Surf to live

Ianna, la fotografa che ci ha seguito sabato in quel di Levanto, è follemente innamorata del mare, del surf e della fotografia. Finalmente abbiamo degli scatti che rendono l’elevata professionalità e l’imperiale livello tecnico. Unico problema è che Ianna ha fatto 120 foto a El Presidente e 2 foto a me. Questo è dovuto al fatto che il mio old style non la convinceva o più probabilmente all’irrestitibile fascino che esercita El Presidente in muta aderente.  Per non creare favoritismi, nell’album qui a finaco inserisco sia una foto di El Presidente sia una perfetta immagine che mi ritrae a cavallo di questa onda. Dato che molti amici stranieri capiteranno qui per queste foto, il seguente testo è a loro dedicato.

Levanto is one of the most exciting surf spot on the west coast in Italy. Located at the start of the Cinque Terre Valley, is a point of attraction for trekkers and surfers. Enjoying more than 150 surfing days, is a really active spot, with a wonderful lefty side on the beach break. When the most famous Pontile di Forte dei Marmi is not working due to the bad assets of N/W wind, Levanto give to the Mediterranean surfers the occasion to try an oceanic spot. Foreign surfers are more than welcome in Italy, especially with their girlfriends. Treatment and accommodation near Italian beaches could be more comfortable than other EU Countries. Pay attention to Mafia Pizza Mandolino Connection, a street crew really famous in Italy. For more in formations, once  landed in Italy, please ask for our newspaper: Le Ore. For wheatear forecast please search for Il Vento Dello Scorreggione.  Be so kind to pay attention during conversation with Italian fellows. "ciao Cazzone" is a good start, but you can also use "Bella troia" referring to a girl. In Levanto you have to try the most famous pizza: "Maledetti Terroni Liguri", a wonderful and spicy union between pepper and salami di Cazzomoscio. To find an accommodation such as a B&B ask for "Merda di Levanto", a beautiful resort on the hill.

Remember, before leaving, to visit the famous ancient church in the Roman Ruins centre. To arrive there, jump on a taxi and ask for “ Pirla Represso”.

Thanks again for your visit in the land of the sun where is possible to surf, dance, and eat Pizza listening to a wonderful mandolino’s song.

dieci davanti venti dietro trenta di fianco

Io ho un prezzo. Come tutte le puttane, costo. Le mie prestazioni richiedono studio e una innata propensione naturale. Le mie notti nelle più squallide periferie del mondo, le interminabili giornate che passo in manciate di aeroporti,  le lunghe cene spossanti. Tutto ha un prezzo. Hanno un prezzo le mie parole, ha un prezzo la mia presenza. Sono una voce di costo nel tuo bilancio, ripago il tutto motivando squallidi orgogli che consumano aumenti a due zeri e station wagon sempre più accessoriate, gonfiando con leggerezza le malate conclusioni sparate da qualche MBA come te, che non ha mai messo il culo fuori dal suo ufficio in centro a Londra e predica progresso e economie di scala. Ti piace da morire il mio “sporcarmi le mani” insieme a operai e allestitori. Ami sapere che il tuo nome è onorato da uno stand prefabbricato dall’altra parte del mondo mentre spogli la tua puttana in un motel sulla tangenziale.  Ti piace il mio senso dello spazio, il mio modo di starti alle spalle quando arrivano applausi e congratulazioni. E paghi il prezzo di queste piccole cose, apprezzando l’innata propensione della tua piccola puttana. Io ho la percezione esatta di quanto possa valere la mia quotidiana marchetta. Dietro alle battute, al sarcasmo e al naso rosso che metto la mattina, c’è la puttana calcolatrice. Mi chiedi docilità, silenzio, collaborazione. Mi supero dandoti anche il mio tempo.   Ho smesso di odiarla, la generazione che con te ingrassa e sgomma dentro mostruosi SUV. L’odio è la forma più innocua di perversione, benzina che si spegne ad ogni busta paga. Ridicola come la tua fede che ti fa sedere nelle prime panche alla domenica, la rabbia è innocua. Lavoro da quando i miei amici riempivano i chiostri delle università che oggi vomitano brillanti neo laureati in gabbie con sbarre interinali e piastrellate di stage. Ho retto gli sguardi dubbiosi di mestruate braccia del moderno recruiting, ho sempre scelto la cosa più difficile. Tutto ha un prezzo, ascisse e ordinate di un grafico impazzito descrivono il mio in netto aumento. So di poter chiedere, ma non basta.  Chiedo molto di più, chiedo conoscenza, dottrina, sapere. Tutto ha un prezzo, lo dicono le tue occhiaie scavate e le urla di tua moglie che perforano il telefonino slim. E’ il modo in cui mi chiedi quello che sai di non poter avere che mi lascia perplesso.
Sai che, come tutte le puttane, non posso darti una sola cosa. E di colpo ti rendi conto di quanto potrebbe essere preziosa. Rimane l’unico articolo fuori prezzo, non quotato. Provi a comprarmi, come mi hai insegnato a fare. Provi l’effetto che fanno nella tua bocca parole troppo lontane dalla tua cravatta firmata. Che strano suono, mutuo, rate, spese. Sembra quasi ti faccia impressione ricordare di colpo le tue origini. Non ti preoccupare, con cento euro e due grammi puoi correre più veloce del tuo passato. E ti ritrovi nel dubbio fragile dell’impotenza. Puoi pagare tutto, calcolando costi e ricavi. Ma non puoi dare un prezzo alla mia fedeltà. Nessuna puttana è mai stata fedele. Questo ti aveva affascinato di me. Questo ti terrorizza.
 
