101 cose da fare prima di vivere

E’ tutto molto più umano, di questi tempi. E’ strano da sostenere, in effetti, ma bastano dieci gradi in più, un sole timidamente caldo, giornate dieci minuti più lunghe per cambiare opinione su molte cose, aumentando la propria tolleranza nei confronti dell’universo.

Come tutte le cose importanti della vita, anche questa inaspettata primavera dovrà essere ricordata per dei profumi, dei colori, delle sensazioni.

Mentre zigzagavo per la Svizzera, rispettosamente osservante dei limiti di velocità adatti a quadricicli trainati da equini, ho avuto il tempo, tutto il tempo, di ascoltare “la bianchezza della balena” del vecchio Vinicio.

Io di musica non so nulla. Non so nulla in generale. Anche se, generalmente, mi piace dire di saper qualcosa.

E’ sottile, talvolta, la differenza tra musica e poesia, tra scritto e cantato, tra vivere e sognare.

E’ una linea sottilissima, un filo di cotone, bianco per l’appunto, teso come una corda di violino, o di chitarra per gli amici rock. Solo alcuni, eccelsi, equilibristi, sanno come camminarci sopra.

Un filo di cotone, bianco, teso, legato tra due mani. Solo piedi esperti possono camminarci sopra.

Io ho una lista, adoro far liste, di grandi camminatori, sospesi tra la poesia e l’arte di vivere.

Ho letto i loro libri, ho ascoltato le loro canzoni, ho recitato le loro poesie.

Ho assaggiato i loro piatti, ho bevuto le loro bottiglie.

 

Il bello di questa lista è che, a quanto pare, potrebbe essere infinitamente lunga.

Questo, di questi incerti tempi, mi consola terribilmente.

Sapere che al mondo ci sono persone, che forse potrei incontrare, che sanno fare della loro vita una splendida poesia, mi consola terribilmente.

Sto scrivendo molte poesie. E’ normale in primavera.

Sto smettendo di smettere di fumare. Non è il mio momento

 

Trovo in giro moltissima gente pronta a giurare che la loro sofferenza, quella di adesso, è la più grande possibile. Tutte, tutte, persone rispettabili. Ma senza una fottuta idea di sofferenza.

Sto bevendo molta birra.

Sto ragionando sulla possibilità di aprire un chiosco in centro, per vendere libri di poesia e fiori.

Roba che fossi stato al test del militare, sarei finito subito dallo psicologo.

E forse avrebbero fatto bene.

 

scusate la fretta. Ho da affrontare una primavera. State sintonizzati. Ne varrà la pena.

 

 

 

 

there are days

Ci sono giorni maledetti. Sul fondo di periodi maledetti. Ci fai l’abitudine, più o meno verso i trenta. Non è che ci fai l’abitudine, fai di necessità virtù. Come per quel dolorino alla schiena, o per quei capelli che cadono nel lavello, soldati morti nella battaglia con il pettine.

Appoggi semplicemente la fronte sulla parete gialla vicino alla macchinetta del caffè, osservando come i pulsanti “espresso dolce” e “cappuccino” siano più vicini rispetto agli altri. E’ poi corretto far pagare un caffè della macchinetta 45 centesimi?

Aspetti che un filo di sangue ritorni in circolo, e poi come se non fosse successo nulla prendi la strada più breve per la tua scrivania.

Fuori c’e’ il grande freddo, uno spettacolo di ghiaccio, traffico e cappotti. Milano, il centro di Milano, sembra quasi più bello. Le sue statue, le sue fontane, sembrano davvero piegate da tutto questo gelo. Una resa incondizionata, paralisi, silenzio, attesa.

Leggo pareri che si rifanno alla terribile annata a metà degli anni ottanta. Ma quelli erano davvero altri anni, altre pettinature, altri inverni. E poi ero troppo piccolo, nel senso spensierato del termine, per potermi ricordare la fatica di muoversi. Guardavo la neve ed ero felice. Con il naso attaccato alla finestra e le gambe attaccate al termosifone che bolliva.

Mi sono svegliato questa mattina cercando la luce. Era troppo presto. Ho imparato anche questo, a dormire meno nei giorni in cui raspi sul fondo. Il sonno è per chi è in pace con se stesso. Guardavo i fiocchi di neve. La strada vuota, le macchine parcheggiate. E mi sembrava fin troppo grigio.

Allora mi sono accorto che le mie gambe non appoggiano più sul termosifone, e che il mio naso si raffredda in fretta, attaccato al vetro della finestra.

Ho bisogno di un viaggio, di un desiderio e di un destino. Sono le cose che ho sempre bisogno per risalire dal fondo.

Prendere la moto, guidare fino a sentir male agli avambracci, portare il culo in un posto dove non ci sarebbe nessuna ragione di andare. Aspettare il sole, respirare, ripartire. Fermarsi per un caffè in un bar di un paese, respirare gli odori, fumare guardando la chiesa. Ripartire. Arrivare in cima a una montagna, guardare verso ovest, cercando il sole. Ripartire. Ritornare a casa solo quando la testa sia davvero vuota.
Perdersi in un desiderio. Aspettare, godere dell’attesa. Guardare, di nascosto. Aspettare, provare a prendere. Aspettare, respirando il gusto di un desiderio che si avvera.
Riprendere il destino, sentire che tutte le abitudini, tutti gli errori, tutte le fatiche, hanno dato frutti buoni e frutti cattivi.

