Stanze Gialle

Dicono che le pareti gialle possano aiutare a rendere luminosa una stanza. Forse è per questo che la stanza numero nove ha le pareti ossessivamente gialle. Ci sono anche le lampade a forma di sole. Ma non credo che nessuno dica che una lampada a forma di sole possa confondere anche il più piccolo dei bambini. C’è anche il balcone, anacronistica eredità fascista, di quando in ospedale ci si lavava il bucato in bagno. E forse non ci si lavava le mani con l’insistenza di chi sa di combattere contro un esercito di batteri incattiviti contro la nostra generazione. Sembra, se non fosse per le dimensioni, una piccola stanza d’albergo. Di quelle della Riviera Adriatica, che poi scendi e in due passi sei in spiaggia, e che cosa ti importa in fondo della camera, che ci devi solo dormire. Invece qui ci si vive dentro, ovattati e sorvegliati. Un coro unanime di dubbiose dottoresse cerca di farsi una ragione del motivo per cui un bambino così piccolo possa essere già malato. E’ il loro lavoro. Gli ospedali pediatrici non dovrebbero esistere, in un mondo perfetto. Perchè in fondo, vorresti che la sofferenza potesse prendere solo i grandi e vaccinati. Invece, non solo esistono, ma sono dannatamente pieni di un umanità piccola e infinita. Ogni stanza ha una storia che fa più rumore di qualsiasi destino, perchè sono storie dove il dritto cammino sorridente di foto, filmini e feste è interrotto. E nessuno si arrabbia per le ragioni.  Contro il fato, contro dio, contro qualcosa. Nessuno si arrabbia, perchè sono tutti silenziosamente impegnati a sperare. Che la speranza è come l’aria, bisogna respirarla continuamente, se no smette…
Roba che, camminando nei corridoi, perdoni anche il borsello di pelle a tracolla sugli uomini, spettinati e ubriachi di stanchezza,  perdoni anche le grosse calze di cotone bianco ai piedi delle mamme. Che hanno gli occhi che sono copertine di libri che a leggerli fa male quanto un pugno nello stomaco quando sei troppo ubriaco per accorgertene.
C’è un cortile, con i muri alti, con tutte le pareti disegnate. Grossi pesci nuotano in un acquario di gesso e cemento. In mezzo al cortile ci sono i giochi, e un surreale silenzio per un parco giochi.
C’è il rumore, tutto intorno, della città che corre. Si sentono spesso le sirene delle ambulanze, avvicinarsi un po’ prima di spegnersi.
Ho un buono acquisto in tasca. Avere buoni acquisti in tasca mi da un senso di sicurezza incredibile. Una sensazione primordiale di benessere economico. Per questo aspetto sempre per spendere. E adoro arrivare alla cassa e consegnare il mio buono, il mio placebo economico.
Ho la vita addosso, in questi momenti. Brucia il sangue, e i riflessi si allentano.  Ti ritrovi davanti al frigo, in una casa surrealmente vuota, a scegliere tra bresaola e birra. Che poi insieme non sono niente male. E c’è un silenzio fastidioso, non voluto, fatto di pensieri pesanti.
L’amore si misura in calze, stanze, silenzi e saponi. E forse, a un certo punto, si smette di misurarlo.

Con sommo piacere, rispondo al commentatore del post precedente. Se ti fa stare bene correggermi, fallo. Io farò finta di volerti bene. Fortunatamente Miller (si scriverà così?) ha insegnato che la grammatica si può correggere. Quello che non si può correggere è il talento.

Put Some…

Oggi ero in treno. In treno per Milano. Il treno è come una brutta sbronza. Ti accorgi che è troppo quando è già troppo tardi, e non ti resta che rimanere su. Sono uno di quelli che sale sul treno all'ultimo, cerca sempre un posto corridoio, e provo a scendere per primo. Mi piace viaggiare in treno dove non capisco le fitte conversazioni dei vicini, e riesco ad addormentare la vista rimanendo a guardare posti che non conosco. Non so perchè, precisamente, mi venga così difficile viaggiare in treno. Forse mi viene difficile essere sommerso dalle storie, non richieste, di una moltitudine di esseri umani, dai loro telefoni, dai loro libri, dai loro odori. E' come se ti venisse messo nel letto ogni notte un partner diverso, non richiesto, sconosciuto. Un odore che forse potrebbe non piacerti, un pensiero che potresti non condividere, eppure devi farlo per tre, quattro, cinque ore. Mi piace la storia del treno, la storia delle moltitudini di migranti. Mi piace il treno come mezzo popolare, con le caste sociali divise da comodità ridicole, come nella vita reale. Avere un poggiatesta di stoffa, trenta centimetri quadrati in più e un giornale, ha un prezzo spropositatamente alto rispetto allo stesso viaggio in seconda classe. E, la cosa sorprendente di tutto il trasporto diviso ancora per classi sociali, arriviamo tutti insieme. Quelli di prima classe arrivano in stazione nello stesso istante in cui arrivi tu, che viaggi in seconda classe. Il beneficio è nel sommo piacere di un poggiatesta di stoffa. O forse nello stare con i propri simili. 
 

