Vieni Qui, Tancredi

Tancredi si è fatto un sacco di domande, soprattutto nell’ultimo periodo. Una delle domande a cui non ha dato risposta, è su quella storia assurda per cui un padre deve dare al figlio il nome del nonno. Insomma, Tancredi non è uno scherzo come nome. Suona bene, solo nelle vecchie feste di paese, vicino alle colline, quando il vento del Mare, il Marino, spazza i cortili e annuncia la primavera. E si tira fuori il rosso della vendemmia, e il salame, e la musica, e si guarda sotto alle gonne delle ragazze sedute sulle panchine. Peccato che quelle vecchie feste siano un ricordo lontano. Tancredi ha il Marino nel cuore, che ogni tanto soffia più forte, facendolo traballare mentre cammina seguendo le rotaie dei tram, in centro. Oppure quando va in bici, nei vicoli vicino all’Università, e sente il vento spingerlo forte verso qualcosa.

Alle domande, Tancredi, ci ha fatto una certa abitudine. Alle risposte meno. Le risposte sono come il Marino, il vento del Mare. Arrivano in determinate stagioni, portando quel fresco che può anticipare un’acquazzone o una caldissima primavera. Le risposte arrivano sempre. Basta saperle aspettare.

Tancredi dal nonno ha preso il nome, il cuore forte e veloce, la cadenza stanca degli uomini delle colline, che sembrano fermi a un passo dal mare per pigrizia. La fronte alta, il naso grosso e le mani affusolate vengono dalla mamma. Altra gente, sempre di collina. Tancredi ha iniziato a vivere quando tutti lo davano per spacciato, finito, morto. E’ la forza del vento, di un vento che spazza il cuore, e tiene in piedi anche gli alberi più fragili. Sembra nato per spazzarli, ma in fondo li culla e li sostiene. Ha pochi amici, e una moto. Parla di più la moto, a volte. Ma ci sono sempre, dannate canaglie. Sempre e comunque. E’ questo che fa sentire meno il peso del vento, costante, che batte sulle finestre del cuore. Il sapere, nel bene o nel male, di avere quelle facce sempre vicine. A un tiro di schioppo, avrebbe detto il nonno, che lo schioppo lo usava per spaventare i cinghiali, e per farsi sentire dal Delio, il vicino. Queste facce, scavate dal mare, picchiate dal vento, sfrattate dalla vita comoda, sono i suoi amici migliori. In grado, quelli lì, di bere tutta una sera in silenzio. O parlare continuamente, senza mai toccare il nocciolo della questione, lasciando che qualche battuta passi veloce. Stanno seduti contro una vetrina, la vetrina del Mom. Aspettano che faccia troppo freddo o che sia troppo tardi, per dirsi ciao, veloci e infastiditi. Come se uscire fosse stato un piacere da fare, per forza. Ma sanno, mentre scappano a star peggio o a lottare per star meglio, che è un ciao che vuol dire molto di più. E Tancredi si chiedeva, sempre, se questa cosa dell’amicizia tra uomini fosse così chiara a tutti. Se tutti avessero capito che dietro alle cazzate da osteria ci fosse una stretta solida, di mani e braccia unite per tenere in piedi il cuore contro la sofferenza. Come l’edera del nonno, che si faceva forza dei suoi rami per rimanere appesa, ostinata, alla vita, al sole, al muro del giardino. Che il Delio poi invidiava quello del nonno, il sapere con esattezza come si cura una pianta, senza nemmeno aver mai letto o studiato o sentito una lezione di botanica. E quando il nonno è morto, poi è morto il pesco e si sono seccati i gelsomini. Quasi che avessero aspettato proprio quel momento, amici, per dire basta anche loro.

E Tancredi ne aveva approfittato, andando al cimitero per portare gli ultimi fiori bianchi del gelsomino sulla tomba, per capire, provare a immaginare, quale fosse la ricetta del nonno. Con le piante e con le donne.
Di parlare a una tomba, però, non se la sentiva. Certe sere, a parlare con una tomba sarebbe stato più facile che tirare fuori qualche parola da quei due. Che con ancora la cravatta al collo, sorseggiando birra, guardavano la gente passare, senza parlare. Voleva dire che il vento stava soffiando forte anche per loro. Per tutti, a volte, il vento soffia troppo forte. A questo servono gli amici, le birre, e se va proprio male, purtroppo, le tombe.
Sulla tomba del nonno, si piegava un pino marittimo. Appoggiato al tronco, Tancredi osservava la foto e le lettere di ottone. Tancredi, scritto grosso, ottone nuovo e luccicante. Faceva un po’ impressione. Forse, a dire il vero, un pezzo di lui era veramente morto con il nonno.
E forse, quel segreto sull’edera, sul pesco e sulle donne, il nonno se lo era portato nella tomba.

Osservava un gabbiano appoggiato al pino marittimo. Che doveva aver perso la strada, perchè il mare è parecchio lontano. O almeno sembra, d’inverno.

Quale donna sarebbe stata la risposta alla sua domanda, questo non lo sapevano ne lui, ne il gabbiano, ne la tomba e nemmeno il pino. A riprova del fatto che è meglio un bar di un cimitero, quando cerchi certe risposte.
E’ vero che nella solitudine silenziosa che solo nei cimiteri anche il vento rispetta, si poteva fare il punto della situazione. E cercare una risposta. Che magari era a un tiro di schioppo. O magari non era il momento, come per il Marino.
Aprire le cantine senza il Marino, faceva muffa sui prosciutti e cattivo vino. Aprire il cuore senza una risposta, avrebbe dato risultati ancora peggiori.

Le donne. Che uno, con gli anni di Cristo, non pensava certo di aver capito ancora così poco di donne. Come i gatti, pensavano alla loro sopravvivenza, capaci di fusa e dolcezza. Come i gabbiani, arrivavano talmente lontane dal mare, che sembravano perse, ma pescavano sempre.
Ma lui, adesso, avrebbe avuto bisogno di un cane. Fedele, che correndo fiducioso nel vento, fosse venuto a riprenderlo. Un cane fa questo per il suo padrone. Un gatto, si trova un altro padrone.

Per questo adorava i cani e odiava i gatti. Anche per moltissime altre ragioni. In fondo, un gatto è davvero un compromesso.

Un cane. Aveva bisogno di una donna cane. Paziente e ostinata nel recuperarlo. Un cane da riporto. Un golden retriver. Elegante, bello, sinuoso, ma ostinato a riprendere la preda.

Questa sarebbe stata bella da raccontare al bar.

Tancredi in moto ci andava per pensare. O per smettere di pensare. E la strada per il cimitero erano due ore di curve perfette, per smettere di smettere di pensare. Al nonno piaceva solo la sua Vespa, bianca e grassa. Con il culo basso, diceva. Ma sempre meglio del Guzzi del Delio. Che sembrava un rinoceronte rincoglionito, diceva. Dal nonno aveva preso l’amore per le curve perfette, sull’asfalto, sull’acciaio e sulla pelle. Terra di contrabbandieri, di piloti, di vento e di donne bellissime. Terra di silenzio spezzato da motori, spari e sibili.

Tancredi arriva sempre a casa più tardi. Ogni giorno, per aspettare che si illumini una stella, o cada una risposta. Un cane fedele e ostinato. Questa era davvero la miglior definizione possibile.

Un cane che, mordendo dolcemente, gli avesse detto: Vieni qui, Tancredi.

Gente che spinge roba

Succede che, preso dal contesto, alle ore 22.12, approssimativamente, nella calca delle prime tre file, proprio sotto al palco, in un mare di gente discretamente variopinto, tra cui un paio di notabilissimi punkettoni d’altri tempi, con cresta, bretelle e jeans aderenti, una singolare milf con giacchetta Desigual e labbra gonfie di silicone e voglia di tornare indietro, una gang di adolescenti pieni zeppi di piercing, e una spessa linea di supporter, io mi trovi ad essere preso da un entusiasmo incredibile, quasi eccitante. Spinto da cotanto entusiasmo, inizio a cantare a squarciagola, parola per parola, abbracciandomi a un soggetto barbuto che i più definirebbero come un cazzo di hipster. Cantiamo come due fratelli, spingendo la fila davanti e prendendo sulla schiena i colpi della fila dietro. Una situazione che potremmo definire come tipica, essendo un concerto. Tengo stretto il mio fedele iPod. Compagno di mille avventure, usurato dagli anni. Una vita insieme. Su tredici ore di volo, sette di iPod. Su quattro ore di treno, quattro di iPod. Mail, feisbuc, linkedin, il blog, le foto. Un milione di foto. Io e il mio iPod. Lo tengo nella mano destra. La mano che uso per inneggiare. Avrete anche voi una mano specifica per quasi tutte le attività. Quella che normalmente uso per inneggiare è la destra. Tipo nel 2006, alla vittoria contro la Francia, ho camminato verso il centro, urlando “Napoleone pezzo di merda” e ho inneggiato con la mano destra. Quando ho vinto qualcosa, ho inneggiato con la mano destra. Essendo a un concerto, anzi, al Concerto, ho sentito forte il bisogno di inneggiare con la mano destra. Solo che inneggiando, non ho tenuto conto della forza centrifuga. Un inneggio medio scatena una discreta forza centrifuga. Diciamo che nessuno si è mai adoperato per misurare la suddetta. Vi vengo incontro io. La forza centrifuga scatenata dall’inneggio durante un concerto, anzi il Concerto, è in grado di sviluppare una curva di lancio pari a sei metri lineari. E’ il volo che il mio iPod ha fatto. Cadendo nel mezzo del bordello.