Farò tutto questo. Accompagnandolo con del rhum e dei libri. Aspettando che il viaggio, il desiderio e il mio destino tornino a far quadrare i conti con la vita.

Sono sei anni che lotto per le mie piantine. Sono piante succulente, non grasse. Ci sono tre specie di sempervivum, due lotus, una piantina dell’Ikea di cui ignoro il nome, ma e’ la più tenace. Ha un tronco, piccolo, le foglie appena gonfie. E questo freddo la sta quasi piegando. La guardo, bevendo il caffè e le dico: ” resisti cazzo. Resisti”. Adoro lottare per le mie piantine. Hanno tre, cinque e sei anni. Sono delle signorine. Sgraziate, piatte e larghe, come tutte le piante succulente.
Hanno bisogno di me il giusto, come io ho bisogno di loro. Sono piante alla pari. Fioriscono solo quando vogliono, riempiono i vasi tenacemente, mangiando terra e bevendo acqua.
Sono delle ragazze bruttine, ma incredibilmente forti. Ingrassano d’estate.

Mentre mi giro per appoggiare la tazzina, sento un “resisti cazzo. Resisti”.

Ero sicuro fosse una pianta fuori dal normale

come non detto

il mio trasloco digitale QUI richiede molte risorse tecniche che non possiedo.
Molto tempo, che non possiedo.
Molta pazienza, che non possiedo.

Ma nel frattempo, sto già scrivendo di la.
Come se uno non avesse avuto voglia, tempo e risorse tecniche per portare tutti i suoi scatoloni in un nuovo monolocale. Ma sto già facendo le prime, timide, cene tra amici. 

Che tutto finisca è chiaro anche ai più mediocri di voi. Monti, WordPress, e altri inquietanti fenomeni della modernità borghese sono chiari campanelli di allarme.

a chi vi dovesse chiedere perchè mi sono trasferito, dite solo che sono andato in un blog dove lo spread era migliore

venite. 

ilnuovobradipo.com

grossolani errori (puttanate)

Ci sono due cose tremendamente drammatiche di Taipei. La prima è l'uso sconclusionato del condizionatore. L'aria condizionata esce da qualsiasi buco. E' in ascensore, nella metro, sui taxi, dentro i negozi, nelle sale riunioni, nei bar. Come in tutto il resto del mondo, quello industrialmente in grado di avere la corrente elettrica, un condizionatore, e qualcuno che si lamenta del caldo. Il problema è che qui sembra che avere più di dieci gradi in un ambiente chiuso porti quasi sfiga. Tu sali in ascensore e ci sono sei gradi. Ti siedi in sala riunione e ti entra nelle ossa una lama gelida a meno quattro gradi. La seconda cosa è nella totale disconnessione della città dal resto del mondo. In effetti, per lo meno in ambito tecnologico, Taipei oggi è il posto in cui sta succedendo tutto. Un po' come Roma, quando i Romani erano imperatori. Come la Francia della Rivoluzione, come l'America del dopoguerra. Mai come l'Italia. L'Italia non è più il posto dove tutto sta succedendo dai tempi, appunto, dei legionari e degli imperatori. Per questo un italiano, con discrete capacità di sopravvivenza all'aria condizionata gelida, a Taipei si sente travolto da tutto. Succede tutto qui, mentre milioni di taiwanesi si incolonnano in fila per mangiare, in fila per la metro, in coda in macchina. Mi aspettavo una lunga fila anche per l'iPhone 4S. Con una curiosità distaccata. Sono un fan del brand, ho un iPod come la maggioranza di voi, ho un Mac, come un discreto numero di voi, non capisco il senso di un iPad, come una nicchia di voi, e ho fiducia nella Apple. Ci metterei i miei soldi, se ne avessi abbastanza per comprare un pugno di azioni. La Apple è uno dei posti, fuori da Taipei, dove essere adesso per vedere il mondo scivolare fuori. Beh, la coda non c'era. Io non farei la coda per quasi nulla, a meno di non avere impellenti necessità di sopravvivenza. Trovo che l'incolonnarsi ordinatamente come fanno tutti i popoli civili al di là delle alpi sia un modo di ammettere di aver perso contro la vita. 

Ho un sacco di cose negli occhi, di questa città. Ci vivrei volentieri, per quello che significa essere qui adesso. In fondo è il miglior compromesso tra l'ossessione americana e la depressione cinese. Sembra di essere a Chicago e anche a Shanghai. E forse anche a San Francisco e nella periferia di Barcellona. Insomma un posto unico. Mi mancherà molto il clima umano. Ci sono le stelle, le nuvole passano velocissime contro la 101, che è una specie di cattedrale. Che poi, il loro non avere chiese, non avere un dio, non avere un credo, distrugge l'architettonico ordine europeo fatto di chiese, centri città definiti e qualcosa da vedere oltre alle manciate di grattacieli che esplodono ogni tanto tra le autostrade. Giravo in bici sul fiume, con un pedalare talmente lento da potere sembrare fermo, guardando l'acqua scura e i canneti, gli inglesi che giocano a rugby e dieci campi da basket tutti in fila in mezzo al nulla. Andrò via anche da qui, ma qui, come a San Francisco, sarei rimasto. 

