Felicità Interna Lorda

Cazzeggiando beatamente cercavo in modo quasi serio di reperire un posto dove andare a vivere. Le cose serie iniziano sempre così. O per lo meno, le mie cose serie, iniziano sempre così. Cazzeggiando. Resta il fatto che ho bisogno di un posto dove andare a vivere. Che non sia quello dove sono. Un posto nuovo. Osservavo le proiezioni del PIL su un articolo del Sole 24 Ore. Quando viaggio in treno, non so perchè, tendo a comprare il Sole 24 Ore. Che è una noia mortale. In genere, un quotidiano finanziario che parla dell’Italia, negli ultimi tre decenni non può che essere una noia mortale. Sembra un bollettino di guerra. 

Osservavo le proiezioni del PIL. Una tabellina colorata, dove Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Francia non se la passano molto bene. 

Non se la passeranno molto bene. Non ce la passeremo molto bene. 

Lungi da me rendere questo posto un posto serio. Qui si parla di figa, ubriachi, puttane, alcool, moto, surf e libri. Lo si fa per scelta. Trattare i grandi argomenti della vita. 

Ma devo trovarmi un posto dove vivere. Perchè dove vivo adesso non sto vivendo. Una grande scelta. Un incredibile cambiamento. Insomma una cosa da affrontare cazzeggiando e riflettendo. 

Tra le molteplici possibilità di valutazione, la mia nuova casa deve avere alcuni elementi chiave obbligatori. Deve essere grande, adatta a contenere i miei libri, in grado di ospitare tutto il mio disordine. Deve avere un box. Se io mi muovo, le mie cose si muoveranno con me. Un carrozzone di carta, forse una tonnellata, di ferro, tre tonnellate, di cotone e tessuti sintetici, altra tonnellata, e qualche manciata di pregiati tessuti, qui si parla di etti, e di metalli preziosi, qui si parla di grammi. Più la mia anima, qui si parla di ventuno grammi, ma credo che pesi qualcosa di più. 

Chi prende me, prende tutto il pacchetto. Escludo dalla lista, per ovvie ragioni commerciali, il sacco di rimorsi, rimpianti e sensi di colpa. Quello viene via in automatico, ma è meglio, sull’annuncio, non pubblicizzare troppo la cosa. 

Chiudo il giornale e cado in un sonno malefico, pieno di brutti sogni e complesse situazioni. Non mi sembra nemmeno di dormire. 

Ovviamente non desidero fare su questo blog nessuna riflessione seria e di tono, ma sento urgente il bisogno di buttare qualche pensiero sulla cosa. Posso scrivere su tre grandi argomenti al momento: l’economia, la felicità, e la figa periferica. 

Scriverò di economia, perchè di felicità proprio non me la sento. Anzi. Poi, per tranquillizzarvi, vi elencherò alcuni dei vantaggi della frequentazione di una figa periferica. Per mantenere il tono, e per soddisfare le vostre richieste. (sempre cazzeggiando, ieri guardavo i termini di ricerca per cui la gente arriva qui. Tolte due voci, tra cui la fondamentale: “potere terapeutico del rum”, il resto è un catalogo porno. Sai mamma, scrivo su un blog. Scrivo, come ho sempre sognato. Beh si, a statistica sono un blog piccolo. Sono il milionesimo sito visitato in Italia. Ma la gente mi cerca. Ama quello che scrivo. Davvero. Per esempio, cercano in internet: “fighe pelose bagnate” e capitano sul mio blog. Non è fighissimo mamma? Perchè vomiti mamma?) 

Se volete saltare subito alle fighe periferiche, passate al prossimo paragrafo. 

Economia: oggettivamente, credo sia arrivato il momento, un momento particolare, diciamolo, nella mia vita in cui decidere davvero cosa fare da grande. Il Piccolo marcia verso il suo secondo compleanno, come la mia moto. Il Conto Economico della mia famiglia prosegue stabile, pagando una casa che perde costantemente valore, e comprando oggetti che non servono. Come tutti. La parabola di successo aziendale che prevedevo oggi al suo culmine, ha rallentato la crescita. Sono economicamente indipendente. E faccio il possibile per non essere in perdita. Ogni fottuto mese. Sono fiero del mio sistema economico. Ma forse, dico forse, esistono posti migliori dove poter vivere. Prima di cadere nel qualunquismo da futuro migrante (oh raga, ma lo sapete che in California vi tassano la metà? Oh, fratelli, in Florida, oltre alla figa c’è anche un sacco di lavoro! Eh, perchè in Cina?), ovvero poco prima di decidere quello che ho già deciso da tempo (continuare a spostarmi come un matto, ma sempre tornando), ho riflettuto sul fatto che il PIL, come indicatore nazionale non serve, scusate i termini accademici, a un beneamato cazzo. Il PIL è un indice che non tiene conto del mio futuro, dei miei progetti e della mia felicità. E’ asettico, sterile, come un rendiconto delle rate del mutuo. Certamente, dal mio 730 non usciranno grandi dati sulla mia felicità, ma uno degli indicatori fondamentali che dovrebbero tenere in conto, gli analisti, è CCMSSSM. Come cazzo mi sono svegliato stamattina. (ad acronimi non sono un campione, devo ammetterlo). Forse la Felicità interna Lorda, proposta, guarda caso da un premio Nobel (Daniel Kanheman), sarebbe un indicatore più appropriato. 

Forse, prima di studiare ossessivamente il mappamondo, sognando le fighe della Florida (che poi sono quasi tutte italiane immigrate) o le tasse della California (che poi sono divise per fasce di reddito, e incredibilmente vicine a quelle italiane) o le città cinesi (che poi vi voglio vedere a sorridere quando vivrete in periferia a Pechino), varrebbe la pena studiare il proprio FIL. Quanta felicità produci lavorando come un cane da slitta? Quanta felicità stai accumulando? Dove cazzo stai andando? 

La Figa Periferica. 

Come avrete facilmente intuito da questo post, non me la sto passando un granchè bene. A felicità. E a soldi. Per quanto riguarda i soldi, potete tranquillamente donare qualche spicciolo. Per quanto riguarda la felicità, potete tranquillamente donarvi. Non mi renderà felice davvero. Ma almeno passo cinque minuti carini. 

Proprio per questo non ho nessuna voglia di scrivere delle fighe periferiche. Oggi ho avuto la mia dose, di felicità e di autostima. 

Ho preso la moto per andare al lavoro. Si sente l’odore di primavera, l’aria fredda della campagna, e il rumore del motore mette l’anima quasi in pari con la vita. 

Mi sono fermato a bere un caffè. D’orzo. In un bar di un paesino che quelli che ci vivono chiamano “ma si, appena fuori Milano, ma forse è ancora Milano” e quelli del Fuori Salone definiscono “oh Cristo, facevi prima a vivere a Mantova”. Uno di quei paesi dove serve la macchina per andare ovunque, le case costano meno, il sole e la rugiada ti accarezzano al mattino, e puoi, insieme al bilocale termoautonomo, spararti anche un mezzo metro di erba che chiami giardino. E dove inviti le tue vittime, che però vivono in centro a Milano, e capiscono molto bene la tristezza estrema della periferia. Tu odi la città, lodando la campagna. Ma dimentichi che la città odia te. Farete la pace. Forse. 

In questo bar, insieme al mio caffè d’orzo, mi viene servita l’occhiata che si riserva ai passanti non conosciuti. Diffidenza, prima di tutto. Uno dei grandi valori della Pianura Padana. Ma mi viene anche servito un profumo forte, deciso, fruttato. Qualcosa che mi ricorda qualcosa. Cerco di ri ordinare la mia memoria olfattiva, mentre studio la portatrice di questo profumo. Una figa periferica. Non riesco a ricordare dove ho già sentito questo profumo. E se si tratti di un ricordo bello o di un ricordo brutto. Forse la mia memoria olfattiva sta inventando tutto. Forse. 

Lei si accorge che la osservo. Ma io non la sto osservando. Osservo il suo profumo. Mi sorride. Non ricambio. Finisco il mio orzo e risalgo in moto. 

L’odore del concime toglie il ricordo del profumo. Funziona così nella vita. Talvolta basta una palata di merda a farti dimenticare quanto bello fosse un profumo. 

Bentornata Primavera. Avrò modo di celebrarti. Lo farò. Te lo prometto. 

 

TGiF

 

“Ehy Piccola, piccola, tu sai veramente tutto quello che mi succede. E sai, immagini, tracci, tocchi e sogni, i posti dove vado. Sapendo, lo sa il tuo cuore, solo lui, che cerco, sempre, disperatamente, la via più breve per casa.”

 

Osservo con finto distacco la sua mano cercare i pantaloni di lui, e prenderli, tirarli a lei. Mangiano un panino e una pizza. Bevono birra gelata, guardando fuori dalla grande vetrata. Lei morde il panino, grosse labbra dipinte. E’ bella, con lunghi capelli neri. Seduta sullo sgabello, cerca lui, lo porta a se. Lo tiene vicino.

Mi da fastidio la luce. Mi da fastidio tutto, oggi. C’è una luce strana, grigia. Parlano, ogni tanto ridono. Sono un guardone della felicità degli altri.

 

“Cercavo di fare del bene a tutti prima che a me stesso. Ho ucciso me stesso, e nessuno viene al mio funerale”.

