grossolani errori (puttanate)

Ci sono due cose tremendamente drammatiche di Taipei. La prima è l'uso sconclusionato del condizionatore. L'aria condizionata esce da qualsiasi buco. E' in ascensore, nella metro, sui taxi, dentro i negozi, nelle sale riunioni, nei bar. Come in tutto il resto del mondo, quello industrialmente in grado di avere la corrente elettrica, un condizionatore, e qualcuno che si lamenta del caldo. Il problema è che qui sembra che avere più di dieci gradi in un ambiente chiuso porti quasi sfiga. Tu sali in ascensore e ci sono sei gradi. Ti siedi in sala riunione e ti entra nelle ossa una lama gelida a meno quattro gradi. La seconda cosa è nella totale disconnessione della città dal resto del mondo. In effetti, per lo meno in ambito tecnologico, Taipei oggi è il posto in cui sta succedendo tutto. Un po' come Roma, quando i Romani erano imperatori. Come la Francia della Rivoluzione, come l'America del dopoguerra. Mai come l'Italia. L'Italia non è più il posto dove tutto sta succedendo dai tempi, appunto, dei legionari e degli imperatori. Per questo un italiano, con discrete capacità di sopravvivenza all'aria condizionata gelida, a Taipei si sente travolto da tutto. Succede tutto qui, mentre milioni di taiwanesi si incolonnano in fila per mangiare, in fila per la metro, in coda in macchina. Mi aspettavo una lunga fila anche per l'iPhone 4S. Con una curiosità distaccata. Sono un fan del brand, ho un iPod come la maggioranza di voi, ho un Mac, come un discreto numero di voi, non capisco il senso di un iPad, come una nicchia di voi, e ho fiducia nella Apple. Ci metterei i miei soldi, se ne avessi abbastanza per comprare un pugno di azioni. La Apple è uno dei posti, fuori da Taipei, dove essere adesso per vedere il mondo scivolare fuori. Beh, la coda non c'era. Io non farei la coda per quasi nulla, a meno di non avere impellenti necessità di sopravvivenza. Trovo che l'incolonnarsi ordinatamente come fanno tutti i popoli civili al di là delle alpi sia un modo di ammettere di aver perso contro la vita. 

Ho un sacco di cose negli occhi, di questa città. Ci vivrei volentieri, per quello che significa essere qui adesso. In fondo è il miglior compromesso tra l'ossessione americana e la depressione cinese. Sembra di essere a Chicago e anche a Shanghai. E forse anche a San Francisco e nella periferia di Barcellona. Insomma un posto unico. Mi mancherà molto il clima umano. Ci sono le stelle, le nuvole passano velocissime contro la 101, che è una specie di cattedrale. Che poi, il loro non avere chiese, non avere un dio, non avere un credo, distrugge l'architettonico ordine europeo fatto di chiese, centri città definiti e qualcosa da vedere oltre alle manciate di grattacieli che esplodono ogni tanto tra le autostrade. Giravo in bici sul fiume, con un pedalare talmente lento da potere sembrare fermo, guardando l'acqua scura e i canneti, gli inglesi che giocano a rugby e dieci campi da basket tutti in fila in mezzo al nulla. Andrò via anche da qui, ma qui, come a San Francisco, sarei rimasto. 

Ci sono posti nel mondo dove varrebbe la pena rimanere. O almeno, così ti sembra quando ci sei infilato in mezzo. 

Sto leggendo tre libri insieme. Ho talmente tante ore di volo davanti nelle prossime due settimane da avere la certezza di poterli finire tutti e tre, permettendomi anche lo sfizio di comprarne un quarto. 
Ho comprato una biografia di Steve Jobs, perchè ne sentivo il bisogno. Sono partito mettendola di fianco a me sul sedile. Siamo stati insieme quattordici ore. Adesso puzza di chiuso come i miei vestiti ma è intonsa. Non la leggerò mai, probabilmente. Se la volete, ve la regalo. Non voglio leggere della vita di nessuno. Voglio il meglio delle loro vite, davanti a me. 

E' il sesto o settimo  Halloween che passo a settemila chilometri da casa. 

Un giorno, quando sarò vecchio, mi piacerà starmene vestito da Gomez, della Famiglia Addams, ad aspettare la mezzanotte insieme a Morticia.
Lo so già adesso. Come so benissimo che, quando sarò vecchio, vorrò essere sdraiato in un posto caldo, in un albergo con le finestre aperte sul caldo, mentre leggo svogliatamente un libro. Di cui conosco già il finale, così da addormentarmi senza sentirmi incompleto… 

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