Ci sono posti nel mondo dove varrebbe la pena rimanere. O almeno, così ti sembra quando ci sei infilato in mezzo. 

Sto leggendo tre libri insieme. Ho talmente tante ore di volo davanti nelle prossime due settimane da avere la certezza di poterli finire tutti e tre, permettendomi anche lo sfizio di comprarne un quarto. 
Ho comprato una biografia di Steve Jobs, perchè ne sentivo il bisogno. Sono partito mettendola di fianco a me sul sedile. Siamo stati insieme quattordici ore. Adesso puzza di chiuso come i miei vestiti ma è intonsa. Non la leggerò mai, probabilmente. Se la volete, ve la regalo. Non voglio leggere della vita di nessuno. Voglio il meglio delle loro vite, davanti a me. 

E' il sesto o settimo  Halloween che passo a settemila chilometri da casa. 

Un giorno, quando sarò vecchio, mi piacerà starmene vestito da Gomez, della Famiglia Addams, ad aspettare la mezzanotte insieme a Morticia.
Lo so già adesso. Come so benissimo che, quando sarò vecchio, vorrò essere sdraiato in un posto caldo, in un albergo con le finestre aperte sul caldo, mentre leggo svogliatamente un libro. Di cui conosco già il finale, così da addormentarmi senza sentirmi incompleto… 

La mia natura, la tua nuvola, doppiatori e cani sciolti

Uno dei capisaldi di questo blog è l'accurata cernita con cui vengono scelti i titoli dei post. Che, tassativamente, devono avere un grande senso logico ma, tassativamente, non devono avere nessuna spiegazione. Tutti i titoli hanno un senso, talvolta più dei post, molto spesso più dei vostri discorsi. Quello di questa sera – mi piace da morire creare un impianto normativo e poi sfracellare le mie membra contro di esso, ovvero mi piace molto creare delle regolette e poi sbattermene – è un titolo dal senso afferrabile solo dai pochi eletti che hanno la fortuna di poter ascoltare l'ultima fatica di quella impagabile sagoma baffuta di Anthony Kids e dei suoi ragazzacci. Il quartetto, che morti a parte, ama cambiare produttori e membri, ha tirato fuori un'altra perla di saggezza rock, acidità funky, freddezza beat. Il problema mio, come in molte cose nella vita, è capire il senso. Capire i testi dei Red Hot Chili Peppers ti porta a cantare canzoni dal senso discutibile in inglese, figurarsi in italiano. Ecco, il titolo è una dedica al buon Anthony Kids. 

Amo, dell'autunno, il suo inesorabile dare ragione a quella vena triste che ti assale lentamente. Le foglie che cadono, il tempo zoppicante, il fresco freddo che diventa freddo togliendosi dalle palle il fresco, il buio, sono tutte conferme alla tua strisciante vena triste. Il blues dell'autunno è una splendida giustificazione alla tua tristezza. Evviva l'autunno. 

Viaggiando qua e la ho la grande fortuna di vivere in una specie di perenne stagione indefinita, con qualche sbalzo di temperatura, timidi accenni d'inverno, ma una stabile, continua, mezza stagione. 

Forse per questo sono felice anche d'autunno. E' difficile giustificare la felicità. La tristezza, ne converrai tu stesso, è sempre giustificabile. La felice, ebete, espressione di soddisfazione di un uomo sostanzialmente a posto con se stesso è molto più difficile. Incominciare, di colpo, a saltare per la gioia, sorridere inaspettatamente a una fermata di un autobus, arrivare con gli occhi al cielo per trovare ancora spazio, sono cose difficili da giustificare. Avrai, solo oggi, solo per queste ventiquattro ore, almeno una decina di buone, ottime, ragioni per la tua tristezza. Tra cui l'autunno, che poveretto non ha fatto un cazzo per renderti triste. Anzi, è uno dei più dolci passaggi per portarti a una splendente primavera. Ma tu sei sufficientemente stronzo, o semplicemente metereopatico, da sentirti triste per due gradi e sei foglie in meno. Invece è molto più difficile che tu mi dica, proprio adesso, facendo una pausa, almeno dieci ragioni per cui essere felice oggi. Beh, dai due sono evidenti. La prima è che se stai leggendo vuol dire che sei ancora vivo. La seconda, se stai leggendo con i tuoi propri mezzi, è che ci vedi ancora. Ma poi, ci saranno almeno altre otto, forse molte di più, ragioni per essere molto, o per lo meno abbastanza, felice. 

Sono seduto su una poltrona di pelle, imbottita tanto da farla esplodere, mente bevo del Barcelò ghiacciato, scrivendo, mentre fuori una puttana con un vestito rosso molto corto e delle calze nere litiga con un vigilante. C'è un sudamericano con un amplificatore portatile che aspetta a pochi passi. Al di la del marciapiede ci sono due cinesi che rollano una canna. Mi piace Barcellona perchè è una città da sballoni. Ma devi essere sballone per vivere Barcellona. Sono felice. La domanda me la pongo tutte le sere. Prima di andare a letto. E, nonostante tutta la vita che mi si è grattata addosso, graffiandomi, nonostante tutte le volte che mi sono incazzato, nonostante tutte le volte che mi sono sentito fuori posto, mi sono stupito nel trovarmi a rispondere, nella stra grande maggioranza delle sere della mia vita, si. Si, sono felice. Potrebbe andarmi meglio. Certi giorni potrebbe andarmi molto meglio. Certi altri sarebbero da salvare e copiare all'infinito. Ma sono, mediamente, felice. 