 

Mangio una specie di piadina, seduto di fianco ad altre solitudini business style come la mia. In fila, tutti, ordinati, verso la grande vetrata, che da sulla luce grigia e sui binari. Le stazioni sono luoghi strani, storie di partenze e di ritorni.  Mi ha sempre affascinato, delle stazioni, questa cosa: sono posti orrendi quando parti, sono posti stupendi quando torni. Eppure le loro piastrelle, i muri rovinati dal tempo e dal mondo, lo sporco e gli odori, non cambiano mai.

 

Ho un dolore grosso come il mio respiro, forte come il rumore del mio cuore, che sembra esplodere senza molto controllo e senza molto senso.

E’ da questi dolori, lo dico per esperienza, che nascono le cose migliori.

Ci vorrà tempo, moltissimo tempo per chi non vuole aspettare, pochissimo per chi vorrebbe scappare.

 “senti il rumore che fa, la nostra felicità, mentre rotola verso la vita”.

Il mio vicino puzza oggettivamente di quel misto “deodorante low cost + ascella vissuta + mancanza di confidenza nella doccia”. E in più mangia una pizza che fa un odore terribile. Di tonno e cipolle.

Che cazzo di tristezza. Mangiare in fila contro un vetro, che è contro un binario, che è contro una periferia, che è contro una pianura, che insomma il mare non si vede da questo cazzo di posto.

Entrano quasi correndo. Hanno quelle scarpe di adesso, basse, bianche. Quei jeans di adesso, aderenti. Hanno zaini colorati. Scelgono l’acqua, insieme. E poi si perdono in un bacio che vorrebbe, così a spanne, essere un cordiale invito a seguire le cose in modo più approfondito e diretto, in un letto ad esempio. O su un prato.

Sono un guardone d’amore altrui. Non so se sia un bene.

 

Eccomi qui. Parto. Come sempre. Torno sempre. Infatti non si preoccupa più nessuno. Eccomi qui, con tutta la mia solitudine che pesa come non mai.

Avrei dovuto capirlo, che quel leggero senso di disagio, scambiato per stanchezza, era semplicemente, brutalmente, dolorosamente, solitudine.

Solitudine. Vivo in mezzo alla gente. E sono solo.

Avrebbe dovuto fermarmi, molto tempo fa, al posto di guardarmi partire, sempre e comunque.

Avrebbe dovuto dirmi: basta. Fermati. Stai correndo troppo.

 

Avrebbe.

 

Dovresti dirmi, basta. Fermati. Aspettami. Non partire.

Dovresti seguirmi, cercarmi, trovarmi, aspettarmi.

Ecco tutto.

 

Dovresti.

 

Il progetto è arrivare, dormire mezz’ora, che questo grigio mi devasta. Cenare bevendo il più possibile, e nel minor tempo possibile. E poi cercare di non piangere.

 

Cercare, attentamente, di non piangere. Non serve a molto, in linea generale, piangere in una camera d’albergo.

Roma è nel pieno del traffico del rientro. Un sole caldo, il vento, il casino. L’hotel è imbucato davanti a degli studi televisivi. Un costante via vai di ballerini, troioni, uomini con i primi tre bottoni della camicia slacciati. Maserati, Ferrari, grossi suv neri con i vetri oscurati.

Il mio balcone da esattamente sul cancello degli studi. La sbarra che ti separa dal tuo sogno. Ogni uomo avrebbe diritto a quindici minuti di fama. Ogni fottuto uomo. Forse, ogni fottuto uomo, confonde la fama con la visibilità.

Non guardo la televisione da mesi. Sto sopravvivendo. Incredibile. Mi defilo, osservando le facce, lo stress, la vita. La televisione. Un mezzo trasformato in un fine ultimo. 

 

 

Ceno di fianco all’albergo. Da quando finisce la Liguria, fino a quando inizia la Campania, una delle cose più belle sono i pini marittimi, che spuntano ovunque, e sopravvivono all’asfalto. Mi appoggio al tronco, fumando, toccando la resina, lasciando che il vento fresco mi passi oltre. Sto bevendo troppo, come previsto. Per dormire. Per provare, almeno stanotte, a non piangere appoggiato al divanetto di finta pelle della camera 209.

 

Avreste dovuto, mie care donne della mia vita, avere più pazienza. E meno pietà.

 

Avrei dovuto, io che osservo tutto, capire che non si tratta di privilegio. Ma di semplicissima solitudine. Niente di speciale.

 Mi sveglio per il traffico. Ordino caffè e un vasetto di yougurt. Mangio sul terrazzino che da sul cancello. Ci sono in fila i ragazzi. Italy Got Talent. 

Inizia a suonare il cellulare. 

Mi piace sentirlo vibrare, nella tasca dell’abito. Non rispondo. 

Chiudo il trolley nero, stringo la cravatta, mi osservo nello specchio.

Avanti.

 

Thanks God it’s Friday 

Moon, wine n’ you

Qui dove vivo io, quando minaccia pioggia le donne moderne usano vestire dei grossolani apparati protettivi chiamati stivali. Prevalentemente neri. Credo sia legato a un fattore di comodità. Così, quando il cielo gonfio pestato, come un pugile stanco, minaccia pioggia, ecco che compaiono questi strani aggeggi. Prevalentemente neri, lo ho già detto. I piedi si mettono a lutto per la pioggia. Le mode passano, finalmente scarpe dannatamente alte, sfrontate, decisamente belle, intasano le vetrine del centro, eppure lo stivale nero, nelle sue forme primitive, ovvero senza tacco, oppure nelle sue più ricercate pose, con un filo di tacco, con il tacco, con le borchie, con gli strass, mi si piazza davanti, a ricordarmi che piove. 

Io odio la pioggia. E odio gli stivali. Pensavo di odiare le donne, in genere. Ma poi mi sono reso conto che il problema erano gli stivali. E a volte, spesso, il carattere infilato dentro quegli stivali. Ma al carattere c’è rimedio. E solitamente, anche il peggiore dei caratteri femminili, mi lascia indifferente con un paio di bicchieri di rhum, o mezza bottiglia di rosso. Lo stivale mi ritorna, come un soffritto troppo pesante, mi si ripresenta in testa, mi ricorda della pioggia, insomma mi fa tristezza. Pare che non ci sia un rimedio. Come per quei giacconi ridicoli che i padri di famiglia vestono la domenica mattina. Giaccone da allenatore di calcio. Con, corredata, tuta. Da allenatore, suppongo. Solo che, il sessantacinque per cento dei suddetti padri non allena una beneamata minchia. E il restante trentacinque allena squadre di oratori e comunità giovanili, un’ora la settimana e un’ora la domenica. Niente che possa giustificare questa sciatteria. Nessun rimedio. Se non quello di evitare con cura i luoghi dove gli stivali, i giacconi, i padri di famiglia e le altre brutture urbane si ritrovano. Sui giacconi e sui padri di famiglia, ho un metodo abbastanza infallibile. Evito da sempre i campi di calcio. Un po’ perchè al posto del piede sinistro ho un ferro da stiro, e le mie performance calcistiche mi permettevano, ai tempi dell’oratorio, di essere scelto per ultimo e con lo stesso entusiasmo con cui potreste scegliere tra un herpes e una vescica alla bocca. E poi, sapendo del mio problema al piede, mi mettevano sempre in porta. Dove mi ritrovavo immensamente solo, e iniziavo a pensare alla vita. E a quanto il calcio fosse uno sport misero. Continuo a evitare i campi di calcio e le zone limitrofe. Forse, per amore del Piccolo, potrò fare delle eccezioni. Ma, se tanto mi da tanto, osservando già oggi i piedi del Piccolo si possono notare, nelle dimensioni e nello spessore, le caratteristiche ereditarie che lo porteranno ad avere piedi molto lungi, piatti e inadatti al calcio. Fortunatamente per lui, non sono solo i piedi ad essere lunghi, in famiglia. Abbiamo anche nasi enormi e dita delle mani fuori misura. 

In ogni caso, il carosello del campetto domenicale, delle divise, dei borsoni colorati, delle processioni di station wagon piene di bimbi, sudore e puzza, lo evito e lo eviterò con cura. 

Sugli stivali ho qualche problema in più. Sono ovunque. Mi si propinano in tutte le forme, in un bar, sul tram, in coda alla cassa del super mercato. Agguati al mio gusto. 

Milano minaccia pioggia. Il cielo è nero. Sento Triple Es tossire, mentre attraverso la circonvallazione. Asfalto bagnato. Odore di temporale appena passato. La ruota dietro slitta impietosamente. Poca gente in giro. Un piacere. 

Mi ritrovo accerchiato da degli stivali. E dalle proprietarie. Sono uscito per bere del vino, per fare degli auguri, e per sentire l’effetto che fa, quando piove e tu hai voglia di slittare lentamente. Uscire, una sera su cento. Come se fossi giovane. Come se non fossi stanco. Come se in giro non ci fossero stivali neri, ad aspettarmi per ricordarmi che potrebbe piovere ancora. 

Credo che lei non si renda conto della sua bellezza. Totalizzante. Ne ho quasi la certezza. Credo che sappia di essere bella, d’accordo, ma suppongo non sappia della totalità della sua bellezza. Per questo, sopporto gli stivali neri che si porta in giro. Parliamo, animatamente, sotto il cielo nero. La luna c’è ma non si vede. Come la luce in fondo a un tunnel. 

