Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Un pomeriggio di sabato. Giugno. Sole, caldo.

Io non sono mai stato capace di chiedere quello che realmente volevo. Mai. Eppure lei mi aspettava semplicemente al varco, con i suoi grandi occhi pazienti e quei grembiuli a fiori che facevano tanto casa. Uno pensa a casa sua e vede l’immagine di quei grandi grembiuli a fiori. Fiori che poi, a dirti la verità, erano difficili da trovare in natura.

Avevamo parlato, con calma, della mia pagella. Un riassunto drammatico della mia netta propensione per le materie umanistiche. Quelle, in pratica, dove bastava leggere. Peccato che fossi in un liceo scientifico. Avevo provato a spiegarle, sinceramente, quello che poi la vita mi ha confermato: mi mancano le basi intellettuali per poter comprendere le leggi matematiche che governano il mondo.

Lei aveva sorriso, alla fine. Sorrideva sempre. Sembrava ci fosse più sole, quando mi sorrideva. Ricordo la sua voce, il suo tono nasale. Mi aveva chiesto di impegnarmi, di studiare, di andare a fondo, e di chiudere questo maledetto liceo.

Poi mi aveva chiesto di lei. E mi era venuto un tuffo al cuore. Un balzo. Lei sapeva di lei. Ovviamente. Lei sapeva tutto.

– Credo di amarla, mamma. Amo lei. Voglio sposarla. Essere felice, proprio come te e papà.

Si era messa le mani nelle grandi tasche del grembiule e aveva riso, di gusto. Poi mi aveva accarezzato.

– Adesso studia. Tutta l’estate. Poi, a settembre ti spiego che cos’è l’amore.

Ecco, io sono rimasto li sospeso.

Non per altro. E’ morta. A ottobre. Senza avermi spiegato che cosa sia l’amore.

A settembre eravamo troppo impegnati con la morfina.

Non si può dire che sia stata colpa sua, se poi dell’amore io ne abbia abusato e io con l’amore abbia fatto piccoli e grandi casini. Però mi sarebbe piaciuto stare a vedere la risposta alla mia domanda, uscire dal grembiule a fiori con un sorriso e una carezza.

Luglio, notte, caldo, cerco il telecomando del condizionatore, poi mi ricordo di non avere un condizionatore. Mi alzo, le lenzuola sono fradice. Sintetiche. Ho sbagliato il colore, ho sbagliato il tessuto, ho sbagliato.

Cammino nella penombra verso la cucina. Entra una luce forte, artificiale, dalla finestra. Sono i lampioni del parcheggio. Apro la finestra. Mi siedo per terra, mi appoggio allo stipite e mi accendo una sigaretta.

Se lo prendi così, per intero, l’argomento non è facile. L’amore, dico. Impossibile. Troppe implicazioni, in un bacio, in un sorriso, in una carezza. Ti tocca prenderlo a pezzi. E’ decisamente meglio. Piccoli pezzi.

Non ci sono più le risposte, nel grembiule blu a fiori. Ho visto mio padre, qualche giorno fa, ripiegare ordinatamente il grembiule e metterlo in un armadio. Mio padre non ha ancora buttato nulla. L’amore non ha data di scadenza. I ricordi nemmeno.

Così ho controllato, per scaramanzia, se ci fosse, dentro la grossa tasca del grembiule, una risposta per me.

Non c’era.

Il pavimento è caldo. Tutto è caldo. Eppure mi è stata venduta come una casa fresca. Col cazzo. Col cazzo che è fresca.

Col cazzo che l’amore si può negoziare.

Ho studiato, anni, libri, dispense, video, corsi, seminari, workshop, coaching. La lettura dell’essere umano. Il fine negoziale.

L’amore non si può negoziare.

Le ferite dell’amore restano aperte. La notte è come sale, sulla ferita viva.

Poi mi chiedono perchè io dorma male.

Ho amato troppo, per dormire bene. Ho amato troppo male per dormire sognando.

C’è un momento preciso in cui, un uomo saggio, dovrebbe fermarsi a capire. Cos’è l’amore. Quell’amore preciso. Perchè non si può capire l’amore di tutti. Tutti amano a modo loro. Poi, tutti hanno bisogno d’amore. Infinito.

Metti quella tipa che confondeva l’amore con l’essere docilmente inculata in un parcheggio dell’hinterland. E metti quel tipo che vuole solo parlare, e parlare e parlare. Forse potranno amarsi. Notti di parole e incularello al parcheggio del centro commerciale.

L’uomo saggio di cui sopra, dovrebbe fermarsi proprio li, in quel preciso momento in cui i piedi sentono lo sgretolio dello scoglio. In cui ci si sta per tuffare. In cui il peso propende troppo verso il mare. Ormai sei in volo, anche se i piedi sono ancora sullo scoglio. Ormai sei un tuffatore, non sei più un uomo sullo scoglio.

Fermarsi. Esitare.

Magia dell’indecisione.

E guardare giù, un’altra volta.

Fermarsi giusto per sentire, ancora una volta, quel tuffo al cuore che precede il lancio. Ascoltare i piedi, che involontariamente cedono, sentire le spalle che si portano verso il vuoto, respirare profondamente, prima di trattenere il respiro.

Nell’acqua, come tutti, nuoterai. Chi meglio, chi peggio. Nell’acqua, come tutti, berrai, ti sentirai perso, sollevato, freddo. E’ quando ti tuffi che, perlomeno, dovresti sentirti unico.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore proprio non lo so.

Ma so che un piccolo particolare può rendere unico un intero mare.

Esitare.

Fermarsi.

Poi tuffarsi.

 

 

ti spiego perchè

Bloccato. Ventotto gradi, puro Medellin. Umido, torrido, grigio, opaco, fulmini a Ovest. Se immagini il Sud del mondo, eccoti servito. Tangenziale Est, Milano, mezzanotte. Martedì di luglio.

Vedo le luci dei grattacieli. Lampeggiare, ritmicamente. Milano sta cambiando. Tutto cambia.

Mi ero già annoiato terribilmente all’inizio della serata. Hipster, frikkettoni, fighetti e normali puttanazze da palinsesto Mediaset riempivano il posto. Che dovrebbe essere un raduno ascetico per bikers e surfers. E che quindi, seguendo la logica di Milano, è diventato un fosco ritrovo per pallidi professionisti che manifestano con orgoglio la loro partita iva, la loro evasione, i loro Rolex e le loro vite appese alla Circonvallazione Interna. Resti umani.
Milano. Normale gestione.
Non puoi compiangere la verginità di una puttana.
Puoi farlo, in verità, ma lo stupido sei tu.

Poi mi sono infilato in una noiosissima cena. Commenti sul vino, sull’industria del vino, sull’uva, sulla laicità dello stato, sull’industriosità dei viticoltori, sull’orgoglio veneto, sull’uva bianca.
Sentivo scendermi lentamente una goccia di sudore tra i pettorali. Sudavo per noia. Per fare qualcosa.

Poi mi sono infilato in un posto, per bere del rhum. Ho sbagliato posto, ero con la compagnia sbagliata, mi hanno dato Pampero Anniversario. E c’era la gente sbagliata. Uno, in particolare.

Una volta, tempo fa, ho deciso di non volere, ad ogni costo, essere come lui. Essere rampante, felicità a misura di Spritz. Aggressivo nel taglio sartoriale, deciso nella scelta cromatica della macchina, ma impotente davanti al dolore della vita. Ho deciso, tempo fa, di prendermi tutto questo disagio, tutto questo dolore, tutto questo casino. E bermelo fino in fondo.

