Stanze Gialle

Dicono che le pareti gialle possano aiutare a rendere luminosa una stanza. Forse è per questo che la stanza numero nove ha le pareti ossessivamente gialle. Ci sono anche le lampade a forma di sole. Ma non credo che nessuno dica che una lampada a forma di sole possa confondere anche il più piccolo dei bambini. C’è anche il balcone, anacronistica eredità fascista, di quando in ospedale ci si lavava il bucato in bagno. E forse non ci si lavava le mani con l’insistenza di chi sa di combattere contro un esercito di batteri incattiviti contro la nostra generazione. Sembra, se non fosse per le dimensioni, una piccola stanza d’albergo. Di quelle della Riviera Adriatica, che poi scendi e in due passi sei in spiaggia, e che cosa ti importa in fondo della camera, che ci devi solo dormire. Invece qui ci si vive dentro, ovattati e sorvegliati. Un coro unanime di dubbiose dottoresse cerca di farsi una ragione del motivo per cui un bambino così piccolo possa essere già malato. E’ il loro lavoro. Gli ospedali pediatrici non dovrebbero esistere, in un mondo perfetto. Perchè in fondo, vorresti che la sofferenza potesse prendere solo i grandi e vaccinati. Invece, non solo esistono, ma sono dannatamente pieni di un umanità piccola e infinita. Ogni stanza ha una storia che fa più rumore di qualsiasi destino, perchè sono storie dove il dritto cammino sorridente di foto, filmini e feste è interrotto. E nessuno si arrabbia per le ragioni.  Contro il fato, contro dio, contro qualcosa. Nessuno si arrabbia, perchè sono tutti silenziosamente impegnati a sperare. Che la speranza è come l’aria, bisogna respirarla continuamente, se no smette…
Roba che, camminando nei corridoi, perdoni anche il borsello di pelle a tracolla sugli uomini, spettinati e ubriachi di stanchezza,  perdoni anche le grosse calze di cotone bianco ai piedi delle mamme. Che hanno gli occhi che sono copertine di libri che a leggerli fa male quanto un pugno nello stomaco quando sei troppo ubriaco per accorgertene.
C’è un cortile, con i muri alti, con tutte le pareti disegnate. Grossi pesci nuotano in un acquario di gesso e cemento. In mezzo al cortile ci sono i giochi, e un surreale silenzio per un parco giochi.
C’è il rumore, tutto intorno, della città che corre. Si sentono spesso le sirene delle ambulanze, avvicinarsi un po’ prima di spegnersi.
Ho un buono acquisto in tasca. Avere buoni acquisti in tasca mi da un senso di sicurezza incredibile. Una sensazione primordiale di benessere economico. Per questo aspetto sempre per spendere. E adoro arrivare alla cassa e consegnare il mio buono, il mio placebo economico.
Ho la vita addosso, in questi momenti. Brucia il sangue, e i riflessi si allentano.  Ti ritrovi davanti al frigo, in una casa surrealmente vuota, a scegliere tra bresaola e birra. Che poi insieme non sono niente male. E c’è un silenzio fastidioso, non voluto, fatto di pensieri pesanti.
L’amore si misura in calze, stanze, silenzi e saponi. E forse, a un certo punto, si smette di misurarlo.

Con sommo piacere, rispondo al commentatore del post precedente. Se ti fa stare bene correggermi, fallo. Io farò finta di volerti bene. Fortunatamente Miller (si scriverà così?) ha insegnato che la grammatica si può correggere. Quello che non si può correggere è il talento.

2 pensieri su “Stanze Gialle

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