Sto ancora elaborando il lutto, convinto che il mio fedele compagno sia stato frantumato da degli anfibi. Non riesco a pensare a altre dita che lo accarezzano, o che addirittura si sollazzano con le mie foto e la mia musica.

Per elaborare il lutto completamente, ho deciso di comprarne un altro. Si fa così con gli amici più fedeli, come i cani. E gli iPod. Sono andato in un allevamento di iPod. Di cambiare razza nemmeno se ne parla. Ma non sono riuscito ancora, in verità, a capire quale, esattamente, sia l’iPod per me. Allora, dato che si tratta di un grande impegno, da non prendere sottogamba, ho deciso di aspettare. Sono tanti quelli che prendono un iPod, ma poi non aggiornano la libreria di iTunes, oppure non lo sincronizzano tutte le sere.
Ci vuole responsabilità, nella vita.

Poi, in un mattino che sembrava primavera, anzi in un giorno che avrebbe potuto essere marzo, senza saperlo, ho fatto il pieno di gente bella. Gente che spinge roba. Gente che ama. E che spinge. Si riconosce, la gente che ama quello che fa e che fa quello che ama, dagli occhi, dal sorriso e dalle parole.

Andrea lo conosco da prima che uno dei due diventasse famoso. Spinge la sua roba da una vita, davvero. Ed è splendido vederlo spingere la sua roba, e ascoltarlo parlare di musica. Lo conosco da prima che Andrea diventasse Andrea Rock. E si merita tutto.

I ragazzi di Anvil sono una diretta conseguenza del genio che fa l’amore con la passione. A guardare le loro moto si respira tanta roba, a parlare con loro si sente l’urgente pressione del genio che spinge la passione a spaccare. Gente che spinge roba deliziosa. E, fidatevi di me, danno l’idea di essere solo all’inizio.

Jacopo è una bellissima storia. Fa biciclette. E io di biciclette ne capisco come di donne. Conosco la struttura, distinguo la bellezza, ne percepisco la classe. So anche usarle, ma non chiedetemi di capircene.
Invece Jacopo è una storia di biciclette, di studio, di America, di fantasia. Adoro le storie che abitano nelle persone. E le persone che hanno tutto quel coraggio.

Avessi giorni così più spesso davanti a me, sarei discretamente più felice.

Perchè in fondo la gente che ama è la gente che vive due volte, una in più degli altri.

Tornando a casa, con in mano l’ultimo di Haddon, ho scoperto di non aver voglia di leggere. Succede raramente.

Mi sono addormentato sognando di non essere esattamente come e dove sono. Succede raramente. Ma succede.

Aspetto che passi.

Due chiacchiere tra amici

Non credo che abbia a che fare con l’innamoramento, sai.
Prendi la Provenza, la Camargue, la costa mediterranea. Io amo quei posti da sempre. In ogni modo possibile, in ogni stagione, in ogni possibile angolo. Non come i Counting Crows, ad esempio. Che avrei dato un braccio per andare a un concerto dei Counting Crows, anni fa. Con la musica mi succede così. Mi accompagna per mano, davvero per mano, ma poi mi lascia andare dolcemente. Come una dimenticata ex fidanzata, si fa ritrovare nei posti più impensabili, e improvvisiamo delle conversazioni delicate e rispettose, ma niente di più. Eppure avrei dato un braccio per un concerto dei Counting Crows. E quando la fottuta pazzia delirante di un cantante ha portato due dischi del cazzo, perchè le parole non bastano per definire il picco di solitudine intellettuale di Hard Candy e dell’altro scempio, io mi sono incazzato parecchio. E si è persa la magia. Credo di aver staccato anche l’adesivo dalla Vespa. A mali estremi, estremi rimedi, e che cazzo.
Invece con le città non mi succede. Le amo sempre. Amo sempre i posti. Magari meno, ma sempre.

Con i libri è ancora peggio. Non rileggo mai nulla. Divoro, ma non rileggo. Quindi non ti so dire davvero se Cent’anni di Solitudine sia stato quel capolavoro vibrante che mi ha fatto tremare. Ti so solo dire che volevo chiamare mio figlio Aureliano. Aureliano Buendia. Sopravvissuto a diciassette rivoluzioni, morto pisciando nel suo giardino. E la Signora in fondo ha fatto bene a mandarmi all’anagrafe con la sua fedele amica, perchè io ci ho pensato davvero di chiamarlo Aureliano. I libri li amo disperatamente. Arrivo a sperare spesso di entrare in libreria e trovare un nuovo Tropper, un nuovo Winslow, un nuovo Vargas, un nuovo Pennac. Nella speranza che scrivano eternamente. Per me. Difficile dire, in questi casi, se si tratta di dipendenza o di amore.

Io del Sud della Francia amo la malinconia delle spiagge. La stessa malinconia che riempie il Ponente ligure. Amo la cucina noiosa, e i vini terribili delle colline alle spalle del mare. Sto ancora cercando di dimenticare il sapore terribile del Bandolet. Adoro le strade, che corrono tortuose e si illuminano al tramonto. Adoro le vigne, i campi, la lavanda, il vento, i cavalli, i tori, il mare. Mi piace cenare nei vicoli turistici di Marsiglia, mi piacciono le calanche, godo nel guardare dall’alto Saint Tropez. La corrida ad Arles, il venerdì santo, le feste di Aux En Provence, Avignone, le strade lente delle paludi. E’ un posto perfetto per innamorarsi ancora. Credo che nel Sud della Francia sia ragionevole fare l’amore dappertutto. Non proprio dappertutto. Ci sono posti, nascosti, perfetti per scopare. Unione perfetta di veloce lentezza, di amore odioso, che solo un posto può essere. I posti sono così. O li amo o li odio, immediatamente. Come Parigi, che mi fa cagare. Da sempre. Come Madrid, che è la città dove vivrei.

Potrei rimanere ore a guardare un quadro di Dalì. Beh, ore forse è eccessivo. Minuti. Adoro tutto di Dalì. Di Picasso. Delle loro storie, delle loro vite. Sono splendidi racconti. Magritte è la serenità di una risposta. Guardi un suo quadro, leggi la sua storia, e pensi: ah, ok.
Potrei stare ore, forse mezz’ore, ad ascoltare le registrazioni di Miki Dora.
Ascoltavo la Pivano adorante, per questo suo raccontare storie stupende. E quando l’o incontrata, ho semplicemente osservato le sue mani, vecchie e rugose, muoversi lente. Senza dire una parola. Avrei voluto baciarla, sulla fronte.

Come quando, a San Francisco, sono stato una buona mezz’ora a osservare la vetrina della City Light Bookstore, aspettando che mi venisse noia.

Non credo che abbia a che fare con l’innamoramento, sai.
Quando mi innamoro, mi conosco, scelgo che un pezzo della cosa di cui mi sono innamorato, affitti un pezzo dentro di me. C’è un pezzo di moltissime cose, dentro di me, in affitto. C’è molto spazio e molto ricambio.

L’innamoramento, con il tempo, svanisce come il vapore sui finestrini dei treni. Cambia il tempo, arriva il sole, e sparisce il vapore. E resti tu, con la tua faccia nel vetro.

L’amore è diverso. E’ l’abitare definitivo. E’ lo svegliarsi e rendersi conto di avere un pezzo di qualcuno nel cuore. Non è questione di sessi. Ho un pezzo di molti uomini dentro di me. Che detto così, visto dalla tua bassezza maliziosa, suona parecchio spettrale. Ma è così. Uomini e donne che hanno lasciato un pezzo delle loro anime, che abita in me. Ho pezzi di donne stupende, conosciute, amate e perse anni fa, che ancora abitano dentro di me.

L’amore è prendere dimora, nei giorni e nelle notti di qualcun altro.

Per questo ti dico, non si tratta di innamoramento. Qui si tratta di Provenza, di Camargue, di qualcosa che, nel bene o nel male, lascia un segno come il Maestrale che gela il mare e spazza la lavanda. E so da sempre, non chiedermi perchè, che queste strade tortuose, bagnate dal sole e dallo sciovinismo, sono le mie. Lo sento quando apro il gas, e benedico Dio per moltissime cose. Come la compressione, la benzina, la velocità, la stupidità e la mancanza di paura della morte. Su queste strade. Avrai anche tu un posto così, lo credo.
Avrai anche tu una persona così, mi auguro.

Un posto che sai di amare. Che poi, a casa, ti porti in giro segretamente nel cuore.
Una persona che sai di amare. Che poi, un pezzo di cuore rimane sempre sospeso ad aspettare che si faccia viva.

Non è innamoramento. Nel bene o nel male.
Poi, che ragionevolmente tu voglia farmelo passare come un affitto passeggero di un pezzo del cuore, ci può anche stare.