Inizio a sudare, la macchina si è spenta. Si spegne da sola. Mi lascia sudare, per non inquinare. Bel gesto.

Meriterebbe una poesia, questa città, che riesce ad essere così stupida, così ignorante, così ottusa, e poi bellissima. Basta darle il tempo.

Devo, di fronte a lui, di fronte a gente come lui in generale, controllare gli spasmi. La chiamano rabbia, ma è il dolore della mia anima, che ruggisce. Come se tutto potesse risolversi in semplice odio. Razzismo al contrario. Sono il negro che infila nel ghetto il mio latifondista. Ma in fondo, non serve a nulla. Odiare lui, odiare gente come lui. Odiare il loro modo, arrogante, di ignorare la vita, le urla di dolore delle loro anime.
Non serve a nulla.
Non siamo la stessa gente.
Non parliamo la stessa lingua.
Anche se,
a volte,
desideriamo
la
stessa
cosa.

Se provi a concentrarti si sente, in fondo all’odore della notte, un rimasuglio di odore di mare. Dev’essere il temporale.
Io sto bene li, seduto sul bordo del porto. Un confine. Dove, in fondo, si può decidere di restare.

Ti spiego perchè.
Perchè ti farà più male di quanto pensi.

Ma te lo dirò di persona, davanti a un bicchiere di vino.

Bloccato, in coda ai miei pensieri.

Poetry is an insurgent art

Osservo il ragno, nero, grosso come un mio alluce, darsi da fare per portare sotto il cassone della tapparella una mosca. Morta, suppongo. La natura fa il suo corso, in camera mia. Sono le tre. Domenica notte. Lunedì mattina. Dipende da come guardi la cosa. Non dormo. Sono già sveglio. Dipende da come guardi la cosa.

Ho provato con del Nero d’Avola. Caldo. Il vino uccide i pensieri, ma innaffia i ricordi. Sento profumo di lavanda. Dicono che prima di morire si senta forte il profumo della propria infanzia. Sto, forse, morendo. E’ una pessima notte per morire. Sono pieno di debiti con il mondo. Mi sembra stupido morire proprio stanotte. Sarebbe scorretto. Pago sempre i miei debiti, per quanto male possa fare.

Un forte profumo, pungente, di lavanda.

Il silenzio delle tre. Il caldo delle tre.

 

Una volta, qualche vita fa,  ricordo di essermi addormentato addosso a lei. Sudati fradici. Nudi. Il sonno dei giusti, si dice. Anche se non credo ci sia stato nulla di giusto nel mischiare le nostre carni e le nostre pelli. C’era penombra, c’era caldo. C’era vino. Molto vino. Odore di candele, carne, estate. E sonno. Mi sono svegliato in piena notte, riconoscendo sul soffitto tutte le crepe. Ero a casa mia. La casa dove sono cresciuto. Il letto dove ho dormito per tutti quegli anni. Eppure mi sentivo ospite. Allora ho mosso dolcemente le sue braccia e l’ho lasciata dormire, respiro profondo, osservandole i fianchi e le gambe. Sono uscito, nudo, sul terrazzo. Mi sono seduto vicino alla lavanda. E ho cercato di capire che cosa fosse una casa. Per uno come me.

 

Sono passate molte notti, molti letti, molte carni, molto vino, un modo complicato per dire molti anni. Ancora non ho capito cosa sia, davvero, una casa per me. So di stare bene insieme a pochissime persone. Questo, insieme all’odore del porto, alla lavanda, al camminare a piedi nudi, al sentire il fresco dell’ombra, questo è quello che adesso chiamo casa.

 

Aspetto, non ho niente di meglio da fare, che arrivi il sonno. O il mattino.

 

Lei aveva il potere, logorato dall’abitudine di divani e televisioni, di prendere il mio corpo con una fame tremenda. Fame, a dire il vero, di tutto tranne che del mio corpo. Era il suo modo di prendersi un pezzetto di felicitrà. Tutti hanno diritto, mi diceva, di essere felici. Almeno un giorno, almeno un ora.

Prendeva le mie mani, mi bloccava, respirava forte, a volte lasciava cadere le spalle sulle mie. Questo era il suo modo di prendersi, almeno un giorno, almeno un’ora, la sua felicità.

 

Portavo i fiori sulla tomba. Li porto ancora. E poi innaffiavo la lavanda. E stavo seduto sul marmo, caldo, senza fare troppe domande. Tutti hanno diritto, lo sapevo, a cercare la felicità come possono. Dove credono. Ho cercato di capire cosa fosse, per uno come me, la felicità. Come la casa.

 

Avessi avuto la fortuna di essere capace di trovarla, questa felicità, nel sudore di una schiena, mi sarei fermato molte notti fa, prendendo casa dentro un respiro profondo come il mare.

 

Ho sempre apprezzato molto il grande senso di maledizione dei beat. Per questo leggo i beat.

 

Ho un libro di Ferlinghetti sul mobile, davanti al letto, poco sotto al ragno. L’ho conosciuto in un pomeriggio di agosto. Ho trovato nelle sue rughe, nel suo tono di voce, nel suo modo di prendermi, quello che cercavo. Maledetti e beati.

 

Impossibile prendere casa in un respiro.

 

Non lo dico io, lo dicono i miei anni. 

Donna Nana Tutta Tana

Combatto l’impulso di colpirlo con un destro allargato, sul naso, direttamente. Sangue, denso, rosso scuro, poi puro flusso, osso fratturato in più punti, scena di dolore, panico, vestiti macchiati. Lieve dolore alle falangi della mano. Per questo vado di destro. La mano destra conosce già questo dolore. E le sue conseguenze.

Ma niente.

Resto fermo. Immobile. Respiro. Tecnica base: quattro secondi inspira. Quattro tieni, sei espiri. Inspiri con il naso, butti fuori con la bocca. Sei volte. Poi sei volte ancora. Funziona.

So bene cosa mi aspetta. Il dopo. Il dolore rende consapevoli. Lui è grosso. Palestra. Pacchetto base per prova costume o per scopata. Percorso aerobico, pesi, gambe, pettorali. 29 e novanta al mese. Consapevolezza delle proprie possibilità non inclusa.

Corpo e mente, sodomizzati da influenze culturali ridicole. Insalatine a pranzo, beverone di proteine e addio ai carboidrati. Poche letture, cinema una volta al mese, nessuna capacità di distinguere azione e reazione, unica lettura giudicata interessante quella dell’estratto conto online, per verifica breve a fine mese. Capire se si può fare un fine settimana al mare, una cena di pesce, una serata più cara del solito.

L’eutanasia dell’uomo moderno.

Cerca donne magre, slanciate, puttane. Ma se glielo chiedi, puttane non lo dice. Cerca donne slanciate e magre. Palestra, cinema. Casa in condivisione. Dieta ferrea, una stretta cerchia di amici. Ristoranti sulle colline, serate a ballare, pensare a un bambino e invece comprare il cane. Pensare di essere finalmente indipendenti, e ritrovarsi con due padri e due madri al posto di uno.

Facciamo quasi ridere, messi vicini. Lui ha jeans da duecento euro, mocassini decisamente alla moda, una maglietta aderente che fa risaltare l’utile per il rimorchio della suddetta puttana. Io sembro uscito da una lavatrice.