Ho bevuto qualcosa di troppo, per sopportare tutti questi stivali, per sopportare la verità delle parole. Sento il motore scoppiare, in affanno. Brucio la strada che mi separa da casa. 

Solo per il gusto di sentire tutto il rumore che fa. Due cilindri che esplodono, appena sfiorando il gas, l’asfalto che mi scivola sotto al culo, le gambe che si stringono sul serbatoio, le macchine che restano ferme, le distanze che si accorciano. Una volante, all’incrocio. Ma passo troppo in fretta per accorgermene in tempo. Sento il freddo tagliare le mani. Un filo di dolore, un filo di gas, un immensa potenza, una grande vita. L’equazione che mi accompagna da tempo. 

Lascio il gas appena prima dei centosettanta. Sono solo. La strada è deserta. Con le luci gialle e tristi, e le pozzanghere che riflettono la città. Io, il freddo e questo assordante rumore. Che è quello che fa la mia vita in questo periodo. 

Non mi sono mai posto il problema di quanto forte potesse andare. Mai. Per rispetto. E’ come chiedere l’età a una signora. So che va. E so che non ha mai smesso di farlo, quando lo chiedevo. Sembra abbia la stessa sete che ho io. Di slittare, di correre, di provare a vedere l’effetto che fa. 

Mi fermo a fumare una sigaretta. Perchè non ho nessuna fretta di tornare. Forse, nessuna voglia. Fumo sotto a un cielo mezzo aperto, indeciso, sospettoso. Il motore sfrigola, esce un forte caldo dai cilindri. C’è solo il rumore della città. Ripetitivo, costante. Il battito del cuore fatto di treni, macchine e traffico. 

Non sapevo di avere bisogno di questo.

Forse lo sapevo. 

Decisamente, odio solo gli stivali. Le donne no. Ma, per dovere di cronaca, mi hanno dato molti meno problemi gli stivali che le donne. 

Non che voglia difenderli, ma in fondo, senza dei piedi dentro e delle anime intorno, sono innocui. Come una moto, senza la mano giusta che la sfiora, stringe, tira. Che è un modo lungo per dire: doma.  Come una donna senza l’uomo perfetto per farla arrabbiare, pensare, ridere, urlare, innervosire, sorridere, piangere, correre, aspettare. Che poi è un modo lungo per dire: innamorare. 

Life is short fritz! Do not forget to surf it

(and fuck stivali neri da pioggia!)

l’intimista (come scoprire se vostra moglie si sifona l’idraulico)

Guido seguendo distrattamente il primo notiziario del mattino. Roba da anziani, lo devo ammettere. Ma è più forte di me. Sta sorgendo un sole pallido, gonfio, innaturale. Non riesco a svegliarmi del tutto. La mia personale versione di Mangia Prega Ama, ovvero Studia Dormi Lavora, mi sta lasciando segni abbastanza importanti. Mi avevano detto che sarebbe stata dura. Mi fermo, per un caffè. Per cinque minuti d’umanità.

So riconoscere una bugia con una discreta velocità. Questo per due fondamentali ragioni. So mentire, e per sopravvivere quotidianamente devo riconoscere velocemente una bugia da una verità. Ho un margine d’errore, ovviamente. Ma miglioro con il tempo e con la pratica. Come per tutte le cose.
Se siete capitati qui, adorabili lettori casuali, per trovare un facile metodo su come scoprire se vostra moglie è effettivamente stata incaprettata dal barista, oppure se vostro marito se la spassa allegramente con una banda di aitanti ragazze dell’Est Europa durante le trasferte di lavoro, siete nel posto giusto. Scovare una menzogna è parte integrante del mio lavoro.

Come vivere in trasferta, d’altronde. Quindi vi posso già anticipare che la maggior parte delle cose che voi sospettate sul vostro marito viaggiatore accadono effettivamente. Ma non in trasferta. A casa. In trasferta si riposa e racconta ai colleghi.

C’è una grande scuola di pensiero che affonda le sue radici di indagine nella lettura dei linguaggi del corpo. La comunicazione non verbale, in effetti, è un’arma potente per leggere facilmente le persone. Tic, gestualità, movimento degli occhi, salivazione eccessiva, dilatazione parziale delle pupille, respirazione irregolare, gestualità ossessivo ripetitiva delle mani, condizionamento toracico, sono in effetti discreti campanelli d’allarme. Ma possono voler dire molte più cose di quante ne pensiate voi. Disagio dovuto all’interlocutore, fastidio nel ricordo di ciò che si racconta, fastidio fisico, menzogna e anche sottomissione. Quindi, magari vostra moglie si sta veramente sifonando l’idraulico, ma magari le state semplicemente sul cazzo (cosa discretamente probabile), o magari ha una fastidiosa vaginite, o si sta ricordando qualcosa di fastidioso. In ogni caso, direi a spanne e dall’alto del mio scranno di psicologo di coppia, è poco probabile che in questo contesto si ciuli. Per lo meno stasera. Mollate il colpo della sveltina prima di Master Chef. Mollate il colpo della comunicazione non verbale. Per leggere un corpo bisogna saper leggere. E anche bene. E si parte dal proprio. Abbandonate tutta la letteratura da Autogrill che avete comprato pensando di poter diventare agenti segreti o investigatori privati e fatevi velocemente tre domande: è normale comprare libri in un posto che dovrebbe vendere caffè e panini? E’ plausibile che dopo la lettura di un manuale di autoaiuto comprato in un posto che dovrebbe vendere panini e basta, voi possiate sentirvi in grado di leggere il corpo delle persone? Siete capaci di leggere il vostro?
Le risposte alle prime due domande non mi interessano. E’ evidente che, se avete comprato veramente un libro all’Autogrill, non potremmo mai essere amici, ma nemmeno conoscenti. Ma, la terza domanda è importante. Per leggere il corpo di vostra moglie, sapete leggere il vostro?

Insomma, questa questione della moglie che si sifona l’idraulico vi preme parecchio. D’altronde è un dubbio spaventoso e ancestrale. Rimanda all’idea di perdita di possesso, di tradimento, di mancata fiducia, addirittura alcuni la paragonano a un lutto. E poi, Cristo, l’idraulico. Speriamo sia tutto uno scherzo, pensate voi. Speriamo sia sterile, pensava vostra moglie appoggiata sul sifone.
A proposito, sifonare è un verbo coniato da quel genio di Andrea Pinketts, durante una serata parecchio alcolica (ma pensa…) in quel de Le Trottoir. Si può sifonare o essere sifonati. Indica l’atto di porre il proprio/la propria partner sul sifone, o calorifero, per evidenti scopi sessuali.

Io ho la soluzione. Non alla sterilità dell’idraulico. Abbandonate la lettura del corpo. Lasciate i giochetti di interpretazione dei segnali corporei per le serate noiose d’inverno con gli amici.

Prima di procedere è necessario, fondamentale, che sappiate una cosa importantissima. La mia tecnica, nata da anni di sperimentazione sul campo e studi massacranti, vi distruggerà la vita.
Capire una menzogna, vi renderà soli.
Intuire una bugia, vi impedirà di fidarvi nuovamente del vostro interlocutore.
Quindi, non andate avanti se non siete davvero motivati.

La solitudine non è bella. Nemmeno l’idraulico che si sifona vostra moglie. Ma d’altronde, se vostra moglie è arrivata a farsi sifonare dall’idraulico un motivo ci sarà. Forse più d’uno. La vostra assenza nei momenti difficili. Il distacco. Le mancate attenzioni. Un dialogo carente. O forse è solo zoccola, che è una possibilità come le altre. C’è a chi piace leggere, a chi mangiare, a chi il pettegolezzo e a chi il cazzo. Una passione come un’altra.

Beh, procedete a vostro rischio e pericolo.

Anni di studio e di pratica, vi dicevo, mi hanno portato a stabilire un metodo infallibile per osservare, riconoscere, stanare, una bugia. Nelle sue diverse sfumature: la mezza cazzata (in effetti vostra moglie era fuori ieri sera, ma non con la migliore amica, come sostiene lei). La stronzata (in effetti hanno trovato il cinema chiuso, e sono andate a ballare, in una discoteca dove non prendeva il cellulare). La bugia efferata (perchè vuoi sapere cosa ho fatto ieri sera, non ti fidi? Allora non ti fidi! Beh…).
(in ogni caso per l’esempio appena citato, vi consiglio come soluzione immediata di provarci con la sua migliore amica. E’ un anticipo di chiodo schiaccia chiodo, insospettabile, e accederete a tutte le informazioni necessarie per capire se davvero l’idraulico sifona vostra moglie).

Una bugia si riconosce, come un mediocre scrittore, dalla qualità della storia. E per toccare con mano la qualità di una storia bisogna andare fino in fondo. Ovvero, lasciar parlare.
Lasciate che il racconto della serata prenda forma. Memorizzate i punti deboli e poi tornate alla carica.
A meno che non ci si trovi davanti a una grandissima cazzara (siete parecchio sfigati, perchè zoccola e cazzaraa è davvero troppo), inciamperà nei dettagli, scivolerà sul contenuto, sbatterà contro gli orari.

Lasciate parlare chi avete davanti.
E se proprio volete usare qualche tecnica da provetto psicologo lettore del corpo, fatelo pure. Ma ricordatevi la vaginite, l’antipatia e gli altri rischi di inquinamento delle prove. Le parole non mentono mai, e quando lo fanno, non legano tra loro. Lasciate che la storia vi cada addosso.