Oggi, in treno, ho finito di portare tutte le poche poesie pubblicate dal 2007 dal vecchio RadioCorrida al nuovo RadioCorrida. RadioCorrida è un posto a me molto caro, perchè ci metto solo poesie, solo alcune poesie, solo alcune selezionate poesie. Oppure ci scrivo di getto, senza nessun criterio di selezione. Mi piace il disordine che c'è in RadioCorrida, che è un posto sull'etere, senza nessun appeal per farsi notare dall'etere. 

Ho iniziato a innamorarmi della poesia con Umberto Saba. Ho divorato Gozzano, Fante, Buckowsky, Lee Master, Fros, Auden, Catullo, Corso, Ferlinghetti, Neruda. Ho divorato tutto quello che trovavo, senza logica, senza nessuna fottuta logica. Della poesia, mi piace questa assenza totale di logica. Il poter mangiare piccoli morsi, o divorare intere raccolte, sentendo sempre la sazietà felice del lettore soddisfatto. Mi mancano da leggere moltissimi grandi, tanti talenti e adoro comprare libri di poesia dagli autori.

Ho iniziato a scrivere poesia nel disordine assoluto. E disordine è stato. Ma è stato un incredibile disordine liberatorio, una sensazione stupenda di eterno, sospeso in soggiorno davanti a una bottiglia di Bacardi.

Scrivere è il miglior modo di spiegarsi parecchie cose. E' anche una delle arti più belle e complete che ci siano. Fare rumori con le parole, immagini con le sillabe. Scrivere di un profumo, di una sensazione, di un dolore è come dipingerlo, fotografarlo, registrarlo. E', come tutte queste cose, un gigantesco bisogno. 

Mi piace scrivere poesia, perchè la mia poesia manca di logica metrica, inizia con un dolore e finisce in una gioia infinita, parla di posti che ho visto e cose che ho vissuto. E le mie poesie mi ricordano persone, cose, luoghi, odori. Scrivo poesia per me, prima di tutto. Poi, perchè è la forma dello scrivere più nobile che ci sia. Togli alle parole la libertà del disordine nelle pagine, e obbliga un uomo a raccontarsi.

RadioCorrida esiste per questo. Adesso RadioCorrida è su radiocorrida.wordpress.com.
E' sempre un posto scarno, dove ci sono uomini che rincorrono un cuore. Sfondo bianco, ben leggibile. Come piace a me. Però adesso, miracolo della tecnologia, con questo nuovo posto posso scrivere direttamente dal treno. Che a voi non sembrerà molto importante, ma per me era essenziale. 

Come nel vecchio posto, l'interazione sociale è minima. Non scrivo per farmi nuovi amici. Ma era giusto avvisare che, viste le enormi differenze tra le due piattaforme, RadioCorrida è stata la prima a spostarsi.

Si vuole sempre il meglio per i propri, piccoli, gioielli.

Life is short, fritz, put some poems there. 

www.radiocorrida.wordpress.com

eruditi commenti erotici alla partita di criket

Alle ore undici, la temperatura esterna dichiarata dal grosso tabellone sul tetto del grattacielo davanti a me, è di 32 gradi. Cerco di decifrare la conversazione di due cingalesi, che roteano le mani come se appartenessero alla setta segreta di Ken Shiro. Dubito che a loro interessi sapere che cerco di infilarmi nelle loro vite per uscire con dignità dalla mia.

Alle ore tredici, insieme a un gruppo compatto di station wagon aziendali tra le quali si contano almeno sei Passat grigie, indice di grande tristezza umana, sfreccio verso l'Appennino. In sottofondo non riesco a distinguere tra la radio e il mio passeggero. La cosa è tremendamente soporifera, quindi mi arrendo e fumo lasciando che l'aria bollente entri dal finestrino aperto, seccandomi la pelle inesorabilmente.