Prova a sfrattare l’amore.
Prova, se ci riesci.

Alla fine tutti hanno qualcosa da perdere

Ho smesso di guardare sotto il letto, in questo genere di hotel, quando otto anni fa,l’ultima volta che l’ho fatto davvero, ho trovato una trappola per topi. Mi limito a verificare che nel letto non ci sia una presenza eccessiva da peli pubici o animali piccoli, neri e con molte zampe.

E’ il prezzo da pagare per stare downtown, a ridosso del quartiere a luci rosse, praticamente dentro la fila infinita di biciclette accatastate lungo uno dei canali. E’ il prezzo da pagare per dire di essere in tutti i meeting, in tutti i party, in tutte le cene.

Cammino dentro al freddo pungente, tenendo stretto il cappotto e i pensieri, troppo stanco per andare avanti con la serata.

Andiamo con ordine.

Martedì 6.50
La sveglia suona, ma non se ne sente un grande bisogno, non dormo da due ore. Ho visto le quattro, le quattro e un quarto, le cinque, le cinque e venti. Le sei. Finalmente mi alzo. Arrivo in aeroporto con la coscienza di essere in ritardo. Lo sono. In meno di venticinque minuti mi ritrovo infilato contro un finestrino, di fianco a una grassa sudamericana. Mi addormento ancora prima che venga chiuso l’imbarco.

Martedì 11.40
Esco dalla Sky Lounge rasato, pulito, con un caffè decente sullo stomaco e un impellente desiderio di fumare una sigaretta in pace. Il telefono continua a suonare. Ci sono dei giorni in cui non ho voglia di parlare con nessuno. Sono i giorni in cui mi cercano tutti. Ma proprio tutti.
Prendo il treno dimenticandomi di contare le fermate. Devo stare incollato al finestrino per cercare di capire qualcosa. Piove acqua gelata.

Martedì 12.50
Finisco la presentazione e mi guardo intorno. Sono ancora tutti vivi. E’ già un inizio. Cerco un posto per mangiare. Finisco con un turkish wrap in mano. Cerco di capire cosa ci sia dentro dal sapore, ma è un’indistinta pasta di pollo piccante con verdure. Per lavorare più intensamente sull’ostruzione delle mie arterie, ci aggiungo maionese e senape. Attraverso una fase complessa della digestione nelle prime tre ore del pomeriggio, quando il turkish wrap fa di tutto per tornare allo scoperto. Tra un conato e l’altro conosco un interessantissimo idiota che startuppa qualsiasi cosa. Dice proprio così. Io startuppo. Bravo. Per chiudere il cerchio anticipo di qualche minuto il brindisi delle cinque, aprendo rumorosamente una bottiglia di champagne.

Martedì 17.00
Cammino in un corridoio secondario della fiera, leggendo mail sul blackberry e sorseggiando il quarto bicchiere di champagne. Vorrei proteggere le persone che amo da tutto questo. E la cosa ha due grandi lati positivi: il primo è che le persone che amo sono pochissime. Anzi, meno. E la seconda cosa positiva è che “tutto questo” sono io. Quindi non mi dovrebbe essere molto difficile proteggere le persone che amo da me stesso. Mi basterebbe sparire.

Martedì dalle 18 alle 20

Cerchiamo di prendere un taxi per circa un’ora. Alla fine, in mezzo a pioggia gelata e vento, posso constatare che il mio completo è andato completamente a puttane, il cappotto è zuppo, e il mio bisogno di paracetamolo si impenna come la quotazione in borsa della Apple il giorno di uscita del primo iPod.
Arrivo in hotel, controllo sommariamente la presenza di peli pubici e altri pezzi umani. Mi cambio. Sono pronto per la cena.

Martedi 21.00

Il ristorante è sempre o thai o argentino. Ordino riso, zuppa al curry con cocco e pollo, noodles fritti, involtini thai, del the verde e del vino rosso. L’argomento di conversazione è la California. Mi lascio dondolare dal cazzeggio verbale guardandomi bene dall’incrociare qualsiasi sguardo. Rispondo solo se interpellato, e sorrido meccanicamente a tutti. Indistintamente, forse eccessivamente. E’ normale sorridere per tre minuti a una cameriera che vuole solo sapere se vuoi dell’altro riso?

Martedì 22.00

Arriviamo al Player’s trovandolo deserto. Non capisco nemmeno perchè torniamo sempre qui. Anni di desolanti esperienze. Chiamalo pure party, ma siamo sempre noi. Le solite facce. Si vede che uno, alle piccole tristezze urbane date dalle sue abitudini, si affeziona.
Ordino del rhum e mi arriva del Bacardi bianco. Spaccherei il bicchiere contro al muro.
Partono i Vampire Weekend, mentre osservo dei capelli biondi muoversi qualche tavolo più in fondo. Sogno per un secondo di avere qui dei precisi capelli biondi. Entro in un mood paragonabile alla depressione ma peggiore.
La sera mi succede.
Dovrei scrivere di questo, penso.
Mi arriva dritto al naso quel profumo. Quel preciso profumo. Lo ricaccio nello stomaco con un lungo sorso di Bacardi. Io brucerei i locali che danno il Bacardi quando chiedi del rhum. E brucerei me stesso quando non posso avere quello che voglio. Forse sto già bruciando.

Martedì 23.50

Ci spostiamo in un posto molto meno etico, dove il confine tra orride lussurie e stronzate da trasferta è una sottile tenda rossa di lino. Bevo del rhum, caldo, osservando la maestosa tecnica con la quale una giovane russa porta a casa un tedesco con parrucchino e badge della fiera ancora al collo. Lo arrapa talmente tanto che lui ha, oggettivamente, gli occhi fuori dalle orbite. Finisce tutto qui. Sempre. Una puttana, nemmeno tanto bella, che in una serata piovosa ti sembra drammaticamente stupenda. Tanto da buttarci un po’ di soldi, un po’ di dignità e venti minuti del tuo tempo. Spero davvero di non arrivarci. Almeno prima dei cinquanta. Spero di arrivare ai cinquanta. Vivo. In questi posti dovresti sempre entrare sobrio e tranquillo, per evitare la mattina dopo di svegliarti e ripensare alla russa, alla Russia, a tua moglie, ai tuoi figli.
Rientro nel mood sbagliato. Mi ricordo perfettamente i sandali neri, forse estivi, portati talmente bene da assomigliare a un’opera d’arte. E quei piedi. E quelle gambe. Cristo. Mi arrivano immagini dritte in faccia, le coccolo per qualche secondo e le rimetto a posto. Mi avvicina una puttana. Sembro sicuramente il genere di persona che ha oggettivamente bisogno di un pompino fatto controvoglia. Sembro. Non le rispondo nemmeno. Il profumo è urtante. Roba di fiori, troppo dolce.
Finisco il mio rhum, e mi incammino solo in hotel.

Mercoledi 06.00

Mi sveglio parzialmente congelato e non riesco a far funzionare l’acqua fredda nella doccia. Esco parzialmente bollito dalla camera e mi infilo in un tavolino della hall per fare una piacevole oretta di mail. Non hai tempo di pensare troppo. Eseguire. L’ultimo coglione che mi ha guardato sorridendo e mi ha detto quanto fossi fortunato a viaggiare per lavoro è stato liquidato con un’occhiata. Non rispondo nemmeno.
Sul treno per la fiera osservo le mie scarpe, una volta lucide e perfette, in lenta decomposizione per via della pioggia mista al sale messo in strada per la neve.
Leggo il Financial Times del mio vicino. Respiro profondamente, cercando di recuperare mentalmente l’agenda del giorno. Non ricordo nulla. Il vicino legge troppo lentamente. Mi viene, seriamente, voglia di girargli le pagine.

Mercoledì 09.00

Avere un pass VIP permette di: entrare prima degli altri. Bere caffè Costa a un buffet con muffin, caffè Costa e banane. Il Caffè Costa è una delle punizioni peggiori che ci siano per un italiano. Il pass VIP permette inoltre di usufruire di un guardaroba, di una hostess per le traduzioni e di un pranzo servito in una stanza remota di un padiglione remoto che nessuno a oggi è riuscito ancora a trovare.
Avere un pass VIP è importante per me? Quanto incide sulla mia felicità media, mi chiedo mentre un giapponese mi tartassa di domande. Il suo inglese è ridotto all’osso, la mia attenzione è ai minimi termini, è evidente che finiremo dolcemente questa conversazione tra pochi istanti. Giusto il tempo di lasciare sospesa una domanda.
Fumo una sigaretta cercando di concentrarmi sulle cose importanti di oggi. Fare una lista mentale, mettere ordine, eseguire. Ancora.
Arriva la nostra standista. Primo: avere il prodotto giusto. Secondo: posizionare il prodotto. Terzo: qualificare l’audience. Quarto: riposizionare. Quinto: pianificare. Sesto: eseguire. Anni di teorie di marketing. Costosi libri, costosi corsi, costosi seminari. La mia idea, vecchia e terribilmente maschilista, è che una figa funzioni molto di più di un buon posizionamento di prodotto. E come tutte le idee terribilmente maschiliste e vecchie, funziona alla perfezione, in un mondo terribilmente maschilista e vecchio. Mi assicuro che la giovane sia sorridente. Cammina su tacchi alti, e sorride a tutto quello che si muove nel raggio di due metri dalle sue tette. In effetti, esegue alla perfezione il suo compito. Puoi avere il prodotto migliore del mondo, ma non devi mai dimenticare di associarlo al prodotto più cercato del mondo. Spero vivamente che sappia servire degnamente lo champagne.