Ascoltare vostra moglie è il miglior metodo per capire se è ora di cambiare idraulico. In verità ascoltare una donna, se fatto per tempo, è anche il miglior modo di evitare l’idraulico.
Che poi, povero idraulico, centra davvero poco. E, osservando vostra figlia primogenita, vi accorgerete di quanto il barista condivida con voi due cose: la passione per la figa, sodalizio di grandi racconti al bancone, e i lineamenti del viso. Ma non con voi, con vostra figlia. Bellissimi occhi. Entrambi.
E fatevi l’ultima domanda: ma è mia moglie che mi ha inculato o io che mi sono lasciato inculare? (e poi, credetemi, anche vostra moglie è stata inculata).

Insomma, volete proprio saperlo? O era tanto per giocare a fare gli psico dottori?

Finisco il caffè, finisco la sigaretta, controllo le mail e risalgo in macchina. Sto lavorando più ore, parecchie di più, di quelle che dormo. E poi studio. Quasi quanto lavoro. Insomma, dormo poco.
Mangia, prega, ama, diventato studia, lavora, dormi.
Mi sento addosso tutto il peso della mia solitudine. In questo periodo mi sento davvero solo.
Che forse è un bene.

E ho scoperto due bugie. Nascoste, velocemente, in un discorso. E mi sono sentito ancora più solo.

Per chiudere definitivamente la questione: si, è molto probabile che vostra moglie stia facendo qualcosa di decisamente scorretto, dal punto di vista sentimentale ma anche igenico rettale.
Non lo dico io. Nemmeno lo dite voi e il vostro cazzo di libro sulla comunicazione del corpo. Lo dice la statistica. Chee è una, fidatevi, di cui fidarsi.

L’errore, leggendo la statistica, è sempre pensare agli altri. Il campione sei tu. Il campione statistico.

Ah, l’idraulico è sterile. Davvero. Lo possono confermare la miglior amica di tua moglie, l’edicolante, tua moglie, la tabaccaia. Strano che la moglie dell’idraulico non lo possa confermare. E’ troppo impegnata con il loro piccolo bambino. Un’adorabile teppista, proprio come il vice parroco.

Perchè la statistica è statistica.

Biascicando, educando, morendo

Questa è la storia di una giornata iniziata in gerundio. Che è un modo verbale abbastanza inadatto al mio vivere. Perchè sottolinea un inizio, ma non da tracce della fine. Sto studiando, sto lavorando, sto provando, sto amando. Non ricordo di aver passato una Pasqua serena in famiglia da molti anni. Temo di non essere geneticamente portato a sopportare la Pasqua, intesa come pranzo, agnello, giochi in scatola, sigarette sul terrazzo ascoltando il cugino di sesto grado che racconta del suo lavoro fighissimo a Londra. Non sono pronto. Non lo sono mai stato. E in effetti oggi è stata la prima volta nella mia vita nella quale mi sono trovato a dover gestire cugini, agnello, sigarette sul terrazzo, sguardi paterni e giochi in scatola. Sono andato a letto che erano le due di notte. Ovvero le tre. Mi sono svegliato alle quattro, quasi sicuro di aver sentito qualcuno che suonava alla porta. Alle cinque ho constatato che uno stormo di passeri sta facendo il nido dentro la mia camera da letto, probabilmente alle spalle del mio cuscino. Alle sei si è svegliato il Piccolo, carico e pronto ad affrontare tutti gli ostacoli che lo separavano dagli scivoli. Gli auguro, nella vita, di avere la stessa fottuta ostinazione che ha adesso per gli scivoli. Alle nove ciondolavo verso il bar, per implorare un caffè. Alle dieci mi sentivo stanco come dopo una settimana di lavoro. Alle undici constatavo che, calcolando brevemente il ritmo sonno – veglia che sto gestendo nell’ultimo mese, posso sopravvivere ancora un paio di settimane, non di più. Morirò di sonno. Uno dei pochi casi al mondo. Mi lascerò cadere e mi addormenterò. Basta. Finita così. A mezzogiorno mi sono ricordato del perchè io stia decisamente lontano, a debita ed educata distanza, da tutte le ricorrenze che prevedono la fusione di più di due nuclei famigliari.

Sto vivendo. Sto decidendo. Sto cambiando. Sto maturando. Che cazzo. Ho iniziato. Dovrò anche finire. Questo mi sta sul cazzo del gerundio. E le persone che abusano del gerundio, per me, sono come quelli che fanno male l’amore, quelli che bevono rhum bianco, quelli che ascoltano la musica disco a palla in macchina, quelli che posseggono scooter e scooteroni. Hanno sbagliato qualcosa. Stanno sbagliando. Ecco tutto. Gli abusatori di gerundio sono pessimi elementi. E io sto abusando del gerundio. Quando abusi del gerundio, stai automaticamente anche abusando della pazienza di tutte le persone coinvolte nella frase. Questo dovresti saperlo. Sto decidendo, vuol dire che qualcuno sta aspettando. Sto cambiando, significa che qualcuno non se lo sta aspettando.
Eccetera eccetera.

Ascolto il rumore della tavolata, lunga, con la teglia dell’agnello, il vassoio delle melanzane, le ciotole con la salsa alle cipolle e quella allo spek. Osservo la mia famiglia mangiare, discutere di politica, servirsi il vino, stordirsi di complimenti e osservazioni prive di qualsiasi valore storico sociale. Questo, credo per tutti, dovrebbe, deve, dovrà essere il pranzo di Pasqua.
Ecco perchè a Pasqua non mi si vedeva nei paraggi da parecchi anni.

Mi si lasci elencare qui alcune significative celebrazioni della Pasqua. In ordine sparso.

Cogoleto, domenica mattina. Le campane mi svegliano. Sono arrivato prestissimo. Mi sono addormentato sulla tavola aspettando che crescesse la mareggiata di Libeccio che davano per sicura. Ho finito di bere rhum alle tre di notte. Alle sette ero in macchina. Ho dormito fino alle dodici e mezza. Ora in cui il parroco ha deciso di svegliare tutto il Ponente ligure con uno scampanio degno delle rappresaglie di Don Camillo a Peppone. Ho impiegato mezz’ora a togliere la lingua dal palato, incollata in quel pericoloso pastone del day after, e per capire che non solo non avrei surfato , ma il mal di testa sarebbe potuto non finire mai. Un vecchio pescatore a cui chiedo una sigaretta mi apostrofa con “Belin, ma è Pasqua, non ce l’hai una famiglia con cui pranzare?”.

Aix En Provence. Mi gongolo del fatto di essere uno dei tre in coda per il trenino turistico con audioguida. Io sono un fanatico dei trenini turistici con audioguida. E mi sembra una grandissima idea, visto che piove e fa freddo, passare la mattina di Pasqua a bordo del trenino. Giriamo tutta la città, immersi nelle storie dei pittori maledetti. Respiriamo l’aria del tifo, dell’assenzio, della povertà. Ah, che magia. Solo dopo mi accorgo che in tutta la Provenza sono aperti solo i Mac Donald. Pranzo di Pasqua composto da Mc Chicken e coca. Solitudine infernale. Freddo. Un filo di consapevolezza che, alla lunga, viaggi così potrebbero iniziare a pesarmi.

Biarritz. L’idea era quella di arrivare in spiaggia già a piedi nudi, con la muta, pronto ad infilarmi in acqua. L’essere passato sopra un groviglio di fili elettrici abbandonati contro un marciapiedi e l’aver sentito, netto e preciso, uno dei suddetti fili infilare due dita buone di rame arrugginito dentro il mio piede destro mi porta a credere che la surfata pasquale sia terminata prima di essere iniziata. Ricordo perfettamente l’anno. Perchè ho passato i sei mesi seguenti a zoppicare, con mezzo centimetro di rame infilato nella pianta del piede. Credo di non aver mai preso il tetano. Ma non ci voglio molto pensare, quindi non ho mai appurato e approfondito la cosa. Il pezzo di rame si è auto espulso a fine luglio. Ho partorito del rame. Ho tenuto la ruggine.

Piombino. Sono partito da Milano con una fidanzata che non sapeva farsi una ragione della mia partenza senza di lei e una moto rombante con due splendidi carburatori appena revisionati da me medesimo seguendo una antica tecnica imparata da un maestro artigiano. Sono arrivato a Piombino senza fidanzata, ella mi ha comunicato tutta la mia cafonaggine ed è migrata sotto altre lenzuola, e con un carburatore completamente otturato. Niente Isola d’Elba. Procedere a un lento rientro, in autostrada. Velocità di crociera appena sufficiente per dirsi “in movimento”. Niente pasquetta sulle statali elbane. Niente fidanzata. Pessima carburazione. Calo enorme della fiducia in se stessi. E a seguire pessimo periodo di rhum, baldracche di ripiego e bicilcetta. Per non ammettere il fatto di non essere capace di gestire una carburazione e una storia d’amore.

Così, giusto per pennellare alcune delle ultime Pasque. Robaccia, oggettivamente. Ma sempre meglio della tavolata da sedici, con agnello e insalatona.
Io sono allergico al teatro umano della famiglia. Avremmo voluto tutti essere in un altro posto. Invece siamo tutti qui. Avremmo voluto essere da un’altra parte. Chi a leggere la Gazzetta in santa pace. Chi a toccare la badante russa che gli è stata appioppata. Chi con l’amante appena conosciuto nel metrò. Chi semplicemente da un’altra parte. Magari da solo. Invece siamo qui, a passarci l’insalata. E a pensare in gerundio.