In risposta alla tua richiesta di chiarimento per quel misterioso sorriso sulla mia faccia mentre recitavi il tuo rosario di fatturato e ricavi.  
[image from isecolibui.splinder.com]

Aristotele quel segaiolo

Pensavo oggi, pelando le fragole, al mondo e ai massimi sistemi. Questo genere di riflessioni, solitamente, migliora di molto l’uomo, di per se’ coricato sulle sue piccole cose. Miglioramenti tangibili ce ne sono stati parecchi, fin dalle fragole, tagliate così bene che è un peccato metterle nella pentola per la marmellata.  Il libero pensiero, in circolo nelle mie vene, ha rigenerato la mia anima, un po’ come un sano bicchiere di rhum.

Dunque, partiamo con ordine: ieri, sabato 2 giugno, come molti altri mi sono spinto, in compagnia del Presidente, verso i lidi liguri. Dopo una notte di consultazioni di siti meteo, webcam stranite e altre amenità tecnologiche completamente inutili, ho dato il mio verdetto: Levante. Il mezzo di trasporto, gentilmente offerto dalla Signora, era dotato di particolare accrocchio americano per il trasporto delle tavole da surf. Tale oggetto, sul sito del suo produttore, viene addirittura propinato per portare comodamente una tavola in bicicletta.  Ecco, tale oggetto, in verità, è una mostruosa cagata. Abbiamo fatto il viaggio a 70 Km/h, con gli occhi sul tetto, consumando 4Gb di musica e tonnellate di sigarette. Ecco perchè, pulendo le fragole e tagliandole in piccole fettine, il mio laborioso cervello, ha prodotto svariate conclusioni:

– acquistare un prodotto migliore. Ma c’è il rischio di rimanere fregati ancora, e al mio cervello non piace.

– acquistare una macchina molto grossa. Ma, dialetticamente, i problemi non si risolvono aggirandoli.

– smettere di surfare. Plausibile, ma poco indicato visto l’alto gradimento espresso dal cervello e da molti altri organi.

– andare a vivere a Genova. Questo però farebbe mancare le mostruose code in tangenziale.

Dato che le fragole erano pochine, non sono giunto a una conclusione. Rimango nell’imbarazzante limbo della scelta, sommerso da milioni di variabili.

E se fossero state molte di più, dico le fragole. Questo mi avrebbe permesso di ragionare a fondo sulla questione. Allora forse si tratta di espresse colpe di mia moglie, e della sua parsimonia nel comprare le fragole. E forse questo mette in gioco il matrimonio. Da neo-single, o single di ritorno, potrei dedicare molto più tempo agli sport che amo, come il surf. Di ritorno da una bella surfata come quella di ieri potrei avere voglia di amare, e nello specifico di amare una persona. Dovendo scegliere, sceglierei mia moglie. Mi sposerei. Chiederei gentilmente della marmellata fatta in casa, memore delle scorpacciate infantili.

Considerando anche il mercato cinese, da dove viene l’aggeggio infernale, si potrebbe anche dire che è tutta colpa di chi ha educato i cinesi. Cazzo, facevano così bene il riso, e qualche stronzo li ha convinti a fare di tutto. Forse è anche tutto riferibile al commerciante spagnolo che ha immesso sul mercato delle fragole così presto. Forse morirò nell’attesa di una risposta.

Nel frattempo attendo pazientemente le foto di Ianna, fotografa di grande spessore che pazientemente ha seguito il travagliato percorso della Premiata Ditta in quel di Levanto.

