mitin rum

A Franz non piace

– la borsa di Harrod’s, in plastica, con gli orsetti e la Union Jack, usata dalle giovani donne in carriera per portare il pranzo, inscatolato nei Frigoverre, in ufficio.
– Gli stivali senza tacco, neri.
– Le gonne lunghe sotto il ginocchio, nere, blu, scure in genere. Se portate con gli stivali, mi aggrediscono le tempie e mi provocano nausea e vertigine.
– Gli orecchini di finta perla, il finto cuore di Tiffany appeso al collo, i braccialetti d’argento stile regalo della prima comunione
– Le sciarpe lanose, grosse e nere.
– I cappelli di lana a coppolina, stile Tonno Rio Mare, indossati dalle donne giovani e in carriera.
– Le borsette di pelle con il mappamondo disegnato.

Quindi a Franz non piace

Girare in centro la mattina e vedere tutte queste giovani donne in carriera, appese a un filo sottile di aspettative e dura lotta, mentre escono dalle scale del metrò.

A Franz piace

– Entrare in una meeting room e sentire un buon profumo femminile.
– Entrare in una meeting room e osservare compiaciuto un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e un golfino appoggiato sulle spalle.
– Fermare lo sguardo per qualche istante sui tacchi, approvando silenziosamente la maestosa autorità che qualche centimetro di plastica conferisce alle donne, giovani e in carriera.
– Constatare la perfetta pulizia delle mani che stringi, lo smalto di un colore diverso da quello delle cameriere del Night Club di Amsterdam.
– Essere accompagnato al caffè e non trovare traccia di perizoma o mutandoni sul retro del pantalone nero.
– Sentire il rumore dei tacchi sul linoleum e osservare l’assenza di calze. Anzi, l’assenza di calze, scoprirai poi, gioca un ruolo fondamentale nel buon andamento di una riunione.

Quindi a Franz piace

Osservare le donne in carriera, nel loro ambiente naturale.

A Franz diverte moltissimo

Il piccolo stuolo di sicari, comparse, stagisti con cravatte sottili di Zara (che azzerano l’effetto benefico dei tacchi, del profumo, in generale azzerano anche le aspettative di vita aziendale), che prendono ordinatamente appunti sui loro block notes.

Lei parla sicura, mi guarda dritto negli occhi, si aiuta con un puntatore laser che accarezza i numeri proiettati sul muro. Davvero, non capisco se abbia o meno le mutande. Mi interessa capirlo più da un punto di vista igienico che altro. E’ una femmina alfa, domina un sereno gruppo di neo schiavi aziendali, probabilmente doma un paio di amanti tra ufficio e palestra e un bel fidanzato (c’è l’anello al dito, diamante, pietra carina, poca spesa molta resa). Dalla sicurezza dei movimenti, dal tono, dai modi verbali, è sicura che tutto questo sia la cosa più vicina alla felicità.

Questa mattina ho dimenticato la cravatta. In verità ho dimenticato di avere la riunione. Mi scuso brevemente. La solita cazzata del free friday. Poi punto uno degli schiavi. Quello con la cravatta nera di Zara. Io sono sicuro che tu fallirai. Perchè metti una cravatta nera, con il nodo piccolo. Questo mi dice molto di te. Mentre lo osservo, smonto delicatamente la teoria della mia piccola femmina alfa.

Non abbiamo un punto di incontro. Possiamo trasformare questa situazione in un’occasione di profitto. Ma mi aspetto una posizione differente da parte vostra. Vibra compulsivamente un BlackBerry sul tavolo. Si muove, a spasmi, come se si volesse buttare giù. E’ il mio.

Ritorno seduto. Lei mi guarda negli occhi. Sai benissimo, lo sappiamo tutti e due, lo impareranno presto anche gli schiavi, che sei costretta a cedere su qualche punto. Cedi tu, cedo io, troviamo un compromesso. Meno vittime possibili. Un ragionevole punto di incontro. Io ho tutto il tempo che serve.
Riprende il puntatore, cambia slide. E si trasforma.
Il tono cede, specialmente sul finale delle frasi. Debolezza. Mi interessa. Questo, cazzo, mi interessa. Finalmente.

Chiede dell’acqua. Uno schiavo con una giacca di panno nera si alza e scatta furiosamente fuori.
Mi chiede se ne voglio. Sto morendo di sete. Devo bere dell’acqua da un pezzo. Ma no. Grazie. Io non ne ho bisogno.

Il puntatore non è più così sicuro, scivola deciso tra una frase e l’altra.

Qui, dice, ci sono in ballo dei posti di lavoro. Taglieranno delle teste.

(A Franz non piace: l’espressione “taglieranno delle teste”).

Cerca nei miei occhi qualcosa. Alcuni schiavi hanno smesso di scrivere. Forse sono le teste che salteranno.

Per questo io chiedo, nei limiti del possibile, un confronto che ci riporti sulla posizione iniziale, e ci permetta di preservare l’accordo pattuito e i posti di lavoro annessi.

Non ascolto più. Sto già scrivendo questo post. La questione è chiusa.

Si siede. Silenzio.
Arriva l’acqua.
Sto scrivendo veloce.
Aspettano me.

A Franz da parecchio fastidio ammettere che:

– cane mangia cane (e io mangio per ultimo) (Cit)
– sul lavoro rientro a pieno nella categoria Infami Figli di Puttana
– lavoro per soldi. Ergo i soldi sono il mio criterio di scelta.

Mi pagano e sopportano, prevalentemente, per i tre punti sopra elencati.

Chiudo l’iPad. Finirò di scrivere questo post più tardi.

Mi dispiace davvero, perchè avverto la provvisorietà di un accordo che non soddisfa nessuna delle due parti, rischiando di focalizzarsi solo sulla, seppur benevola, intenzione di preservare dei posti di lavoro. Nell’interesse comune, ritengo quindi di dover ribadire che la nostra posizione è e resta orientata a un accordo come quello da me proposto.

Lo schiavo con la cravatta di Zara si allenta il nodo. Benvenuto. Ma anche addio. Ricordati, adesso che avrai tempo libero, di comprarti cravatte migliori.

Lei si porta l’indice della mano destra sulle labbra. Ha delle labbra piccole, sottili, quasi appuntite. Non so,ma credo che da baciare siano meglio le labbra carnose. Fissa lo sguardo su un punto indefinito alle mie spalle. Respira. Si vede, nel respiro, un piccolo accenno di scollatura comparire dalla camicia.

Credo che questa riunione debba finire qui, dice.
Muovo lentamente la testa, sono daccordo.
Si alza, prendendo la sua agenda.
Gli schiavi si alzano di scatto.

Aspettatemi qui.

Mi accompagna verso l’uscita. Voleva che la precedessi. Ma non sei tu che mi cacci, piccola. Sono io che me ne vado. E tu mi accompagni. Osservo la schiena. Vorrei una schiena così anche io.
Ci fermiamo davanti alla porta.

Non c’è veramente nessun margine di trattativa?

La guardo negli occhi. Dove sei finita, femmina alfa? Torna in questo delizioso packaging.

Sorrido.

Non rispondo.

Possiamo discuterne, magari prima di marzo.

Ok.
Mi esce proprio: okkei.

Sorride.
Mi da la mano. Stringo. Sento il sudore.
Possiamo discuterne quando vuoi, ma non cambierà nulla. E marzo è un pessimo mese per discutere con uno che sta aspettando la primavera da troppo tempo.

Esco, constatando che la ragazza alla reception ha una deliziosa borsetta di Harrod’s, con gli orsetti e la Union Jack. Non c’è davvero mai limite al peggio.

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