Alle ore quindici, ancora sotto chok per aver pagato un caffè due euro al bar della Fiera, mi dirigo con passo imbarazzato verso il bagno. Una nerboruta versione slava di Miss Murder, mi sbarra la strada. Capace che si faccia pisciare in faccia, piuttosto che nel bagno che ha appena pulito. Decido di rimandare la prova e tenermi quei pochi liquidi che mi restano. Nei documentari di sopravvivenza, lo fanno sempre. Pisciano in un sacchetto e poi bevono spiegando le innegabili ragioni per cui un buon boccale di piscio sia il modo migliore per non morire di sete.

Alle ore sedici cerco un bar e un bagno. Nel farlo, mi tengo a debita distanza da chiunque mi voglia parlare. Deambulo lentamente, e non mi sono deciso a bere la mia urina, ma la cosa, rispetto a un'ora prima, mi sembra ragionevole.

Alle ore diciassette imbarco la macchina sullo svincolo per prendere l'autostrada e penso: "cazzo ci siamo, muoio e sono pure sudato fradicio". Inspiegabilmente la vecchia pantera delle Tangenziali regge alla forza centrifuga e mi ritrovo catapultato in secoda corsia a tre centimetri da un camioncino che trasporta rocchetti per filato. E penso: " cazzo quanto sono vicini quei caratteri fluorescenti attaccati sul portellone del furgoncino". Non ho più notizie sulla mia diginità, da quando, dopo un'ora di ricerche, ho deciso di pisciare nel parcheggio della Fiera, tra due Passat grigie. Solo il buonsenso mi ha impedito di pisciare sulle Passat grigie.

Alle ore diciannove sto mangiano una pizza, a due passi dal Duomo, mentre il caldo fa una pausa. Sono l'unico cliente con la residenza a meno di settemila miglia dalla pizzeria. Da me al secondo in classifica, un cingalese con due bracciali d'oro e i peli nel naso, passano cinquemila miglia.
Mangio pensando che prima o poi tutto questo finirà.

Alle ore ventuno ricevo un messaggio sul cellulare con la carta di imbarco del giorno prima. Oltre che essere inutilizzabile per motivi temporali, mi ricorda che nelle ultime venti ore ho preso cinque aerei girando per cinque città europee e mangiando il tortino di non so cosa, ma salato, più pesante della storia alimentare mondiale. A pensarci bene, ordino un limoncello.

Alle ventitre mi trovo in pole position davanti a mio figlio, che è pronto a piantare un lungo pianto disperato. Fingo di ignorarne le cause mentre cerco di recuperare il biberon che mi è caduto dentro al divano, tra la mia chiappa e alcuni resti alimentari di quando cenavamo sul divano.

Alle ventiquattro sto cercando di scrivere una poesia sul blog. Ma il computer si intoppa come una vecchia macchina da cucire ogni volta che schiaccio su Pubblica.

Mi rendo conto di non aver, in tutto questo tempo, ragionato su come sia possibile, al giorno d'oggi, che nessuno si renda conto di quanto la poesia salvi vite umane e di quanto Milano abbia bisogno di cambiare.
Mi rendo conto, anche, che le due cose sono talmente importanti da non farmi dormire. Adoro il cambiamento, di vento, di vista, di aria, di politica. E' pura poesia.

Ho scritto un racconto geniale, questa notte. Peccato aver buttato il foglio insieme alle bollette scadute.

 