Cazzo.
Che è il primo pensiero che faccio non in gerundio. Ma anche il più sincero.

Breve postilla sul mantenimento dei carburatori, e di conseguenza delle fidanzate.

Ci sono due modi per manutenere il carburatore della vostra amata motocicletta. La carburazione, nella moto e nella coppia, è quel magico processo nel quale aria, benzina, scintille, fumi e pressione si uniscono per muovere il mezzo. Non serve capire molto di moto e di vita per capire che la carburazione è tutto. Una buona carburazione è meglio di una fidanzata molto bella. Tutte e due le cose insieme, solitamente, sono quello che ogni uomo dovrebbe avere. O aspirare ad avere.
Il primo metodo per garantire una efficace carburazione è quello che prevede lo smontaggio del carburatore, l’uso di un catino pieno di benzina verde. Tutte le parti vanno lavate amorevolmente con benzina e olio di gomito. Asciugate. Rilavate. Asciugate e passate nell’olio motore. Rimontate, e accordate. Come un violino.
Il secondo metodo prevede l’andare in un’officina specializzata, lasciare la moto, uscire a fumare, leggere il giornale, tornare, pagare e osservare la nuova carburazione della vostra moto.
E’ sicuramente meno figo del primo, ma è più immediato.

In ogni caso, possedendo una moto a carburatori, sei dalla parte giusta della storia.
Per la fidanzata non so come aiutarti. Credo che, in fondo, si tratti della stessa cosa. Manutenzione. Attenzione, amorevole contatto.
Eviterei il bagno nel catino di benzina.
E non lascerei nemmeno la fidanzata in un’officina.

Il fai da te, in quest’ultimo caso, è decisamente meglio.

Essendo, vivendo, scegliendo, cambiando.
Il gerundio andrebbe arrestato, perchè fa più vittime di molti serial killer.

Aspettandomi nuda al freddo

Non ho nessun voglia di scrivere ne di studiare. Scrivo, disordinatamente. Sotto la doccia, contavo le piastrelle gialle che mi separavano dalla finestra aperta. Entrava aria gelata. Fa ancora un freddo enorme. Quando sono stanco parlo, penso e scrivo con periodi brevissimi. Uso più punti che parole. Mettere i punti alle frasi, alle situazioni, alla vita, mi viene bene quando sono stanco.

Mi guarda con quegli occhi grandi, come il mare, che mi osservano sempre, che mi seguono attentamente, che mi ascoltano. E mi dice “tesoro, quello che fa una vita da sfigato sei tu”. Usa il “tesoro” sempre con un’accezione satirica. Fumiamo appoggiati a un tavolo. Viviamo, ultimamente, appoggiati a noi stessi.
In effetti, ultimamente, diciamo da quando ho memoria di questa vita, e dei suoi grandi cambiamenti, leggo, studio, lavoro, mangio, nuoto, fumo. Prevalentemente questo. Che concettualmente, non è nemmeno poi tanto da sfigati. Bisogna prenderci il ritmo.

Mi telefona con un numero anonimo. Rispondo sempre. Io rispondo sempre a tutti, in verità, e anche subito. Non do l’idea di essere uno molto impegnato. Ma lo sono. Parliamo per dieci minuti. Ho le orecchie ancora tappate dalla piscina, una fame aggressiva, e soffro umanamente la pioggerellina dritta che batte sul vetro. Come se Marzo potesse permettersi di lasciar spazio a novembre. Poi metto giù. Non ho capito bene cosa volesse da me. Ma non mi interessa.

Mi ricordo i viaggi, in questi giorni di qualche anno fa, a Palo Alto.

Non aspettatevi nulla di buono, se non un consiglio sfrontato, anzi due:

Ricordatevi di partire sempre con il cuore.
I piedi seguono sempre.

Evitate accuratamente di fare alcune cose in questi giorni (guardare il nuovo video dove la Tatangelo imita la banda di fighe americane). Doloroso risultato. Evitate di andare la mare. Se io resto, voi restate. Anche se sembra esserci la mareggiata perfetta. Evitate di fare l’amore con voi stessi. Provateci con altri.

life is short, friz. Surf it

La sana abitudine di frequentare puttane, bordelli e cimiteri

Folla felice e festosa, quella che mi accoglie all’aeroporto, all’alba delle 4.30, che poi è proprio l’alba. Davvero, le somiglianze con il nuovo Papa, quello che commuove le masse di cattolici facendo quello che avrebbero dovuto fare tutti i papi, non si limitano al nome. Solo che la folla felice e festosa che accoglie me si interpone tra me, appunto, e la mia colazione.
Se c’è una cosa che odio è la piccola furbata, l’eccezione, lo strappo alla regola, l’innocente infrazione. Letale mix se unita all’arroganza mediterranea. Esercito il meno possibile il mio diritto genetico a fottere il prossimo nelle piccole cose, quel bisogno primordiale che sentiamo noi latini, proprio per questo. E provo sempre una forte desiderio fisico di interrompere la vita di quelli che lo fanno, che saltano la fila fingendo di sbagliare, quelli che si fottono il resto di quello prima, quelli che …
Quindi, l’Alitalia mi ha comunicato che non sono più gradito socio della banda “esseri supremi da business class”. Sono stato declassato al livello “normali esseri umani”. Questo, a parte lo scotto emotivo, ha delle gravissime conseguenze sulla mia vita quotidiana. Cose che voi, normali esseri umani legati alla routine, non potete nemmeno immaginare.
Semplicemente oggi mi sono svegliato, come la maggior parte di voi, alle 4.17. Per poter essere seduto davanti agli imbarchi alle 5.35. Ovvero quando dovevo essere li. Per poi essere seduto in ufficio, come tutti voi, alle 8.45.
Tutto questo includendo, cosa di cui ho già scritto, la serena trafila di abitudini che si sono calcificate nell’anima. Rasatura, breve sessione di compiacimento allo specchio, lavaggio sommario, vestizione, colazione, breve compiacimento allo specchio, macchina, sigaretta, parcheggio, riprova parcheggio, riprova parcheggio, che cazzo hai comprato a fare un SUV maledetto coglione, riprova parcheggio, abbandono del veicolo in diagonale, occupando sei posti auto e due moto e ostruendo l’ingresso al Terminal. Check In, caffè espresso, giornale, sigaretta, controllo sicurezza, eccomi.
Questo è possibile in circa 70 minuti solo se si considera la procedura di check in come volume massimo di 12 minuti. Se no, o non mi lavo, o non mi rado, o non dormo. Impossibile non compiacermi. Se foste me, vi compiacereste di esserlo. Questi 12 minuti di check in sono il tempo medio che impieghiamo io e l’addetta al banco a sorriderci, scambiarci battute mirate a rendere la sua giornata bella e il mio posto sull’aereo migliore, stampare la carta di imbarco, cerchiare a penna il gate, sorriderci ancora, far cadere appena lo sguardo sulle smagliature che spuntano dalla scollatura, sorridere, salutare. Attenzione, non: “fare la coda come vacche al macello” insieme a una folla felice e festosa. Se notate, in tutti i miei 70 minuti non sono previsti altri esseri umani. Se non l’addetta al banco. Non c’è nessuna folla felice e festosa che si interpone tra me e la mia vita professionale.
Ma, dato che sono onesto, e dato che il declassamento a comune mortale comporta che io mi mischi con la folla felice e festosa, mi faccio quaranta minuti infilato tra due sudamericani e le loro diciassette valigie incellophannate. Non incellophannerò mai niente che non sia del pollo da mettere in frigorifero. L’ascella della piccola ragazzina sudamericana mi ferisce come affilate lame odoranti. E sono solo le 4.48.
La perdita del lusso di saltare la fila legalmente impatta sulla mia vita in modo molto pratico. Dormo meno, e mi innervosisco di più. Lavorerò su entrambi gli aspetti, ma mi sembra impossibile non incazzarmi con la folla felice e festosa che si presenta al banco check in con il passaporto nascosto dentro l’ultima tasca dell’ultimo zaino. Minuti preziosi che volano via. Poi mi mancheranno molto i bicchieri di vino, i sorrisi cordiali, il profumo di deodorante fresh air da cesso, le poltrone reclinabili e la musica jazz di sottofondo delle sky lounges.

Questa crisi mi sta spezzando le abitudini. Sono pronto a non avere soldi. Come famiglia, lo siamo da generazioni. E abbiamo procreato e vissuto come gli altri. Il mio conto in banca non mi spaventa. Comprerò meno vestiti per mio figlio, meno regali per gli altri, cibi meno sani, cercando in ogni caso di non rinunciare ai beni di prima necessità come il rhum e il tabacco. Ma la rottura delle mie abitudini è pericolosissima. Le abitudini, è provato dalla scienza, rendono l’uomo sicuro e positivo. Le abitudini. Non le rotture di coglioni. Il litigare con la tua ex moglie tutti i mercoledì pomeriggio non è un’abitudine. E’ una rottura di coglioni. Saper distinguere tra rotture di coglioni e abitudini, e saper scegliere e prendere decisioni, insieme a un consumo costante di alcool, sono le basi per una vita felice. Non lo dico io. Lo dice la vita.