Mercoledì 11.30

Sapevo che non ne sarei uscito bene. Ma scendere in campo sapendo di perdere non aiuta molto. Ho giocato la mia partita. Ma mi hanno fottuto. Professionalmente, scandendo le parole, ordinatamente fottuto. Succede. Mi guardo nello specchio del cesso mentre mi lavo la faccia. Ho bisogno di paracetamolo e di musica. Tutti possono fallire, a volte.
Ritorno allo stand, mi siedo nel divano più nascosto. Chiedo caffè e musica. Togliere Lady Gaga e mettere Frank Sinatra.
Osservo compiaciuto quanta gente si fermi, in effetti, a lasciare un biglietto da visita e una sbirciatina nella scollatura della nostra giovane e intraprendente standista. Che cazzo di mondo.
Frank Sinatra in piena fiera, in pieno giorno, mi fanno notare, non è molto cool. Ignoro l’evidente limite intellettuale dei miei interlocutori e lascio che Fly me to the Moon imperversi diffondendosi come un piacevole profumo.

Mercoledì, persa ufficialmente la percezione del tempo

Procedo felicemente verso il cesso. Non tanto per necessità. Ho bisogno di nascondermi per una decina di minuti. Sono stato messo in quattro diverse riunioni. All’ultima non ho nemmeno capito con chi stavo parlando. Recito la mia parte, come richiesto, in spagnolo, inglese, arrampicandomi su un provvisorio francese sgrammaticato.
Ho mangiato un hamburger organico seduto a un tavolo di ingegneri felicemente eccitati dall’idea di poter parlare in libertà. Ogni tanto fa un gran bene, sedersi in mezzo a menti quadrate che esprimono concetti quadrati, in ottiche quadrate. Tutto sembra terribilmente ordinato.

Recupero energie, mi infilo due pastiglie di vitamine, e procedo spedito verso la settima riunione della giornata.
Mi fermo davanti a una balconata.
Posso sentire tutto il vuoto che ho intorno.
Lo posso respirare. Rimuovo l’idea. Avrei bisogno di champagne. Devo tassativamente far finire il tutto dentro una gloriosa bottiglia di champagne.

Mercoledi 18.00

Spero di poter confessare, finalmente, che inizio a odiare le nuove leve. Le adorabili nuove leve. Queste fottute schiere di ventiseienni, aggressivi e pronti a tutto per un posto a tavola.
E’ il genere di cocktail party dove ti senti di troppo anche sei sei stato invitato da quattro persone diverse. Bevo champagne. Questo mi fa sentire momentaneamente meglio.
Mangio formaggio olandese, cioccolato belga e prosciutto spagnolo. Uccido tutti i buoni propositi alimentari in meno di un quarto d’ora. Esco a fumare accompagnato da due giornaliste. Non capisco bene il senso del discorso, ma tengo botta. Mi sale lo champagne, mentalmente mi sale una voglia incredibile di essere seduto sulla mia moto, solo. Invece tengo bene botta alle domande. Rispondo correttamente. Me ne compiaccio.
In quaranta minuti mi cambio, mi osservo allo specchio, mi compatisco un po’ e sono pronto alla cena di un’azienda di cui non ricordo bene il nome. Non conosco nessuno.
Mi incammino ascoltando Frank Turner. La musica è il mio sostituto all’amore. Mi piacerebbe che lei fosse davvero innamorata di me. Totalmente. E se l’amore è davvero l’unica cosa che abbiamo bisogno, la musica non mi salverà certamente.

Penso, a volte, che le scelte che ho fatto nella vita non siano state tutte giuste. Adoro accarezzare i miei errori, che tratto come figli. Mi appoggio alla ringhiera, guardando l’acqua scorrere veloce sotto i miei piedi. Fa freddo. Dentro e fuori. La notte è così. Mi porto a spasso i dubbi e le incertezze. Lascia e ama. Rende meglio in inglese. Leave and Love.

Mercoledì 20.00

Vengo salvato da quattro vecchi amici. Quattro vecchie glorie del settore. La fortuna di essere qualcuno, in qualche settore di qualche industria, di qualche mercato, è anche questa. Vieni riconosciuto per strada dai disperati come te. Vengo salvato dai miei pensieri, dalla mia fame. Stavo per essere divorato. Mi viene passata una canna. Fumo solo qui. E solo in queste sere. Tutti gli anni. Abitudinario delle brutte abitudini. La fame dell’anima si può placare in pochissimi modi. Non certo con una canna. Ma i quattro tirano fuori gloriosi ricordi, vecchie stronzate, splendidi aneddoti. Sembra davvero che sia una vita intera che siamo insieme. Forse siamo soli tutti allo stesso modo. Vorrei scoppiare a piangere, ma mi limito a un più tranquillo sospiro.
Vorrei stare solo, con i miei fallimenti personali. Invece sto con dei falliti professionali, camminando veloce verso il ristorante. Fa freddo e non ci sono stelle in cielo.

Mercoledì notte

Smokey, Prinz, Escape. Dopo aver evitato una congregazione di assatanati del latino americano, finiamo allo Smokey. Ho dei seri problemi di integrazione con la musica latino americana. Amo gli scrittori latino americani, amo la cucina latino americana, amo molte cose di quel continente. Ecco, però due cose non riescono a funzionare con me: la musica latino americana e i villaggi turistici. Se le due cose sono insieme, provo ribrezzo per la vita e mi ubriaco solitario al bancone del bar.

Lo Smokey è pieno zeppo. Gente che crede nella house music. Cantano addirittura. Hotel, Motel, Holiday Inn. Hotel, Motel, Holiday Inn. Mi prendo terribilmente bene osservando il DJ. Mi metto sotto la consolle, e lo osservo adorante, perdendo la percezione del tempo.
Finisce sempre in una roulette mortale nella quale tutti iniziano ad offrire da bere, e non si finisce più. Mi ritrovo in mano, contemporaneamente, un bicchiere di rhum e un Vodka Tonic. Rovescio il bicchiere di rhum dentro la vodka e prendo una canna. Mi siedo su un divanetto, sprofondando nei miei pensieri.
Riconoscere solo le canzoni di Jennifer Lopez è il chiaro segnale che non hai più l’età per mischiarti a questa orda di giovani.
Non so perchè, ma finisco a parlare con il butta fuori. Cerco di spiegargli la fatica immane che sto facendo per portare avanti tutto questo casino. Si vede dai tuoi occhi, mi risponde. Ma non credo abbia capito.
Chiedo di essere riportato in hotel. Mi sembra ragionevole, visto che in due ore devo lavarmi e tornare in fiera.
La disperazione di un uomo è pericolosa. La disperazione di quattro uomini è letale.
Finiamo in un posto con il metal detector all’ingresso. The Nasty. C’è fumo, musica a palla, gente. Inizio ad avere un ritardo di quasi venti secondi tra quello che penso di fare e quello che realmente faccio. Cerco di ordinare dell’acqua a una barista bella come il peccato.
Chiedo di essere riportato in hotel. Mi viene passata una canna.
Incontro due colleghi tedeschi, riprovo a lanciare l’idea di tornare in hotel. Mi viene passato un Vodka Tonic.
Decido di procedere solitario. Mi incammino verso l’hotel.
Il fatto che i caffè stiano aprendo mi fa supporre che dall’ultima volta che ho guardato l’orologio compiacendomi del fatto che fosse solo l’una e tre quarti, deve essere passato parecchio tempo.

Entro nella doccia, bollente. Mi vesto. Scendo a fare colazione.
Tre pastiglie di paracetamolo, due integratori, un gastroprotettore, due rilassanti e una bustina di magnesio.
Prendo il treno per la fiera.

Mi catapulto nella sala VIP. Seleziono accuratamente un tavolo in disparte da tutto e tutti. Controllo le mail. Il ritardo tra quello che penso e quello che faccio è rientrato nella soglia di dieci secondi. Accettabile. Parlo il meno possibile. Ordino caffè.

Mi servono mediamente due ore, otto pastiglie e tre caffè per riprendere il dominio di quasi tutto me stesso. Ovviamente vado per priorità, controllando che le funzioni fondamentali siano operative e tralasciando il resto. Sudo come un tossico. Sbadiglio continuamente, e per restare in piedi mi muovo di continuo. Incontro persone, chiacchiero, commento, ascolto. Non ascolto nemmeno una parola, ovviamente. Sento sudare le palle. Non è un buon segno visto che sto a due gradi, con vento gelato, a fumare. Tra le mie palle e il vento gelato c’è un sottile strato di frescolana. E sudo.

Verso l’aeroporto faccio mente locale.

