La sana abitudine di frequentare puttane, bordelli e cimiteri

Folla felice e festosa, quella che mi accoglie all’aeroporto, all’alba delle 4.30, che poi è proprio l’alba. Davvero, le somiglianze con il nuovo Papa, quello che commuove le masse di cattolici facendo quello che avrebbero dovuto fare tutti i papi, non si limitano al nome. Solo che la folla felice e festosa che accoglie me si interpone tra me, appunto, e la mia colazione.
Se c’è una cosa che odio è la piccola furbata, l’eccezione, lo strappo alla regola, l’innocente infrazione. Letale mix se unita all’arroganza mediterranea. Esercito il meno possibile il mio diritto genetico a fottere il prossimo nelle piccole cose, quel bisogno primordiale che sentiamo noi latini, proprio per questo. E provo sempre una forte desiderio fisico di interrompere la vita di quelli che lo fanno, che saltano la fila fingendo di sbagliare, quelli che si fottono il resto di quello prima, quelli che …
Quindi, l’Alitalia mi ha comunicato che non sono più gradito socio della banda “esseri supremi da business class”. Sono stato declassato al livello “normali esseri umani”. Questo, a parte lo scotto emotivo, ha delle gravissime conseguenze sulla mia vita quotidiana. Cose che voi, normali esseri umani legati alla routine, non potete nemmeno immaginare.
Semplicemente oggi mi sono svegliato, come la maggior parte di voi, alle 4.17. Per poter essere seduto davanti agli imbarchi alle 5.35. Ovvero quando dovevo essere li. Per poi essere seduto in ufficio, come tutti voi, alle 8.45.
Tutto questo includendo, cosa di cui ho già scritto, la serena trafila di abitudini che si sono calcificate nell’anima. Rasatura, breve sessione di compiacimento allo specchio, lavaggio sommario, vestizione, colazione, breve compiacimento allo specchio, macchina, sigaretta, parcheggio, riprova parcheggio, riprova parcheggio, che cazzo hai comprato a fare un SUV maledetto coglione, riprova parcheggio, abbandono del veicolo in diagonale, occupando sei posti auto e due moto e ostruendo l’ingresso al Terminal. Check In, caffè espresso, giornale, sigaretta, controllo sicurezza, eccomi.
Questo è possibile in circa 70 minuti solo se si considera la procedura di check in come volume massimo di 12 minuti. Se no, o non mi lavo, o non mi rado, o non dormo. Impossibile non compiacermi. Se foste me, vi compiacereste di esserlo. Questi 12 minuti di check in sono il tempo medio che impieghiamo io e l’addetta al banco a sorriderci, scambiarci battute mirate a rendere la sua giornata bella e il mio posto sull’aereo migliore, stampare la carta di imbarco, cerchiare a penna il gate, sorriderci ancora, far cadere appena lo sguardo sulle smagliature che spuntano dalla scollatura, sorridere, salutare. Attenzione, non: “fare la coda come vacche al macello” insieme a una folla felice e festosa. Se notate, in tutti i miei 70 minuti non sono previsti altri esseri umani. Se non l’addetta al banco. Non c’è nessuna folla felice e festosa che si interpone tra me e la mia vita professionale.
Ma, dato che sono onesto, e dato che il declassamento a comune mortale comporta che io mi mischi con la folla felice e festosa, mi faccio quaranta minuti infilato tra due sudamericani e le loro diciassette valigie incellophannate. Non incellophannerò mai niente che non sia del pollo da mettere in frigorifero. L’ascella della piccola ragazzina sudamericana mi ferisce come affilate lame odoranti. E sono solo le 4.48.
La perdita del lusso di saltare la fila legalmente impatta sulla mia vita in modo molto pratico. Dormo meno, e mi innervosisco di più. Lavorerò su entrambi gli aspetti, ma mi sembra impossibile non incazzarmi con la folla felice e festosa che si presenta al banco check in con il passaporto nascosto dentro l’ultima tasca dell’ultimo zaino. Minuti preziosi che volano via. Poi mi mancheranno molto i bicchieri di vino, i sorrisi cordiali, il profumo di deodorante fresh air da cesso, le poltrone reclinabili e la musica jazz di sottofondo delle sky lounges.