Se si incrina il castello di abitudini costruito con pazienza e reddito, e le crepe rendono inagibili alcune aree del castello, bisogna seriamente preoccuparsi. Studierò attentamente le alternative.

In treno controllo attentamente i flussi di dopamina e serotonina, cercando di regolarmi sulla giornata che ho davanti. Non è facile, per me, vista la sveglia, è già quasi ora di pranzo. Regolo il mio mood, cancello la lunga lista di scazzi e piccole rotture di coglioni che mi porto in giro, assumo un sorriso che sia credibile, preparo l’emisfero sinistro a gestire l’emisfero destro, ascolto il mio intestino lamentarsi per l’assenza di una ragionevole colazione. Lo aggiorno sul pranzo, quegli orrendi panini in grado di otturare intestini, arterie e forse anche tubi idraulici. Controllare il proprio corpo. Già che ci sono, mi osservo nel vetro, compiacendomi.

Credo, fermamente, nei miracoli. L’amore è un miracolo. Non potrei non credere nei miracoli. Ma non sono d’accordo. Adesso non ci vorrebbe un miracolo. Ci vorrebbe solo pazienza.

Mi rimane tempo per elencare tutte le abitudini compromesse da questa disastrosa crisi. Non posso più lanciare, al sesto bicchiere di rhum, la carta di credito sul tavolo verde urlando “cento sul rosso”. Non posso più avere tre, identici, abiti blu. Quindi si alza esponenzialmente il rischio che io sbagli ad associare giacca e pantalone. Tre abiti blu sono il minimo per poter lavorare. Non posso più entrare al Mom, poco prima che chiuda, e ordinare un giro di bevute che stenderanno tutti. Peccato. Non posso più comprare il Financial Times, solo per tenerlo sotto braccio e, eventualmente usarlo come sottobicchiere. Mi toccherà ordinare calici di vino, al posto della bottiglia. Non potò più comprare tutte le riviste che vedo in aeroporto che hanno in copertina una moto con una puttana, o una puttana senza moto. Cadrò nel vortice del nazionalismo editoriale. Non potrò più comprare i doppioni dei libri che ho già letto, in un altra lingua. Ma tanto Zafon in olandese non si capiva molto, e lo avevo già comprato in inglese e spagnolo. Non potrò più comprare app su iTunes semplicemente basando la mia scelta sul colore dell’icona, il mio telefono cadrà nel disordine cromatico. Mi toccherà frequentare ristoranti che fanno pagare un piatto di pasta meno di venticinque euro, e conseguentemente frequentare persone abituate a dei piatti di pasta che costano meno di venticinque euro. Dovrò probabilmente cancellare il progetto di attraversare l’Argentina in moto, comprando il necessario direttamente in Argentina. Compresa la moto. Mi dovrò accontentare. Di questo passo, ben presto vestirò gli abiti dell’uomo distrutto.
Una lunga lista di abitudini sane, produttive, legate a valori ineccepibili, che verranno distrutte dalla crisi.

Mah

(ci sono giorni, come questo, dove devo forzatamente attaccarmi a qualcosa di terribilmente futile, come i soldi, per non sentire tutto il peso delle cose che vorrei non sentire, ma che sento per forza. Maledetto cuore).

In merito al titolo, è evidente che non sono una persona così gretta e di poco spessore. Non frequento cimiteri. Ci mancherebbe.

Cardigan, Colon Irritabili e impegni improrogabili

Ho avuto tempo, ascoltando la pioggia borbottare nella grondaia sotto il tetto, di riflettere su alcune cose. In una di quelle mattine che non arrivano mai all’orario in cui è lecito alzarsi per sentirsi meno in colpa, quando poi si alzano tutti. Ascoltavo il respirare profondo, regolare, rumoroso del Piccolo, immaginando i suoi sogni. Ascoltavo il silenzio della città, con gli ultimi veri giovani appena andati a dormire e i primi veri vecchi non ancora svegli. Ascoltavo il mio vicino, che portava allegramente la sua prostata a risolvere i problemi. Mi chiedo sempre se sia lecito, legale ed onesto tirare l’acqua dello sciacquone per tre minuti, in piena notte. Ma è un considerevole passo avanti, se si considera che ha passato gli ultimi sei mesi a produrre delle scoregge che immaginavo potessero esplodere solo dall’intestino di un elefante. Complice il Comune di Milano, che quando ha costruito queste case e questi muri ha pensato bene di infilare carta di giornale e paglia, abbiamo un’acustica notevole in tutto il quartiere. Tipo che quando gioca l’Italia, sembra di essere in tribuna d’onore. E quando il mio vicino ha il colon che litiga con i gas, sento la paura che qualche libro cada dalla mensola. A vederlo, quando cammina per il quartiere vestito da damerino, e saluta gentilmente tutti, non si immaginerebbe mai una attività intestinale così turbolenta. Poi, tutto torna nel silenzio perfetto in cui si sente solo l’acqua. Un diluvio universale, con la grondaia che canta, sembra quasi friggere.

E pensavo a quello che sto facendo della mia vita in questi mesi. E pensavo a quello che la mia vita mi sta facendo in questi mesi.

Quasi che, la prima volta che il Piccolo ha reclamato attenzione mugugnando qualcosa, mi sia sentito liberato dal peso dei pensieri e autorizzato ad alzarmi di scatto. Un padre modello.

Abbiamo fatto una splendida gita in centro, godendo degli sguardi allucinati della popolazione locale. Ho osservato le magre, idratate e perfettamente pettinate madri del Centro nel vivo del loro essere madri. Assolvono alle loro funzioni intubate in larghi cardigan di cachemire, con lunghe tute grigie e ridicole scarpe da maratona molto colorate. Alcune si rivolgono ai figli in inglese, e puliscono nevroticamente le mani ai pargoli con salviette disinfettanti. Mangiano merendine biologiche che il Piccolo rifiuta. L’assenza di grassi saturi lo confonde. A me vengono offerte gallette di riso. Come in una prigione cinese. In effetti, come credo abbia potuto constatare il Piccolo, lo scivolo è esattamente come il nostro. Una rampa di acciaio, con del legno gonfio d’umidità e un po’ scolorito. Anche la terra sembrerebbe essere la stessa. E anche il sole, a spanne, dovrebbe essere il medesimo. Certo, il Piccolo non annovera nei suoi amici di tutti i giorni dei Vittorio, Amanda, Emily, Geremia, Luciano e Guendalina, Lodovica e Nero. Noi siamo in una zona da Greta, Viola, Emanuele, Stefano, Gennaro. Guendalina e Gennaro, ad ogni buon conto avranno delle indiscutibili difficoltà umane, negli anni dell’istruzione dell’obbligo, non sanabili nemmeno con il reddito spaventosamente alto o basso dei papà. Che poi è il motivo principale per il quale mi sono fermato, nel salone dell’Anagrafe dell’ospedale, mentre scrivevo le prime lettere di quello che ho sempre voluto come nome per mio figlio: Aureliano.

Camminando verso casa ho chiesto al Piccolo se si fosse divertito. Abbiamo raggiunto un accordo e torneremo più spesso in questo parco. Gli scivoli sembrano essere ok, le madri decisamente più fighe della madri della nostra zona, si può parlare in inglese a bambini di un anno e mezzo senza sentirsi degli idioti, e senza essere inglesi, e ci sono buone probabilità, se la cosa viene fatta con al dovuta costanza, di essere invitati a qualche festa di compleanno con il catering di livello. Altro che le torte al limone sulle panchine dell’oratorio. Sulle panchine, al posto di Leggo e Metro, ho trovato il Sole 24 Ore, e la presenza rassicurante di numerose tate filippine fa si che io possa leggere il giornale mentre il Piccolo viene monitorato costantemente come potenziale fonte periferica di germi da non mettere in contatto con Lodovica e il suo cappottino firmato. Una vacanza, in pratica.

Camminavamo con questo nostro passo, lentissimo e disordinato. Possiamo impiegare anche mezz’ora per fare cento metri. Non abbiamo fretta, godiamo dell’assenza di donne potenzialmente pericolose e portatrici di ordini e compiti, come mamme e maestre, e quindi facciamo tutto con la spensieratezza tipica dei trentaquattro anni, ma anche dei due.

Denoto un certo crescendo di iperattività in alcuni dei miei coetanei. Una cosa che mi ha insegnato la vita è che tutto ha un senso e tutto ha un tempo. E che, proprio il senso e il tempo sono le cose più importanti della vita.

Sto facendo un grandissimo lavoro interiore per capire cosa io ami veramente. Non come io lo ami, ma se io lo ami davvero. Roba da vertigine. Ho messo, con il tempismo che mi contraddistingue, tutto in discussione. E, mentre armato di ramazza dell’anima spazzolo cocci e vetri rotti, mi sono reso conto che una cosa sola mi fa veramente paura. Quella paura che ha il Piccolo quando indietreggia davanti a un cane grosso e si avvinghia alla mia gamba. Ecco io provo quella stessa identica paura. Ma solo davanti a una cosa. L’uso sbagliato del tempo.