Fabbri e altri mestieri dell’amore urbano

Mi sto facendo le ossa, come direbbe la minuta pediatra bionda che ci ha frettolosamente dimesso, come padre. In pratica si tratta di svegliarsi di colpo, per la terza volta in una notte, raggiungendo la donna che ami, e che ha dato alla luce il piccolo essere che tiene in braccio. Si tratta di offrirle il tuo di braccio, che lei accetta di buon grado, visto che di notte non è che ti si veda molto in giro per casa insieme al piccolo essere, che piccolo lo è per davvero ma ha l'incredibile potenza sonora di un grande impianto e la costanza di un monaco tibetano. Dopo pochi istanti ti rendi conto che: si tratta di piena notte, quando per piena notte si intende quella fascia oraria oltre la quale non sei nemmeno mai ritornato nel periodo universitario; quello in cui, diciamo, conoscevi Milano dopo le 18. Si tratta di piena notte, dicevamo, si tratta di lamenti disperati, ancestrali suoni gutturali che esprimono un disagio. Allora, preda dell'istinto paterno, armeggi nella tua coscienza per trovare una causa, una cazzo di ragione, a cotanta disperata e selvaggia lamentela. Umanamente, dopo qualche minuto, ammetti di non capirlo. E ti rassegni al procedere in giro per il soggiorno, camminando in tondo come nei cartoni Disney anni 60.
Poi ti fermi davanti alla libreria, e in un inspiegabile momento di lucidità fai un rapido conto dell'investimento letterario che questa nascita si è portata dietro. Sono dieci i manuali che fanno bella posta in libreria. Sono, a naso, un bel week end sul mare, o anche una cena con abbuffata di pesce e bottiglia di vino di provata e prestigiosa origine. Invece, sono dieci manuali. Ecco, farsi le ossa come padre parte da questo momento catartico, in cui il vecchio Franz comprende che esperienze come un figlio non possono certo essere in dieci fottuti manuali del cazzo. E, per di più, nessuno di questi dieci fottuti manuali di merda spiega come sia possibile che: l'urlo selvaggio sia continuo, acuto e terrificante e, che un minuto di urlo selvaggio equivalga a due ore di spinning in termini di consumo calorico.

Amenità della vita notturna a parte, fare il padre ha un'inaspettata quantità di divertenti vantaggi. Permette, ad esempio, di dimenticare deliberatamente tutti gli obblighi sociali noiosi, di passeggiare senza meta sotto il caldo sole di aprile senza che nessuno noti l'evidente stato confusionale in cui ti trovi. Permette di vedere la vita da un punto di vista decisamente differente e decisamente migliore. Permette di cadere in basso, con l'umore che striscia come un paio di jeans troppo lunghi, per poi risalire vertiginosamente la china spinti da un gemito, un sorriso, un saluto. Cose, queste ultime, che un neonato di un mese non si sogna nemmeno di fare, ma che tu vedi benissimo.

Ci vorrà tempo perchè io possa scrivere di qualcosa di differente. Come per tutte le rivoluzioni della vita, occorre di digerirle per smettere di parlarne. Nel frattempo rubo mezz'ore di sonno per leggere qualche pagina, felicemente consapevole che qualsiasi manuale sia perfettamente inutile e che in situazioni come questa un buon vecchio libro sia l'arma migliore. Bevo birra a orari molto cattolici, prima che cali il sole e quando ancora il traffico suona la sua musica sulle statali, osservo le mie mani fare cose istintive, precise e puntuali, prima, molto prima che la mia mente le pensi. Roba da vivere, prima di raccontarla.

 

Doppio Wopper con Gusto Lampone

Ogni volta che questo posto compie gli anni, mi costringe a riflettere su un sacco di cose. Questo posto ha compiuto gli anni, sette, ieri. Sette anni, tra i venti e i trenta, sono un tempo infinito in cui possono succedere un sacco di cose differenti. Dolore, poesia, sangue, rhum, fiatone e tutto quello che fa vita. Scrivevo poesie migliori, sette anni fa, credevo più nel caldo, meno nell'amore bevevo peggio e avevo una vespa, gialla, scassata, la cui carburazione assomigliava a un processo di alchimia. Non avevo ancora visto un alba a Los Angeles e un tramonto a Shanghai, e credevo sinceramente di poterne fare a meno. Non avevo letto ancora molte delle cose più belle che ho letto, e non avevo scritto ancora molte delle cose più belle che ho scritto. Non avevo una moglie, non avevo una casa, non avevo un figlio, non avevo, se è per questo, nemmeno una desolante collezzione di biglietti aerei e chiavi magnetiche di alberghi sparsi per il mondo.

Mi piace ancora sentire la forza del vento sul mare, il sapore della pizza unta, la birra gelata, il rhum con una sigaretta, l'odore di benzina mentre apro il gas in una mattina nuvolosa, il tocco magico del caldo di primavera, le scarpe comode, le cravatte da cerimonia, le camicie bianche e i documentari in inglese.

Parlo due lingue in più, ascolto molto di più, mangio tutte le cucine del mondo, ho imparato a dormire su sedili, panchine, poltroncine e per terra.

E' cambiato, il senso del tempo. Un pomeriggio di sette anni fa durava molto di più di un pomeriggio di oggi. Questione di geofisica, caduta di capelli e realismo.

