io e il 2050

Quando penso al 2050, non sono ancora sicurissimo di arrivarci vivo. Ci sono fondate ragioni per supporre che io non ci arrivi. Come il patrimonio genetico della mia famiglia, che da parte di padre ha una spassionata proiezione verso tutte le possibili patologie cardiovascolari e da parte di madre ha finito il catalogo dei tumori in un paio di generazioni. Anche il mio stile di vita non aiuta a supporre una mia lunga sopravvivenza. Quanto bevuto, fumato, aspirato, mangiato, succhiato, leccato, morsicato dai diciotto ai venticinque anni avrebbe dovuto già uccidermi.
Invece sono qui.

La data più a lungo termine che ho posizionato nella mia vita è giugno 2036. Più precisamente il 22 giugno 2036, giorno nel quale finirò di pagare il mutuo. Sorridendo, ho sempre pensato di voler prendere la macchina, guidare verso il mare. Levante. Fermarmi in un qualche ristorantino e ordinare una bottiglia di Vermentino, un pesce grigliato, del limone e della focaccia. Poi scendere verso il porto, chiacchierare con i pescatori, chiedere il prezzo di un gozzo, quello in fondo, verso il faro. Comprarlo, dipingerlo di azzurro, e tenermi a debita distanza dalla costa per un po’.

Nel 2050 più dell’ottanta percento della popolazione mondiale vivrà nelle città. Che nel frattempo saranno diventate macro centri urbani. Nel 2050, seguendo la curva di valore di un vecchietto americano con la barba incolta e un paio di lauree nel cassetto, l’inquinamento sarà la prima causa di morte della popolazione mondiale. Poveretti, anche quelli che non vivranno nelle città. I poveri africani del deserto, a ridosso delle montagne. Che consideravano già un grande culo sopravvivere alle carestie, alle guerre, all’AIDS, dovranno pagare un dazio per l’F150 3500 benzina che Jhon avrà comprato a Jhon Junior al compimento del sedicesimo anno di età. Che il Ford F150 inquini come un piccolo autobus è chiaro anche oggi. E che un sedicenne della Baja California non abbia nessun bisogno di un Pick Up semiautomatico, dovrebbe essere altrettanto chiaro. Poveri africani, cazzo. Il costo economico dell’inquinamento globale è diventato argomento molto cool alle cene di lavoro. Per dimostrare un finto interesse, molto radical chic, per il mondo, si presta attenzione a questi argomenti e si citano studi, video del TED, o conferenze.
A me, in questa costa del 2050 mi ci hanno infilato. La mia sensibilità ecologica non è molto sviluppata. Si, cerco di buttare le carte nel cestino, cerco di bere il latte prodotto vicino a casa mia, ogni tanto vado anche al mercato equo solidale. Però al mercato equo solidale ci vado più che altro per vedere che fine hanno fatto alcuni miei ex compagni di sociologia che credono nella forza dirompente del coltivare zucchine a ridosso della tangenziale.
Invece adesso sono pieno di studi, video, files, comunicati stampa. Quintali di bytes di informazioni sul 2050.
Anche ad essere estremamente ottimista, che Dio me ne scampi, a leggere tutta questa roba viene voglia di prendere una bottiglia di rhum e scolarsela appena usciti dal supermercato.

Sono seduti vicino a me, sul treno. Lei ha una splendida massa di capelli biondi, dolci e morbidi, che cadono sul golf bianco. Una gonnellina, delle calze blu e gli UGG marroni chiari. Lui ha le mani fini, un gilet di piumino, le All Star bianche basse. Le probabilità che siano italiani sono intorno al 97%. Mi distraggo dalle mie fottute carte sul 2050, cercando di ascoltare i loro bisbiglii. Si coccolano , mentre guardano fuori verso la desolata periferia. C’è il sole, fa caldo e il mare è mosso.

Ho una colazione di lavoro, un pranzo di lavoro, un the di lavoro e una cena di lavoro. Mangio per lavoro.
Quando volo sul mare, Genova, Savona, Cannes, Marsiglia, poi dritti verso Barcellona, penso sempre a quanto sia importante per me. Il mare. Guardo le colline diventare paludi, le città perdersi nelle calanche, la sabbia e le coste alte. Rifarei questa costa milioni di volte. In macchina, a piedi, in moto. Speriamo, oggettivamente, che sia una delle ultime cose che nel 2050 vadano a puttane. Anche se, citando uno studio californiano, il livello delle acque, seguendo il riscaldamento terrestre nel suo andamento degli ultimi trent’anni, dovrebbe salire di cinque metri netti. Nello studio fanno vedere Miami affondata. Per forza, ogni californiano sogna Miami affondata. Però mi dispiacerebbe vedere la Liguria sommersa. Miami no. E la Provenza. Le deliziose masserie in mezzo alla lavanda, i tori neri, i cavalli, gli zingari, i profumi, i muri medievali. Sarebbe davvero un peccato che il Piccolo non possa godere di tutto questo.

Ho studiato, mi hanno formato, plasmato, cambiato, per gestire le situazioni di emergenza, i grandi cambiamenti. Per osservare, con distacco, eseguire con rapidità, e ritornare al nido.

Lei mi osserva, lasciando che il suo sguardo si appoggi su un punto non ben definito della mia giacca blu. Forse ho una macchia. Forse è solo persa in un ragionamento. Ha delle scarpe bellissime, con un tacco delizioso. Delle caviglie strette, le ginocchia pulite. Il cappotto di panno colorato nasconde il resto, lasciando la faccia, inespressiva, e la luce del sole che le bagna le spalle.
Gli sguardi si incontrano. Si fermano. Lei sorride. Io sorrido. Poi sposta lo sguardo verso la fine del vagone. Io resto, fermo per un momento, sulla guancia. Da l’idea di essere morbida. E si incastra perfettamente nel collo. A dirla tutta, qui si parla decisamente di una bella giovane donna. Mi alzo per scendere.