Ho iniziato la mia giornata talmente presto che non c'erano nemmeno i mezzi, la luce e il traffico. Eppure sono felice. Ho lavorato fino a quando la luce ha smesso di illuminare i vetri a specchio, eppure sono felice. 

Ho un posto nel mondo, mi piace condividerlo con altri surfisti di posti nel mondo. Gente che si mette volentieri nei tuoi panni. E sono felice di questo posto. Pronto a cambiarlo, felice di averlo. 

In fondo, ti starai chiedendo il perchè di tutto questo sproloquio new age sulla felicità. Pensavo a Steve Jobs. Ho visto troppa gente morire di cancro. Morfina, spasmi, odori feroci, roba che cazzo ti fa dire: merda oggi non sono felice. E il povero Jobs sarà morto come tutti quelli che muoiono di cancro. Poi ho vissuto l'isteria collettiva di tutti quelli che hanno sentito forte il bisogno di scrivere una sua frase. Ci ho pensato. Non mi è piaciuto. E con tutto il rispetto per la morte, ho pensato a tutta questa merda che girava in rete; capisco il lutto, capisco la confusione, ma siate affamati siate stupidi, avete rotto i coglioni. Scrivi sul tuo muro di facebook di essere affamato e poi snoccioli al primo stronzo che ti chiama sul cellulare almeno sedici ragioni per cui non sei felice oggi. E'  il peggior modo di ricordare un uomo che ha fatto una sola cosa nella sua vita: quello che gli piaceva fare. 

Ecco, pensa a dieci buone ragioni per cui sei felice oggi. E' il miglior tributo. 

Io sono felice per almeno una quindicina di buone ragioni oggi. Spero aumentino radicalmente domani. 
Se no vedremo. 

stay hungry, stay foolish. ma, perdio, fallo veramente. Non è che quello che scrivi su facebook si avvera da solo mentre tu ti compiangi sulla chat del blackberry, stronzo. 

salute Steve! 

Geologia dell’Amore Perduto

Mentre ero nell'epica indecisione tra il proseguire con rhum d'annata oppure virare su un più comodo Cuba, godendo del caldo d'agosto e della notte stellata, è comparsa lei. Una delle ragioni per cui amo Camogli è l'incredibile punto d'osservazione della piazzetta. Si vede il porto, calmissimo, si vedono le stelle, si vede il campanile, e soprattutto si vede chiunque arrivi. Seduto, immerso nel difficile processo decisionale, mi sono goduto la passerella. Arriva con uno di quei minuscoli cani da borsetta, quelli perennemente incazzati e tesi, ma grossi come una noce di cocco. Sono cani infinitamente piccoli, ma con la percezione di essere infinitamente grossi. Un po' come i loro padroni, tendenzialmente. Arrivava accompagnata da un grasso individuo, fasciato in una camicia troppo stretta, e con un paio di occhiali colorati. Adorabili.
Siamo finiti in una conversazione dal colore tipicamente estivo, perchè Camogli è piccola, e gli animali notturni di Camogli stanno tutti insieme, nello stesso posto, a parlare. 

E lei, dice, alla fine di un discorso molto poco sensato, che di lavoro, nella vita, organizza eventi. Uno dei più grossi problemi dell'essere milanese è proprio quello di aver conosciuto, in una vita sociale di quasi dieci anni per locali più o meno malfamati, almeno ventimila organizzatori di eventi. Ai primi che conosci, quando hai vent'anni, riservi una grande stima affascinata. Perchè organizzare eventi è un po' come girare il mondo, oppure come fare l'allevatore di delfini. Cose così, fighe. Ma poi, con il passare delle nottti, l'organizzatore d'eventi diviene una caricatura umana della satura mediocrità umana. 

Quasi sottovoce, per la confidenzialità della cosa, aggiunge il nome dello stilista per cui organizza gli eventi. Roba da capogiro, pensa lei. Lo pensa anche il cagnolino, e forse anche il suo amico grasso. Nessuno, però, oltre a loro tre, pensa una cosa del genere attorno ai tavolini davanti al porto. Sarebbe una cosa da capogiro veder tornare le barchette dei pescatori con qualche barracuda, con un tonno. Oppure vedere una grande stella cadente. 

Eppure, nel sommesso chiacchiericcio, la questione deve aver avuto un suo peso specifico, perchè la giovine, ringalluzzita dall'interesse suscitato, continua a spiegare cosa sogno gli eventi, quanti sono gli eventi, perchè sono eventi. 

Il nichilismo aggressivo che mi assale dopo aver conosciuto un organizzatore di eventi, nella maggior parte dei casi una organizzatrice di eventi, mi lascia sempre un acido sapore in bocca. 

Ho finito agosto leggendo Calabrese (Che Cosa Tiene Accese Le Stelle), e ho iniziato settembre leggendo De Meo (da 0 a 500). 
Ho bisogno, come tutti i settembre che ho vissuto, di un po' di tempo per riambientarmi tra aereoporti, stazioni, alberghi e cravatte. 
Ho bisogno, sempre di più nella vita, di conoscere sempre meno organizzatori di eventi e sempre più persone che siano un evento. 