Il fascino della divisa

Sala riunioni gremita, rumore di pioggia battente, sguardi depressi, silenzio tombale interrotto dalle scadenziate dichiarazioni di guerra del Preside. Con buone probabilità ieri sera ha provato ad approcciare la moglie, ricevendo un secco rifiuto. Pertanto è deciso a penetrare il mercato, surrogato eccitante o palliativo motivante. Solitamente io esco da queste riunioni con un pacco di biglietti aerei, economy e trombosi, e molte aspettative dal gruppo. Attendo la mia condanna al pasto liofilizzato e al film con sottotitoli  tentando di collegarmi alle previsioni meteo. Dicono che la Liguria affondi sotto metri d’acqua, forse ci sono discrete possibilità di tirarne fuori una surfata. Nel torpore generale, il Preside ha già conquistato virtualmente tutti i mercati. Usa smodatamente la parola "penetrare", vendetta infima sulla frigida consorte. La immagino serenamente sdraiata nel letto, dopo una terribile scopata con il salumiere. Qualcuno tira fuori la polverosa questione del marketing. Che palle, rimbalzando, la grande Domanda arriverà da me. Una stagista nuova, in forza al Pollaio, se ne esce candidamente con l’espressione "marketing virale". In effetti ha estremamente bisogno di dimostrare alla Ridente Multinazionale la sua intelligenza. Il Preside la invita a spiegare. Lei prende coraggio, si alza, addirittura gesticola. Sono costretto a distrarmi proprio quando stavo aprendo la pagina sul quadrante ligure. La sua camicia aderente, i suoi orecchini ad anello, i suoi capelli legati, i suoi jeans scoloriti, i tacchi bassi, tutto comunica. Si potrebbe scrivere un saggio sulla comunicazione non verbale. Mi mancano due parametri fondamentali di giudizio: non riesco a vedere se è una felice portatrice di Tauaggio Tribale Sopra il Culo, e non riesco a capire da quale illuminante ateneo provenga tanta cultura. Il Preside mi guarda. Hitler ha trovato la sua giovane Rommel. E io, che al massimo posso emulare l’italiano in orbace, devo incassare. La riunione finisce nel solito chiacchericcio postumo. Mi defilo per una sigaretta e al mio ritorno vengo invitato nella Stanza Dei Bottoni. Il Preside affonda nella sua poltrona presidenziale. Mi invita a utilizzare l’inginocchiatoio davanti alla sua scrivania. Mira a sapere quanto io sia ferrato sul marketing virale. Eseguo una lenta supercazzola monocorde, cercando di utilizzare il più possibile termini come: mercato verticale, attenzione al canale, azioni correttive, analisi di prodotto, misure di contenimento della concorrenza. L’effetto sperato è presto raggiunto. Le mie parole, come benzodiazepine, placano l’ansia suprema, tutto ritorna sotto controllo. Mi guadagno un tour guidato negli States, come preventivato. Del marketing virale non rimane traccia, se non in qualche minuta che affonderà negli archivi aziendali insieme ad altre intuizioni geniali.

Il Pollaio è in piena attività. E’ venerdì, si chiude il mese. Trovo la colpevole attaccata al computer. Mi complimento per la proposta, la invito a spiegarsi meglio, le caldeggio di essere sempre propositiva e le infondo molta fiducia sulla sua assunzione. Noi giovani dobbiamo essere propositivi, costruttivi, ideatori, sperimentatori. Lei è felice, sorride con gli occhi. Ho reso felice una donna, probabilmente con il tatuaggio tribale sopra il culo. Ho tranquillizzato i vertici aziendali, che possono tornare a sognare lo sbarco in Cina. E io posso serenamente tornare a pianificare la mia surfata. Arrivare a sabato non è così scontato quando la moglie del tuo capo ha scelto la mortadella al posto della solita, piccola, infame, minestrina riscaldata.

