Serenissima, l’autostrada con la vita intorno

Scendo dalla mia macchina e già mi accorgo dell’errore filosofico che sta a monte. Essa non è mia. Non è di mia proprietà, ma ho un uso locatorio temporaneo, grazie a un patto di sangue della Ridente Multinazionale e della Prestigiosa Società di Noleggio, quella con l’ufficio in aeroporto dove gli inservienti sembra che abbiano preso un portellone di un Boeing sulla testa. Sono tra il torpore tipico del tossico post eroina e lo scazzato da impiegato statale, solo che vestono con bizzarre cravatte che riportano i colori della Prestigiosa Società di Noleggio e sono contornati da locandine e cartonati di neri e asiatici sorridenti ritratti mentre espletano le pratiche per ottenere un uso temporaneo di un veicolo. Immagina di parlare con uno scoglionato con una cravatta gialla e nera mentre alle sue spalle un efebica nera sorridente ti ammicca scendendo dal suo SUV lucido e splendente, gambe mozzafiato e sole splendente sullo sfondo (quanto Photoshop nel mondo, forse troppo). Insomma l’oggetto non è mio, e ci mancherebbe. Non comprerei mai una macchina che ha tutti i pulsanti funzionali identici. Ho bisogno di colori, immagini allusive, pulsanti di dimensioni differenti, rotelline e quant’altro. Mi trovavo molto bene con la mia Panda 750 CL, anche se lì era gioco facile, essendo presente solo una blanda leva per il caldo freddo dell’aria (leva non collegata con alcunché, ma l’effetto placebo era davvero piacevole). Non sono uno di quelli fissati che ascolta il rumore che fa una portiera, maschio anomalo, non ho particolari collegamenti erotico sessuali con le cilindrate e le capote. Funzioni necessarie per il mio autoveicolo sono l’emmepitrè e il condizionatore, poiché da febbraio a novembre sudo come un cavallo in corsa, e amo ascoltare Punk O Rama (volume 1,2,3,4) a palla. Mi rendo perfettamente conto della grande quantità di facili scopate che ho perso a causa del mio girare per Milano sfrizionando con il mio Pandino, siete voi che non potete nemmeno capire quanta umanità nascosta ci sia in un bacio romantico su una Panda, senza nessun rumore di autoradio a disturbare e con quel fruscio dovuto alla plastica rigida dei sedili, peraltro facilmente lavabili ergo estremamente igienici. Ma stiamo divagando. La giornata, a causa della misteriosa poltiglia di pulsanti identici, era già partita decisamente male. Passate due ore in autostrada cercando di mettere gli anabbaglianti ho scoperto, nell’ordine, il pulsante dei tergicristalli del vetro posteriore, che non hanno mai smesso di andare, la radio, che si è sintonizzata su Radio 1 per tutta la mattinata, le quattro frecce, o anche stop d’emergenza, che sono riuscito a disattivare cercando l’aria fresca, che sono riuscito ad accendere cercando il volume del navigatore, che non ha mai funzionato se non quando sono arrivato, momento in cui perentoriamente mi ha chiesto di fare inversione a U il prima possibile. Ma non è questo il punto. Spossato dalla guida del moderno mezzo, ho fatto sosta in un Autogrill, nel quale ho passato una ventina di minuti tentando prima di aprire il portellino della benzina (ma poi ci ha pensato un simpatico benzinaio che con un velato accento ungherese ha precisato di conoscere almeno una delle mie parenti più strette, con la quale dice di aver avuto anche il suo bel da fare), e poi cercando di chiudere la macchina con uno dei cinque pulsanti sulla chiave. La macchina suona una simpatica marcetta da allarme antibomba. La macchina apre il portellone posteriore. La macchina tira su e giù i finestrini lampeggiando. Decido di lasciare aperto il tutto, portandomi dietro la borsa. Menù mattina, quanti ricordi, Corriere, breve passata ai cessi, sigaretta e già la giornata sembra prendere una piega differente. Riesco anche a sentire gli uccellini in cielo, anche se poi identifico il travestito che da dietro un camion cerca di adescarmi con questi strani versi. Risalgo a bordo, accendo inserendo la tessera in un buco e schiacciando uno dei pulsanti, che per fortuna riporta la scritta “start”. Essa borbotta tutto il suo desiderio di inquinare per centinaia di migliaia di kilometri prima di rassegnarsi alla rottamazione. Siamo pronti, lievemente in ritardo, per ripartire. E qui cade il nocciuolo (nocciuolo, o my gosh) della questione. Nell’atto della retromarcia urto rumorosamente qualcosa. Allorché prima di tutto cerco delle vie di fuga per scappare. Poi penso a una fuga a piedi, alle conseguenze penali, alla mia vita distrutta. Mentre sogno una vita da fuggitivo, sento un caldo accento veneto che intona un Gospel di prima tradizione proprio fuori dal mio finestrino. Il rumore proviene da un simpatico vecchietto, alto quasi quanto un calendario della Canalis, con un simpatico cappello da agricoltore, delle simpatiche rughe da agricoltore, un insieme di gilet, camicia a quadri, pantalone in finta flanella, stivale con fango ornamentale che mi fanno supporre che si tratti di un ex primario o banchiere. Egli urla delirante, ma in veneto. Non riesco a capire la maggior parte delle cose, anche se dal suo indice appoggiato sul mio sterno, credo che si tratti di una cosa tra noi due. Dopo qualche minuto egli mi svela il corpo del reato, una originale Opel Corsa del settantaquattro, di un colore indefinito ma vicino all’asfalto, che sembra aderire perfettamente con la mia mostruosa macchina a noleggio. Dentro la simpatica vettura storica c’è una allegra signora, che suppongo avere qualche relazione con il rurale anziano che non stacca l’indice dal mio cappotto. Si crea un variopinto capannello di rappresentanti e camionisti, alquanto interessati alla questione. Alcuni guardano compiaciuti il danno, altri attendono la svolta televisiva, un pestaggio, una pistola, una fuga rocambolesca, qualcosa che renda le loro inutili vite improvvisamente baciate dal lusso della testimonianza. Il vecchio rustico provvede a informarmi che intende chiamare le forze dell’ordine. Provo a spiegare che mi sembra un po’ esagerato, ma ormai ha già in mano un Alcatel di almeno dieci anni fa, sul quale digita un numero prima di appoggiarselo al cappello. Pochi minuti di urla e poi lo sguardo soddisfatto di chi, dopo una vita di merda, finalmente si riprende quanto dovuto. Spiego che, trattandosi peraltro di un bene non mio, non ho nessun problema nel compilare il modulo Amico, ma egli si è richiuso in macchina, e non intende abbandonare la posizione. Nessuno ci caga più, perché non è morto ancora nessuno, e rimaniamo soli per una ventina di minuti, giusto il tempo di avvisare la Prestigiosa Società di Noleggio, il cui operatore mi da la certezza di non aver capito assolutamente nulla, e il mio Cliente, che se ne sta a centoventi miglia marine di distanza. Al loro arrivo, i due agenti della stradale, fanno di tutto per far capire che sono il braccio duro della legge. Il primo, scendendo inciampa nel cordolino dell’aiuola e il secondo parcheggia nell’unico posto dove avrebbe potuto dare fastidio, sollecitando l’immediata reazione di un camionista slovacco che, al sicuro dietro il finestrino, gli conferma di volerlo amare da dietro, ma alla slovacca. I due si avvicinano sospettosi e con passo calmo. Il vecchio li localizza e si fionda giù dalla macchina indicandomi. Io sorrido, nella speranza che per questa Quaresima sia tutto. Una voce proprio sopra la pubblicità della San Carlo mi dice “Non essere blasfemo, non hai ancora visto niente”. Il poliziotto pasticcione, senza inciampare, mi rivolge uno sguardo e un movimento di mento. Lo ripete. Lo ripete. Lo guardo perplesso. Lo ripete. Poi si sbilancia: “E’ sua?” “Si” “Cumenti ibretto tente”. Produco tutto ciò che è in mio possesso mentre il vecchietto fa lo stesso appoggiato al cofano della sua Corsa, senza smettere di urlare qualcosa in veneto. Aspetto pazientemente che l’agente comprenda il verso di apertura del portadocumenti, pieno zeppo di loghi della Società di Noleggio, prendendo i documenti della macchina, pieni zeppi del logo della Società di Noleggio. “Ma è noleggiata”. Quasi deluso procede verso la sua macchina e, seduto al posto del passeggero, finge