Una gigantesca riflessione filosofica mi attanaglia la testa mentre cerco di dormire, sdraiato sul tappeto di mio padre. Complice il fatto che il tappeto, a giudicare dall’odore, non venga pulito da almeno un paio di mandati papali, e che il pollo soffritto a bagno d’olio, strutto, sale e burro, giudicato da mio padre come il pranzo perfetto per il Piccolo, il sottoscritto e lui (famoso cardiopatico attualmente in vita grazie al minuzioso lavoro di ricostruzione fatto da una buonanima a suo tempo), mi stia rimbalzando tra l’intestino e il colon, non riesco a dormire. Sdraiato sul tappeto, posso intravedere solo il cielo, grigio. Ascolto i rumori della città, ma non li vedo. E penso al tempo. L’uso sbagliato del tempo.

Difficile da trascrivere, e piena di momenti topici degni di una Smemoranda di serie B (potete comprare il mio orologio, ma non avrete il mio tempo), la suddetta riflessione mi porta a definire pericolosi sia quelli che perdono tempo, sia quelli che lo riempiono troppo.
Io odio chi perde tempo. Se vuoi una cosa, prenditi il tempo giusto che ti serve e falla. Ma ho scoperto di avere paura anche di quelli che il tempo lo riempiono, infilzandolo come un panino alla salamella.

Forse riempire il tempo, caricandosi le spalle di un sacco di grandi attività, è il modo più elegante ed apparentemente innocuo per scappare da qualcosa o da qualcuno. O da qualcosa e qualcuno.

Forse il miglior modo di usare il tempo è quello di regalarlo. Alle persone e alle cose che davvero ami. Forse quello è, davvero, il tempo speso meglio di tutti.

Ascolto la pioggia battere sulla finestra. E’ domenica pomeriggio. Mi stanno parlando. Una voce dolce e perfetta. Non ascolto. Guardo fuori, il cielo grigio. E penso. In fondo sono qui a fare la cosa più preziosa che posso fare: regalarti il mio tempo.

Abbiate cura del vostro tempo come ne avete per la vostra pelle, per i vostri addominali, per i vostri capelli. Scegliete, per il vostro tempo, solo le persone migliori, i posti migliori, e tutto quello che vi sembra davvero migliore. Questo, alla fine, potrebbe essere il senso di una vita perfetta. Osservare compiaciuti il grigio della città da una finestra appesa su una domenica pomeriggio qualunque, sapendo benissimo di stare facendo la cosa più preziosa al mondo.

Ci sono cose che non ho voluto vedere. E ho chiuso gli occhi. Per le cose che non ho voluto sentire, ho provato a chiudere il cuore. Ma non funziona. Ecco, sto usando il mio tempo per fare questo lavoro.

(tempo di lettura previsto: 4 minuti / colonna sonora consigliata: Love, Ire & Songs / accompagnamento previsto: vini fruttati, bianchi, freddi / letture correlate: Fanculopensiero)

Tanta Roba, sempre e comunque

Il Signor Bluster è un raffinato pittore, caduto in disgrazia, che passa la maggior parte del suo tempo seduto al tavolino contro la vetrina di un bar che è esattamente come lui. Caduto in disgrazia, trasandato, affacciato su una città insicura, al confine tra il centro e la periferia, dove i colori della pelle diventano tanti, troppi per convivere pacificamente. Perchè abbia deciso di stare proprio a quel tavolo, tutto il santo pomeriggio, non è chiaro a nessuno. E non interessa a nessuno. Beve birra, lentamente, guardando sempre fuori dalla vetrina, verso la rotonda. Come se si aspettasse delle risposte, arrivare dal vialone. Invece passa solo la 57, beccheggiando come un traghetto pieno di gente, e curvando verso la zona industriale. 

Il Signor Bluster è un pittore, è un uomo, e non vorrebbe essere nessuna delle due cose. Sembra non interessare a nessuno, la pittura. E nemmeno l’essere un uomo. E sono le uniche due cose che il signor Bluster sa fare. Oltre che bere, per un intero pomeriggio, birra. 

Il signor Bluster è il protagonista del racconto che sto finendo. Sembra una storia stupenda. A vederla così. Tutti gli anni, quando c’è questo concorso letterario, scrivo un racconto stupendo. Lo finisco di corsa, lo correggo, lo rifinisco, lo cambio dove necessario. Lo ritaglio, amorevolmente, lo accarezzo. E poi lo stampo. Lo metto in un cassetto, sotto ai pigiami da adolescente che le mie sorelle si ostinano a regalarmi. Quando il racconto vincitore del concorso viene pubblicato, lo leggo. E mi limito a constatare se sia meglio o peggio del mio. 

Ho vinto le ultime sei edizioni. 

Il Signor Bluster non sarà da meno. Ha una storia che vale la pena di essere raccontata. Di freddo, di amore, di quadri, di uomini e donne, di periferie, di amore. 

Io scrivo solo di storie che valgono la pena di essere raccontate. Per questo scrivo poco. 

Il signor Bluster ha trovato un biglietto, un pomeriggio di luglio, che diceva così: “tu dici di amarmi, ma so che menti. Quello che dipingi, Eric, è molto diverso da quello che sei veramente. Dovresti pensarci”. E’ stato lì che il Signor Bluster ha, effettivamente, smesso di dipingere. E forse di vivere. 

Tutti hanno un momento preciso in cui un granello di sabbia incastra l’ingranaggio, inspiegabilmente. Qualcuno la chiama fine. Qualcuno li chiama inizi. Qualcuno ci rimane sospeso, a quell’ingranaggio fermo, osservando la vita da una vetrina di un bar. 

Io adoro, forse questa è la mia perversione più grande, il mare, i motori, il rhum, le donne e gli ingranaggi della vita bloccati e sospesi. Quei precisi momenti in cui, cazzo, tutto finisce. Tutto inizia, d’accordo, come preferite. Adoro, da sempre, raccontare queste cose. 

Ho finito oggi di scrivere dei ragazzi di Anvil motociclette. 

Dovreste davvero comprare Kustom World. Sempre e comunque. Non solo perchè, in breve tempo avrà un grande valore storico, visto che ci scrivo io. Ma anche perchè Kustom World è una splendida storia di coraggio e di persone. E’ un’impresa, far uscire una rivista, di questi tempi. E’ un’impresa, rimanere puri e duri, di questi tempi. Kustom World è un’impresa, e ogni numero è una sfida. Ma, se guardate bene dentro tutte le pagine, di ogni fottuto numero, ci trovate tutta la passione di un gruppo di ragazzi. E tutto il coraggio di un grande cuore. 

Non scriverei mai per una rivista, se non fosse la migliore. 

Questo è poco ma sicuro 

Dovreste stare molto attenti ai ragazzi di Anvil. Perchè sono una storia bellissima. Ovviamente. Non scriverei mai di storie noiose, o di uomini che non abbiano sentito, per un secondo solo o per un’eternità, il fermarsi dell’ingranaggio. 

Cazzo, quanto scrivo. 

PS: Il Signor Bluster, non lo aveva mica capito, quel cazzo di biglietto. Gli ci erano volute due birre, medie, calde, sgasate. Impossibile pensare che un foglio di carta, dello spessore di un millimetro, potesse fermare una vita intera. Ma era, in effetti, esattamente quello che era successo. 

Surf it, fritz. 