Dopo una centrifuga.

Sono uscito da una lavatrice. Per anime.

Ho le rughe, i capelli schiacciati, mi cadono i pantaloni e ho la stessa camicia da sedici ore. Sembro un agente di commercio sfinito. Un rappresentante di stanchezza. Umana e spirituale.

Ci stiamo animatamente confrontando su delle divergenze parecchio importanti. Parrebbe che io mi sia permesso di guardare troppo a lungo una delle puttane magre, lampadate, toniche e ben vestite, che lo accompagnavano.

Credo che per lui sia una questione di dominio del territorio. Cane mangia cane. Questo è quello che pensa. Parecchi bassotti hanno l’insana consapevolezza di essere dei dobberman. E’ il potere degli innesti. Troppi mischioni fatti da allevatori senza scrupoli. Per noi bastardi scappati da canili di periferia è una manna.

Cane mangia cane.

Io mangio sempre per ultimo.

Soprattutto quando ho sufficiente rhum in corpo da farmi dimenticare l’incredibile dolore di setti nasali e costole rotte.

Lui urla, sufficientemente per essere sentito dal gruppo. Che non si capisce se approva o meno. Rimangono immersi nel loro mojito. Con quello che costa. Ci sono altri due uomini.

Sono, matematicamente, spacciato.

Talvolta mi chiedo dove cazzo siano i miei bastardi, i miei amici, quando servono. Tipo adesso.

Vuole il suo momento di show. Abbaia per questo. E piscia sul suo territorio.

Io sono uscito, da solo. Per smaltire la rabbia, per smaltire una interessante serie di problemi. Troppi per essere un mercoledì. Ho bevuto del vino a cena. Ho bevuto del rhum. Sto bevendo del rhum. Ho mangiato rabbia e rimorsi. Non digerisco bene, ultimamente.

Sentivo le ossa lasciarsi lentamente andare. Mi sono seduto appoggiato a una serranda. In fondo questo posto è anche un po’ casa mia. Lasciavo che parlassero, ridessero, passassero, davanti a me. Ascoltavo buona musica, da solo.

In effetti mi sono soffermato con lo sguardo su di lei. Vagavo con la mente. Niente di malizioso. Osservavo l’innesto della caviglia nella scarpa con il tacco, e il tallone calloso. Il polpaccio definito. Ne vorrei uno così. Solo che lei mi ha visto. Guardarla dal basso. Allora ho sorriso. E lei non ha preso bene il mio sorriso.

Sembro un maniaco. Me ne rendo conto.

Io resto seduto, mentre lui mi parla davanti. Non ho la forza di alzarmi. E’ scorretto. Perchè basterebbe un calcio, per rovinarmi. Ma ho provato ad alzarmi. Mi è solo venuta voglia di andarmene. Mai dare le spalle.

Controllo le gambe e le mani, mentre gesticola.

Respiro. Quattro. Quattro. Sei.

Sento la rabbia montare. Troppa. Troppa. Troppa.

Sento il braccio sinistro iniziare a tremare, lievemente.

Devo, assolutamente, andarmene.

Mi alzo.

Mi guarda, si avvicina. Credo che abbia inteso che io voglia discutere. Vorrei sparire, morire, lasciarmi cadere per terra, dimenticare, svegliarmi domattina.

Lo vorrei fare spesso. Ultimamente.

Mi giro, lentamente. Me ne vado. Sento una tachicardia piacevole, epinefrina in circolo.

Aumento del battito, aumento della pressione, dilatazione della pupilla. Inavvertitamente, è il piacevole effetto dell’epinefrina, consumo calorie.

Mi allontano, con il bicchiere in mano. Lo riporterò stasera. Ho bisogno di rhum.

Mi appoggio a un edicola.

Lascio scendere tutto.

Avrei fatto bene a rimanere. A rispondere con frasi taglienti. A giocare la mia partita. Avrei fatto bene è una delle frasi che non vorrei mai sentirmi dire.

Mai.

Stringo il bicchiere.

Mi viene da dire: e adesso?

Perchè in fondo stavo bene seduto là per terra.

Osservo da lontano il gruppo parlare. Uno mi guarda. Non abbasso lo sguardo. Non chiedetemi troppo.

E smettetela di prendervi così tanto sul serio.

Stringo il bicchiere.

Lo lancio con tutta la forza che ho contro il muro.

 

Forse è per questo che normalmente danno bicchieri di plastica.

 

Immagino per te sia lo stesso – Parigi, Barney e io.

Ho un lieve mal di testa, dolori articolari tipici del post gara di un’atleta agonista, un lieve senso di disperazione esistenziale, una sudorazione propria di una zebra che ha corso per giorni nella savana, un forte bisogno di caffè e acqua e apparenti difficoltà ad affrontare le sfide motorie del cittadino moderno, ovvero salire e scendere da scale mobili, tapis roulant, passare attraverso tornelli, co ordinare i piedi per salire scalini e così via.
Tutti sintomi, nemmeno troppo preoccupanti per chi ci ha fatto una certa abitudine, di un hangover di tutto rispetto e di lungo termine.

Volo sopra le campagne francesi, lasciando che la testa faccia i suoi giri, ascoltando il gorgoglio dei motori e tutti i ricordi di questi ultimi mesi.

Non sono mai stato buono con Parigi. E’ una città troppo grande per me. Amare una città è una cosa abbastanza fisica. Sono io che scopo, non vengo mai scopato. Sono io che cammino. Che voglio attraversare tutti i budelli, conoscere i confini, osservare i limiti, piangere di pioggia e godere di sole. Parigi è troppo grande, Parigi è una donna molto complessa, forse nemmeno tanto sensuale. Romantica. Potresti camminare per ore, senza trovare quello che cerchi.
Oppure trovarlo, in un vicolo, sospeso tra due periferie, in mezzo a un pomeriggio, davanti a una piscina e all’odore di cloro, nel vuoto di un sabato pomeriggio.

Ho bevuto il suo orrendo caffè, cercando di spiegare, inutilmente, cosa sia Parigi per me. Non ho ricordi, eppure ci sono stato tante, troppe, volte. Ma ho un sentimento strano, quasi di rispetto, per quello che alcuni sono venuti qui a cercare. Quasi tutti gli scrittori che ho amato leggere, sono passati da queste strade. Più o meno sobri, ma questo è poco importante. Parigi è più bella, come tutte le donne fredde, quando hai bevuto qualcosa di troppo.

Ho camminato molto, insieme a qualcuno che era venuto per capire, in fondo, quanto il passato potesse ritornare. E’ la lotta di questi mesi. Capire, cercando di soffrire il meno possibile, quanto il passato possa ancora fare male. Lasciarlo entrare nel presente, tentando di non farlo strabordare nel futuro. E’ lotta che ci accomuna, come molte altre cose. Abbiamo occhi che vanno oltre, vogliamo mani che stringano forte, e abbiamo la pazienza di ascoltare, senza mai farlo capire.
Ho bevuto, in suo onore, pessimo vino bianco. Ho camminato cercando un ricordo preciso, osservando le sue foto, che lo hanno sigillato in un telefono, chissà cosa stava cercando. Ho bevuto del pessimo rhum, perchè l’alcool serve ancora, qualche volta. Pessimo, caldo, pesante.

Ho sentito il freddo del mattino, l’umido della sera, la pesantezza della notte.

E ho pensato: tutto sommato a Parigi non si sta male. Perchè, fatemene una colpa, mi vergogno di pensare: oddio, era da una vita che non stavo così bene.