La misteriosa apparizione della Kultura

Consentitemi un po’ di preliminari prima di arrivare al dunque del mio idillio amoroso con la Kultura. Come la maggior parte delle divinità, anche la Kultura ama manifestarsi in forme e modi sempre differenti. Ai suoi fedeli è richiesta grande capacità di adattamento, ma come in ogni Paradiso, le gratificazioni superano di gran lunga i sofferti percorsi. Scopo della serata di ieri era, principalmente, scoprire se io sono quello che ha tagliato le gomme a Zop, quello che manda i fiori a Sbucciature, quello che ha rapito il gatto diMr. Barone e infine quello che ha rubato a Melpunk il vinile dei Kassapunka in concerto alla Festa dell’Unità di Sant’Angelo Lodigiano (1994, gran concerto). Una volta appurato che io, in qualità di Franz il Maniaco, ho solamente pedinato per un paio di mesi Zop e ho rubato le calze di lana di Melpunk come feticcio per il mio amore, la cosa ha dovuto prendere forzatamente una piega godereccia. Sicché si è passati al difficile argomento: blogger – psicologia – turbe della personalità. Come una messa senza sacerdote, una discussione tale senza un bravo psichiatra era destinata fin dall’inizio ad affogare in del buon vino rosso. Cosa che ho molto apprezzato, anche se devo ricordarmi di tenere sempre una fiaschetta di rhum nella borsa della Kaffettiera Panzer.  Sulla gelatina di una torta alla frutta si è sollevato il sempre verde must: ma chi pubblica i blogger? Essendo la glaciale risposta sulla bocca dei più navigati e degli esperti di settore, la folla attendeva ansiosa il difficile verdetto. Un blogger non è uno scrittore, è stata la risposta degli scrittori presenti (che fanno, a tempo perso, i blogger). Ho anche saputo che la mia geniale invenzione, il romanzo aziendale, è già un genere esplorato. Cazzo, questa vita da Artista mi riserva solo dolori. Per rimediare all’urto emotivo ho dovuto presidiare il banco del vino, buttandomi su un gradevolissimo bianco caldo. La Proprietaria della Medjugorie Milanese del Noir, tale Tecla, osservava il mio affiatamento con la bottiglia con la stessa passione con cui avrebbe guardato i Teletubbies. Ecco, parlando di Tecla, devo confessare che è facile trovare donne, ma lei rientra appieno nella mia personale idea di Donna. Per una sgradevole questione anagrafica credo di non essere di suo interesse, ma il mio sarà un corteggiamento platonico. Ho addirittura comprato un libro di Sbucciature (Elisabetta Bucciarelli, per dovere di cronaca), pur di stare solo con Tecla. Eravamo persi l’uno nello sguardo dell’altra, attorno a noi solo libri, un registratore di cassa e l’universo quando Sbucciature ha interrotto drammaticamente il momento. Si è sentita in dovere di autografare il mio acquisto, ma era ovvio che volesse mettermi i bastoni tra le ruote. Peccato, ma moderno Jacopo Ortis non demorderò. Tornando alla serata, ho apprezzato molto l’involontario scontro Generazione Br vs Generazione Pr, due mondi, due modi, due scopi, una sola città. E’ anche uscito il solito pezzo: “hai l’età di mio figlio”, che da vero superclassico riecheggia ovunque io vada (tranne, va detto, all’Esselunga).   In qualità di Maniaco, sono riuscito a rubare il tovagliolo con cui si è asciugato Zop. Lo terrò assieme al pezzo di carta igienica che ho recuperato a Le Trottoir, su cui credevo ci fossero tracce di Pinketts. L’ho fatto analizzare, e il referto è stato drastico: 9 parti di rhum, 3 parti di vodka, 2 parti di Gin. Non è una reliquia, è un cocktail. Pinketti Frozen on the Paper.
Bene, e in questo incerto domani, il tuo incontro con la Kultura che cosa ha prodotto?   
Grazie per la domanda. Beh, prima cosa ho messo “dalla parte del torto”, di Elisabetta Bucciarelli, su eBay. Affrettatevi, nell’asta ci includo anche un cavo USB e due pile duracell. Il tutto per poter tornare da Tecla.
Franz: “Tecla, mia moglie ha venduto su eBay il libro di Elisabetta. Che ne dici di vendermene un altro?”
Tecla: “Franz, scappiamo insieme su un isola lontana, per sempre”
Elisabetta: “Scusate, stavo passando di qui. Vuoi che ti autografi anche questo?”
 
Inoltre ho proficui progetti alcoolici con Mr. Barone, volti ad apprendere ancor più a fondo le nozioni base per scrivere un diario di memorie a 28 anni.
Poi vorrei fare quello che faccio da un sacco di tempo: scrivere. Come blogger, come giovane, come milanese, come scrittore, come poeta, come innamorato, come rabbioso pazzoide. Come cazzo vi pare. Ma scrivere, forse come terapia, forse come unica fantasia, forse come arma. Scrivere ancora. Perché prima o poi devo finirlo il mio primo racconto di due paginette.
 
Grazie per le parole.  
(disclaimer: avendo lasciato la macchina fotografica nella moto, ho pubblicato una delle immagini più significative recuperata da un vecchio database di quando pedinavo una tipa. Inoltre ho dimenticato i nomi importanti, per questo fingo di non citarli volutamente, e ho chiamato Federico Maggioretti Federico Maiorana. Avanti di questo passo e il geriatrico è indispensabile)

To all my cunts

Nello specifico, perchè è molto fico iniziare dicendo "nello specifico", l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo parla della libertà di espressione ( e che dire di uno che fa citazioni di questo calibro…). Tra gli effetti più fastidiosi di questo illuminante principio di democrazia ci sono Alberoni, Fede, Prosperini e l’Ufficio Stampa del Vaticano. Solo l’età, attacchi terroristici, epidemie o qualche genio assassino può fermare il flusso coscienziale di questi soggetti, esposti solo al Giudizio Finale. Nel caso in cui Alberoni dovesse passare indenne l’Apocalisse ho già pronta una lettera di dimissioni da battezzato. E che cazzo, mi faccio animista o anche animalista, questione di lista. Ad ogni buon conto ( che è ancor più fico di "nello specifico"), esercitando il diritto di libertà di espressione vorrei sottolineare due avvenimenti di larga portata, in ordine di importanza:

Uno: stasera sarete liberi di esercitare il vostro diritto di espressione e parola alla Libreria del Giallo, Via Peschiera 1, dalle ore 19. Possono accedervi solamente: scrittori, curiosi, titolari di un blog, lettori, clienti, assaggiatori, simpatizzanti, dominatrici e in ultimo, facendo uno strappo alla regola, anche i possessori di telefonino. Credo che da questa cosa qui possa nascere qualcosa di interessante. Io porterò la mia ultima fatica letteraria, che originariamente si intitolava Cazzo di Cane, ma che è stata, grazie alla libertà di espressione, giudicata troppo forte. Il nuovo titolo è "Il Portinaio". E che si fotta l’avarizia, autograferò delle copie distribuendole gratis a tutti gli avventori. (su carta riciclata).