Questa crisi mi sta spezzando le abitudini. Sono pronto a non avere soldi. Come famiglia, lo siamo da generazioni. E abbiamo procreato e vissuto come gli altri. Il mio conto in banca non mi spaventa. Comprerò meno vestiti per mio figlio, meno regali per gli altri, cibi meno sani, cercando in ogni caso di non rinunciare ai beni di prima necessità come il rhum e il tabacco. Ma la rottura delle mie abitudini è pericolosissima. Le abitudini, è provato dalla scienza, rendono l’uomo sicuro e positivo. Le abitudini. Non le rotture di coglioni. Il litigare con la tua ex moglie tutti i mercoledì pomeriggio non è un’abitudine. E’ una rottura di coglioni. Saper distinguere tra rotture di coglioni e abitudini, e saper scegliere e prendere decisioni, insieme a un consumo costante di alcool, sono le basi per una vita felice. Non lo dico io. Lo dice la vita.

Se si incrina il castello di abitudini costruito con pazienza e reddito, e le crepe rendono inagibili alcune aree del castello, bisogna seriamente preoccuparsi. Studierò attentamente le alternative.

In treno controllo attentamente i flussi di dopamina e serotonina, cercando di regolarmi sulla giornata che ho davanti. Non è facile, per me, vista la sveglia, è già quasi ora di pranzo. Regolo il mio mood, cancello la lunga lista di scazzi e piccole rotture di coglioni che mi porto in giro, assumo un sorriso che sia credibile, preparo l’emisfero sinistro a gestire l’emisfero destro, ascolto il mio intestino lamentarsi per l’assenza di una ragionevole colazione. Lo aggiorno sul pranzo, quegli orrendi panini in grado di otturare intestini, arterie e forse anche tubi idraulici. Controllare il proprio corpo. Già che ci sono, mi osservo nel vetro, compiacendomi.

Credo, fermamente, nei miracoli. L’amore è un miracolo. Non potrei non credere nei miracoli. Ma non sono d’accordo. Adesso non ci vorrebbe un miracolo. Ci vorrebbe solo pazienza.

Mi rimane tempo per elencare tutte le abitudini compromesse da questa disastrosa crisi. Non posso più lanciare, al sesto bicchiere di rhum, la carta di credito sul tavolo verde urlando “cento sul rosso”. Non posso più avere tre, identici, abiti blu. Quindi si alza esponenzialmente il rischio che io sbagli ad associare giacca e pantalone. Tre abiti blu sono il minimo per poter lavorare. Non posso più entrare al Mom, poco prima che chiuda, e ordinare un giro di bevute che stenderanno tutti. Peccato. Non posso più comprare il Financial Times, solo per tenerlo sotto braccio e, eventualmente usarlo come sottobicchiere. Mi toccherà ordinare calici di vino, al posto della bottiglia. Non potò più comprare tutte le riviste che vedo in aeroporto che hanno in copertina una moto con una puttana, o una puttana senza moto. Cadrò nel vortice del nazionalismo editoriale. Non potrò più comprare i doppioni dei libri che ho già letto, in un altra lingua. Ma tanto Zafon in olandese non si capiva molto, e lo avevo già comprato in inglese e spagnolo. Non potrò più comprare app su iTunes semplicemente basando la mia scelta sul colore dell’icona, il mio telefono cadrà nel disordine cromatico. Mi toccherà frequentare ristoranti che fanno pagare un piatto di pasta meno di venticinque euro, e conseguentemente frequentare persone abituate a dei piatti di pasta che costano meno di venticinque euro. Dovrò probabilmente cancellare il progetto di attraversare l’Argentina in moto, comprando il necessario direttamente in Argentina. Compresa la moto. Mi dovrò accontentare. Di questo passo, ben presto vestirò gli abiti dell’uomo distrutto.
Una lunga lista di abitudini sane, produttive, legate a valori ineccepibili, che verranno distrutte dalla crisi.

Mah

(ci sono giorni, come questo, dove devo forzatamente attaccarmi a qualcosa di terribilmente futile, come i soldi, per non sentire tutto il peso delle cose che vorrei non sentire, ma che sento per forza. Maledetto cuore).

In merito al titolo, è evidente che non sono una persona così gretta e di poco spessore. Non frequento cimiteri. Ci mancherebbe.

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