Quando dormo a Parigi, come quando dormo nel resto del mondo, ho le mie dolci abitudini. I miei posti, i miei piatti, le mie metropolitane. E, guardalo da fuori, è stato semplicemente questo. Portare nelle mie piccole abitudini, in quel muovermi con sicurezza in posti che non conosco, nell’ordinare piatti che non ho mai mangiato, nel non avere paura della notte, dei posti, delle persone, chi voleva entrarci.

Camminando per non so quale piazza, in mezzo a un flusso di cinesi e italiani, golfini arrotolati sulle spalle e zainetti con ombrello per ricordarmi la malinconia di chi non è zingaro, mi è venuta in mente Miriam. Ho chiesto, gentilmente, fermiamoci. Beviamo un caffè. Sono stanco. Ma non ero stanco. Ero felice. Miriam, che ha sconvolto la vita di Barney. Barney, quel cazzone di Barney, che a Parigi rimediava pessimo vino in pessimi posti. Ognuno ha diritto alla sua Miriam. Ognuno, trovata, ha il dovere di non lasciarla mai più.

Con un amico, perchè questo è quello che siamo, volenti o nolenti, amici zingari che non si sono mai incontrati a Milano, bevevo vino bianco. L’ho fatto per lei. Per Parigi. E ricordavo Pennac e la Vargas. In fondo Parigi è un modo carino per osservarmi. Capire se io sia, davvero, quello che dico di essere. Capire se il mio modo di vivere è davvero così spigoloso come sembra.
Questo è stato Parigi.

Sono tornato nel caldo, nel caos, nel traffico, di una domenica in città. Respiravo a fatica.
Il caldo.

Sono tornato. Nel caldo.

Bomber e Baccano

Lo chiamavano Il Bomber, anche se a calcio non ci aveva mai giocato, se non sul campo di terra battuta dell’oratorio estivo. E pure in porta. Aveva sempre gli occhi immersi nel cielo, raramente finiva un discorso, e sulle sue mani si poteva leggere il passato di chi ha amato troppo la vita. Il Bomber era più di una leggenda, e in tutta la Bassa sapevano molte storie su di lui. Nei tramonti di giugno e luglio, con le zanzare che quasi annerivano il cielo e la campagna che puzzava di concime, Il Bomber scorreva lento, con quel ferro pieno di ruggine che chiamava moto, verso il fiume. Sedeva vicino al ponte, davanti alla ferrovia, e aspettava. Dicevano che Il Bomber era stato innamorato. Una volta sola, come dovrebbe essere l’amore, per sempre, come dovrebbe essere l’amore. Si sapeva poco di lei, anche se in paese dicevano che era bellissima e che alla Festa di San Michele di molto tempo prima si fosse presentata con un abito bianco, con fiori di pesco disegnati. E profumava davvero, lo dicono tutti in paese, di pesco e primavera. Il Bomber lo chiamavano già Bomber, aveva i capelli più lunghi, la faccia più serena e meno vita disegnata sulle mani. La lasciava andare appena, standole sempre dietro, non troppo vicino, come se la volesse proteggere dal suo passato. Tutti vogliono proteggere le persone che amano dal futuro, nessuno si preoccupa di proteggerle dal passato. Erano andati via insieme, allontanandosi dalle luci della festa, quando stava per fare mattino e troppo Lambrusco, troppe zanzare, troppo di tutto, veniva dal bordo del fiume. 

Li potevi incontrare davanti alla chiesa, sotto i portici, mentre lei mangiava la crostata di albicocche della Gina, che dicono che ci vogliano quattro uova e due etti di burro per farne una fetta. Lui beveva lentamente il suo caffè, amaro, appoggiando la tazzina sul serbatoio della moto. Si vede che due si amano così tanto, quando non hanno fretta. Quando il tempo non comanda. 

Poi lei era andata alla stazione. Nessuno sapeva perchè, nessuno sapeva, in fondo, come si chiamasse. Non se lo ricordava nessuno. 

E lui aveva iniziato il lungo lavoro di chi resta. Aspettare. Lo faceva sedendosi davanti alla ferrovia, lasciando che il fiume portasse un po’ di fresco nella sera. Lo faceva fumando, e guardando le famiglie che risalivano gli argini con le loro cose del pic nic. 

E aveva smesso di parlare. Se non parli d’amore, forse, non vale la pena parlare. 

Baccano è uno che corre sul serio. Si chiama Baccano da quando il parroco, Don Vitale, ha dovuto interrompere l’omelia dei Morti, la sera del due novembre, per uscire sul sagrato, attraversare i portici, entrare nel portone di legno, piazzarsi davanti a Baccano, alla sua moto e urlare di spegnere, che non si riusciva a dir messa. 

Baccano corre, seriamente. Sembra quasi non abbia paura di morire. Che sono quelli che ne hanno di più di paura. Ma sembra che non ne abbiano. Conosce gli argini, perchè qualche volta, correndo troppo, è andato lungo. Specialmente d’inverno, che non si vede oltre al naso, dalla nebbia. 

Baccano lavora vicino alla città, in fabbrica. Parte al mattino, ritorna alla sera. Ha tolto le marmitte, lasciando uscire un ruggito feroce, di un animale ferito, che ogni volta che da gas sembra che un leone urli di dolore. Baccano corre, alla sera, controsole. Sembra un’ombra felina, veloce. Porta sempre una borsa di tela, dell’Esercito, e si ferma sempre dalla Gina, a comprar due uova e una bistecca. Baccano lo conoscono tutti, ma forse non lo conosce nessuno. Nessuno, ad esempio, sa di chi sia figlio, e quanti anni abbia. Sembra, a vederlo in faccia, che abbia vissuto i sogni dei venti, il disincanto dei trenta e stia cercando il compromesso dei quaranta. Rughe da sole, da freddo, da vento e da pioggia. Alla domenica legge il giornale, seduto sulla sua moto, in piazza, aspettando che la messa finisca, per entrare a pregare. Entra quando la chiesa è vuota. Che credevano, giù al Bar del Ristoro, che rubasse le offerte. Ma poi non era vero. 

C’era qualcuno che diceva, di quella notte, che era stato Baccano ad avvicinarsi al Bomber. Ma nessuno sapeva, con esattezza, cosa fosse successo. Si erano seduti, alla Festa di San Michele, sul muretto del bordo, le vecchia mure della guerra. Bevevano lambrusco, seduti vicini, senza parlare. Intanto la musica batteva il ritmo, e qualcuno spariva, sudore, voglia, vergogna batticuore, dietro al campo di frutta, sottane, saliva, rumore di mani. 

Poi Baccano aveva preso la sua borsa di tela, lo avevano visto in tanti. Guardare negli occhi il Bomber. Non si parlavano. E aveva tirato fuori una busta, rossa di tela. E dalla busta, rossa di tela, un fiore di pesco. Nient’altro. 

E lo aveva dato al Bomber. Che nessuno si ricordava da quanto non succedesse. Che il Bomber aveva appoggiato il bicchiere di lambrusco, senza nemmeno quasi guardare. Ed era rimasto fermo, davanti a un fiore di pesco. 

Che nessuno si ricordava da quanto non succedeva. 

E poi, Baccano si era alzato, accendendosi una sigaretta, sedendosi sulla sua moto e spingendola lontano dalla festa. Nell’ombra della sera, sotto i portici che non passa la luna.