Voglio mangiare thai, è una tradizione, e ho bisogno di una doccia, di un giornale e di moltissima solitudine.

Sono in grado di comprare il tutto, solitudine compresa, in cinque minuti esatti. Sdraiato su una poltrona automassaggiante, aspetto che il peso di tutto questo mi cada addosso.

Vorrei proteggere le persone che amo.

Fortunatamente, in questo periodo mi amo molto poco. E’ difficile riuscire a proteggere se stessi da se stessi.

lo sciupafemmine di Hollywood Est

Aspetto che passi lo strano dolore alla schiena, che identifico come possibile cancro o infarto, per lasciarmi cadere in un sonno provvisorio. Il dolore, in effetti, passa semplicemente quando mi tolgo dalla schiena una matita. Mi addormento sognando grandi cambiamenti. Adoro sognare di grandi cambiamenti. Quando andavo a letto strafatto, ovvero quasi sempre negli ultimi dieci anni, faticavo a concentrarmi su un sogno preciso. Era più un flusso di informazioni confuse, che si spintonavano per richiamare l’attenzione del mio cervello, intorpidito ma sempre acceso.

Ho scritto moltissimo in questi giorni. Ho pensato moltissimo in questi giorni. Dalla mia camera, affacciata sul canale, al primo piano, si sentivano le anatre la mattina presto. L’insegna dell’hotel illuminava mezza stanza, dando una stranissima penombra gialla a tutte le cose.

Seduto sulla ringhiera congelata, guardavo l’acqua scorrere nel canale, e la gente passare in bicicletta. Gestivo un pesante mal di testa, aspettando un collega per cena. Sentivo la barba congelare per il vento umido, e il freddo lentamente entrarmi nelle ossa. Riflettevo sulla differenza che passa tra un’idea e una decisione. E sulle decisioni che ho preso nella mia vita. E sul mal di testa dovuto alla vodka, al rhum e al vino della sera prima.

Poi di colpo mi sono svegliato, con l’iPad sulle gambe, per colpa delle anatre. Ancora vestito. Ho scritto per un’ora, tornato da un lungo viaggio nel quartiere a luci rosse. Sempre le stesse facce, sempre gli stessi locali, sempre lo stesso mal di testa. Mi sono spogliato, sono entrato nella doccia, e mi sono lasciato accarezzare dall’acqua bollente. Alle cinque e mezza ero già pronto.

Dormo sempre meno. E sempre peggio. La gestione dello stress è argomento che mi appartiene. E del quale conosco a fondo tutti gli spregevoli effetti collaterali.

Ho scoperto che su iBooks c’è Bukowsky a novantanove centesimi. E ho comprato Lo Sciupafemmine di Hollywood Est. Mentre il Piccolo guarda i Teletubbies, leggo il vecchio Charles.

Gestione del cambiamento. Orientamento delle posizioni. Processo decisionale. Il novanta percento delle mie energie è incanalato in un delicato processo che i più chiamano sopravvivenza, o semplicemente vivere.

Grazie a un prezioso connubio di fattori esterni, il mio sistema finanziario è crollato sotto il peso di bollette, rate, pagamenti e imprevisti.

Sono tornato ai gloriosi tempi nei quali era inutile portarsi dietro il portafoglio, essendo un oggetto vuoto se non per la tessera Arci e per due scontrini.

Qualche anno fa ho deciso, in un momento di sobrietà e di visione, di rendere minimo l’impatto dei fattori esterni sulle mie decisioni e sulla mia vita. Credo di ricordare che nello stesso momento ho deciso anche di smettere di bere e di fumare. Ho festeggiato il cambiamento con una bottiglia di Falanghina e un sigaro delizioso.

So vivere molto bene al verde. Anni di esperienza mi hanno insegnato che i soldi fanno la felicità. Davvero. Ma si può provvisoriamente sopravvivere anche senza soldi, sempre che si faccia un serio piano per recuperarne in tempi brevi e in maniera più o meno legale, il più possibile per tornare agli standard più consoni. Insomma, ci sono periodi da Bacardi anche nella vita di chi beve Caroni.

Sarà un anno chiave, mi ripeto mentre aspetto che il sonno mi riprenda.

Power Angel

Quarantadue giorni. Maledetta matematica. Quarantadue giorni ho buttato nel cesso nel 2012, tra ore di volo, ore di attesa, ore di sonno in hotel di media categoria.

Maledetta matematica. L’esercizio è abbastanza semplice, i numeri difficilmente mentono. Prova a pensare a quante volte hai fatto l’amore nelle ultime tre settimane. Togliendo le volte che lo hai fatto da solo, che lo hai fatto solo mentalmente, che lo hai fatto pagando. Anzi, semplifichiamo. Pensa alle volte che hai fatto l’amore con il tuo partner nelle ultime tre settimane. Ti sembra di averlo fatto molto spesso? Credi di avere una vita sessuale soddisfacente? Bene, se lo avessi fatto tre volte alla settimana, quindici minuti a volta, tutto l’anno, farebbero due giorni. Due giorni su trecentosessantacinque. Nuda matematica.

Ora, se solo pensi che con un aperitivo alla settimana, di due ore circa, hai passato circa cinque giorni impegnato a darti un tono con uno Spritz in mano, addocchiando la fidanzata di qualcun’altro, e mangiando pessimo riso basmati condito con tonno e capperi. Passi cinque giorni in un anno a bere e due a fare l’amore.

Andiamo avanti?

Vogliamo parlare dei giorni che hai passato su Facebook? (30 minuti al giorno, significa sette giorni l’anno). Sette giorni passati a guardare le foto del tuo ex compagno del liceo, e del suo splendido bambino. Ma cazzo, cosa aspetti a chiamarlo, facendogli presente che hai perso una settimana in un anno guardando le sue foto? Ah, non hai Facebook perchè sei figo e radical chic? E Instagram? Quelle mezz’ore passate a osservare foto di sconosciuti? Linkedin? scrollando curricula di amici di ex colleghi? Ah hai sia Facebook, sia Instagram sia Linkedin…

Per questa ragione sorrido quando mi guardi preparare la valigia. Minuti. Cerco di rubare minuti a questa vita, per riportarli nella mia. Un ritardo nel volo delle 20 da Barcellona, anche di cinque minuti, significa arrivare a perdere l’autobus delle 22.13, aspettando quello delle 22.43. Mezz’ora nel piazzale di Linate, ogni due settimane. Sono tredici ore l’anno.

Un reality su Sky? Due giorni e mezzo in un anno. Due giorni e mezzo.

Non sono bravo a fare i conti. Mi serve molto tempo. Diciamo molto più tempo rispetto a un uomo nella media. Ma oggi avevo un sacco di tempo.

Seduto contro una parete, aspettavo che lo stucco seccasse per ridare una energica mano di spatola. Stuccare un muro richiede manualità, pazienza, occhio e precisione. Quattro cose che non possiedo, insieme alla capacità di calcolo.

Puzzavo come una lettiera per gatti.

Odio puzzare. Specialmente di lettiera per gatti. Mano di stucco, passata di spatola. Richiamo agli angoli. Occhiata esperta. Attesa. Mano di stucco. Occhiata. Rifinitura. Cartavetra.
Che cazzo di vita. Cristo.

Non per il lavoro fisico. Per i tempi morti. Vivo con l’urgenza di sapere quando morirò. Per essere sicuro di non aver perso troppo tempo in stronzate. A sapere, con certezza, che morirai settimana prossima, passeresti ancora due ore ogni sera a consumare il telecomando cercando qualcosa di decente da vedere? Oppure correresti a fare tutto quello che ti resta da fare?

Ecco, questo pungente senso di urgenza mi perseguita da anni.
E certo, stuccare infinite pareti bianche, aspettando che la chimica faccia il suo dovere seccando le pareti non mi aiuta.

E se morissi domani mattina? Ancora con lo stucco attorcigliato sui peli delle mani, dopo aver passato un intero giorno a stuccare una parete. E con tutti quei libri da leggere. E con tutte quelle parole da dire. Alle persone giuste, nel momento giusto.

Puzzavo di lettiera per gatti. E mi muovevo con fatica, forte delle mie debolissime ginocchia, arrancando tra i mobili sparsi per la stanza, mentre calcolavo le ore perse in coda in macchina.

Tutti nella vita hanno diritto a un momento nel quale tirare le somme, far di calcolo, e capire quanto manca, a spanne,alla felicità.

Tanti, però, si dimenticano di usare questi momenti per calcolare davvero il tempo perso in cose che, tre metri sotto al suolo, non saranno certamente indispensabili.

Quelli come me, con l’urgenza di non morire per finire qualcosa di urgente, muoiono sempre in due modi: o subito o mai.

Subito, con la faccia contrita di chi stava calcolando le ore perse a pisciare. O mai, con tutto il tempo per accorgersi che, forse, la felicità è sempre un passo più lontana di quanto sembrava essere.

Puzzavo di lettiera per gatti. Odore ignobile, anche per un gatto. Guardavo lo stucco asciugarsi, con i miei errori di principiante stuccatore incisi a perenne memoria nella parete, mentre speravo segretamente di poter recuperare queste ore.