Il tempo passa per tutti, per questo scrivo meno e vivo di più.  Poi, ci sarà il momento in cui scrivere di più e vivere di meno.

Basta non aver paura di vivere e scrivere.

Life is short fritz. Surf it!

questo è solo l’inizio

A vederlo piangere, disperatamente, viene da pensare. La disperazione di un pianto che si trasforma, in un piccolissimo attimo, in un sonno placido, sereno, talmente calmo da sembrare il mare di giugno. Lo osservo mentre cerca la pelle di sua madre, lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo, ma con una decisione che trovi solo in un grande uomo. Questione di vita o di morte. Ed è tutto terribilmente lì, tutto il mondo che avevi tra le mani prima, finisce nelle bianche lenzuola di un ospedale. Inizia tutto da qui, una seconda volta. E tutto il male che hai sentito sembra improvvisamente nascondersi dietro la pelle sottile di un piccolissimo, tenacissimo, neonato. Questo spettacolo è semplicemente tutto, senza nessuna alternativa. E' il respiro che fai, la serenità placida di sapere che tutto, per forza, è in quelle mani fatte di ossa talmente piccole che hai paura di romperle.

Il parto è più di un toro nel petto, più di un dolore, più di un miracolo.  E' questione di vita o di morte. Più di vita, alla fine. E' un momento, eternamente lungo, in cui i minuti diventano ore, e la paura, il sangue, il dolore, il respiro, il silenzio, il rumore, l'odore, arriva tutto talmente forte da chiederti se tu sia capace di sopravvivere. E' il momento in cui gli occhi parlano, i polmoni strillano, le mani stringono, il resto non conta nulla. Tutto il resto è fuori. Questione di esserci. E' qualcosa di cui si potrebbe scrivere per ore, qualcosa che forse non si può raccontare. E' la gioia infinita, il dolore della vita nelle vene, nei polmoni, nella testa. E' il sapore di un bacio tra lacrime e sudore, è lo stupore degli occhi di un bambino, è l'inizio. Che prima tutto ti sembra talmente grande da lasciare le cose a metà e dopo tutto ti sembra davvero piccolo, talmente piccolo che due mani, fatte di ossa talmente piccole che hai paura di romperle, talmente piccolo che si perde nei suoi occhi infiniti.

E ti sembra lontanissimo, vicinissimo, il momento in cui i suoi capelli, sudati, rimbalzavano lentamente sul tuo petto. Il momento in cui due respiri si fanno uno, E sembra un modo di dire, ma si fanno uno davvero. Lo fanno le mani, il respiro, la pelle, i fianchi, gli occhi e il cuore.

E poi arrivi tu, che sei il frutto sperato di tutto l'amore che ho potuto. Tu che sei un riassunto di cinquanta centimetri di tutta la fatica che è l'amore di tutti i giorni, tu che sei la risposta a tutte le domande, eppure non parli. Tu che sei l'inizio, eppure ieri sembravi la fine. Tu che sei la prima cosa che abbiamo fatto insieme, e sembravi l'ultima. Tu che sei tutto, quando sei negli occhi di tua madre, e nel suo sorriso, e nel suo seno. Tu che sei talmente elementare da non sapere bene cosa fare. Tu che sai già tutto, ma ti dovremo insegnare tutto.
Tu che sei semplicemente il sentiero che ognuno dovrebbe seguire.

Ieri era il diciannove aprile. E' nato mio figlio. In un giorno di sole, caldo, appoggiato su una primavera milanese fatta di traffico, tram, polvere e caffè. Ieri era un giorno come un altro, poi tutto quello che serve è successo, con i tempi e i modi in cui doveva succedere e niente è stato lasciato al caso.
Adesso scrivo seduto per terra, sul ponte della ferrovia, da cui si vede la luna, il cielo illuminato di Milano, e qualche zingaro che cammina sui binari. Bevo birra fredda, scrivo e ascolto musica. E tutto finisce qui. Sono felice, sono stanco, sono sereno, sono un padre. Guardando gli occhi di mio figlio vedo tutto quello che devo vedere per essere felice. Guardando gli occhi della donna che lo ha partorito, sento l'amore più forte del mondo, come quando il vento spinge e l'aria cambia portando un temporale nel caldo. Sento in lei tutta la forza del mondo, sento in lei tutto l'amore che una madre può dare, e sono felice. Ho pianto, senza paura di farlo, come sto seduto qui, senza paura di farlo.
Aspetterò che la birra finisca o si scaldi, aspetterò ancora un treno, mentre scampoli di vita si infilano nei pensieri, tanto da togliere la musica e lasciare che il cielo porti tutto a domani.