E il Bomber era rimasto seduto sul muretto, con il fiore di pesco tra le gambe. E il fiato corto. Osservava la festa finire, la gente tornare dal buio dei campi, con meno paura e più malizia. Che nessuno si ricordava da quanto non succedesse.

Poi si era alzato. Aveva appoggiato il fiore sul serbatoio, sembrava che la ruggine avesse lo stesso colore, sembrava di poterne sentire il profumo. 

Aveva sorriso. Nessuno si ricordava da quanto non succedeva. 

Si era allacciato il casco, ed era partito, il Bomber, puntando dritto verso la città, proprio dietro la luna.

 

 

Machines – Ricordi, Statali e tramonti perfetti

C’è un momento preciso, arriva sempre, quando, dopo che ti sei abituato al rumore degli scarichi, dopo che ti sei abituato alla velocità, dopo che ti sei abituato al vento caldo, i tuoi occhi iniziano ad appoggiarsi sui particolari. Ti abitui alla strada, è quello che poi succede nella vita, o almeno così dicono. C’è gente, in fondo molti, anche se non se ne rendono conto, che parte solo per questo. Per il viaggio, non tanto per la destinazione.

Così, a questo mi è servita l’Emilia, in un mattino di sole e di gente che corre per lavoro. Andare un po’ più piano di loro, senza fretta, uscendo verso le montagne. Fermandosi a guardare il vuoto, le colline in fondo, la dolce memoria di Enzo Ferrari che su quei tornanti provava le macchine, una vipera in mezzo alla strada, l’odore di menta, le ortiche alte, e la lenta discesa verso il mare. Adoro scendere verso il mare, con il mondo che si addolcisce come le strade, il caldo, le facce della gente, le vigne.

Entrando sull’Aurelia mi sono reso conto di una cosa parecchio importante. C’è una lista di cose che voglio fare ad ogni costo prima di morire. Una lista abbastanza segreta, a cui, di anno in anno, aggiungo cose. Come se fossi immortale. Uno dei motivi per cui ho fretta, alla fine, è proprio questo. Ho sempre più cose da fare. Una delle cose che volevo fare prima di morire era tutta l’Aurelia in moto. Da sempre. Da quando mi piace l’andare in moto. Da quando mi piace l’Aurelia. Fatto. Dal primo all’ultimo kilometro. Dai sassi e la ferrovia del Ponente, alla sabbia del Levante, ai viali di pini marittimi della Toscana, alle curve disegnate da una mano divina della Maremma, alle valli tiburtine, ai porti caotici, alla solitudine dei rettilinei impossibili. Tutta. Talmente tanti profumi, talmente tanti kilometri, talmente tante facce, che è stato come leggere un libro bellissimo.
Che rileggerò sempre.

Mangiando vicino al porto, ascoltavamo l’accento di due vecchi e dei loro bastoni che picchiavano sul marciapiede. Odore di gasolio e di mare.

Poi è successo. E’ incredibile quanto ti faccia sentire vivo, una cosa così semplice. La moto, piccola adorata e poi maledetta, ha iniziato a tenere la strada da sola. Non serve dare molto gas. Non si scappa dai problemi, e non si arriva alle soluzioni. Conviene tenere un ritmo, che permetta ai tuoi occhi di godere dei particolari. Il senso del viaggio.

Io su questa statale ho scoperto di essermi innamorato della persona sbagliata, ho fatto l’amore la prima volta, (e vorrei farlo l’ultima), ho guardato mia madre camminare nel tramonto e ho pensato a quanto l’amassi, ho visto passare il tempo dell’attesa feroce, ho studiato, letto, camminato, corso, surfato, pescato, mangiato, bevuto, litigato, ascoltato, mi sono fermato a guardare il mare, mi sono accorto delle proprietà curative del rhum, delle donne, del mare. Anche non tutti insieme.

Riconosco posti, dalla Francia al Lazio, che mi ricordano momenti. Trovo profumi, benedetto sia il tiglio, i limoni, le calle, i gelsomini.
Tocco la sabbia, gli scogli, i sassi. Mi porto sempre a casa un sasso dell’Aurelia.
Ho ritrovato molti ricordi che credevo scomparsi, sepolti in soffitta. Guidavo sorridendo, perchè è stato come correre dentro le cose belle della mia vita.

Abbiamo mangiato il pesce ascoltando il rumore dell’acqua che fa beccheggiare le barche ormeggiate. Abbiamo trovato la luna nascosta dietro a un campanile, abbiamo camminato per trovare una buona cantina, ci siamo seduti, abbiamo parlato, lasciando che il rhum sciogliesse.

Ci importava davvero poco che la destinazione fosse, decisamente, lontana.
Eravamo quattro. Ognuno con la sua andatura e la sua vita. Succede, andare con passi diversi. Basta non lasciarsi andare. Sapere che ci sei, mentre io vado, è già un bell’andare.

Io pensavo, e cantavo. Le canzoni di ogni ricordo. Non ricordo quale canzone ci fosse la sera della mia prima volta. Eravamo nascosti sotto le palafitte di un bagno, sul mare. Eravamo in due. Questo è chiaro. Eravamo fidanzati e innamorati. Questo è auspicabile. Ma, della mia fidanzata e del suo fidanzato, non c’era traccia. Non lo ricordo come un’esperienza mitologica. Ma è stata la nascita di una delle mie grandi passioni.

Ricordo che cantavamo sempre i Refugees, mentre attraversavamo la pineta per arrivare al mare, proprio di fianco alla base americana. E si sentiva odore di pini. E portavamo una palla da rugby. E ci eravamo lasciati alle spalle la maturità e senza saperlo la bella spensieratezza di una parte di vita.

Mi ricordo la mareggiata, la sabbia incredibilmente bianca, gente dalla Francia, la mia paura, il mio spingere con le braccia, senza nemmeno respirare. Il mio alzarmi, i piedi giusti, dove devono stare i piedi. L’onda scivolarmi sotto. Il mondo scivolare verso destra. La costa avvicinarsi. L’adrenalina, l’odore della paraffina, sedersi sulla spiaggia sapendo che è iniziato qualcosa che non finirà mai.

Quando mio padre mi ha aiutato ad attraversare la palude ho pensato a quanta forza avesse in quelle braccia. E mi sono sentito più sicuro.

Quando, guardavamo il mare seduti sul vecchio molo, lei mi mentiva dolcemente, come solo le donne sanno fare, accarezzandomi e coccolando la mia ingenuità, io sentivo il sole del tramonto bruciarmi la fronte. Il mio mare deve avere il tramonto in faccia, pensavo. La mia donna deve avere il suo nome, pensavo. Non sbagliavo sul mare. Sbagliavo sul nome. Ho sbagliato ancora, e ancora. Ricordo ogni centimetro di quel molo, perchè ci sono tornato a piangere per lei. Piangevo per me, ma non lo sapevo.

L’Aurelia, con i suoi kilometri, 962 per esattezza, da Arles a Roma, è la mia storia, sono i miei posti, è il mio mare, è un posto dove mi piace stare, sul quale mi piace viaggiare.

Ecco, di questo viaggio, porto nel cuore tutti i pezzi di Aurelia, fatti con il giusto passo, la giusta andatura.

Giravo seguendo docilmente la costa della Maremma, osservando il cielo morire di rosso e di rosa, quando mi è entrato nel naso il suo profumo. Di gelsomino. D’amore.
E mi sono fermato. A godermi il silenzio di questa strada, che parrebbe essere un pezzo decisamente importante della mia vita.