Per qualcosa di meglio. Per tutte le mie urgenze.

Poi mi sono alzato, per andare a pisciare. Un gran rumore di ossa che si stendono, ginocchia che scricchiolano, stucco che si stacca dalle mani e dai vestiti. Mi sono acceso una sigaretta, perseguitato dall’odore di lettiera per gatti, e con fare incerto ho aperto i pantaloni e ho iniziato a pisciare, con estrema calma. Osservando, le mani sporche, il flusso indeciso, i riflessi nella finestra.

Nessuno mi ridarà queste ore.

Proprio perchè mi sono servite per fare un paio di calcoli.

Uno che passa quarantadue giorni l’anno in volo o nei paraggi di un aeroporto, deve qualche volta fermarsi a fare i calcoli.

Puzzavo di lettiera per gatti. Odioso.

io e il 2050

Quando penso al 2050, non sono ancora sicurissimo di arrivarci vivo. Ci sono fondate ragioni per supporre che io non ci arrivi. Come il patrimonio genetico della mia famiglia, che da parte di padre ha una spassionata proiezione verso tutte le possibili patologie cardiovascolari e da parte di madre ha finito il catalogo dei tumori in un paio di generazioni. Anche il mio stile di vita non aiuta a supporre una mia lunga sopravvivenza. Quanto bevuto, fumato, aspirato, mangiato, succhiato, leccato, morsicato dai diciotto ai venticinque anni avrebbe dovuto già uccidermi.
Invece sono qui.

La data più a lungo termine che ho posizionato nella mia vita è giugno 2036. Più precisamente il 22 giugno 2036, giorno nel quale finirò di pagare il mutuo. Sorridendo, ho sempre pensato di voler prendere la macchina, guidare verso il mare. Levante. Fermarmi in un qualche ristorantino e ordinare una bottiglia di Vermentino, un pesce grigliato, del limone e della focaccia. Poi scendere verso il porto, chiacchierare con i pescatori, chiedere il prezzo di un gozzo, quello in fondo, verso il faro. Comprarlo, dipingerlo di azzurro, e tenermi a debita distanza dalla costa per un po’.

Nel 2050 più dell’ottanta percento della popolazione mondiale vivrà nelle città. Che nel frattempo saranno diventate macro centri urbani. Nel 2050, seguendo la curva di valore di un vecchietto americano con la barba incolta e un paio di lauree nel cassetto, l’inquinamento sarà la prima causa di morte della popolazione mondiale. Poveretti, anche quelli che non vivranno nelle città. I poveri africani del deserto, a ridosso delle montagne. Che consideravano già un grande culo sopravvivere alle carestie, alle guerre, all’AIDS, dovranno pagare un dazio per l’F150 3500 benzina che Jhon avrà comprato a Jhon Junior al compimento del sedicesimo anno di età. Che il Ford F150 inquini come un piccolo autobus è chiaro anche oggi. E che un sedicenne della Baja California non abbia nessun bisogno di un Pick Up semiautomatico, dovrebbe essere altrettanto chiaro. Poveri africani, cazzo. Il costo economico dell’inquinamento globale è diventato argomento molto cool alle cene di lavoro. Per dimostrare un finto interesse, molto radical chic, per il mondo, si presta attenzione a questi argomenti e si citano studi, video del TED, o conferenze.
A me, in questa costa del 2050 mi ci hanno infilato. La mia sensibilità ecologica non è molto sviluppata. Si, cerco di buttare le carte nel cestino, cerco di bere il latte prodotto vicino a casa mia, ogni tanto vado anche al mercato equo solidale. Però al mercato equo solidale ci vado più che altro per vedere che fine hanno fatto alcuni miei ex compagni di sociologia che credono nella forza dirompente del coltivare zucchine a ridosso della tangenziale.
Invece adesso sono pieno di studi, video, files, comunicati stampa. Quintali di bytes di informazioni sul 2050.
Anche ad essere estremamente ottimista, che Dio me ne scampi, a leggere tutta questa roba viene voglia di prendere una bottiglia di rhum e scolarsela appena usciti dal supermercato.

Sono seduti vicino a me, sul treno. Lei ha una splendida massa di capelli biondi, dolci e morbidi, che cadono sul golf bianco. Una gonnellina, delle calze blu e gli UGG marroni chiari. Lui ha le mani fini, un gilet di piumino, le All Star bianche basse. Le probabilità che siano italiani sono intorno al 97%. Mi distraggo dalle mie fottute carte sul 2050, cercando di ascoltare i loro bisbiglii. Si coccolano , mentre guardano fuori verso la desolata periferia. C’è il sole, fa caldo e il mare è mosso.

Ho una colazione di lavoro, un pranzo di lavoro, un the di lavoro e una cena di lavoro. Mangio per lavoro.
Quando volo sul mare, Genova, Savona, Cannes, Marsiglia, poi dritti verso Barcellona, penso sempre a quanto sia importante per me. Il mare. Guardo le colline diventare paludi, le città perdersi nelle calanche, la sabbia e le coste alte. Rifarei questa costa milioni di volte. In macchina, a piedi, in moto. Speriamo, oggettivamente, che sia una delle ultime cose che nel 2050 vadano a puttane. Anche se, citando uno studio californiano, il livello delle acque, seguendo il riscaldamento terrestre nel suo andamento degli ultimi trent’anni, dovrebbe salire di cinque metri netti. Nello studio fanno vedere Miami affondata. Per forza, ogni californiano sogna Miami affondata. Però mi dispiacerebbe vedere la Liguria sommersa. Miami no. E la Provenza. Le deliziose masserie in mezzo alla lavanda, i tori neri, i cavalli, gli zingari, i profumi, i muri medievali. Sarebbe davvero un peccato che il Piccolo non possa godere di tutto questo.

Ho studiato, mi hanno formato, plasmato, cambiato, per gestire le situazioni di emergenza, i grandi cambiamenti. Per osservare, con distacco, eseguire con rapidità, e ritornare al nido.

Lei mi osserva, lasciando che il suo sguardo si appoggi su un punto non ben definito della mia giacca blu. Forse ho una macchia. Forse è solo persa in un ragionamento. Ha delle scarpe bellissime, con un tacco delizioso. Delle caviglie strette, le ginocchia pulite. Il cappotto di panno colorato nasconde il resto, lasciando la faccia, inespressiva, e la luce del sole che le bagna le spalle.
Gli sguardi si incontrano. Si fermano. Lei sorride. Io sorrido. Poi sposta lo sguardo verso la fine del vagone. Io resto, fermo per un momento, sulla guancia. Da l’idea di essere morbida. E si incastra perfettamente nel collo. A dirla tutta, qui si parla decisamente di una bella giovane donna. Mi alzo per scendere.

Ho studiato per essere preparato in situazioni del genere. Situazioni di altri. Non mie. Forse nel 2050, seduto sul mio gozzo azzurro, penserò al 2012, al 2013. Al casino che hanno lasciato. I grandi cambiamenti sono sempre anticipati da grandi casini. Dovrei riprendere a meditare. Niente a che vedere con l’incenso e tutte quelle stronzate. Meditare, ovvero osservare con debito distacco la situazione, individuare il punto di incontro, selezionare una strategia, agire, uscirne. Mi viene meglio in PowerPoint.

Scendiamo insieme. Camminiamo verso l’uscita. Il mio passo rallenta per aspettare i suoi tacchi. Che cazzo stai combinando, vecchio balordo? Però lei si affianca. Camminiamo vicini per tutto il corridoio. Odore di piscio, neon, la pubblicità di una banca. Usciamo in strada. Mi fermo, cerco l’accendino, aspiro la prima boccata come se fosse finalmente, libertà. Uno dei vantaggi del 2050 sarà fumare senza comprare sigarette. Apri le finestre e ti fai una bella respirata. E via. Lei mi si avvicina. Chiede da accendere. Accendo io. Ci guardiamo ancora. L’ultima cosa che ho bisogno in questo momento, signorina, è finire a bere un caffè con una donna. Lo so molto bene. E non ho nemmeno molto tempo.

Sei italiano vero?
si, anche tu?
Si, di Bologna.
Lavori qui?
No, ma ci finisco spesso.
Per lavoro?
Ho un’amica qui. e tu?
Lavoro.
Qui?
No, ma ci finisco spesso.
Mi sa che si è spenta.
Si. Non so cosa ci mettano, ma si spengono sempre.
Ho letto che lo fanno per evitare che qualcuno le dimentichi accese.
Si, ma è fastidioso. Dovrei smettere.
Anche io.
Sembra impossibile.
Ce la fanno tutti.
Forse ci vuole il momento giusto.
E poi, per noi italiani, caffè, vino… insomma.
A proposito, ti va un caffè?
Si, certo.
Lo fanno buono qui dietro. Illy.
Conosci tutti i bar di Barcellona?
No, ma cerco di bere caffè decenti, quando viaggio.
Quindi tu lavori per cercare caffè buoni?
No, però da qui fino alla Manica riesco a berlo buono senza margine d’errore.
Che roba strana.