Due: una persona molto sensibile, che ha commentato in questo blog, sfruttando l’anonimato, è stata "offesa nei suoi sentimenti" dalle risposte di qualche maleducato tra cui anche il sottoscritto. Al posto di andarsene a fare in culo, come chiunque di saggio avrebbe fatto, ha voluto esercitare il suo diritto di espressione mandandomi una mail nella quale si dice "amareggiata per l’eccessiva immaturità, e decisa a prendere provvedimenti". Inoltre dice di sapere come raggiungermi (facile, frequento tre posti a Milano). Lo dice come se fosse una minaccia. Questa è, fratelli lettori, la piena espressione del diritto di parola. Grazie per la tua mail: non sai che noia ricevere solo le promozioni di Mediaword e della Lufthansa. Ignoro quale post, quale commento, quale frase ti abbia offeso/a, ma in ogni caso ti prego di prendere alla lettera tutto quello che è stato scritto. Mentre prendi provvedimenti, stampati l’immagine, ritagliala, appendila in bagno e impiccati sulla tazza. Dimostrerai al mondo che non tutti gli stronzi affondano.

PS: ti amo, fratello/sorella. Grazie per il tuo contributo

La Trinità Onniscente

Martedì, ore nove, non un minuto di meno non un minuto di più: La Trinità non è ne in ritardo ne in anticipo. Con una stravagante coincidenza pentecostale, la triade a bordo di una nuvoletta atterrerà a Malpensa nel primo mattino, per giungere in visita pastorale alla Ridente Multinazionale. Il Padre, il Figlio e Lo Spirito Santo si muovono per una visita di cui non si ricordano precedenti. Si, il Figlio era sceso tra di noi per risolvere qualche bega. Crocifisso il vecchio direttore, aveva fatto ritorno al Ridente Quartier Generale. Lo Spirito non ha mai fatto visita, più che altro chiama a se ogni anno Saliva, il nostro direttore Finanziario, per un incontro illuminante. Saliva, che non può mai smettere di leccare almeno un culo di un super boss, ritorna pieno di luce, e diffonde i dettami di riduzione costi e tagli improvvisi, moderno apostolo della cost reduction. Per una simile occasione la Rivoluzione Fantozziana ha rivoltato il nostro decadente ufficio. Sono comparse piante verdi, a coprire le crepe secolari. Cestini lungo il cortile, una improvvisa pioggia di segnaletica anti-inofortunistica, e tanti, troppi, cartelli con misteriose frasi. Un tappeto, rigoroso colore aziendale, accoglie all’ingresso i visitatori. A nessuno è concesso camminarci. Il lindo colore deve rimanere tale fino al passaggio miracoloso dei tre. Pezzi di tessuto verranno poi venduti come reliquie. Sulle scrivanie sono scomparsi i segni del quotidiano disordine. Con una mail imperiale, il Preside ha prescritto la tassativa pulizia di tutti gli spazi. Con rammarico ognuno ha passato la mano su tutte le carte che in qualche modo dimostravano una qualche attività lavorativa. Sono scomparsi i calendari e i poster. Niente Magritte, niente puzzle al muro. Sono state concesse le foto dei figli, a dimostrazione della fertilità infusa dal benessere aziendale. Aboliti gli screen saver che inconsapevolmente testimoniano forme di vita estranee all’azienda: in allegato il Preside invia un terrificante logo aziendale, suggerendone l’immediata installazione. Per mano della Dottoressa Fussenbauer, somma Direttrice del Personale, è stata diramata una circolare che suggerisce l’abbigliamento per le signorine. Niente di scritto, la Dottoressa non è stupida. Solo una voce di corridoio, che rimbalza pesante