Benvenuto. Non sarà facile, ma sarà stupendo.

sulla strada

La cosa che mi piace di più delle moto è che sono oggetti magici. Guardare una moto significa immaginare strade, sentire sensazioni forti, per stomaci di provata fede nel miracolo dell'aderenza dell'asfalto e della gomma. Girarci intorno significa sentirne il passo, ordinatamente selvaggio mentre procede per quella statale che hai giusto fatto in macchina qualche tempo prima. Le moto sono senza tempo, perchè allineano i minuti e le ore sullo stesso piano, respirando rumorosamente su un tornante o ansimando affannosamente in coda a un semaforo. Le moto hanno un sapore particolare, di asfalto, gomma, fango e polvere. Mischiati con birra e caffè. Le moto sono storie in potenza, sono meravigliosi racconti sul nascere.
Nelle due ruote, che aspettano silenziosamente in garage, vedo la pazienza di una storia che sta per nascere. Una scrivania di ghisa, che scrive raccontando storie infinite.

Seduto alle tue spalle, su una moto, c'è un viaggio che potrebbe finire in mille modi diversi. Ricordo di aver insabbiato la Poderosa in una spiaggia isolata, sotto il sole di luglio, per fare un bagno di rapina in un giorno di lavoro. Ricordo di aver saltato per ore in mezzo allo sterrato dei campi con la meravigliosa vespa, sperando di trovare una strada asfaltata. Ricordo anche di aver passato mezz'ora sotto il diluvio spingendo il mezzo che sentiva immediato il bisogno di fermarsi e manifestare il bisogno di grandi cure.

Ho bevuto la pioggia inerpicandomi su statali che sembravano non finire, cercando una tettoia per fermarmi. Ho provato la delusione incompetente di chi guarda un misterioso motore che non vuole partire.

E ho sempre saputo che la moto, una moto, sarebbe stata con me sempre. Perchè è un modo come un altro di leggere il mondo, con la calma di chi non ha nulla da fare o con la rabbia di chi vorrebbe mangiarsi asfalto e polvere correndo verso l'infinito.

E' arrivata Crazy Mary, il cui nome è provvisorio. Il suo rumore è musica, un borbottio che diventa ringhio appena si libera. E' una regina di Statali, che può mangiare autostrade. E' imponente, ma snella. Cattiva, nera, lucida, come una moto deve essere.

Correrà con me, porterà ill mio culo in giro, prenderà temporali e tremerà sulla ghiaia.

Si può decidere di partire tutti i giorni. Qualche volta semplicemente rimanendo a guardare la poesia di ghisa e cilindri.

 

Bentornata Follia

il Barrio Chino non è il posto migliore per passare inosservati, con questa cazzo di faccia da bravo ragazzo e le mie scarpe tremendamente lucide. Il Barrio Chino è il posto migliore per nascondersi dalla realtà. Ci sono notti in cui, semplicemente, ci si domanda quanto possa fare male. Imparando a viaggiare, si impara a sopravvivere, a perdere tutti i punti fissi, per ritrovare quelli davvero importanti. Ci sono notti in cui devo camminare più veloce dei miei ricordi, e allora cammino, chiuso nel mio cappotto, ascoltando solo il respiro affannato, l'odore di merda e profumo di puttane. Camminare è la cosa che mi viene più facile dopo scrivere. Si potesse camminare e scrivere insieme, sarebbe perfetto. Sarebbe Hemingway.

Il Barrio Chino è un budello di strade dietro la Gran Via dove non passa nessuno che non sia una puttana, un magnaccia, uno spacciatore, un cliente, un'idiota che si è perso, oppure uno che deve per forza annusare le viscere di tutte le città. Le puttane del Barrio Chino sono brutte come le vetrine a cui si appoggiano, grasse, cadenti, sporche. Non sorridono, perchè a fare la puttana nel Barrio Chino non c'è un cazzo da sorridere. Gli spacciatori del Barrio Chino capiscono subito cosa stai cercando. C'è un pezzo del Barrio Chino dove non arriva nemmeno l'aria fredda che spazza il centro di sera, e che pulisce dall'odore di fritto e birra. L'aria è ferma, appoggiata a una vetrina di un negozio di parrucche. Sono affezzionato ai posti unici, alle storie da raccontare, alla vita che non fa sorridere. Sono posti, storie e pezzi di vita che mi ricordano quanto sia stupendo poter camminare fino ad uscirne. Due vie, una strettoia e sei di nuovo nel pieno del centro dellla Spagna. Tutto luci, McDonald e traffico. Lodevole turismo macabro. Una specie di gita volontaria all'inferno. 

