La mia amica Pam

Eravamo in mezzo a uno stormo di vecchi bavosi, con pance enormi, aliti urtanti e capillari intorno al naso esplosi da un pezzo per il pessimo Prosecco. Uno stormo, che si muoveva delicatamente tutto insieme. Pam non ha mai avuto ben chiaro il peso portante, a livello emotivo, delle sue tette. Per questo non si è mai disturbata più di tanto nel coprire tutta quella carne. Figurarsi d’estate. I vecchi sembravano parecchio concentrati su quei kili di carne, impacchettata in una maglietta bianca scollata. Io, di per mio, ci avevo fatto l’abitudine da un pezzo. Ero quasi diventato, anni di amicizia, insensibile alla forza dirompente di una scollatura esagerata. Ridevamo, bevendo il caffè. Ci sarebbe stato da muoversi, dovevamo portare via tutti i vestiti di Pam da casa sua entro le cinque. Lui sarebbe tornato alle cinque e mezza. E ne io ne Pam avevamo nessuna intenzione di incontrarlo. Il quarto trasloco in un anno.
Funzionava così: litigavano. Questo quotidianamente. Alzavano il tiro continuamente. Erano tra quei litiganti a cui piace coinvolgere il pubblico. Chiunque, nel loro raggio di azione, poteva essere tirato nel mezzo della discussione. Per questo casa loro non vedeva ospiti ormai da un pezzo. Io andavo a prendere Pam per fare due passi, ogni tanto. Abitava in mezzo al nulla delle prime campagne. Lui mi considerava un pericolo. E’ tipico degli idioti, vedere pericoli nelle persone non pericolose. Quando alzavano troppo il tiro, uno dei due abbandonava casa. Per un giorno, due. Poi tornava. Facevano l’amore. Questo me lo raccontava Pam. Poi ricominciavano. Quando tutto era troppo anche per loro, Pam faceva una di quelle sue telefonate. Mi chiedeva quando avevo tempo. La scusa era che avevo la macchina grande. La verità era che ero rimasto l’unico ad aver voglia di traslocare cinque volte l’anno.

Prendevamo tutti i vestiti, poi le foto, alcune pentole, e tutto quello che a lui avrebbe dato fastidio non trovare. Un dispetto ben organizzato. Le avevo chiesto come mai si volesse portare via ogni volta le pentole. Ma non mi aveva mai risposto.

Poi andavamo da sua madre. Santa donna. Mettevamo tutte le scatole nella vecchia camera di Pam. Dalla sua finestra si vedeva la mia. Fumavamo affacciati ai davanzali, qualche anno prima. La madre di Pam non diceva nulla. Mi offriva il caffè.
Poi, il rituale prevedeva la vodka. Tanta vodka, quanta ne serviva per coprire quel dolore.
Sulla mia Vespa, andavamo in cerca dei posti peggiori dove bere.

Puntualmente Pam, o forse le tette di Pam, era in grado di raccimolare tutto il peggio umano che ogni locale poteva offrire. Rideva, si faceva offrire da bere, e mi spacciava come suo fratello. Anche un ipovedente si sarebbe accorto che, geneticamente, io e Pam non condividevamo niente. Ma, probabilmente obnubilati dalle tette, erano disposti ad accettare la nostra parentela.

Era il mio piccolo regalo alla nostra amicizia, il mio accompagnarla nei suoi traslochi.

Un giorno eravamo a casa di Pam. Seduto sul letto, sfogliavo un libro mentre lei metteva tutto il suo impegno nello scrivere un messaggio al suo tatuatore. L’autore della tigre, sulla tetta sinistra. E del drago, sopra il culo. Disastri di inchiostro su pelle in mostra perennemente. Il suo tatuatore era il motivo principale dell’ultimo trasloco. Senza che lui lo sapesse, peraltro.
Al momento, non avevo niente di meglio da fare che mettermi nella vita di Pam a curiosare. Scaricato, innamorato, ferito, vivevo sospeso tra un sacco di finti impegni e qualche piccola ossessione. Il tatuatore era un ottimo diversivo. Per me e per lei.

– Ho deciso di presentarti la mia amica. Silvia

Ho la faccia di uno che, appena uscito da una storia con Silvia, ha bisogno di un’altra Silvia? Probabilmente si.

– Hai un’amica che si chiama Silvia?
– Si certo.
– E ti sembra una buona idea presentarmela?
– Perchè no?
– Omonimia?
– Omochè?
– Lascia stare.
– Stasera. Viene con noi a cena.
– Io te e Sivlia?
– e Marco.
– Chi cazzo è Marco?
– Il mio tatuatore.
– Sarà una grandissima serata…
– non hai molto di meglio da fare. Accontentati

Silvia era, innanzi tutto Ester. Ma Pam le aveva chiesto di farsi chiamare Silvia. Che delicatezza. Classe 1977, piccola, vispa, noiosamente di destra, sana portatrice di almeno tre etti di oro giallo tra anelli e collane. Il fatto che Pam l’avesse bloccata, obbligandola a venire a cena, le aveva dato la stessa energica motivazione che hanno i maiali quando entrano in un salumificio.

E’ stato durante un lungo attacco ai kebap, ai turchi, ai negri, agli immigrati, che ho deciso che Ester avrebbe meritato il migliore dei Franz possibili. Ho ordinato una bottiglia di Cirò, e mi sono servito quattro calici al volo.

Di contro, il tatuatore aveva tutte le intenzioni migliori per rendere la serata estremamente piccante.

Mezzo litro di vino, bevuto di fretta, porta a galla il meglio del meglio di molte persone. Me compreso.

Con una rapida successione di alcuni dei miei migliori personaggi, tra cui il comunista irredento, il vecchio porco bavoso, il professore di sto cazzo, il saccente nutrizionista, ho steso sia la piccola fascistoide sia il prestante tatuatore.

Sulla strada verso casa, ci siamo fermati, con Pam, a bere. Vodka e rhum. In circonvallazione.

– tu sei un sociopatico.
– mi lusinghi.
– no, dico davvero.
– il fatto che tu mi voglia associare a una piscolabile fascistoide…
– fermo, fermo.
-…
– voglio solo dirti, che sei un sociopatico.

E, prendendo la sua borsetta, si è alzata e se ne è andata.

E’ stata l’ultima volta che ho bevuto con Pam. E’ stata l’ultima volta che ho visto Ester. E che sono stato male per Silvia. Il tatuatore lo vedo spesso. Ma non si ricorda di me.

Nemmeno Ester, suppongo.

Pam, magari si.

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