come una palla da bowling nelle orecchie delle disperate segretarie. L’abbigliamento consigliato ricalca lo stile Fussenbauer. Saremo assaliti da un esercito di fighe di legno, con lo stesso stile dell’inimitabile Dottoressa. Uno stile adatto a chi ha provato l’ultimo orgasmo almeno una decina di anni fa. Il Pollaio è deserto. Tira aria di lavori forzati, così sono piovuti appuntamenti imprescindibili e riunioni con clienti troppo importanti per essere delusi. Dallo sforzo, sono portato a credere che ne perderemo qualcuno. Lo ritroveranno nella sua station aziendale, svenuto di stenti per la mezza giornata di lavoro, il Rolex tarocco fermo, la cravatta allentata, Radio Deejay in sottofondo. Io assisto impotente al lifting di excel: i drammatici dati che annunciano periodi di vacche magre si trasformano magicamente. Gli stregoni si sono riuniti in gran consiglio, per un sabba frettoloso con un pentolone straripante di pessimismo che deve essere trasformato nel più positivo dei domani.  Il miracolo gonfia gli istogrammi, rende sorridenti le maligne previsioni dei consulenti, ridà luce a polverose ricerche di mercato attendibili come il tocco di un bimbo bendato.  Il mio capo corre come una valletta mestruata. La sua mano passa veloce e il suo tocco riapre faldoni sepolti, dati truccati, presentazioni fittizie. Nei suoi occhi c’è il terrore di vedere il suo castello in Sardegna, il suo SUV, la scuola per ricchi cerebrolesi brianzoli, sbriciolati sotto il peso della verità. Il Preside è chiuso nel suo ufficio. Solo gli alti ufficiali sono ammessi, per comunicazioni urgenti. Ultimo tocco di stile, la sparizione magica di qualsivoglia segno di trattativa sindacale. Dalle bacheche scompaiono i minacciosi cartelli, le vignette, gli avvisi di assemblea. Agli operai è stata mandata, in qualità di emissario, L’Elastica. La nostra ha il compito di velare minacce, ventilare terrificanti punizioni per tutti quelli che sognano un giorno da leoni. E’ necessario che il mansueto gregge di agnelli incarni la produttività, l’efficienza, la disponibilità di una vera e propria forza lavoro. Un nutrito gruppo di stagiste lavora alla preparazione della serata per i nostri. Esclusivo ristorante, esclusivi piatti, esclusive chiacchiere intorno a un Sassicaia sull’orlo dell’aceto. Millesimato per il brindisi, e poi tutti a puttane. Alla cena sono stati invitati anche alcuni esseri umani, tra cui il sottoscritto. Ci sarà concesso di partecipare, allo stesso tavolo dei potenti, con il chiaro concetto che per una sola parola sbagliata si può trasformare nell’Ultima Cena. Una rappresentanza dell’umanità subordinata, tanto voluta dai nostri che si vede che amano sapere come si vive da poveri o come si tira la fine del mese con un mutuo. Io reciterò il mio ruolo di Diffusore Ambientale. Appoggiato da qualche parte nella sala riunioni, spruzzerò cordialità e dati gonfiati, diluendo l’odore di merda che pervade le poltrone nostrane con sapienti dosi di Power Point e dormendo per la maggior parte del tempo. Circolano già strane leggende che narrano di miracoli della Trinità: al loro passaggio i TFR tornano ad essere umani; dicono che un solo gesto del Figlio possa far aumentare lo stipendio a cinque dipendenti. Si vocifera che Lo Spirito sia in grado di far apparire macchine aziendali nuove di pacca. Qualcuno ha visto Il Padre distribuire ferie. Ma si sa che ogni religione ha i suoi vangeli apocrifi.  

