eruditi commenti erotici alla partita di criket

Alle ore undici, la temperatura esterna dichiarata dal grosso tabellone sul tetto del grattacielo davanti a me, è di 32 gradi. Cerco di decifrare la conversazione di due cingalesi, che roteano le mani come se appartenessero alla setta segreta di Ken Shiro. Dubito che a loro interessi sapere che cerco di infilarmi nelle loro vite per uscire con dignità dalla mia.

Alle ore tredici, insieme a un gruppo compatto di station wagon aziendali tra le quali si contano almeno sei Passat grigie, indice di grande tristezza umana, sfreccio verso l'Appennino. In sottofondo non riesco a distinguere tra la radio e il mio passeggero. La cosa è tremendamente soporifera, quindi mi arrendo e fumo lasciando che l'aria bollente entri dal finestrino aperto, seccandomi la pelle inesorabilmente.

Alle ore quindici, ancora sotto chok per aver pagato un caffè due euro al bar della Fiera, mi dirigo con passo imbarazzato verso il bagno. Una nerboruta versione slava di Miss Murder, mi sbarra la strada. Capace che si faccia pisciare in faccia, piuttosto che nel bagno che ha appena pulito. Decido di rimandare la prova e tenermi quei pochi liquidi che mi restano. Nei documentari di sopravvivenza, lo fanno sempre. Pisciano in un sacchetto e poi bevono spiegando le innegabili ragioni per cui un buon boccale di piscio sia il modo migliore per non morire di sete.

Alle ore sedici cerco un bar e un bagno. Nel farlo, mi tengo a debita distanza da chiunque mi voglia parlare. Deambulo lentamente, e non mi sono deciso a bere la mia urina, ma la cosa, rispetto a un'ora prima, mi sembra ragionevole.

Alle ore diciassette imbarco la macchina sullo svincolo per prendere l'autostrada e penso: "cazzo ci siamo, muoio e sono pure sudato fradicio". Inspiegabilmente la vecchia pantera delle Tangenziali regge alla forza centrifuga e mi ritrovo catapultato in secoda corsia a tre centimetri da un camioncino che trasporta rocchetti per filato. E penso: " cazzo quanto sono vicini quei caratteri fluorescenti attaccati sul portellone del furgoncino". Non ho più notizie sulla mia diginità, da quando, dopo un'ora di ricerche, ho deciso di pisciare nel parcheggio della Fiera, tra due Passat grigie. Solo il buonsenso mi ha impedito di pisciare sulle Passat grigie.

Alle ore diciannove sto mangiano una pizza, a due passi dal Duomo, mentre il caldo fa una pausa. Sono l'unico cliente con la residenza a meno di settemila miglia dalla pizzeria. Da me al secondo in classifica, un cingalese con due bracciali d'oro e i peli nel naso, passano cinquemila miglia.
Mangio pensando che prima o poi tutto questo finirà.

Alle ore ventuno ricevo un messaggio sul cellulare con la carta di imbarco del giorno prima. Oltre che essere inutilizzabile per motivi temporali, mi ricorda che nelle ultime venti ore ho preso cinque aerei girando per cinque città europee e mangiando il tortino di non so cosa, ma salato, più pesante della storia alimentare mondiale. A pensarci bene, ordino un limoncello.

Alle ventitre mi trovo in pole position davanti a mio figlio, che è pronto a piantare un lungo pianto disperato. Fingo di ignorarne le cause mentre cerco di recuperare il biberon che mi è caduto dentro al divano, tra la mia chiappa e alcuni resti alimentari di quando cenavamo sul divano.

Alle ventiquattro sto cercando di scrivere una poesia sul blog. Ma il computer si intoppa come una vecchia macchina da cucire ogni volta che schiaccio su Pubblica.

Mi rendo conto di non aver, in tutto questo tempo, ragionato su come sia possibile, al giorno d'oggi, che nessuno si renda conto di quanto la poesia salvi vite umane e di quanto Milano abbia bisogno di cambiare.
Mi rendo conto, anche, che le due cose sono talmente importanti da non farmi dormire. Adoro il cambiamento, di vento, di vista, di aria, di politica. E' pura poesia.

Ho scritto un racconto geniale, questa notte. Peccato aver buttato il foglio insieme alle bollette scadute.

 

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