Esco dal bar con una amica in più su Facebook. E con una promessa, che non manterrò mai, di contattarla per un aperitivo. Peccato. Persona giusta, momento sbagliato. La vita. Sliding Doors.
Chi crede nelle coincidenze è fottuto.

Nel 2050 le infrastrutture dovranno essere in grado di comunicare tra di loro, per garantire una sopravvivenza decente ai miliardi di persone che vivranno accalcati in città. Autostrade che parlano con svincoli, che comunicano con centrali, che rispondono a ponti. Sempre che tutto non venga sommerso da una piacevole ondata di acqua.

Un giorno passeggiando per New York ho comprato una piastrella con una scritta. The best way to predict your future is to create it. E’ diventato il mio mantra. Non credo nelle coincidenze, nel destino, nelle casualità. L’impatto di una coincidenza sulla mia volontà è minimo. Odio gli oroscopi, e stando alla vecchia che mi ha letto la mano in Brera quasi dodici anni fa dovrei essere morto da un pezzo e con almeno tre figli. Sui figli non posso garantire. Tre mi sembra un numero attendibile. Vivo sono vivo. Fottuta vecchia del cazzo.

Arrivo alla colazione di lavoro. Mi siedo, apro il pc. Ho un pranzo, di lavoro, tra due ore e mezza. Prendo un caffè, un panino al prosciutto, un succo d’arancia. Ingoio vitamine, sali minerali, magnesio, e una decina di erbe. Sette pastiglie. Mi concentro, focalizzo il problema, distacco la vista, riporto me stesso in questo inquietante hotel, mi aggiusto la cravatta e inizio. Mi arriva un messaggio su Facebook. Perchè non stasera? Devi essere decisamente disperata, piccola.

Perchè non stasera? Perchè ho bisogno di stare da solo. Di camminare fino al mare. Di sedermi sulla ringhiera, guardare il nero infinito. Respirare. Pensare a una soluzione.
Per evitare che il mio futuro, da qui al 2050, sia davvero così come lo stanno dipingendo.

Questa sera scriverò. Rispondo. Tre punti di domanda, come risposta. La tolgo dagli amici di Facebook. Peccato, a onor del vero è straordinariamente raro per uno come me essere abbordato da una ragazza con tutte le coordinate fisiche al loro posto.
Da qui al 2050, dubito che mi risucceda.

Vertigini di sale

Oggi ho pianto due volte.

Una mentre vivevo e una mentre scrivevo. 

Non succede spesso, che io pianga. Ho addestrato la mia anima ad avvisarmi con largo anticipo. Questione di dignità. Preferisco piangere in un cesso, seduto sulla tazza. 

Ho pianto in tutte le occasioni della vita in cui andava fatto. Mai di gioia. 

Qualche volta ho sentito la spinta dal basso dei polmoni. 

Oggi mi è scappata una lacrima, mentre guidavo. 

E, per forza, ne ho scritto. 

Io credo nel potere salvifico della poesia. Credo che per un uomo sia davvero importante leggere poesie. E anche scriverne. 

Allora ho scritto, seduto su un vaso di terra pieno di mozziconi. 

E rileggendo, ho pianto ancora. Io, il cielo nero, la pioggia. 

Oggi ero con la mia tribù di border line. Quelli che credono nel ferro, nel carburatore, nelle statali, nell’asfalto. La mia gente, che mi ha adottato amorevolmente. Ascoltavo storie di statali, di notti passate con il saldatore, di lunghi viaggi, di sogni, di cadute. Ci sorridiamo tutti, perchè sappiamo benissimo che questo circo è una salvezza temporanea. 

Ho conosciuto gente davvero speciale. Storie uniche. Quello che cercavo. Ho visto, toccato, annusato, cose davvero belle. Quello che cercavo. 

Poi, sulla via del ritorno, sentivo il piede allontanarsi dall’acceleratore. 

Ho pianto facendo finta di ridere, perchè nessuno se ne accorgesse. 

Poi ho scritto tutto. 

 

Forse avrei fatto bene a godermi il mio circo di spostati per un altro paio d’ore. 

Tutti, la in mezzo abbiamo un sacco di ragioni per piangere, ma facciamo finta che il vero problema sia solo di cattiva carburazione. 

 

Questo post continua, o forse inizia su RadioCorrida (www.radiocorrida.wordpress.com) 

 

 

mitin rum

A Franz non piace

– la borsa di Harrod’s, in plastica, con gli orsetti e la Union Jack, usata dalle giovani donne in carriera per portare il pranzo, inscatolato nei Frigoverre, in ufficio.
– Gli stivali senza tacco, neri.
– Le gonne lunghe sotto il ginocchio, nere, blu, scure in genere. Se portate con gli stivali, mi aggrediscono le tempie e mi provocano nausea e vertigine.
– Gli orecchini di finta perla, il finto cuore di Tiffany appeso al collo, i braccialetti d’argento stile regalo della prima comunione
– Le sciarpe lanose, grosse e nere.
– I cappelli di lana a coppolina, stile Tonno Rio Mare, indossati dalle donne giovani e in carriera.
– Le borsette di pelle con il mappamondo disegnato.

Quindi a Franz non piace

Girare in centro la mattina e vedere tutte queste giovani donne in carriera, appese a un filo sottile di aspettative e dura lotta, mentre escono dalle scale del metrò.

A Franz piace

– Entrare in una meeting room e sentire un buon profumo femminile.
– Entrare in una meeting room e osservare compiaciuto un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e un golfino appoggiato sulle spalle.
– Fermare lo sguardo per qualche istante sui tacchi, approvando silenziosamente la maestosa autorità che qualche centimetro di plastica conferisce alle donne, giovani e in carriera.
– Constatare la perfetta pulizia delle mani che stringi, lo smalto di un colore diverso da quello delle cameriere del Night Club di Amsterdam.
– Essere accompagnato al caffè e non trovare traccia di perizoma o mutandoni sul retro del pantalone nero.
– Sentire il rumore dei tacchi sul linoleum e osservare l’assenza di calze. Anzi, l’assenza di calze, scoprirai poi, gioca un ruolo fondamentale nel buon andamento di una riunione.

Quindi a Franz piace

Osservare le donne in carriera, nel loro ambiente naturale.

A Franz diverte moltissimo

Il piccolo stuolo di sicari, comparse, stagisti con cravatte sottili di Zara (che azzerano l’effetto benefico dei tacchi, del profumo, in generale azzerano anche le aspettative di vita aziendale), che prendono ordinatamente appunti sui loro block notes.

Lei parla sicura, mi guarda dritto negli occhi, si aiuta con un puntatore laser che accarezza i numeri proiettati sul muro. Davvero, non capisco se abbia o meno le mutande. Mi interessa capirlo più da un punto di vista igienico che altro. E’ una femmina alfa, domina un sereno gruppo di neo schiavi aziendali, probabilmente doma un paio di amanti tra ufficio e palestra e un bel fidanzato (c’è l’anello al dito, diamante, pietra carina, poca spesa molta resa). Dalla sicurezza dei movimenti, dal tono, dai modi verbali, è sicura che tutto questo sia la cosa più vicina alla felicità.

Questa mattina ho dimenticato la cravatta. In verità ho dimenticato di avere la riunione. Mi scuso brevemente. La solita cazzata del free friday. Poi punto uno degli schiavi. Quello con la cravatta nera di Zara. Io sono sicuro che tu fallirai. Perchè metti una cravatta nera, con il nodo piccolo. Questo mi dice molto di te. Mentre lo osservo, smonto delicatamente la teoria della mia piccola femmina alfa.

Non abbiamo un punto di incontro. Possiamo trasformare questa situazione in un’occasione di profitto. Ma mi aspetto una posizione differente da parte vostra. Vibra compulsivamente un BlackBerry sul tavolo. Si muove, a spasmi, come se si volesse buttare giù. E’ il mio.

Ritorno seduto. Lei mi guarda negli occhi. Sai benissimo, lo sappiamo tutti e due, lo impareranno presto anche gli schiavi, che sei costretta a cedere su qualche punto. Cedi tu, cedo io, troviamo un compromesso. Meno vittime possibili. Un ragionevole punto di incontro. Io ho tutto il tempo che serve.
Riprende il puntatore, cambia slide. E si trasforma.
Il tono cede, specialmente sul finale delle frasi. Debolezza. Mi interessa. Questo, cazzo, mi interessa. Finalmente.

Chiede dell’acqua. Uno schiavo con una giacca di panno nera si alza e scatta furiosamente fuori.
Mi chiede se ne voglio. Sto morendo di sete. Devo bere dell’acqua da un pezzo. Ma no. Grazie. Io non ne ho bisogno.

Il puntatore non è più così sicuro, scivola deciso tra una frase e l’altra.

Qui, dice, ci sono in ballo dei posti di lavoro. Taglieranno delle teste.

(A Franz non piace: l’espressione “taglieranno delle teste”).

Cerca nei miei occhi qualcosa. Alcuni schiavi hanno smesso di scrivere. Forse sono le teste che salteranno.

Per questo io chiedo, nei limiti del possibile, un confronto che ci riporti sulla posizione iniziale, e ci permetta di preservare l’accordo pattuito e i posti di lavoro annessi.

