Cardigan, Colon Irritabili e impegni improrogabili

Ho avuto tempo, ascoltando la pioggia borbottare nella grondaia sotto il tetto, di riflettere su alcune cose. In una di quelle mattine che non arrivano mai all’orario in cui è lecito alzarsi per sentirsi meno in colpa, quando poi si alzano tutti. Ascoltavo il respirare profondo, regolare, rumoroso del Piccolo, immaginando i suoi sogni. Ascoltavo il silenzio della città, con gli ultimi veri giovani appena andati a dormire e i primi veri vecchi non ancora svegli. Ascoltavo il mio vicino, che portava allegramente la sua prostata a risolvere i problemi. Mi chiedo sempre se sia lecito, legale ed onesto tirare l’acqua dello sciacquone per tre minuti, in piena notte. Ma è un considerevole passo avanti, se si considera che ha passato gli ultimi sei mesi a produrre delle scoregge che immaginavo potessero esplodere solo dall’intestino di un elefante. Complice il Comune di Milano, che quando ha costruito queste case e questi muri ha pensato bene di infilare carta di giornale e paglia, abbiamo un’acustica notevole in tutto il quartiere. Tipo che quando gioca l’Italia, sembra di essere in tribuna d’onore. E quando il mio vicino ha il colon che litiga con i gas, sento la paura che qualche libro cada dalla mensola. A vederlo, quando cammina per il quartiere vestito da damerino, e saluta gentilmente tutti, non si immaginerebbe mai una attività intestinale così turbolenta. Poi, tutto torna nel silenzio perfetto in cui si sente solo l’acqua. Un diluvio universale, con la grondaia che canta, sembra quasi friggere.

E pensavo a quello che sto facendo della mia vita in questi mesi. E pensavo a quello che la mia vita mi sta facendo in questi mesi.

Quasi che, la prima volta che il Piccolo ha reclamato attenzione mugugnando qualcosa, mi sia sentito liberato dal peso dei pensieri e autorizzato ad alzarmi di scatto. Un padre modello.

Abbiamo fatto una splendida gita in centro, godendo degli sguardi allucinati della popolazione locale. Ho osservato le magre, idratate e perfettamente pettinate madri del Centro nel vivo del loro essere madri. Assolvono alle loro funzioni intubate in larghi cardigan di cachemire, con lunghe tute grigie e ridicole scarpe da maratona molto colorate. Alcune si rivolgono ai figli in inglese, e puliscono nevroticamente le mani ai pargoli con salviette disinfettanti. Mangiano merendine biologiche che il Piccolo rifiuta. L’assenza di grassi saturi lo confonde. A me vengono offerte gallette di riso. Come in una prigione cinese. In effetti, come credo abbia potuto constatare il Piccolo, lo scivolo è esattamente come il nostro. Una rampa di acciaio, con del legno gonfio d’umidità e un po’ scolorito. Anche la terra sembrerebbe essere la stessa. E anche il sole, a spanne, dovrebbe essere il medesimo. Certo, il Piccolo non annovera nei suoi amici di tutti i giorni dei Vittorio, Amanda, Emily, Geremia, Luciano e Guendalina, Lodovica e Nero. Noi siamo in una zona da Greta, Viola, Emanuele, Stefano, Gennaro. Guendalina e Gennaro, ad ogni buon conto avranno delle indiscutibili difficoltà umane, negli anni dell’istruzione dell’obbligo, non sanabili nemmeno con il reddito spaventosamente alto o basso dei papà. Che poi è il motivo principale per il quale mi sono fermato, nel salone dell’Anagrafe dell’ospedale, mentre scrivevo le prime lettere di quello che ho sempre voluto come nome per mio figlio: Aureliano.

Camminando verso casa ho chiesto al Piccolo se si fosse divertito. Abbiamo raggiunto un accordo e torneremo più spesso in questo parco. Gli scivoli sembrano essere ok, le madri decisamente più fighe della madri della nostra zona, si può parlare in inglese a bambini di un anno e mezzo senza sentirsi degli idioti, e senza essere inglesi, e ci sono buone probabilità, se la cosa viene fatta con al dovuta costanza, di essere invitati a qualche festa di compleanno con il catering di livello. Altro che le torte al limone sulle panchine dell’oratorio. Sulle panchine, al posto di Leggo e Metro, ho trovato il Sole 24 Ore, e la presenza rassicurante di numerose tate filippine fa si che io possa leggere il giornale mentre il Piccolo viene monitorato costantemente come potenziale fonte periferica di germi da non mettere in contatto con Lodovica e il suo cappottino firmato. Una vacanza, in pratica.