Scriverò molto.
Ho molto da scrivere.
Succede quando hai poco da dire, o molto da ricordare.

La poesia dell’asfalto, del mare, del sole, dei fiori e delle colline, della sabbia e dei porti, dei pini e le loro maledette radici che esplodono sotto l’asfalto, della gente, gente di mare, dei porti sospesi nelle pance della costa, del sottile vento che spazza dolcemente la costa, delle luci dei pescatori.

E di me, che pensavo che è vero, scappare non serve a nulla.

Forse nemmeno tornare.

mi sto dimenticando di quanto fosse bello tagliarsi le unghie con il fermacarte

Dormo male ormai da un pezzo. Quantificando “ormai da un pezzo”, oserei dire che, a parte quando crollo sotto il peso dell’alcool o di qualche patologia immaginaria come la grave infezione alle vie urinarie che mi ha colto l’altra sera, ridotta a cistite dopo qualche minuto, ridotta ulteriormente a “dovrei smettere di bere Uliveto” dopo una decina di minuti e un’abbondante pisciata notturna, ecco quantificando oserei dire che ormai sono più di sei mesi che dormo decisamente di merda. E sono nervoso. Sono nervoso già di mio. Sono cinico già di mio. Sono arrogante, freddo e scostante già di mio. Questo non dormire mi genera una ulteriore dose di benessere.
Dormo male ormai da un pezzo, dicevo. E ho qualche problema nella gestione della mia lineare, docile, semplice, vita.

Perchè in fondo è vero, sono uno stronzo di categoria superiore, e un po’ me ne compiaccio, quando vesto i panni dell’insospettabile professionista. Ma poi nella vita privata gestisco come un abile giocoliere tutta una serie di delicatissime situazioni personali, interpersonali, extra personali.

Anni, troppi, di oratorio, o forse semplicemente una decisa predisposizione personale al compiacimento del prossimo.
Insomma ho difficoltà a dire di no. A quasi tutto, a quasi tutti.
E si che i peggiori errori della mia vita li ho compiuti proprio per questo sado-altruismo psico cattolico.
Amo tutti tantissimo, ho un cuore molto grande, e poi sembra che non amo nessuno. Eppure, io vi giuro, amo un sacco, forse troppe, persone.
Di quell’amore vero, spontaneo, totale, incredibile.
Quell’amore che mi spinge ad accompagnarvi nei vostri passi, a soffrire con voi per i nostri errori, a gioire per i nostri successi.

Quando invece, nella maggior parte dei casi, basterebbe dire un dolcissimo, sincero, cortese ma deciso:

“Sparati, coglione”.

oppure:

“ingessati la bocca, mignotta”.

Forse, non saprei definirlo in questo periodo, non ho mai amato nessuno davvero, se poi tutti li ho amati in questo modo. Forse non ho mai amato davvero nessuna, se poi tutte sono state trattate così.

Forse è più semplice di quanto sembri. Anzi, lo è di sicuro.
Ammiro, di molti di voi, l’egoismo sincero, diretto, fondamentale, con il quale vi proteggete da troppe paure e troppe sofferenze. Lo ammiro, davvero, ma non ne sono capace.

Forse molte di queste cose non sono nemmeno tanto vere.
Dormo poco, ve l’ho detto.

Accarezzo il portabicchiere in pelle. Portabicchiere in pelle. Oggetti che, come il servo muto con rivestimento in velluto o il set ago-filo, bottone bianco, riesci a reperire solo in un certo tipo di hotel. Per un certo tipo di uomini. Con un certo tipo di vita, un certo tipo di passioni. Un certo tipo di infarti, un certo tipo di famiglie, un certo tipo di sogni. Un certo tipo di target. Per arrivare alla sala riunioni ho dovuto sorpassare quattordici pubblicità di orologi di lusso, macchine di lusso, borse di lusso, cravatte di lusso, scarpe di lusso. Che lusso.
Ho un leggero mal di testa. Ve l’ho detto, dormo poco, male, un disastro.
Siamo in sette, come i nani. Sette camicie bianche, sette cravatte blu, sette completi blu, quattordici scarpe nere lucide, nessuna fantasia.

Fra qualche giorno me ne vado a Roma. In moto. Seicento sette kilometri andare, cinquecento quaranta a tornare. Per il sommo piacere delle mie natiche. O di quello che di esse rimane, visto che mi è sparito il culo in uno degli step di dimagrimento.

Prendo la moto e scappo. Poi torno, a dire di si a tutti, ci mancherebbe.

Prendo il bicchiere, mi faccio versare un bicchiere di rosso. Una intera sala riunioni che procede a the verde e succhi vitaminizzati. Uno sano e salubre ci vuole. Vino rosso.

Quando sono in moto, canto. Tanto non mi sente nessuno. Canto interi dischi. Oppure parlo ad alta voce. E dico la verità, quando sono in moto. Tanto non mi sente nessuno.

Mi sto scrivendo mentalmente tutte le cose che ho da dirmi, che ho da dirvi.

Accarezzo il porta documenti di pelle che mi viene consegnato.
Contiene La Proposta. Il motivo per cui mi sono sciroppato una sveglia prima che ci sia la luce, un paio d’ore abbondanti di volo, un pessimo caffè, quattro ore di riunione, un pranzo a salmone e tartare di tonno, una sigaretta di nascosto in bagno e tutti questi profumi denim che si associano molto bene alle vostre borse Tumi in pelle umana.

La Proposta.

Mio compito è, fingendo una certosina attenzione per i dettagli, leggere il documento, o per lo meno fare finta. Poi rifiutare, estrarre dalla mia Samsonite in tessuto e nylon, la Vera Proposta. Appoggiarla ordinatamente sopra La Proposta. Sovrapponendo fogli. Valore simbolico. E scrivere i miei numeri.
Che non sono mie. Escono da un foglio di Excel con novantasei formule, sette macro e tutte le variabili possibili. Non a caso si chiamano fogli di calcolo.

Chiudere il porta documenti di pelle, riconsegnare la Vera Proposta, negoziare due settimane, pianificare un incontro. Questa volta sarete miei ospiti, e che cazzo. Non potete nemmeno lontanamente immaginare la voglia che ho di scarrozzarvi per i dintorni di Malpensa, a metà luglio, per una romantica cena del cazzo su qualche lago del cazzo. Due cose mi stanno sul cazzo più del perdere tempo: i laghi e le cene di luglio che non includano un happy ending. I laghi mi stanno proprio sul cazzo. Io amo il mare. Non l’acqua in generale. Il Mare. Anche gli scrittori lacustri, converrete con me dopo una attenta lettura dei contemporanei italiani, sono parecchio lontani da quelli di mare. Per tutti voi, fan di Vitali e delle sue storie di lago: questa estate respiratevi il mare di Izzo, la sua Marsiglia. Il lago. Cazzo.
A luglio. Cazzo.

La hostess mi sorride, mentre le chiedo del vino, rosso.
Tramonta il sole, tramonta tardissimo. Torno a casa. Vorrei essere già sulla mia moto. Da solo.