Alla fine, guardando quel cazzo di cane mignon e tutta la sua rabbia verso il mondo, pensavo a quanto ci sarebbe da dire in merito alla vita. 
Ma poi è finito agosto… 
Allorchè, lentamente, sono tornato, con la macchina piena zeppa di borse e sacchetti, come se fossi stato via due anni. 
Ho lasciato che l'abbronzatura scivolasse via sotto la doccia, ho ricominciato a correre sotto i ponti della tangenziale, vicino al Lambro, che scorre lento e sporco. 
E ho dimenticato l'organizzatrice di eventi. Per fortuna. 

Il lento discendere delle viscere del pesce

Oggi ho parlato con il bagnino. Oggi ho parlato con il barista. Oggi, in verità ho passato tutto il giorno ad ascoltare storie. Ci sono giorni in cui l'anima, il cui peso specifico è di 21 grammi, arriva a pesare troppo per potersene stare lì seduto con le mani in mano. Allora parlo con tutti, ascolto le storie, addirittura mi faccio un'opinione. Poi arriva sera, e se proprio deve andare bene, arriva il rhum. Allora l'anima torna ai suoi, impercettibili, 21 grammi. Torna al suo posto tutto, con un po' di rhum. O per lo meno, a me va così. Se vuoi continuare a pagare l'analista, sappi che ci ballano, al prezzo di mercato di 7 euro per un rhum e 100 per un analista, entrambi di media qualità, 93 euro tondi tondi. A te tirare le somme. Poi, anche se un analista costasse 7 euro e un rhum 100, io andrei di rhum. Ma non reggerebbe la teoria per cui bere è più economico. E sai che palle dover giustificare sempre un bicchiere di rhum. 

Il bagnino è di poche parole. Prima di tutto ho un pene, pertanto rappresento un inutile controfigura nel suo palcoscenico. In secondo luogo, un terzetto di giovani donne russe si bagnava con grazia a pochi passi da noi. Il bagnino fa il bagnino, sa parlare di mare. Si ricorda i venti giorni consecutivi di mareggiata a luglio, il goldone appoggiato sul pattino trovato alla mattina, e mi ha anche raccontato di queste russe, che nessuno ha mai appurato che siano russe davvero. Però, a suffragio della sua tesi, porta il fatto che siano alte, scosciate, decisamente ammiccanti, ricche, e parlino una strana lingua. Queste russe, arrivano, spendono un sacco, vivono alla grande e ritrornano in Russia. Il vivere alla grande, fortunatamente per la popolazione locale, include costumi sessuali abbastanza aperti. Inoltre pare che spendano parecchi soldi. Parecchi se comparati a uno stipendio medio di un russo. Ma ne io ne il bagnino sappiamo quale sia lo stipendio medio di un russo, pertanto ci siamo accontentati di costatare che ombrellone, lettino, sdraio, cocktail, pranzo, massaggio, portafoglio tarocco di Prada, siano un bel vivere. 

Il barista è di poche parole. E' molto arrabbiato, perchè c'è la crisi. Me lo dice facendo cadere gli occhi sul registratore di cassa. Non gli ho mai visto fare uno scontrino, in due settimane. Si lamenta del fatto che, venti giorni di mareggiata abbiano distrutto il suo florido business di panini e insalate. Alle quattro di pomeriggio fa i panini con la Nutella. Ma sembra che li prendano solo i ragazzini e le russe. Le russe, che sono ragazze alte, more, parecchio vacche che parlano una lingua strana ma nessuno sa se siano russe veramente, sono tre. Ma ce ne sono tantissime. Poi ci sono i russi. Quelli sono in giro con i SUV, sul lungomare. Le russe amano spendere, i russi amano pagare. Spendono tantissimo. E meno male, visto che gli italiani alla Gianni Agnelli (è la sua estate per me, lo citano tutti) non ci sono più. Nessuno, soprattuto al bagno numero 141, ha idea di quanto spendesse Gianni Agnelli. Anche percheè qui non è nemmeno mai passato. Forse a due miglia marine di distanza in una scorribanda in barca. In ogni caso, gente come Agnelli non c'è più. E si sente. Menomale che ci sono i russi. E le russe. 

Poi ho parlato con un signore, stava in piedi nel parcheggio, sotto il sole. L'espressione vagamente interrogativa. Faceva un caldo bestiale, che si poteva indossare, talmente ti stava addosso. Mi ha chiesto, in un inglese grammaticalmente molto corretto, se il parcheggio fosse libero. Gli ho detto che si doveva chiedere al barista. E lui mi ha risposto che il barista non parla ne inglese ne polacco. Allora gli ho detto che non si poteva parcheggiare, perchè solo il pensiero di andare dal barista, tradurre una conversazione di venti minuti su un parcheggio, mi faceva svenire dal caldo. Mentre finivamo la nostra conversazione sono arrivate le tre ragazze russe. Che lo hanno salutato. Forse in russo. Ma lui è polacco. Poi, sempre lui, mi ha spiegato che loro, loro quattro, sono polacchi e sono qui per uno spettacolo serale. Sebbene l'espressione "spettacolo serale" includa una moltitudine di attitudini umane, dal piano bar allo spogliarello estremo, mi sono permesso di supporre che si tratti di qualcosa più vicino al piano bar. Così, per mia innocenza personale. 