Non ascolto più. Sto già scrivendo questo post. La questione è chiusa.

Si siede. Silenzio.
Arriva l’acqua.
Sto scrivendo veloce.
Aspettano me.

A Franz da parecchio fastidio ammettere che:

– cane mangia cane (e io mangio per ultimo) (Cit)
– sul lavoro rientro a pieno nella categoria Infami Figli di Puttana
– lavoro per soldi. Ergo i soldi sono il mio criterio di scelta.

Mi pagano e sopportano, prevalentemente, per i tre punti sopra elencati.

Chiudo l’iPad. Finirò di scrivere questo post più tardi.

Mi dispiace davvero, perchè avverto la provvisorietà di un accordo che non soddisfa nessuna delle due parti, rischiando di focalizzarsi solo sulla, seppur benevola, intenzione di preservare dei posti di lavoro. Nell’interesse comune, ritengo quindi di dover ribadire che la nostra posizione è e resta orientata a un accordo come quello da me proposto.

Lo schiavo con la cravatta di Zara si allenta il nodo. Benvenuto. Ma anche addio. Ricordati, adesso che avrai tempo libero, di comprarti cravatte migliori.

Lei si porta l’indice della mano destra sulle labbra. Ha delle labbra piccole, sottili, quasi appuntite. Non so,ma credo che da baciare siano meglio le labbra carnose. Fissa lo sguardo su un punto indefinito alle mie spalle. Respira. Si vede, nel respiro, un piccolo accenno di scollatura comparire dalla camicia.

Credo che questa riunione debba finire qui, dice.
Muovo lentamente la testa, sono daccordo.
Si alza, prendendo la sua agenda.
Gli schiavi si alzano di scatto.

Aspettatemi qui.

Mi accompagna verso l’uscita. Voleva che la precedessi. Ma non sei tu che mi cacci, piccola. Sono io che me ne vado. E tu mi accompagni. Osservo la schiena. Vorrei una schiena così anche io.
Ci fermiamo davanti alla porta.

Non c’è veramente nessun margine di trattativa?

La guardo negli occhi. Dove sei finita, femmina alfa? Torna in questo delizioso packaging.

Sorrido.

Non rispondo.

Possiamo discuterne, magari prima di marzo.

Ok.
Mi esce proprio: okkei.

Sorride.
Mi da la mano. Stringo. Sento il sudore.
Possiamo discuterne quando vuoi, ma non cambierà nulla. E marzo è un pessimo mese per discutere con uno che sta aspettando la primavera da troppo tempo.

Esco, constatando che la ragazza alla reception ha una deliziosa borsetta di Harrod’s, con gli orsetti e la Union Jack. Non c’è davvero mai limite al peggio.

La mia amica Pam

Eravamo in mezzo a uno stormo di vecchi bavosi, con pance enormi, aliti urtanti e capillari intorno al naso esplosi da un pezzo per il pessimo Prosecco. Uno stormo, che si muoveva delicatamente tutto insieme. Pam non ha mai avuto ben chiaro il peso portante, a livello emotivo, delle sue tette. Per questo non si è mai disturbata più di tanto nel coprire tutta quella carne. Figurarsi d’estate. I vecchi sembravano parecchio concentrati su quei kili di carne, impacchettata in una maglietta bianca scollata. Io, di per mio, ci avevo fatto l’abitudine da un pezzo. Ero quasi diventato, anni di amicizia, insensibile alla forza dirompente di una scollatura esagerata. Ridevamo, bevendo il caffè. Ci sarebbe stato da muoversi, dovevamo portare via tutti i vestiti di Pam da casa sua entro le cinque. Lui sarebbe tornato alle cinque e mezza. E ne io ne Pam avevamo nessuna intenzione di incontrarlo. Il quarto trasloco in un anno.
Funzionava così: litigavano. Questo quotidianamente. Alzavano il tiro continuamente. Erano tra quei litiganti a cui piace coinvolgere il pubblico. Chiunque, nel loro raggio di azione, poteva essere tirato nel mezzo della discussione. Per questo casa loro non vedeva ospiti ormai da un pezzo. Io andavo a prendere Pam per fare due passi, ogni tanto. Abitava in mezzo al nulla delle prime campagne. Lui mi considerava un pericolo. E’ tipico degli idioti, vedere pericoli nelle persone non pericolose. Quando alzavano troppo il tiro, uno dei due abbandonava casa. Per un giorno, due. Poi tornava. Facevano l’amore. Questo me lo raccontava Pam. Poi ricominciavano. Quando tutto era troppo anche per loro, Pam faceva una di quelle sue telefonate. Mi chiedeva quando avevo tempo. La scusa era che avevo la macchina grande. La verità era che ero rimasto l’unico ad aver voglia di traslocare cinque volte l’anno.

Prendevamo tutti i vestiti, poi le foto, alcune pentole, e tutto quello che a lui avrebbe dato fastidio non trovare. Un dispetto ben organizzato. Le avevo chiesto come mai si volesse portare via ogni volta le pentole. Ma non mi aveva mai risposto.

Poi andavamo da sua madre. Santa donna. Mettevamo tutte le scatole nella vecchia camera di Pam. Dalla sua finestra si vedeva la mia. Fumavamo affacciati ai davanzali, qualche anno prima. La madre di Pam non diceva nulla. Mi offriva il caffè.
Poi, il rituale prevedeva la vodka. Tanta vodka, quanta ne serviva per coprire quel dolore.
Sulla mia Vespa, andavamo in cerca dei posti peggiori dove bere.

Puntualmente Pam, o forse le tette di Pam, era in grado di raccimolare tutto il peggio umano che ogni locale poteva offrire. Rideva, si faceva offrire da bere, e mi spacciava come suo fratello. Anche un ipovedente si sarebbe accorto che, geneticamente, io e Pam non condividevamo niente. Ma, probabilmente obnubilati dalle tette, erano disposti ad accettare la nostra parentela.

Era il mio piccolo regalo alla nostra amicizia, il mio accompagnarla nei suoi traslochi.

Un giorno eravamo a casa di Pam. Seduto sul letto, sfogliavo un libro mentre lei metteva tutto il suo impegno nello scrivere un messaggio al suo tatuatore. L’autore della tigre, sulla tetta sinistra. E del drago, sopra il culo. Disastri di inchiostro su pelle in mostra perennemente. Il suo tatuatore era il motivo principale dell’ultimo trasloco. Senza che lui lo sapesse, peraltro.
Al momento, non avevo niente di meglio da fare che mettermi nella vita di Pam a curiosare. Scaricato, innamorato, ferito, vivevo sospeso tra un sacco di finti impegni e qualche piccola ossessione. Il tatuatore era un ottimo diversivo. Per me e per lei.

– Ho deciso di presentarti la mia amica. Silvia

Ho la faccia di uno che, appena uscito da una storia con Silvia, ha bisogno di un’altra Silvia? Probabilmente si.

– Hai un’amica che si chiama Silvia?
– Si certo.
– E ti sembra una buona idea presentarmela?
– Perchè no?
– Omonimia?
– Omochè?
– Lascia stare.
– Stasera. Viene con noi a cena.
– Io te e Sivlia?
– e Marco.
– Chi cazzo è Marco?
– Il mio tatuatore.
– Sarà una grandissima serata…
– non hai molto di meglio da fare. Accontentati

Silvia era, innanzi tutto Ester. Ma Pam le aveva chiesto di farsi chiamare Silvia. Che delicatezza. Classe 1977, piccola, vispa, noiosamente di destra, sana portatrice di almeno tre etti di oro giallo tra anelli e collane. Il fatto che Pam l’avesse bloccata, obbligandola a venire a cena, le aveva dato la stessa energica motivazione che hanno i maiali quando entrano in un salumificio.

E’ stato durante un lungo attacco ai kebap, ai turchi, ai negri, agli immigrati, che ho deciso che Ester avrebbe meritato il migliore dei Franz possibili. Ho ordinato una bottiglia di Cirò, e mi sono servito quattro calici al volo.

Di contro, il tatuatore aveva tutte le intenzioni migliori per rendere la serata estremamente piccante.

Mezzo litro di vino, bevuto di fretta, porta a galla il meglio del meglio di molte persone. Me compreso.

Con una rapida successione di alcuni dei miei migliori personaggi, tra cui il comunista irredento, il vecchio porco bavoso, il professore di sto cazzo, il saccente nutrizionista, ho steso sia la piccola fascistoide sia il prestante tatuatore.

Sulla strada verso casa, ci siamo fermati, con Pam, a bere. Vodka e rhum. In circonvallazione.

– tu sei un sociopatico.
– mi lusinghi.
– no, dico davvero.
– il fatto che tu mi voglia associare a una piscolabile fascistoide…
– fermo, fermo.
-…
– voglio solo dirti, che sei un sociopatico.

E, prendendo la sua borsetta, si è alzata e se ne è andata.

E’ stata l’ultima volta che ho bevuto con Pam. E’ stata l’ultima volta che ho visto Ester. E che sono stato male per Silvia. Il tatuatore lo vedo spesso. Ma non si ricorda di me.

Nemmeno Ester, suppongo.

Pam, magari si.