Tu credi nell’amore? mi chiese una volta.
Io, non sapendo cosa rispondere, ho alzato i Sound Garden, e ci ho pensato qualche istante.
Io sono l’amore, le ho risposto.
Allora lei si è messa a baciarmi. Baciava da Dio. Credo lo faccia ancora. Certe cose ti vengono bene di natura. Con la persona giusta.
Ci siamo rotolati sul pavimento, fingendo di avere un sacco di tempo e pochissima voglia. Erano anni in cui il fatto di vivere quattordici ore al giorno con una dolorosa erezione esplosiva non mi preoccupava. Adesso la collegherei ad almeno sei patologie mortali.
Poi facevamo una cosa bellissima. Ci fermavamo. E ci tenevamo la mano. Per qualche istante.
E lei si girava, mi guardava negli occhi e mi diceva: io non sono mai stata innamorata prima. Adesso so cos’è l’amore. Sei tu.
E anche Milano sembrava un posto perfetto per amare ed essere amati.

Poi, quella puttana, si è scopata mezza Milano.

Scherzo.

Poi, come in una storia perfetta, io me ne sono andato. Per paura. Per codardia. Forse perchè non ero pronto ai suoi occhi.
Ho preso la mia Vespa e sono scappato. Verso il mare. Un viaggio epico.

Tra pochi giorni me ne vado a Roma insieme a un plotone di harleyisti a festeggiare il centodecimo anniversario della casa madre. Roba da fissati, penserai tu. Che, è evidente, non sai quanto faccia bene al corpo e allo spirito tutta quella polvere, tutto quel vento, tutta quella solitudine.
Poi, che sia un’anniversario, un raduno, una fuga, un viaggio o una vacanza, converrai con me, sono dettagli secondari.

PS: onde evitare pericolosi malintesi sul concetto di Happy Ending di una cena: una cena con happy ending non è obbligatoriamente una cena che finisce con un proficuo scambio di liquidi e di profumi. Maliziosi. E’ anche una chiacchierata tra amici. Anche. Perchè in verità, se appena appena ne capisci di vita, capirai bene che luglio è il mese in cui si possono chiudere cene sul mare. In cui l’happy ending è uno solo.

Ciao, me ne vado a Roma.
Se non mi leggerete su un quotidiano, coinvolto in una qualche maxi rissa tra bikers ubriachi, tornerò.

Kalifornia

Ci sono troppe cose, in questi giorni, che i miei occhi vedono e che poi non riescono a raccontare. Succede così, quando vivo troppo. Non ho paura, baby. Ballo. Mi trovo seduto sui miei silenzi, non mi fa paura, ma sarà lunga.

Mi ricordo, ma sarei pronto a negarlo in pubblico, di aver passato un periodo simile qualche secolo fa. Con l’anima in pezzi, l’orgoglio incollato sotto le scarpe come un pezzo di nastro adesivo, e una insensata passione per Tiziano Ferro. Ricordo addirittura di aver passato buone mezz’ore a guardare fuori dal finestrino della mia Smart a noleggio, fumando e crogiolandomi nella mia deliziosa disperazione mentre cantavo:

“case libri auto viaggi fogli di giornale, che anche se non valgo niente, per lo meno a teeee ti permetto di sognare”

“scusa sai non vorrei mai disturbare, ma vuoi dirmi come questo può finireeeee?”

Brutta storia, cazzo.

Quando poi inizi a dar retta a delle canzoni, e trovarci degli impensabili nessi con il tuo vissuto, vuol dire che sei arrivato alla fine. Soprattutto se si tratta di Tiziano Ferro e del suo indiscusso talento, che lo rende capace di rimanere su un vago sentimentale psico depresso mezzo inculato, mezzo tradito, mezzo piantato che è un evergreen mentale per uomini e donne dai 15 ai 55.

Adesso non ascolto più Tiziano Ferro. Se è per questo, non ho nemmeno più una Smart a noleggio. Ho una macchina grossa, mi piacciono le macchine grosse. Ho una macchina grossa con i sedili in pelle, comodi, e più casse di una discoteca. Le due prerogative principali per le quali ho scelto questa macchina. E cazzo, fidati, i sedili in pelle e le 12 casse sparse per la macchina sono perfette per compiangersi osservando la tangenziale da un parcheggio remoto della metropolitana. Se vuoi un posto comodo per compiangerti, piangere, rotolarti nei rimpianti, e volendo anche ascoltare Tiziano Ferro come mai lo hai ascoltato in vita tua, scrivimi. Ti presto la mia macchina. Se non hai sufficienti sensi di colpa, scrivimi. Ti presto la mia vita.

Per partire, in queste mattine, mi serve alzarmi dal letto. E, credimi, ci vuole una incredibile forza di volontà. Scavare nelle tasche della mia anima per trovare quei centesimi di rame di motivazione. Poi parto. Mi butto in macchina, sprofondo nei miei sedili extra large, accendo la radio, e godo del piacere idiota di essere seduto su una mucca morta e del poter ascoltare musica raffinata.

Non capendo un cazzo di macchine, in fondo sono degli elettrodomestici, ho chiesto al tipo dell’officina, mentre aspettavo che finisse il tagliando, se la pelle dei sedili fosse veramente bovina. Non credo nessuno gli abbia mai fatto una domanda del genere. Per me è importante cazzo. Non ha saputo rispondermi subito. Ma due giorni dopo, chiamando con un numero anonimo, ha lasciato in segreteria un messaggio. Confermandomi che la selleria è di pelle bovina. Bovino adulto tracciabile e ecopelle trattata. Questo è il motivo per cui la mia macchina costa. Non la tracciabilità dei bovini che mi scaldano il culo. Il fatto che lui mi abbia richiamato. Per dirmelo.

“ci incontreremo stasera, menta e rosmarino”

“che ho preso a calci le notti, per starti più vicino”

Comunque, dicevo, ci sono troppe cose, in questi giorni, che i miei occhi vedono e le mie mani non riescono a descrivere. Per questo parlo molto poco. Ne godono, del fatto che parli molto poco, rispetto al solito, i felici idioti che confondono il silenzio con l’approvazione e con il benessere. I miei occhi tagliano come lame, vedono tutto. Solo che, al momento, c’è troppo casino perchè questo tutto venga fuori. Tutto lì.

Non capisco un cazzo di macchine. E forse nemmeno di musica. Ma sono un esperto, di livello, nell’interpretazione di questo stato mentale, che corrisponde all’abbandono sul sedile della macchina in cerca di segnali divini che portino a un repentino cambiamento di vita.

Mi faccio molta tenerezza. Come quelli in coda dal tabaccaio che grattano ansiosamente i gratta e vinci. Ci sono modi decisamente più concreti e reali per diventare ricchi. E anche per diventare felici.

 

“aiuto, sono qui solo,

tra casini e parole da fuso,

lasciami almeno sorridere,

al tuo sorrisooooooooooooooooo”.

 

Se poi, disgraziatamente, non ho a portata di mano delle vittime sacrificali, snack pronti per la mia fame di rabbia, finisce che mi appoggio a qualsiasi superficie in grado di reggere il mio culo, e mi immergo in un’infinita serie di pensieri. Una spirale. Ovale, forse, comunque spirale. Che è un disastro, perchè non ne esco più.

 

Ne uscirà, credo, un grande, stupendo, racconto. Quando uscirà.

Nel contempo contemplo la mia poderosa erezione intellettuale, nel contemplare il mio fragoroso successo in qualità di poeta contemporaneo. Due piccole creature del sottoscritto, “divano vista mare” e “goloso”, sono entrate nella classifica finale di “Poesia 2013”.