Ho studiato per essere preparato in situazioni del genere. Situazioni di altri. Non mie. Forse nel 2050, seduto sul mio gozzo azzurro, penserò al 2012, al 2013. Al casino che hanno lasciato. I grandi cambiamenti sono sempre anticipati da grandi casini. Dovrei riprendere a meditare. Niente a che vedere con l’incenso e tutte quelle stronzate. Meditare, ovvero osservare con debito distacco la situazione, individuare il punto di incontro, selezionare una strategia, agire, uscirne. Mi viene meglio in PowerPoint.

Scendiamo insieme. Camminiamo verso l’uscita. Il mio passo rallenta per aspettare i suoi tacchi. Che cazzo stai combinando, vecchio balordo? Però lei si affianca. Camminiamo vicini per tutto il corridoio. Odore di piscio, neon, la pubblicità di una banca. Usciamo in strada. Mi fermo, cerco l’accendino, aspiro la prima boccata come se fosse finalmente, libertà. Uno dei vantaggi del 2050 sarà fumare senza comprare sigarette. Apri le finestre e ti fai una bella respirata. E via. Lei mi si avvicina. Chiede da accendere. Accendo io. Ci guardiamo ancora. L’ultima cosa che ho bisogno in questo momento, signorina, è finire a bere un caffè con una donna. Lo so molto bene. E non ho nemmeno molto tempo.

Sei italiano vero?
si, anche tu?
Si, di Bologna.
Lavori qui?
No, ma ci finisco spesso.
Per lavoro?
Ho un’amica qui. e tu?
Lavoro.
Qui?
No, ma ci finisco spesso.
Mi sa che si è spenta.
Si. Non so cosa ci mettano, ma si spengono sempre.
Ho letto che lo fanno per evitare che qualcuno le dimentichi accese.
Si, ma è fastidioso. Dovrei smettere.
Anche io.
Sembra impossibile.
Ce la fanno tutti.
Forse ci vuole il momento giusto.
E poi, per noi italiani, caffè, vino… insomma.
A proposito, ti va un caffè?
Si, certo.
Lo fanno buono qui dietro. Illy.
Conosci tutti i bar di Barcellona?
No, ma cerco di bere caffè decenti, quando viaggio.
Quindi tu lavori per cercare caffè buoni?
No, però da qui fino alla Manica riesco a berlo buono senza margine d’errore.
Che roba strana.

Esco dal bar con una amica in più su Facebook. E con una promessa, che non manterrò mai, di contattarla per un aperitivo. Peccato. Persona giusta, momento sbagliato. La vita. Sliding Doors.
Chi crede nelle coincidenze è fottuto.

Nel 2050 le infrastrutture dovranno essere in grado di comunicare tra di loro, per garantire una sopravvivenza decente ai miliardi di persone che vivranno accalcati in città. Autostrade che parlano con svincoli, che comunicano con centrali, che rispondono a ponti. Sempre che tutto non venga sommerso da una piacevole ondata di acqua.

Un giorno passeggiando per New York ho comprato una piastrella con una scritta. The best way to predict your future is to create it. E’ diventato il mio mantra. Non credo nelle coincidenze, nel destino, nelle casualità. L’impatto di una coincidenza sulla mia volontà è minimo. Odio gli oroscopi, e stando alla vecchia che mi ha letto la mano in Brera quasi dodici anni fa dovrei essere morto da un pezzo e con almeno tre figli. Sui figli non posso garantire. Tre mi sembra un numero attendibile. Vivo sono vivo. Fottuta vecchia del cazzo.

Arrivo alla colazione di lavoro. Mi siedo, apro il pc. Ho un pranzo, di lavoro, tra due ore e mezza. Prendo un caffè, un panino al prosciutto, un succo d’arancia. Ingoio vitamine, sali minerali, magnesio, e una decina di erbe. Sette pastiglie. Mi concentro, focalizzo il problema, distacco la vista, riporto me stesso in questo inquietante hotel, mi aggiusto la cravatta e inizio. Mi arriva un messaggio su Facebook. Perchè non stasera? Devi essere decisamente disperata, piccola.

Perchè non stasera? Perchè ho bisogno di stare da solo. Di camminare fino al mare. Di sedermi sulla ringhiera, guardare il nero infinito. Respirare. Pensare a una soluzione.
Per evitare che il mio futuro, da qui al 2050, sia davvero così come lo stanno dipingendo.

Questa sera scriverò. Rispondo. Tre punti di domanda, come risposta. La tolgo dagli amici di Facebook. Peccato, a onor del vero è straordinariamente raro per uno come me essere abbordato da una ragazza con tutte le coordinate fisiche al loro posto.
Da qui al 2050, dubito che mi risucceda.

Un pensiero su “io e il 2050

  1. Ho letto il tuo blog, mi è piaciuto quasi tutto quello che leggevo, mi ci ritrovavo.
    Mi ero reso conto che, in qualche maniera ti assomiglio, almeno nell’anima poetica e contemplatrice del mondo.
    Poi ho fatto il bastardo, ho voluto stuzzicarti, provocandoti, mettendoti alla prova, facendo il troll sul tuo blog. Ero curioso di vedere se ti incazzavi.
    E tu mi hai risposto con quel post sul rum.
    Alla fine ho capito che sei una persona che si merita felicità, e che in qualche modo viaggia davvero sulla mia lunghezza d’onda, e se avessi il tuo indirizzo (e se io abitassi ancora in Europa), ti manderei a casa una bottiglia di El Dorado 12 anni.

    Un saluto, con stima,
    Massimiliano

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