Camminavamo con questo nostro passo, lentissimo e disordinato. Possiamo impiegare anche mezz’ora per fare cento metri. Non abbiamo fretta, godiamo dell’assenza di donne potenzialmente pericolose e portatrici di ordini e compiti, come mamme e maestre, e quindi facciamo tutto con la spensieratezza tipica dei trentaquattro anni, ma anche dei due.

Denoto un certo crescendo di iperattività in alcuni dei miei coetanei. Una cosa che mi ha insegnato la vita è che tutto ha un senso e tutto ha un tempo. E che, proprio il senso e il tempo sono le cose più importanti della vita.

Sto facendo un grandissimo lavoro interiore per capire cosa io ami veramente. Non come io lo ami, ma se io lo ami davvero. Roba da vertigine. Ho messo, con il tempismo che mi contraddistingue, tutto in discussione. E, mentre armato di ramazza dell’anima spazzolo cocci e vetri rotti, mi sono reso conto che una cosa sola mi fa veramente paura. Quella paura che ha il Piccolo quando indietreggia davanti a un cane grosso e si avvinghia alla mia gamba. Ecco io provo quella stessa identica paura. Ma solo davanti a una cosa. L’uso sbagliato del tempo.

Una gigantesca riflessione filosofica mi attanaglia la testa mentre cerco di dormire, sdraiato sul tappeto di mio padre. Complice il fatto che il tappeto, a giudicare dall’odore, non venga pulito da almeno un paio di mandati papali, e che il pollo soffritto a bagno d’olio, strutto, sale e burro, giudicato da mio padre come il pranzo perfetto per il Piccolo, il sottoscritto e lui (famoso cardiopatico attualmente in vita grazie al minuzioso lavoro di ricostruzione fatto da una buonanima a suo tempo), mi stia rimbalzando tra l’intestino e il colon, non riesco a dormire. Sdraiato sul tappeto, posso intravedere solo il cielo, grigio. Ascolto i rumori della città, ma non li vedo. E penso al tempo. L’uso sbagliato del tempo.

Difficile da trascrivere, e piena di momenti topici degni di una Smemoranda di serie B (potete comprare il mio orologio, ma non avrete il mio tempo), la suddetta riflessione mi porta a definire pericolosi sia quelli che perdono tempo, sia quelli che lo riempiono troppo.
Io odio chi perde tempo. Se vuoi una cosa, prenditi il tempo giusto che ti serve e falla. Ma ho scoperto di avere paura anche di quelli che il tempo lo riempiono, infilzandolo come un panino alla salamella.

Forse riempire il tempo, caricandosi le spalle di un sacco di grandi attività, è il modo più elegante ed apparentemente innocuo per scappare da qualcosa o da qualcuno. O da qualcosa e qualcuno.

Forse il miglior modo di usare il tempo è quello di regalarlo. Alle persone e alle cose che davvero ami. Forse quello è, davvero, il tempo speso meglio di tutti.

Ascolto la pioggia battere sulla finestra. E’ domenica pomeriggio. Mi stanno parlando. Una voce dolce e perfetta. Non ascolto. Guardo fuori, il cielo grigio. E penso. In fondo sono qui a fare la cosa più preziosa che posso fare: regalarti il mio tempo.

Abbiate cura del vostro tempo come ne avete per la vostra pelle, per i vostri addominali, per i vostri capelli. Scegliete, per il vostro tempo, solo le persone migliori, i posti migliori, e tutto quello che vi sembra davvero migliore. Questo, alla fine, potrebbe essere il senso di una vita perfetta. Osservare compiaciuti il grigio della città da una finestra appesa su una domenica pomeriggio qualunque, sapendo benissimo di stare facendo la cosa più preziosa al mondo.

Ci sono cose che non ho voluto vedere. E ho chiuso gli occhi. Per le cose che non ho voluto sentire, ho provato a chiudere il cuore. Ma non funziona. Ecco, sto usando il mio tempo per fare questo lavoro.

(tempo di lettura previsto: 4 minuti / colonna sonora consigliata: Love, Ire & Songs / accompagnamento previsto: vini fruttati, bianchi, freddi / letture correlate: Fanculopensiero)

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