Che è un concorso poetico. Capisco, non sai di cosa si tratti. Era una roba che andava di moda quando non c’erano Amici e Master Chef. Capisco, sono meglio Amici e Master Chef.

Forse è vero.

E, in fondo, canto niente male e cucino parecchio bene (in entrambi i casi utilizzo la strategia del “confondili per conquistarli”).

Magari smetto di scrivere poesie, e mi infilo in coda ai provini di un reality.

In ogni caso, la mia erezione intellettuale ha dei piacevoli risvolti. In primo luogo ho scoperto di non essere l’unico lettore delle mie poesie. In secondo luogo ho scoperto che alcune sono ritenute leggibili da una giuria. Che non ho corrotto. E che non conosco. In verità non conosco nemmeno il prestigioso Concorso Poetico. Ma sembra che sia una cosa seria. Non mi hanno ancora chiesto soldi. Anzi, c’è un premio in ballo.

A spanne, due bottiglie di Brugal. Che poi è il carburante necessario per scrivere un’altra decina di poesie. Potrei mantenermi in questo circolo. Bevendo, scrivendo, bevendo e scrivendo.

Fossi il primo.

 

Beh, se vuoi che io condivida con te la mia erezione intellettuale, basta andare qui e leggere. Se scorri, trovi sia Divano Vista Mare sia Goloso.

E molte altre grandissime poesie.

 

Se solo potessi capire quanto sia difficile per me alzarmi la mattina, apprezzeresti di gran gusto il mio cantare Zucchero a squarciagola in tangenziale. E non mi toccare Zucchero. Che sono ormai numerose crisi esistenziali che mi accompagna, fedele, sparato da altoparlanti sempre migliori. Vicino a sedili di bovino adulto tracciabile. Ed ecopelle.

(ok, parlami di musica, dimmi che non capisco un cazzo. Ma fermati a rileggere il piccolo pezzo di strofa sopra. La più splendida metafora sessuale della storia della musica italiana).

A chi piacciono le macchine, a chi le poesie, a chi le metafore.

See ya

 

 

Erano Anni Belli

Ho cercato per te il meglio. Lo ho fatto credendo che questa cosa fosse amore vero. Cercare il meglio per te. Nel caffè caldo della mattina sul terrazzo, mentre la bassa California si metteva in macchina per lavorare, guardavo le onde di Mission Beach. Avrei voluto, per noi, una casa sul Pier. Di legno bianco, dipinta dalle mani degli uomini, dal sale, dal vento e dal sole. Avrei voluto, per noi, tutto il tempo che occorre per fare l’amore dimenticandosi del mondo intorno. Appoggiati al legno umido del Pier. Nascosti dai pescatori e dai surfisti, ma visibili dalle stelle. 

Fanculo

Avrei voluto per noi tutta questa vita, chiusa in un cielo, a strapiombo sull’infinito. Incredibile, mi dicevo, attraversando con la jeep i resti di un acquazzone. Attraversando con la mia vita la definizione perfetta di Mal D’Africa. Cazzo, uno come fa a tornare a casa, dopo aver visto, respirato e toccato tutto questo? Pensavo a noi, e mi chiedevo come fare a portarti qui, sul bordo di questa piscina, appena fuori dal ghetto dei bianchi. Nel sole caldo di gennaio. 

Avrei voluto portarti con me, in ogni angolo del mondo che ho visto. Invece ero solo. 

Fanculo. 

Adesso mi chiedono come sto. Come stai? 

Lo vuoi sapere veramente? Sei sicuro di volerlo sapere davvero o è solo una domanda di cortesia, per non sentirsi eccessivamente estranei? 

Non posso rispondere. Sinceramente. 

Ci sono mattine in cui devo fermarmi, respirare profondamente, raccogliere tutte le ragioni possibili per andare avanti, e tirare dritto. 

Ci sono sere in cui guardo le mie ossa, e aspetto che crolli tutto. 

Ci sono notti, troppe, in cui non dormo pensando a quello che sta succedendo. 

Quando fa così male, ho imparato, si chiama vita. 

Mi chiedono come faccia a reggere, come faccia a non aver paura. 

Ma la vita non fa paura. Fa male, un po’ male. Ma paura no. 

 

Fermo la macchina. Oggi avrei voluto essere in moto. E’ esploso il sole. Finalmente. Esco e mi siedo su un prato ancora umido. Mi fermo a guardare gli alberi, mossi dal vento. Oscillano. 

Non so nemmeno dove stiamo andando.

Ma è il momento di muoversi.

Mi fido di me. Non mi fido di te. Non mi fido di nessuno.

Leggo, in questo silenzio, tutti gli errori che ho fatto. Tutti gli errori che hai fatto. Metto insieme un filo di vita, lo stretto necessario per non sentire mancare il respiro. 

Fanculo

Aspetto che il vento cali. Si sente il sole scaldare, forte, tutto questo bisogno che ho. 

Mi spiace, mi sanguina il cuore. 

Mi chiedono se non mi senta solo.

Ho superato la solitudine totale di questa scelta, semplicemente un passo alla volta. Non vuol dire che non faccia male. Anzi. 

Mi chiedono cosa ne sarà di me. Quando. Come. Con chi. 

Adesso, te lo devo dire per davvero, non lo so. 

Aspetto che gli alberi si calmino. 

Era piena, Pamplona. E tutti aspettavano questa maledetta corrida. Camminavo per i vicoli. Tra qualche ora sarà l’inferno. Mi piace essere in questi posti in questi momenti. E’ come essere dentro un racconto. Una grossa foto di Hemingway. E tu, pensavo, dovresti essere con me in questi momenti. 

Mi chiedono come faccia ad essere così zingaro. 

Io non ho una casa da molti anni. E’ questo che non capite. La mia casa è nel cuore di chi mi ama davvero. Ed è l’unico posto dove torno. Il resto, permettetemelo, è semplicemente coreografico. Non ho bisogno di nient’altro. Per questo, alla fine, torno sempre. 

Fanculo.

E sto qui, ad aspettare che il vento cali. Recupero vita, per andare avanti, almeno oggi. 

Ho visto uomini più forti cadere dentro problemi più semplici, e ho visto uomini più deboli vincere problemi più grossi. 

Le cose che ho visto, le racconto. Le racconta la mia pelle, le raccontano le mie parole. Questo avresti dovuto ascoltare. 

Io sono sbagliato, come un giorno di sole a novembre, come la pioggia di maggio. Io sono inappropriato. Come un quadro antico in una casa moderna, come il rumore del traffico che esplode nel giardino della tua villa. Io sono io.

Io sono, semplicemente, il frutto di una pianta fatta crescere sotto i temporali e la siccità. Il mio tronco si piega. Ma i miei fiori sono sempre profumati. 

Aspetto, te lo dico davvero, di poter scappare verso il mare. Che è solo mio. Perchè è di tutti. Sedermi davanti al mare. Sentire il Libeccio che mi porta il sale. Trovarmi in mezzo a tutta quella gente. Che si crede felice per un gelato. Che si crede felice per un amore. E poi tornare, verso la città. 

Qui ti sbagli. Io non ho casa. 

Io posso essere la tua casa. 

Ma tu devi essere la mia. 

Erano anni belli, quando abitavo dentro una donna. 

Il cuore di una donna è un posto bellissimo da abitare. 

Per uno come me. 

Mi chiedono come si faccia ad andare avanti. 

A me, che vorrei fermarmi, nascondermi, e aspettare che il vento porti via tutto.