Eppure, quando devo buttare fuori, decomprimere, mi serve un Barrio Chino. Mi serve incrociare gli sguardi tristi di puttane tristi, mi serve la minaccia velata di uno spacciatore, mi serve sentire l'adrenalina che solleva un po' la vita. Mi serve di scappare, con urgenza, dal mio passato che mi insegue correndo. A ogni speranza corrisponde, porca puttana, una eguale delusione. Sembrerebbe vero. Eppure non smetterò mai di provarci. Che si fotta, in queste notti, la correttezza grammaticale che mi impone di mettere in fila storie piacevoli da raccontare al mio rientro.

Stare male lontano da casa è come morire, dicono. Fortunatamente mi porto un paio di scuse e tutta la mia casa sempre in tasca. E poi non fa male, è solo un po' di vita, ancora un po', che entra forte in circolo. Ora. Aspetto mezzanotte sapendo perfettamente che non dormirò. Arrivi a trent'anni per scoprire che ci sono notti in cui, uomini con un filo di coscienza, non riescono a dormire. Perchè tutta questa vita che entra in circolo fa male da morire.

Insomma, la storia è una di quelle che si leggono sui giornali. Il problema, come sempre, sono i protagonisti. C'è Wislow, adorabile matto, che ha scritto un libro che ha come protagonista il fuoco. Adorabile genio. Il problema di questa storia, che si legge sui giornali, è che il protagonista è una persona che ha fatto grandi pezzi del mio passato, costruendo con pazienza e aspettando i frutti. Che storia del cazzo. Non mi permetterò mai di raccontarla. Perchè in fondo io sono uno che non vuole raccontare qualcosa che fa male.

Solo, per decomprimere, cammino. Nel Barrio Chino.

Ci sono delle notti in cui sarei capace di camminare fino a non sentire più i piedi. Poi, pietosamente, crollo davanti a un portone, nel bel mezzo del Barrio Chino, e mi metto a bere birra calda mentre una puttana grassa e senza denti mi guarda come se stesse guardando un cartone del latte.

Si sogna, per anni, sicuri di alcuni pezzi di realtà. Si smette di sognare quando pezzi di realtà a cui ci si aggrappava finisicono in un sogno.

Bevo rhum caldo.

Essere Un Lampo Verde

Qualche tempo fa ero seduto su uno scoglio ad ascoltare il mare di Genova, cercando di capire due cose fondamentali: da che parte stesse montando il vento e cosa sarebbe cambiato nella mia vita con un figlio. Ci sono cose che non si possono spiegare facilmente, come i cambiamenti del vento. Il Maestrale arriva sempre, il Libeccio bidona la costa come una modella un party di seconda categoria. Avere un figlio, invece, non centra molto con le questioni di vento. E' più una questione di testa, pancia e coglioni. Ormai ci siamo quasi, penso la sera, mentre osservo la Signora alzarsi regalmente dal divano e portare la pancia nel letto. Ho sempre pensato che le donne incinte abbiano qualcosa di magico, regale, deciso, nel camminare con la pancia dritta fuori, verso il mondo. La sua pancia è rotonda, perfetta, gigante. Assomiglia a un sentiero sul mare, ci si può appoggiare l'orecchio per cercare di ascoltare, ci si può parlare a lungo, aspettando risposte. Essere padri è una cosa che comincia lentamente. Anche se tecnicamente si tratta di un inizio decisamente repentino, la questione morale arriva dritta in gola dopo mesi di stretta osservazione della pancia e della sua portatrice. E' la prova che tutto, sommessamente, funziona alla perfezione. La vita, i suoi ritmi, i tuoi trent'anni, le stagioni e la magia della pelle sudata.

Non potrebbe essere migliore, la mia vita, adesso. Aspetto pazientemente la Signora, mentre lentamente porta nostro figlio in giro a vedere il mondo. Penso a quanto sia semplice, naturale, ovvio, che la felicità si sieda nei posti più ovvi, scontati e prevedibili del mondo, come su una coppia che aspetta un bambino. L'anima fa a pugni con la pancia, qualcosa che si avvicina molto a una storia perfettamente scritta che leggi nel momento giusto. La rabbia fa spazio alla pace assurda di un essere che non parla, non vede, ma già ascolta.

