.

Alla fine, stando ai piloti e ai missili che avevano lanciato, centinaia di convogli per Scud sono stati abbattuti. Sono partite le medaglie e i complimenti.

 

Poi, qualche anno dopo una Commissione ha stabilito che meno della metà della metà di quelli bombardati erano convogli per Scud. Erano convogli, autobotti, magari carovane.

 

C’era un immagine, ma non era vera.

 

Forse la fiducia nelle foto non dovrebbe essere così totale.

Forse ci vorrebbe un modo per distinguere, valutare, capire…

 

Poi salgo sull’aereo e cado nel sonno dei giusti. Ripenso alla tipa e alla sua tecnica per non perdere la valigia. Poi sfoglio la rivista Ryan. Osservo una foto di Angela. Angela è una hostess Ryan. Ha fatto il calendario Hostess Ryan 2013. Ha due grosse tette e una vita piccolissima. I proventi del calendario vanno in beneficenza.

Chissà perché, Angela non l’ho mai vista a bordo.

Non mi fido delle foto. Vorrei una prova tangibile.

 

 

PS: trovate più documentazione sulla storia degli Scud in internet. Tutto in inglese. Trovate più documentazione sui capezzoli e sul calendario Ryan in rete. Insomma trovate tutto in rete. Difficilmente troverete le hostess del calendario sul vostro volo. Credo non sia una questione statistica. Ho volato Ryan per dodici mesi. E non ho mai visto Angela. C’è anche da dire che la divisa Ryan ucciderebbe qualsiasi tentativo morboso e sessualmente orientato. Come volare Ryan uccide il piacere di viaggiare.

 

In merito ai capezzoli, alle tettone di Angela e alla storia delle immagini, trovate in rete anche un sacco di discussioni sulla veridicità delle mammografie. Ma questo non è molto pertinente.

 

Surf it fritz!

Palline Vibranti

Da una mia recente analisi, il 50% dei lettori di questo sito è donna, o si dichiara donna, o vorrebbe essere donna.

Essendo i miei lettori già pochini, questo dato statistico è di estrema importanza. Bisognerebbe bandire da questo posto tutti i possibili argomenti scaccia-passera. Motori, elucubrazioni sui capezzoli della Minetti (che Dio l’abbia in Gloria), commenti sul calcio, eccetera.

 

Io non credo di essere totalmente misogino. Credo di esserlo, a conti fatti, per un 30%.

A volte 40%.

Voglio  bene alle donne. Ma fatico a comprendere appieno l’affascinante  rigore logico con cui disorganizzano la loro mente e i loro percorsi cognitivi.

 

Non credo che alle spalle di questo ci sia un disturbo comportamentale, o qualcosa di serio. Credo di essere drammaticamente nella media.

 

Dico questo perché volevo scrivere un lunghissimo pezzo sui motori, su cosa siano stati per me, su cosa abbiano innescato. Ma mi rendo conto che la cosa potrebbe seriamente annoiare più del 50% dei miei lettori. Delle mie lettrici.

 

Alle mie lettrici, oggi, dovrei parlare di Cinquanta Sfumature di Grigio, ma non riesco a capire il fenomeno. Non riesco a digerirlo come lettore, non riesco ad accettarlo come spettatore, non riuscirò a farmelo andare.

Dovrei parlare loro di Gleden, che è un sito per donne sposate che cercano uomini sposati, per farsi trombare in un motel della cerchia esterna di uno svincolo autostradale in pausa pranzo. Il fenomeno mi è chiaro, dalla parte maschile. Non dalla parte femminile. Cioè mi è chiaro il fenomeno di uomini sposati che cercano donne, sposate, nubili, celibi, mutilate, colorate, perché geneticamente propensi a tentare di riprodursi con qualsiasi cosa, come piccoli maialini d’allevamento. Mi sfuggiva la disperazione delle donne, nel fare lo stesso. Quanti uomini belli, soddisfatti, economicamente stabili, mentalmente a posti, frequenteranno un sito per incontri sessuali alla cieca?

 

Io adoro le statistiche, mi danno un senso di stabilità che solo le statistiche sanno dare. E le statistiche dicono che il 68% delle persone (uomini o donne) sposate in Italia, tradisce o tradirebbe la/il suo partner.

Io credo si possa ridefinire la cosa: che tradirebbero saranno almeno il 95%. Che tradiscono il 90%.

Bisogna sempre tener conto, a fini statistici, dei casi umani. Oltranzisti religiosi, fanatici delle diete low cost, e altri profili poveri. Questi tradirebbero, sicuro. Ma non tradiscono.

 

Ma io volevo parlare di motori, di Sausalito, di Urban Outlaw, di gente che letteralmente è ossessionata da valvole e pistoni. La gente che ho sempre cercato, letto, guardato. La gente con cui è bello parlare.

Ho appena finito di scrivere un pezzo per Kustom World sul mio amico Franz. Che non sono io, è Franz Fiorentino. E ho appena finito di rivedermi tutto il materiale che, ordinatamente, avevo raccolto su Miki Dora.

La rete, internet, è stata la spinta definitiva per tutti i borderline, outlaws, deliranti sognatori, che credevano di essere soli.

E io, ordinatamente, lo ripeto, raccolgo tutto il materiale su queste vite, passate a dar retta a valvole, pistoni, onde, ammortizzatori, pinne, cofani e forcelle.