E’ facile citare Jovanotti, se sai come farlo

Grazie ai miei approfonditi studi sulla psicologia umana, sulla personalità e sulla comunicazione non verbale, vanto una certa qual comprensione del gentil sesso. Diciamo una comprensione superiore alla media. Dato che la media, mediamente, è drammaticamente bassa, sono parecchio sopra la media. Talvolta, la mia spiccata sensibilità mi porta ad essere il naturale anello di congiunzione tra l’amico e il padre. Quel cocktail che ogni donna vorrebbe. Perlomeno fuori dal letto. Questi anni di studio mi hanno portato a capire le donne nel profondo del loro nobile animo, nei riverberi azzurri del loro flusso coscienziale, nelle tenebre del loro oscuro, volutamente, vedo non vedo dell’anima. La cosa, a dirla tutta, mi è completamente inutile. Non ha un’utilità specifica particolare, se non quella di trovarsi ad essere spesso una specie di Kleenex gigante dentro cui piangere morbosamente, oppure un mastodontico orecchio dentro cui riversare ore di flusso ininterrotto di dubbi, paranoie, segreti e massacranti rimorsi. Ho accettato la cosa, per diversi anni, lavorando molto sul tornaconto emotivo-esistenziale che porta la maggior parte di esse a considerare un pompino come una corretta forma di compensazione di venti minuti ininterrotti di pianto o sedici telefonate di sfogo sul loro ex, che non le guarda più e che è passato proprio ieri, ma ti giuro che anche un cieco mi avrebbe vista, e invece questo stronzo, bastardo, eccetera eccetera eccetera. Erano gli anni in cui ognuno di noi doveva decidere la migliore strategia per accaparrarsi, con ogni mezzo, una donna. Molti hanno puntato sul look, molti sul potere intrinseco del fingere di sostenere uno stile di vita molto sopra la media. Molti hanno puntato sul loro naturale fascino. Molti altri sul lavoro estetico di ore di palestra. Altri, forti di una naturale bellezza, hanno aspettato educatamente che sciami di donne piovessero dentro i loro jeans. Mancando di tutte le naturali doti che rendono un maschio attraente per una donna, se non un certo sguardo malinconico che stimolava la pietà materna, e mancando di mezzi per fingere di potermi permettere più di quello che mi sono permesso, mi sono affidato a una tecnica, affinata negli anni, di impersonificazione dell’amico – padre che molte, troppe, inconsciamente desiderano avere al loro fianco.
La cosa ha funzionato, permettendomi tra l’altro, di spaziare molto tra generi umani. Anche le donne innamorate del lusso dato da una macchina cabrio, una cena figa e una casa nel Levante Ligure hanno spesso bisogno di un’amico. Anche le donne fatalmente innamorate della perfezione fisica che solo ore di massacranti sessioni di ABmachine possono dare, alla fine risentono della latenza paterna. Potevo serenamente coltivare la mia pancia, con ore di massacranti sessioni di rhum e cola, girando felicemente per il mondo a bordo della mia Panda 750CL rossa, con tanto di adesivi con le fiamme, continuando a leggere i miei libri, ostentando un look da “oh cazzo, uno dei 99 Posse”, senza essere mai fuori luogo. Non sono mai passato di moda, per il semplice fatto che non sono mai stato di moda. Nemmeno per sbaglio. Ancora adesso, ho un ritardo medio sulle tendenze in fatto di abbigliamento di almeno una stagione e mezza. Non lo faccio apposta. E’ che non me ne frega un cazzo dell’eccitante sensazione che un maglione con il collo più o meno all’ombelico può darmi. Felice del mio carnet di conquiste, ho anche scoperto che la donna, in quanto tale, tende a ripercorrere più volte lo stesso percorso, prima di cedere all’evidenza che il buon senso tentava di comunicarle molto tempo prima. Significa che, per una serie di imperscrutabili ragioni emotive, e probabilmente per un fortissimo senso punitivo, la maggior parte delle donne tende a voler riprovare lo stesso dolore emotivo più volte, prima di cedere all’evidenza che di dolore si tratti. Come se, per verificare che effettivamente il fuoco brucia, ci ripassaste la mano sopra due o tre volte, a distanza di tempo. Ecco. Gli ex, rimangono tali per parecchie scottature. Vanno e vengono, dalle vite di queste disperate emozionali come la bora su Trieste, spazzando via ricordi dolorosi, dignità e mutandine con la stessa facilità. E, prontamente, ad ogni passaggio dell’orco, c’è sempre bisogno di un amico. Sono stato uno dei primi, grazie ai miei studi, a comprendere il valore del prezioso sms “hey, come va?”. Un amo pieno di vermi, lanciato in una vasca di allevamento di trote.

Finito il periodo, felice, della mia vita in cui avevo pochissime responsabilità civili, e una folta rubrica di figlie-amiche, ho smesso di utilizzare le mie capacità sovrannaturali per sporchi secondi fini, a sfondo sessuale.

Interagisco, a oggi, con numerose donne. La maggior parte delle quali, per altro, facilmente attorcigliabili sul sottile bastoncino del padre-amico. Con i trenta, sono subentrate le grandi scottature della vita, le convivenze fallite, i matrimoni sepolti sotto il mobile della tv, i colleghi marpioni, i genitori che chiedono impellentemente un nipote, preferibilmente bianco, preferibilmente sano, e preferibilmente con il fidanzato storico del liceo-università. Le amiche di una vita che armeggiano con i pannolini al posto che con i boxer, la carriera aspettata, sudata, graffiata, sfumata in promesse e rimandi. Le capisco. Le capisco davvero. Adorabili creature, delicate nel profumo quanto nel prendere la vita sottogamba.

Continuo, in effetti, a capirle. Mediamente più degli altri. E continuano, le donne, ad essere una delle cose più belle che la vita offra a noi uomini, appena dopo il motore bicilindrico a carburatori aspirati e il rhum.

Mi sono innamorato di alcune, pochissime, di esse. Tre.
Ne amo una. Correntemente. Alla follia. Credo sia, spannometricamente, l’unica a potermi davvero salvare da tutte le pessime fini che il mio sesto senso mi porta a trovare per il mio corpo e la mia anima. Credo, davvero, si tratti di salvezza. Tu mi salverai. Questo, in fondo è l’amore che può durare più di tutti.

Ma non è di questo che dobbiamo parlare.

Oggi sono stato messo all’angolo, per distrazione mia, da una donna. Di cui non so il nome, ma credo che sia poco importante. Ha la faccia da Giulia, o Giuliana. Quei lineamenti tipici di una Giuliana. E’ una di quelle donne in grado di mettere un numero incredibile di golf, sovrapponendoli e creando interessanti incastri. Ha anche un Dodo appeso al polso. Carino, se hai quattordici anni. Oppure se vuoi dirmi che hai bisogno di un padre. Ha anche un telefono, su cui scrive messaggi veloci veloci. Con una custodia, ingombrante, di Hello Kitty. Hai bisogno di un padre, davvero. E la borsa, una garanzia per chi legge gli oggetti prima delle anime, piena di cuoricini. Appesi, legati, incatenati. Nessun eterosessuale sano di mente te li avrebbe mai regalati. Nessuno. Allora, piccola, te li seri regalata tu. O meglio, tu e la tua amica psico depressa con la quale condividi nell’ordine: la tariffa You&Me, le serate Nutella violenta, il corso di pilates per recuperare le serate, l’uscita in locale per abbordaggio disperato, la passione per Brad Pitt, come attore, come uomo, come padre, l’idea che tutti gli uomini siano stronzi, il catalogo Villaggi Bravo sul quale state mettendo le mani per capire se Santo Domingo o Cuba, o Capo Verde. Dio, sembri un autostrada deserta senza tutor per un motociclista. Sembri un’onda tubante e gonfia per un surfista. Sembri un gol facile facile. Facile Facile.

Qui, il tempo mi ha insegnato, bisogna agire con attenzione. Dev’essere l’amico a scardinare il cancello e il padre ad entrarvi. Lascio che una battuta sul “si vede da come scrivi veloce” cada lentamente per risvegliare i sette golfini, chiudendo con il finto saccente “dicono che si scriva veloce solo quando si sia sinceri o innamorati”. Che non vuol dire niente. Niente. Nessuno cederebbe a una stronzata del genere. Sembra un discorso tra Moccia e Fabio Volo. Appunto. Sorride. “spero per te si tratti di amore, la sincerità fa meno male ma è anche meno divertente”. Sorride ancora di più. Sorride, platealmente raggirata da due frasi dal dubbio senso logico. Bisogna dare la botta al cancello, scardinare del tutto. “in ogni caso, la primavera porta sempre rinascita e amore, non è vero?” lascio decantare e riattacco mentre il barista mi guarda perplesso come se uno struzzo stesse ballando sul suo bancone. “la pioggia, la neve, servono per bagnare la terra. Per i fiori sono indispensabili come le lacrime per l’amore”. Man bassa del peggior Jovanotti anni novanta. Mi faccio impressione da solo. Nel libro che scriverò prima di morire, How to get a blowjob mentioning Jovanotti’s worst songs, spiegherò come il citare Jovanotti, prima che rinsavisse a colpi di corna scoperte, e si mettesse a scrivere della piacevole musica, serva per due scopi: frasi ad effetto di semplice comprensione con ambientazione naturalistica di immediato ritorno (alberi, fiori, sole, luna, mare) e ottime per sondare l’eventuale presenza di ex.
La mia giovane portatrice di infantili gadget è pronta per l’arrivo del padre. L’amico sfonda, il padre entra. Ricordatelo sempre.
Solo che di colpo mi rendo conto della bassezza umana del mio ignobile essere. Brutto stronzo. Sprecare pregiate citazioni proto Jovanottiane per un lavoro di cui non godrai i frutti.
Rientro nei ranghi, pago il caffè. Esco, non prima di essermi sorbito un’accenno all’uso di What’s Up, del fatto che era un’amica, del fatto che si, il sole ci vorrebbe proprio e tutto il resto. Ho scatenato il mostro, risvegliato il drago nel castello, punzecchiato la tigre in gabbia. Ho fatto una cazzata.

Ritorno in ufficio riflettendo sul mio essere un inguaribile coglione. Entro in una fitta serie di mail sul destino del mondo, più nello specifico sull’uso scorretto di alcune licenze software quando suona il campanello. Il fatto che io debba aprire la porta, spesso mi obbliga a riflettere sul concetto di carriera. Apro, e trovo lei. O santo cazzo. Forse ho esagerato.

Mi guarda. La guardo. Lampeggia nei miei occhi il terrore. Nei suoi una strana calma apparente.
“firmi tu?” Cosa? Chi? Adesso? Arriva in mio soccorso un collega, che saluta me, saluta lei e prende una penna. Quindi, suppongo, dovrei conoscerla.
Firma. Lei lascia due buste e se ne va. Sorridendo.

La postina. Ovvio. Giulia. Ci conosciamo da quattro anni. Almeno.

Una busta è per me. Una multa. Il prezzo da pagare per l’insostenibile leggerezza del citare Jovanotti senza ritegno.

Questa sera avrei dovuto studiare. Non le donne. Lo stato patrimoniale. E scrivere. Non sulle donne. Sui ragazzi di Anvil, per Kustom World.

Citare Jovanotti ha sempre delle conseguenze, nel medio lungo termine. E’ un’arma pericolosa, da usare solo se strettamente necessaria. E io, sinceramente, al momento, ho bisogno di tutto fuorché di una postina.

Anche perchè, da quando ci conosciamo, mi ha solo, sempre, portato delle fottutissime multe.