Mr. Recordman

A volte ho la netta impressione che il mio cervello vada sottovuoto. Ho visto una televendita una volta, dove una bionda americana bianca aspirava milioni di oggetti, alimenti, tessuti con un misterioso oggetto, in grado di ridurre un piumone a un sacchettino di pochi centimetri. Ecco, il mio cervello mi da l’idea di sottovuoto. Da due giorni non riesco a scrivere niente di più intelligente della lista della spesa, e anche adesso sto davanti ai pulsanti di Word, per vedere se il giallo è proprio giallo. Chissà cosa succederà se metto grassetto giallo corsivo Arial 12 su sfondo giallo. (questo). Per ovviare alla questione ho accettato di buon grado l’invito della Signora per un giro in centro. Inaspettata occasione per tuffarmi nel bagno di umanità che non mi ha mai tradito. Io ho un rispetto sacrale per il centro di Milano, per la sua storia, per i suoi luoghi, per i miei ricordi e per la sua sconvolgente dose di umanità. Oggi ho visto Lele Mora, con due bonazzi lampadati stile bruschetta, in uno dei bar incula russi. Il mio cervello sottovuoto ha subito esclamato: “La Merda in Piazza”. Poi una attempata signora si è avvicinata e timidamente ha estratto il suo cellulare e ha scattato una foto. Due travestiti con le tette gonfie come angurie mi hanno spinto schiamazzando. Uomini con le tette, che fanno pompini a uomini sposati ai bordi dei cimiteri. Un senegalese mi ha chiamato fratello, mettendomi in mano un libro sul razzismo. Ho la casa piena di libri come quello, perché non ho il coraggio di ribattere a un negro che il bianco che prende i soldi è molto vicino all’idea di schiavismo. E poi i grossi vasi, monumento in memoria dei paninari e della loro Milano, assediati da adolescenti che limonano quasi volessero dimostrare che si può fare per ore senza morire soffocati. Gelati da cinque euro, la Rinascente e il Duomo, sempre al loro posto. I ragazzi che fanno break sotto il mc donald, dimostrazione pacifica di resistenza a tre sindaci diversi che con dei bulloni sul marmo speravano di emarginare l’emarginazione. Forse qualcuno ha anche pensato di chiudere la Linea Rossa, che vomita tutta la sua periferia dalle scale intorno al Duomo. Brandelli di bolivia mischiati a cinesi e marocchini. La camorra, e i suoi baracchini che vendono il cocco, il cieco della lotteria e il negozio Ferrari. Una libreria chiusa senza nessuna protesta, rimpiazzata da un negozio di abbigliamento che promette jeans per tutti. I commessi di Foot Locker, usciti da un incubo di Spike Lee, la Disney con un minaccioso omone della security che sorveglia i sogni dei bambini. Gli zingari, i barboni, i vigili e gli sbirri in borghese. Tutti sotto lo stesso cielo, nessuno si sente stretto. Ho la sensazione di essere già stato qui, un milione di volte. Ci sono stato per tutti questi anni. E ho sempre trovato aria per il mio cervello. Nessuna soluzione per nessun problema nei sacchetti di Zara, ma l’appagante sensazione del benessere, la certezza della sopravvivenza urbana. Compro quindi esisto, a Milano di più che in altri posti. E mi sento meno sottovuoto insieme a tutta questa umanità. Mi sento meno solo in mezzo a tutta questa solitudine. Il mio cervello ricomincia a girare. Ancora una volta Milano risponde al mio bisogno di conferme. Non riuscirò mai a spiegare cosa sia il centro di Milano per me, l’insieme di palazzi e storia, fatta di persone, episodi, ricordi, odori e gente. Nessuno può spiegare l’amore, ma tutti ci provano. Torno a casa, e non ho niente da scrivere. D’altronde non ho nessuna fretta. Sperando che il miracoloso attrezzo per il sottovuoto fallisca nella sua missione e non comprima tutto.
 
Ovvero: 628 parole, 3070 caratteri, nessun concetto espresso, e poco tempo per fare spazio a un racconto.
(photo: Taverna Morigi, Milano Centro, Ottimo Fragolino Sottobanco per Universitari Senza Illusioni)

La Tragedia Greca

Di padre juventino e madre stufa, non potevo che crescere nel rango dei Mediocri Intenditori di Calcio. Si aggiunga che negli anni in cui era l’ora di praticare incessantemente, mentre orde di miei coetanei si distruggevano in continue sfide, io suonavo il pianoforte e facevo ginnastica artistica. Nonostante questi voluti tentativi dei miei genitori per spingermi verso l’omosessualità coatta, sono comunque riuscito a militare per due partite nella prestigiosa squadra del Sant’Eustorgio. Prima in difesa, per dieci minuti, poi direttamente in panchina. Fortunatamente la vita mi ha riservato ben altre gioie agonistiche, in sport dove la coordinazione del movimento dei piedi non era indispensabile. E nel calcetto tra colleghi non mi è andata meglio: nessuno vuole uno con un ferro da stiro nel piede, il fiato di un lattante e le ginocchia a fetta biscottata, friabili e delicatissime. Milanesedi nascita , per senso pratico, sono milanista: questo per ottimizzare le scuse per bere abbondante rhum. Ho provato a essere romanista, ma un solo scudetto e l’imbarazzo del cappellino di lana giallo e rosso è stato insopportabile. Sono milanista dai quarti di finale in su. Quando ciò accade mi informo sulle notizie fondamentali per trasformarmi nel tifoso tipo. Ho scoperto un paio di mesi fa che Pietro Paolo Virdis non è più in squadra. E me ne sono dispiaciuto. E vai con i quarti, le semifinali e poi il Gran Match. E’ stato il momento di soffrire, per novanta minuti, perchè non passava il camerirere con il cuba che gli avevo ordinato. Una situazione davvero in salita, gola secca e morale a terra. Fortunatamente poi il Milan ha segnato, e nella gioiosa festa sono riuscito a rubare il bicchiere di quello davanti. Birra calda, cazzo. Uno spreco. Poi la gioia entusiasta di tutta la città. Clacson, trombe, urla e canti. E finalmente il pretesto per un giro di rhum. Mi è dispiaciuto fare ritorno alla Dimora Pistecchi senza nemmeno barcollare, ma i segni del tempo e il pendolarismo mi hanno costretto a tornare prima del previsto, quando ancora il corteo esultante esclamava:

1) autista di una Panda 750Cl Verde Acqua: "Troiaaaaaaa" (indirizzato alla rotaia in fronte a lui)

2) Adolescente in bicicletta: "Cazzooooooo" ( gesticolando con il braccio, forse confuso sull’anatomia)