Sarà tra noi nei mesi caldi, quando il Maestrale prova a togliere le speranze di una pioggia rinfrescante. Sarà tra noi nel momento migliore dell'anno, quando tutto, anche un bambino, avrà il meglio del mondo.

Life is short, fritz. Surf it.

Jumping Jesus

In piedi in una fredda reception blu cobalto. Dipingere i muri è diventato un modo come un altro per rendere luoghi ameni come la reception di un hotel di media categoria un posto difficilmente vivibile. Mi capita, negli ultimi mesi, di recuperare dal grosso cesto della memoria, facce e sorrisi che avevo quasi dimenticato. Me li ritrovo davanti nel luoghi della mia settimana lavorativa, in un fast food vicino all'aereoporto, di fronte a me in coda al check in, fuori da una stazione, in fila per un caffè caldo nell'ultimo bar del terminal low cost. Nei luoghi dove la nostra generazione sta perdendo la verginità dei sogni, schiantandosi contro tutte le parole che servono a nascondere la realtà. Luoghi che hanno sempre grandi vetrate sul mondo intorno, che troppo spesso è semplicemente un mastodontico parcheggio, asfalto, latta, plastica, asfalto, latta e ancora plastica. La nostra generazione, che fa di tutto per dimenticarsi di avere trent'anni, e combatte battaglie per la democrazia su facebook, organizza tradimenti e incontri nelle pause pranzo comandate, la nostra generazione che si infila in comode periferie dormitorio, addormentandosi alla luce dei neon di un centro commerciale, dopo un abbondante happy hour.

Che cazzo di colore, il blu cobalto. Andrebbe bene per villaggi turistici di seconda categoria, quelli con gli animatori scazzati e il cocktail di benvenuto mezzo caldo e sgasato. Che cazzo di posti che vediamo di continuo nelle nostre giornate. Mangiando il mio pollo ai ferri, tenevo d'occhio la grande vetrata sul parcheggio e il giornale sotto il piatto. Il sole picchiava sui tetti delle macchine, facendo strani riflessi contro i vetri, quasi scaldando. Ho riconosciuto la faccia, tonda, bella, dolce, quasi subito. Ma ho aspettato di vederla seduta vicino al mio tavolo, ordinare un hamburger, ridere di qualcosa, per ricordare il rumore delle nostre parole. Mi sono tornati in mente i nostri pomeriggi al telefono. E le nostre Marlboro Light fumate di nascosto, contro il Naviglio. E le nostre camminate. A camminare in due, c'è sempre uno che segue un altro. Sembra di camminare insieme, ma è sempre uno dei due che sceglie, senza nessun dubbio, di seguire l'altro.

Blu cobalto, sembra di essere in una di quelle case del terrore dei luna park di provincia, quelli che comunque da fuori viene uno spiraglio di luce, che basta a farti capire che è tutto finto, e finto male per giunta. Mi ricordo alla perfezione il giorno, l'ora, il mese, la pioggia calda, il momento preciso in cui ho smesso di camminare seguendoti ciecamente. Pioveva, madonna la pioggia a giugno. C'era da dirsi tanto, ma poi è stato molto più semplice capire che era quasi tutto finito. In un pomeriggio di giugno, sotto la pioggia.

Fa impressione, come la gente pensi che un colore assurdo possa risolvere la banalità di un posto. Fa impressione rivedere una faccia, un sorriso, che apparteneva a molte vite fa. E fa impressione quanto poco ci vuole a far riemergere tutta quella pioggia, e tutti quegli anni di parole, sigarette, camminate, sospiri.

Ritorno con gli occhi alla vetrata e al suo parcheggio. Vorrei vivere, da grande, in un posto dove le grandi vetrate non si affaccino su infiniti parcheggi.
Sarebbe un mondo dove si costruiscono finestre non per vedere altri uomini, ma per cercare lontano con gli occhi.

Non solo la reception è fredda, la camera assomiglia a una specie di tomba famigliare. Quelle dei cimiteri di qualche tempo fa, con il marmo rosa e le pareti che sembrano caderti addosso. In quante camere come questa avrò dormito negli ultimi anni? Cento? Affondo nel letto, guardando il soffitto, blu cobalto.