there are days

Ci sono giorni maledetti. Sul fondo di periodi maledetti. Ci fai l’abitudine, più o meno verso i trenta. Non è che ci fai l’abitudine, fai di necessità virtù. Come per quel dolorino alla schiena, o per quei capelli che cadono nel lavello, soldati morti nella battaglia con il pettine.

Appoggi semplicemente la fronte sulla parete gialla vicino alla macchinetta del caffè, osservando come i pulsanti “espresso dolce” e “cappuccino” siano più vicini rispetto agli altri. E’ poi corretto far pagare un caffè della macchinetta 45 centesimi?

Aspetti che un filo di sangue ritorni in circolo, e poi come se non fosse successo nulla prendi la strada più breve per la tua scrivania.

Fuori c’e’ il grande freddo, uno spettacolo di ghiaccio, traffico e cappotti. Milano, il centro di Milano, sembra quasi più bello. Le sue statue, le sue fontane, sembrano davvero piegate da tutto questo gelo. Una resa incondizionata, paralisi, silenzio, attesa.

Leggo pareri che si rifanno alla terribile annata a metà degli anni ottanta. Ma quelli erano davvero altri anni, altre pettinature, altri inverni. E poi ero troppo piccolo, nel senso spensierato del termine, per potermi ricordare la fatica di muoversi. Guardavo la neve ed ero felice. Con il naso attaccato alla finestra e le gambe attaccate al termosifone che bolliva.

Mi sono svegliato questa mattina cercando la luce. Era troppo presto. Ho imparato anche questo, a dormire meno nei giorni in cui raspi sul fondo. Il sonno è per chi è in pace con se stesso. Guardavo i fiocchi di neve. La strada vuota, le macchine parcheggiate. E mi sembrava fin troppo grigio.

Allora mi sono accorto che le mie gambe non appoggiano più sul termosifone, e che il mio naso si raffredda in fretta, attaccato al vetro della finestra.

Ho bisogno di un viaggio, di un desiderio e di un destino. Sono le cose che ho sempre bisogno per risalire dal fondo.

Prendere la moto, guidare fino a sentir male agli avambracci, portare il culo in un posto dove non ci sarebbe nessuna ragione di andare. Aspettare il sole, respirare, ripartire. Fermarsi per un caffè in un bar di un paese, respirare gli odori, fumare guardando la chiesa. Ripartire. Arrivare in cima a una montagna, guardare verso ovest, cercando il sole. Ripartire. Ritornare a casa solo quando la testa sia davvero vuota.
Perdersi in un desiderio. Aspettare, godere dell’attesa. Guardare, di nascosto. Aspettare, provare a prendere. Aspettare, respirando il gusto di un desiderio che si avvera.
Riprendere il destino, sentire che tutte le abitudini, tutti gli errori, tutte le fatiche, hanno dato frutti buoni e frutti cattivi.

Farò tutto questo. Accompagnandolo con del rhum e dei libri. Aspettando che il viaggio, il desiderio e il mio destino tornino a far quadrare i conti con la vita.

Sono sei anni che lotto per le mie piantine. Sono piante succulente, non grasse. Ci sono tre specie di sempervivum, due lotus, una piantina dell’Ikea di cui ignoro il nome, ma e’ la più tenace. Ha un tronco, piccolo, le foglie appena gonfie. E questo freddo la sta quasi piegando. La guardo, bevendo il caffè e le dico: ” resisti cazzo. Resisti”. Adoro lottare per le mie piantine. Hanno tre, cinque e sei anni. Sono delle signorine. Sgraziate, piatte e larghe, come tutte le piante succulente.
Hanno bisogno di me il giusto, come io ho bisogno di loro. Sono piante alla pari. Fioriscono solo quando vogliono, riempiono i vasi tenacemente, mangiando terra e bevendo acqua.
Sono delle ragazze bruttine, ma incredibilmente forti. Ingrassano d’estate.

Mentre mi giro per appoggiare la tazzina, sento un “resisti cazzo. Resisti”.

Ero sicuro fosse una pianta fuori dal normale

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