Poi sono andati via, visto che non si poteva parcheggiare. 

Il bagnino, sconsolato, a metà pomeriggio chiedeva all'amico, ad alta voce, dove fossero andate le russe. Che lui, in fondo, confidava in una serata appoggiati al pattino. 
Che costa meno ancora del rhum. E forse, volendo ben vedere, rende ancora di più. 

La paura della paura

Scrivo da sotto un canneto, o forse un assembramento di bambù, proprio di fianco a una palma nana e a un formicaio di formiche rosse che segretamente alimento con i Kellogs Special K ultra Cioccolato, Nocciole e Bombardamento di Grassi Saturi. A me piacciono da impazzire, e anche le formiche sembrano apprezzare parecchio la strabiliante unione tra i grassi saturi e il cioccolato. Spiaggiato come un grosso tricheco, di giorno, specialmente attorno all'ora di pranzo, rifletto su alcune grandi questioni del mondo. Leggo due quotidiani al giorno e origlio i vicini d'ombrellone, per tenermi aggiornato sulla cronaca nazionale e su quella locale. Vince la cronaca locale, decisamente più interessante. L'incessante, classica, lotta tra i Vigili Urbani locali e la massa turistica è l'argomento principe. Anche qui, località top secret del litorale, le baffute rappresentanze dell'Ordine Pubblico, multano selvaggiamente il turista, in tutte le sue forme. Dalla superclassica multa sul lungo mare alla più ricercata multa nella vietta. Una illuminata giunta comunale ha messo decine di parcheggi a pagamento, aree pedonali, divieti di sosta, insomma la preparazione del gioco è stata davvero professionale. Di sera chiacchiero con un brasiliano nerd, che gira su una Graziella arrugginita, e inizia sempre le nostre conversazioni con: "como vai?". 
Poi guardo le stelle, sorseggiando limoncello. Vado a letto quando le ragazze minorenni finiscono di truccarsi per uscire e mi sveglio quando rientrano dalla discoteca. Che per altro è a due miglia marine dalla mia camera e per effetto del vento è come se il Dj fosse seduto sul cuscino vicino al mio. Kuduro a manetta.
Dopo queste due settimane di ombrelloni, carpacci di tonno, macedonie, il mio rating verrà abbassato di almeno una A. Obama non si sentirà più solo, ma di contro una grande positività dal punto di vista economico mi pervade. Forse per questo, salto le prime tre pagine dei quotidiani, passando direttamente a quella sulle sparate di Bossi, un altro super classico. 

Ho letto, giusto oggi, a chiusura della super notizia della scappatella Kennedy-Agnelli una illuminata frase del Gianni Nazionale su Capri: mi piaceva quando le contesse facevano le puttane, adesso che le puttane fanno le contesse non mi piace più. 

Ed è il riassunto di questa piccola italia da litorale, minuscola ma numericamente in vantaggio. Dove un portafoglio di marca, può fare la differenza.

Il mio amico brasiliano, che indossa spettacolari camicie a quadretti uscite da un ritratto giovanile di Bill Gates, dice che è qui che nascono tante mode che poi a Milano esplodono dopo. 

Io, per non saper ne leggere ne scrivere, origlio storie da ombrellone, amori compromessi, corna e paranoie di un ceto che di medio ha solo il dito, quello vicino all'anulare, dove brilla la veretta Gucci. 
Certo che gli anni in cui le contesse facevano le puttane erano meglio di questi, dove le puttane, loro malgrado, vogliono vivere da contesse. 

Sweeter than Milk

Cammiando su e giù, perdendomi per le strade che confinano con la realtà sudaticcia di queste serate, correndo sulla Circonvallazione, spingendo il motore fino in fondo, ricordando sorrisi e persone, bevendo enormi boccali di birra seduto sul salvagente con i piedi sulle rotaie che vibrano, osservando la luna in mezzo alla stazione merci, mentre un travestito tenta di strapparmi il portafoglio. A Milano la mia estate è un gerundio. Il modo perfetto di scrivere e vivere.

 Pausa

Al funerale, non c'era da stupirsi, c'era la strada piena. La chiesa è sempre piena, me lo aspetto anche per il mio funerale. Ho iniziato, con i funerali, troppo presto e troppo vicino nella mia vita per poter piangere ancora. Ci penso, mentre portano via la bara, poi gli occhi mi cadono sulla gente intorno. Qui c'era tanta rabbia. La rabbia andrebbe seppellita con i fiori, non serve. Serviva prima, ma poi ci pensi dopo ed è sempre troppo tardi. 

Intermezzo

Quando vado ai funerali, penso sempre al mio. Sarà un bel funerale. Voglio fiori, musica, e un rinfresco felice e felpato, dove dopo il primo bicchiere di Prosecco si possa ricominciare ad occuparsi dei drammatici problemi di tutti i giorni, lentamente dimenticandomi mentre, traballante in una Mercedes, procedo verso i miei tre metri sotto terra. Vorrei una bara liscia e delle tartine con l'uovo e la salsa rosa. Anche la crostata di fragole, che è la mia preferita. Vorrei vedere gente sorridente, perchè in fondo non sono loro che se ne sono andati. Vorrei i miei nemici davanti ai fiori, a piangere e rimpiangere insieme a parenti di secondo e terzo grado. Gli amici, nel frattempo, li vorrei impegnati a servire del rhum fresco. 

