Power Angel

Quarantadue giorni. Maledetta matematica. Quarantadue giorni ho buttato nel cesso nel 2012, tra ore di volo, ore di attesa, ore di sonno in hotel di media categoria.

Maledetta matematica. L’esercizio è abbastanza semplice, i numeri difficilmente mentono. Prova a pensare a quante volte hai fatto l’amore nelle ultime tre settimane. Togliendo le volte che lo hai fatto da solo, che lo hai fatto solo mentalmente, che lo hai fatto pagando. Anzi, semplifichiamo. Pensa alle volte che hai fatto l’amore con il tuo partner nelle ultime tre settimane. Ti sembra di averlo fatto molto spesso? Credi di avere una vita sessuale soddisfacente? Bene, se lo avessi fatto tre volte alla settimana, quindici minuti a volta, tutto l’anno, farebbero due giorni. Due giorni su trecentosessantacinque. Nuda matematica.

Ora, se solo pensi che con un aperitivo alla settimana, di due ore circa, hai passato circa cinque giorni impegnato a darti un tono con uno Spritz in mano, addocchiando la fidanzata di qualcun’altro, e mangiando pessimo riso basmati condito con tonno e capperi. Passi cinque giorni in un anno a bere e due a fare l’amore.

Andiamo avanti?

Vogliamo parlare dei giorni che hai passato su Facebook? (30 minuti al giorno, significa sette giorni l’anno). Sette giorni passati a guardare le foto del tuo ex compagno del liceo, e del suo splendido bambino. Ma cazzo, cosa aspetti a chiamarlo, facendogli presente che hai perso una settimana in un anno guardando le sue foto? Ah, non hai Facebook perchè sei figo e radical chic? E Instagram? Quelle mezz’ore passate a osservare foto di sconosciuti? Linkedin? scrollando curricula di amici di ex colleghi? Ah hai sia Facebook, sia Instagram sia Linkedin…

Per questa ragione sorrido quando mi guardi preparare la valigia. Minuti. Cerco di rubare minuti a questa vita, per riportarli nella mia. Un ritardo nel volo delle 20 da Barcellona, anche di cinque minuti, significa arrivare a perdere l’autobus delle 22.13, aspettando quello delle 22.43. Mezz’ora nel piazzale di Linate, ogni due settimane. Sono tredici ore l’anno.

Un reality su Sky? Due giorni e mezzo in un anno. Due giorni e mezzo.

Non sono bravo a fare i conti. Mi serve molto tempo. Diciamo molto più tempo rispetto a un uomo nella media. Ma oggi avevo un sacco di tempo.

Seduto contro una parete, aspettavo che lo stucco seccasse per ridare una energica mano di spatola. Stuccare un muro richiede manualità, pazienza, occhio e precisione. Quattro cose che non possiedo, insieme alla capacità di calcolo.

Puzzavo come una lettiera per gatti.

Odio puzzare. Specialmente di lettiera per gatti. Mano di stucco, passata di spatola. Richiamo agli angoli. Occhiata esperta. Attesa. Mano di stucco. Occhiata. Rifinitura. Cartavetra.
Che cazzo di vita. Cristo.

Non per il lavoro fisico. Per i tempi morti. Vivo con l’urgenza di sapere quando morirò. Per essere sicuro di non aver perso troppo tempo in stronzate. A sapere, con certezza, che morirai settimana prossima, passeresti ancora due ore ogni sera a consumare il telecomando cercando qualcosa di decente da vedere? Oppure correresti a fare tutto quello che ti resta da fare?

Ecco, questo pungente senso di urgenza mi perseguita da anni.
E certo, stuccare infinite pareti bianche, aspettando che la chimica faccia il suo dovere seccando le pareti non mi aiuta.

E se morissi domani mattina? Ancora con lo stucco attorcigliato sui peli delle mani, dopo aver passato un intero giorno a stuccare una parete. E con tutti quei libri da leggere. E con tutte quelle parole da dire. Alle persone giuste, nel momento giusto.

Puzzavo di lettiera per gatti. E mi muovevo con fatica, forte delle mie debolissime ginocchia, arrancando tra i mobili sparsi per la stanza, mentre calcolavo le ore perse in coda in macchina.

Tutti nella vita hanno diritto a un momento nel quale tirare le somme, far di calcolo, e capire quanto manca, a spanne,alla felicità.

Tanti, però, si dimenticano di usare questi momenti per calcolare davvero il tempo perso in cose che, tre metri sotto al suolo, non saranno certamente indispensabili.

Quelli come me, con l’urgenza di non morire per finire qualcosa di urgente, muoiono sempre in due modi: o subito o mai.

Subito, con la faccia contrita di chi stava calcolando le ore perse a pisciare. O mai, con tutto il tempo per accorgersi che, forse, la felicità è sempre un passo più lontana di quanto sembrava essere.

Puzzavo di lettiera per gatti. Odore ignobile, anche per un gatto. Guardavo lo stucco asciugarsi, con i miei errori di principiante stuccatore incisi a perenne memoria nella parete, mentre speravo segretamente di poter recuperare queste ore.

Per qualcosa di meglio. Per tutte le mie urgenze.

Poi mi sono alzato, per andare a pisciare. Un gran rumore di ossa che si stendono, ginocchia che scricchiolano, stucco che si stacca dalle mani e dai vestiti. Mi sono acceso una sigaretta, perseguitato dall’odore di lettiera per gatti, e con fare incerto ho aperto i pantaloni e ho iniziato a pisciare, con estrema calma. Osservando, le mani sporche, il flusso indeciso, i riflessi nella finestra.

Nessuno mi ridarà queste ore.

Proprio perchè mi sono servite per fare un paio di calcoli.

Uno che passa quarantadue giorni l’anno in volo o nei paraggi di un aeroporto, deve qualche volta fermarsi a fare i calcoli.

Puzzavo di lettiera per gatti. Odioso.

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