C’è un grossissimo movimento, sotto la pancia mainstream, sotto la pelle commerciale, di gente rapita dal proprio box, da un paio di chiavi inglesi e da tanta pazienza. E’ gente finisce sotto la luce dei riflettori, Vimeo, Kustom World, DiCe, WU Magazine, per caso e disordinatamente. Ma è la stessa gente che ha delle storie incredibili da raccontare.

Non sarà un argomento molto femminile, e nemmeno molto attuale come Gleden, ma è un modo bellissimo per trovare storie stupende, che non hanno bisogno nemmeno di una mano di trucco. Ruvide e decise, sono storie che entrano in circolo direttamente.

Sono in uno di quei momenti in cui raccolgo, ordinatamente, informazioni. Collego notizie, mi informo, conosco persone, osservo visi. Difficilmente scrivo, ma è come se fossi pigiato contro la transenna mentre la band sta suonando il suo pezzo migliore. Prima fila, io e la musica. La musica fatta di storie di ordinaria follia. Urbana.

 

Anche Milano non è più Milano.

Ossimori di Seppiamora

Sono talmente stanco che scrivere mi pesa. Eppure, come sempre, ci sarebbe da scrivere di molte cose. 

Ieri mi sono fermato in una stazione di servizio, in mezzo alle montagne. Ho fatto il pieno, sono andato a pagare, compiacendomi dell’efficienza teutonica nel gestire le pompe di benzina, ho comprato una pera e sono uscito. Umido per un temporale appena passato, il cielo era grigio pesante. Un camion parcheggiato, un’altra macchina. Il silenzio interrotto solo da Laura Pausini. Io credo di non essermi mai sentito così triste come in quel preciso momento. Per il 2012 abbiamo chiuso il concorso per il momento urbano più squallido. Ho finito la pera velocemente e sono scappato verso il traffico, lo smog, il caldo della mia fottuta città.

La mia macchina ha un sistema di intrattenimento in grado di fare cose mai viste, tra cui portarmi ovunque voglio in 22 paesi diversi, con la precisione di una freccia, mandare tutta la musica che ho, ininterrottamente, seguendo attentamente i miei gusti e le mie preferenze, assistermi alla guida con informazioni decisamente inutili ma di colpo indispensabili e farmi telefonare a chi voglio quando voglio. Sapere che si sta viaggiando verso Sud Ovest, e che in dodici kilometri arriverà un temporale, è una di quelle informazioni che nessuno ha mai avuto bisogno. Nemmeno io. 

Ma telefonare si. Soprattutto quando in macchina, seduto e rassegnato, finisco per passarci intere giornate. Intere giornate dal mattino alla sera. Eppure il telefono è l’unica cosa che non funziona. 

Ho pensato, sfoderando tutta la mia cultura da nerd, a diverse soluzioni, tra cui anche la rivisitazione dell’estrema ratio con Windows (Staccare la Spina). Ho staccato la batteria, ho ricollegato il telefono, ho configurato, ho settato, ho smanettato. Ma niente. Ho anche pensato di provare con qualche bottarella con il polso. Ma non ci sono riuscito. 

Così viaggio per ore, senza poter parlare se non da solo. 

Canto, ascolto la radio, fumo. Ma non parlo al telefono.

 

Sono troppo stanco per scrivere. Anche viaggiare senza parlare con nessuno stanca molto di più. 

 

i Diari del Litorale – De Luxe Edition

Per quelli che ci tengono alle cronache, credo sia importante riportare un lieve peggioramento del tempo, un lieve accorciamento delle giornate, un lieve malessere nel pensare a Novembre. Lieve.

Bevo vino bianco, che sembra caduto nello zucchero, freddo ghiacciato. Fumo, anche se volevo smettere. Ma ho pensato che era meglio smettere di voler smettere. Scrivo titoli di poesie, cortissime mail di lavoro, qualche pezzo di racconto. Attacco il pc a una presa in un muro, sotto la lavatrice, e tiro il filo fino al tavolo da dove si vede il mare. Leggo Rampini. E invidio Rampini. Mi piacerebbe saper raccontare le cose come le racconta lui. Anche se venti pagine di Rampini, in ferie, sono uno sforzo eccessivo per il mio cervello.

Ogni tanto ascolto un motore, lontano sulla statale, e poi sempre più vicino. Riconosco il rumore di quasi tutte le moto. E mi viene bene. Peccato non esista un lavoro così. Lo farei davvero bene.

Mentre mi passa un leggero vento da Sud tra le dita dei piedi, nudi, penso velocemente a Novembre. Mi viene di farlo. Poi quando sono a Novembre, mi viene di pensare ad Agosto. Che ne so, questo Novembre, appeso su una scala di un aereo, chiuso nel cappotto, cercando centimetri di sciarpa libera per coprire centimetri di faccia, pensavo ad Agosto.

Come quando sono in moto, in maglietta, che sento il vento caldo battere in faccia e penso a Novembre, quando il gelo taglia quei piccolissimi pezzi lasciati scoperti. Due giacche, dei guanti imbottiti, una sciarpa, gli occhialoni, eppure passa il freddo.

Uno non va in moto per scappare. E uno non se ne sta con i piedi appoggiati su un tavolo, davanti al mare, per scappare.

I titoli delle poesie, mi vengono bene in questi giorni. Tipo: “Basilico, ferrovia e sabbia”.