Recall

Mi piace tenere in braccio mio figlio vicino a mio padre. Mi piace vedere tre generazioni. Anche mio padre, come negli ultimi 15 anni, sta pianificando il suo funerale. Vogliamo, più o meno le stesse cose. Allora, mi son permesso, gli ho detto che si potrebbe fare tutto insieme. Così si risparmia e si può offrire più da bere. Agli amici. Poi, fumando sospettosi, ci pensiamo veramente. E ci viene da piangere.  Ma non lo facciamo, diamine. Siamo uomini. Credo che il giorno del funerale di mio padre prenderò la moto e andrò verso le montagne di casa sua. Correndo. 

Body

Ho sentito la moto scendere, fino all'asfalto. Sentivo la forza centrifuga, la curva, il manubrio che vibrava. Sentivo ogni centimetro di asfalto, guardavo nel mezzo della strada. Poi, tirarla su, buttarla giù dall'altra parte, aprire un filo di gas, ringraziare il cielo per tutti questi cavalli, ripetere ancora. E ancora. E ancora. Rallentare, accostare, togliere il casco, guardare la pancia della valle, nel mezzo di una serie infinita di Appennini, sedersi sul prato, osservare il silenzio che ricopre tutto. Respirare profondamente, riprendere il tutto, rimettendo in moto sapendo che bastano due dita di gas. Io e due tonnellate di ferro. Ma alla fine io e tutte le mie paure che spariscono… 

Sweet BaBa

Mi piace quando si sveglia, è una cosa immediata e tremendamente definitiva. Dal sonno al pianto passano pochi secondi. Non riesco a capire a chi assomiglia, ma è bello. Mi osserva, sorride, e mi osserva. E sorride. E tutto potrebbe stare così. Sarà da qui a quando parleremo del nostro funerale. Sarà in questi anni, in cui ti darò tutto il meglio… 

Booking:

Io, come ogni estate, mi permetto di suggerirvi il libro che vi cambierà il modo di leggere. Poi voi siete liberissimi di comprare i soliti pacchi, le solite menate, le piccole grandi delusioni dell'editoria italiana. 
Si chiama Jonas Jonasson. E si porta dietro un sacco di pipponi sul sottobosco scandinavo che produce grandi autori. Ma tu, che sei smart, sbattitene. Leggiti "Il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve".
Perchè è una storia divertente, scritta bene, messa nei tempi e nei modi giusti. Sarà uno di quei libri, come La Famiglia Spellman, che rimane felicemente sospeso in libreria… 

Ci vediamo in questo posto, o su RadioCorrida, ma io sarò itinerante per lidi e ristoranti di pesce fresco. Tra ombrelloni e statali ingorgate… 

Life is Short Fritz! 

Yogurt, carta milleusi e Vasco

Il Paradiso esiste. Per logica, esiste. Me lo ripeto davanti allo specchio, misurando in pollici le borse nere che sono appese sotto i miei occhi, mentre il computer sputa mail non lette, il condizionatore butta fuori una debole lingua di aria meno bollente, e un esercito di felicissimi, consapevolissimi, amorevolissimi, omosessuali fa del centro di Madrid un bordello festoso. Credo festeggino il fatto che a New York, America, ci si possa sposare tra persone dello stesso sesso. Credo, perchè ogni volta è una pioggia di bandiere arcobaleno, personaggi felicemente eccitati e esterefatti poliziotti.
Ho altri problemi, al momento, per cui l'attualità, intesa come il secondario scorrere di piccole battaglie civili vinte e di grandi guerre perse, mi passa accanto come un turista americano mentre si fa scippare da una affiatata coppia locale. Non ho tempo per le cose di questo tempo, perchè sono troppo impegnato a sopravvivere al mio presente, il nostro presente. E' un tempo, diciamolo, liquido. Il presente di un neonato è l'unico tempo in grado di dilatarsi, contrarsi e poi dilatarsi ancora, come una medusa. Ore che sono minuti, minuti che sono ore, giornate in cui si cena all'ora di pranzo e si pranza poco dopo che un freak in centro ha preso l'ultimo cornetto alla marmellata fuori dalla discoteca.
Credevo, in fondo, fosse decisamente peggio. Grazie al pessimismo cosmico che preserva intere generazioni di maschi della mia famiglia dal sorridere alla vita, mi auguravo silenziosamente ogni tipo di pena dolorosa correlata con la nascita del piccolo, futuro, maschio della famiglia. In verità, la disarmante semplicità con cui il piccolo affronta la vita è contagiosa. Forse è per questo che le giovani famiglie con neonati non si preoccupano minimamente della costante recessione in cui affoghiamo, della incivile mediocrità in cui ci chiudono interi palinsesti televisivi, della costante, bieca, spinta verso il basso che fa della nostra amata penisola la prossima fermata del traghetto dei fallimenti capitalistici. A noi, neogenitori, non ce ne frega un beneamato cazzo. Ci interessa, invece, il prezzo di un pannolino, e ci incazziamo se qualcuno suona il clacson vicino al passeggino. Leggi abrogate e governi in bilico ci passano di fianco, mentre aggiustiamo il maledetto ombrellino parasole.