3) ragazzo in strada: "Criiisto come gooooddooooooo" (lascio l’interpretazione del piacere a chi è più esperto)

4) Gente: "Siam campioni del Mondo" ( purtroppo la sera della finale dei Mondiali erano impegnati e sono usciti a festeggiare ieri sera)

5) Imperioso ciccione a bordo di una Panda 40 rossa: " Bravi Ragazziiiiii Minchiaaaaa"

In Corso di Porta Romana, ore 23.00 si sono contate 20 Panda 750 young, di vari colori. Campione statisticamente rilevante, tale per cui si può affermare che la macchina del tifoso milanista è la Panda. Inoltre per una strana coincidenza e in verità per i cavi connessi ad cazzum, arrivava parecchio prima l’audio del video. E’ stato un piacere sentire il boato "Inzaghiiiiiiiiiii" e vedere Gattuso che provava ad allacciarsi gli scarpini a centrocampo. In compenso abbiamo saputo parecchio prima il risultato finale, iniziando ad esultare quando ancora erano tutti incollati al televisore.

Giallo di Colza

Uno scrittore, che cazzo di bisogno c’è di un altro scrittore. Milano ti
sembra il posto che ha bisogno di uno scrittore? Che giornata di merda, appena
arrivato mi appioppano il caso di questo deficiente e una bella recluta nuova
nuova appena uscita dalla Scuola Allievi. Puzza ancora di cellophane. Merda,
che giornata di merda. Prendo la macchina, lui mi segue come se fossi una
divinità, in silenzio.
"Allora, la questione è semplice".
Mi guarda, pendendo dalle mie labbra. La circonvallazione è intasata di teste
di cazzo. Normale amministrazione.
"Questo Zop si è messo nei casini".
"chi è Zop?"
La prima volta che sento la sua voce. Mi viene in mente che non ci siamo
nemmeno presentati.
"Zop è uno che ha scritto un racconto su un blog dove ha messo un numero che
inizia con 113"
So che non sta capendo. Ci ho messo un po’ anche io
"E diceva che doveva andare a incontrare il Sig. Colza".
La perplessità nei suoi occhi, ma è forse colpa mia se mi appioppano casi di
merda?
"Morale: questo Colza è sparito, adesso andiamo dal nostro amico e cerchiamo
di capire che tipo è".
La casa è seduta sulla circonvallazione, in mezzo a tutto il casino. Il
portone è aperto. Facile arrivare. Suono il campanello, non risponde nessuno.
Riprovo. Mi accendo una sigaretta. Il mio Discepolo sta sull’attenti. immobile.
E’ teso. Sento dei rumori sulle scale. Arriva sul pianerottolo un individuo che
sembra avere la testa tra le nuvole. Si accorge di noi quando ci è praticamente
di fronte. Spingo avanti il Discepolo, voglio che per lui sia un battesimo.
 
  "E´ lei quello che si fa chiamare zop?"
Che domanda del cazzo.
– "Sì. E´ successo qualcosa?"
– "E´ per via del suo blog e di quello che ha scritto."
Questo Zop ha la faccia di uno che non sarebbe capace di fare male
nemmeno a un gattino.
 La tipica faccia del serial killer. Ha anche le occhiaie, sembra che abbia
dormito
appeso a un filo dell’alta tensione. Il tipico consumatore di erba.
– "Son solo racconti…" Si vede che è spaventato. O forse solo confuso.
– "Può darsi, ma ha pubblicato un numero di telefono che è stato composto
 da molte persone che evidentemente non hanno di meglio da fare, e
siccome inizia con unounotre, quando si fan le prime tre cifre risponde il
113.
Siamo qui per farle passare la voglia di fare lo spiritoso."
Il Discepolo sfodera tutta la sua cattiveria.
– "Non immaginavo…"
Adesso tocca a me.
– "E che cosa mi dice di Elia Colza?"
– "Ma è un nome inventato, non è nessuno."
Questo tipo deve aver davvero esagerato con l’alcool. Prima di perdere
la pazienza lascio che il Discepolo trovi una conclusione che
non includa il mio forte desiderio di spaccargli il naso.
– "La informo che Elia Colza esiste. O almeno è esistito sino a
qualche giorno fa. C´è una denuncia di scomparsa nei suoi
confronti, non ne era al corrente? E´ da otto giorni che non fa
ritorno nel suo appartamento di via della Peschiera all´1. Le
dice niente questo indirizzo, per caso?"
Come cazzo faceva il Discepolo a sapere tutto nei dettagli?
– "Assolutamente!"
– "Va bene. Si tenga a disposizione. Può andare. Per il momento."
Scendendo le scale lo guardo.
"mi sono solo informato sul caso".
Lo aspetto.
"e ho delle notizie interessanti su via Peschiera 1"

Roba da scrittori, assassini, milanesi e inflitrati, mica cazzi

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