Io arranco per rimanere aggiornato, mondano, coerente con la mia barba che da un non so che di affidabile nel complesso di cattocomunista.
Leggo sprazzi di giornale mentre bevo il caffè, ascolto il notiziario alla radio al  posto di Sting, navigo durante le telefonate, ballando dal sito del NYT a quello del Corrierone. Mi scappano gli omicidi, e non mi dispiace, mi scappano anche i tronisti, e mi dispiace ancora meno, ma le cose veramente importanti non me le lascio sfuggire. Dell'addio di Vasco al rock and roll, ad esempio, io posso parlarne per ore. Anche perchè io, so di questo addio al rock da circa quattro album. Esattamente da quando, insieme al Teo, ho comprato un cidì del buon vecchio Blasco all'autogrill. Andavamo in Liguria, era giovedì santo, faceva freddo, e per la prima volta mi sono detto: "che cazzo è questa roba, cazzo?"

A dire il vero, ho un solo, gigantesco, problema. Lo Yogurt. Io odio lo Yogurt da quando mia madre, pace all'anima sua, sfoderava quell'aggeggio terribilmente anni settanta, arancione come solo negli anni settanta facevano la plastica arancione, con sei vasetti di vetro. Ci infilava il latte, una bustina, e dopo due ore mi inseguiva per casa forzandomi a mangiare lo Yogurt Fatto In Casa. Maledetto il libro "Mangiare sano per vivere Sani". Lo yogurt fatto in casa, con quel terribile odore acido, forte come un acuto stonato, ingombrante come un deodorante al mango, deciso ad appoggiarsi su di me come una coperta, è stata una delle piaghe della mia infanzia.

Ho provato, negli anni, ha farmelo piacere; ma lentamente ho scoperto che tutto, o quasi, quello che proviene alla lontana dalle vacche, mi fa scendere la voglia di vivere. Latte, yogurt, tappeti muccati, formaggi di fossa, un intero universo di elementi rimovibili dalla mia quotidianità.

Ma il problema dello yogurt è la tridimensionalità dell'oggetto. Un tappeto muccato è una stronzata da arricchito con gli occhiali da sole a maschera e il costume a mutandina, ma non fa odore.

Lo yogurt è cattivo al gusto, se non geneticamente modificato. E tutti i fan della Muller siano coscenti del fatto che il suddetto marchio non produce yogurt, ma panna zuccherata con grassi e cereali a bagnomaria.

Lo yogurt puzza.

Ecco, citando Baricco, mi permetto di dire che, per un neo padre, lo yogurt è ancora più ostico.

Difatti il piccolo erede, che di dolce, eccellente, prezioso, latte si nutre, produce una quantità a dir poco impressionante di merda. Che viste le sue eccessive dimensioni, appare sproporzionata nelle quantità. Ma il piccolo può, in questa fase della sua vita, compiere qualsiasi gesto, compreso il cagare come un toro sessualmente maturo e iper nutrito.
Il problema, a dire il vero, non sta nelle quantità. Nemmeno nella meccanica e nella colorazione.
Il problema sta nell'odore.
Il piccolo, dolcissimo, indifeso, adorabile, neonato, caga yogurt. Che, a rigor di logica, ha anche un suo senso.
E' nell'atto pratico di ripulire il suo piccolo, perfetto, roseo culetto che si prova una indegna sensazione di provvisorietà universale. Senza prentendere di essere il miglior padre, ogni piccolo uomo mette tutte le energie disponibili nel cambiare con efficienza e dedizione il piccolo erede. Il compito è ingrato dalla base. Perchè si tratta di un processo al quale il piccolo non associa un grande piacere. Ma è, come molti truci lavori, indispensabile.
Mangiando latte, caga yogurt. Non fa una piega, stando alla logica. Ma la logica si studia sui libri nelle università, poi cessa di esistere in quasi tutti gli ambiti umani. E come cazzo sia possibile che l'odore delle dolcissime feci dell'indifeso cucciolo sia esattamente quello dello Yogurt Fatto In Casa rimane un mistero intestinale.
Di contro, avverto un fortissimo senso di disagio ad avvicinarmi a qualsiasi gelateria, yogurteria (posti che, a dire il vero, evito di frequentare da sempre) e latteria.
Al reparto latticini, mentre cerco il burro, vedo miriadi di barattolini colorati di yogurt. E penso al terribile odore di merda.
Al bar, al posto della macedonia mi offrono lo yogurt ai frutti di bosco, e io mi vedo una graziosa ciotola di merda con due more sopra.
Essere padre, lo capisci fin dalla sala parto, è questione di pancia, palle, testa, bocca e naso. E naso, cazzo.

Per questo, mentre cerco di capire perchè il condizionatore non funzioni, sento dalla mia maglietta un flebile olezzo di yogurt. Con l'occhio cerco tracce di merda. Percheè il piccolo, angelico, fagotto ha la potenzialità di gittata di un missile drone. E solitamente attende pazientemente che tu tolga il pannolino per sparare l'ultima carica che raggiunge la cravatta in pochi millesimi di secondo.

Yogurt, nella mia stanza d'albergo c'è odore di yogurt. E la cosa, ragionevolmente, non mi fa dormire.