di avere delle comunicazioni con qualcuno. Torna, mi da in mano il tutto “apostograzie”. Passa una macchina con Giuliano Palma con “che cosa c’è”. Mi avvicino alla macchina del simpatico agricoltore. Qualcosa non va, come sottolinea il paladino della giustizia stradale. L’ultima revisione è stata fatta durante la prima Repubblica, a giudicare dalle pieghe del libretto in piena era Forlani. Solo il carbonio 14 potrebbe però dare una data precisa. Egli si mette a inveire in veneto verso il poliziotto, che dedica alla cosa ancora un minuto prima di dare il suo verdetto: “Senda, anzi sendite entrambi. Qui il signore, che è quello che ha effettuato la chiamata alla centrale, è passibile di sanzione per mancata revisione dell’autoveicolo. Quindi se facciamo verbale, dobbiamo condestare anche questa contravvenzione. Ritiro libretto, conduzione domicilio, secondo articoli centevent e codice stra paragrafi ancorato dodici a destra. Consiglio agli entrambi inderessati di procedere con modulo di cosdadazione amichevole, come previsto”. Il vecchio replica, l’agente con la pazienza della legge espone meglio il caso, semplicemente snocciolando l’ammontare della contravvenzione. Il vecchio codifica il tutto con un calcolo mentale chili di zucchine/migliaia di euro. Poi è questione di attimi. Sale in macchina. Accende. Retro. Prima. Prima. Prima, almeno a diecimila giri, quasi a venti all’ora. Riparte così, lasciando il sottoscritto e le braccia della legge basiti. Impiego una decina di minuti a spiegare a Inciampo, che nel frattempo, a giudicare dall’alito, si è fatto quattro caffè, che non me ne fotte nulla. Se ne vanno, me ne vado anche io, con un piccolo gibollo sul culetto della macchina e tutto il tempo di pensare a come farlo sparire.

Il seghettio del bicilindrico ai bassi regimi

Il contesto aulico è molto spinto. Oppure, più semplicemente c’è una giornata della madonna. Esso, non la giornata, ma il contesto aulico, è ancor più spinto se si tiene conto del fatto che è sabato. E sabato, notoriamente, il contesto aulico è molto più piacevole. Fa freddo, il libro di Moccia è ancora in vendita, Studio Aperto va in onda quotidianamente, ma non tutto può essere perfetto. Avendo la mia chioma superato di gran lunga la soglia consentita per la definizione di "trasandato sciatto" ho dovuto ricorrere al mio hair stylist di fiducia. Che non è uno, sono molti, o meglio chi capita. Da quando la Signora Pistecchi mi ha introdotto nel mondo della cura della persona, e ho abbandonato il mio parrucchiere pugliese e la sua macchinetta tre millimetri fissi, ho scoperto i piaceri della carne. La magia di uno shampoo con trattamento mirato, lo splendore di audaci polpastrelli che massaggiano le tempie, omosessuali che, rigorosamente vestiti di nero aderente, scorrazzano come cardiochirurghi durante un quadruplo by pass, moderne ninfette con la frangetta e il piercing dentro il mento, l’occhiaia scavata e lo sguardo perso nel vuoto come se non pensassero a nulla (solo più tardi ho scoperto che davvero non pensano a nulla). La percezione spazio temporale di un eterosessuale maschio durante questi momenti si dilata tragicamente, e un’ora di shampoo e taglio può corrispondere a due anni di vita normale. Il prezzo da pagare per avere dei capelli splendidi, con un taglio splendido, e anche dei lineamenti splendidi (questo almeno è quello che ti dicono mentre producono una fattura degna di un dentista). Siccome amo andare a nozze con le tragedie del genere umano, io dentro queste scintillanti vetrine che danno sul traffico del centro, ci sto bene. Mi godo l’ossessiva cura per i miei capelli, amo sentirmi dire che non sono stempiato, ma ho l’attaccatura "larga", adoro gli sguardi languidi che si lanciano tra di loro i professionisti mentre agitano le forbici. Anzi, fossi più tollerante con me stesso, ci verrei più spesso. Unica precauzione, insieme a qualcosa di espressamente eterosessuale come la puzza di sudore, che almeno allontana parzialmente i rischi di approccio, è il riempire i momenti di vuoto assoluto con qualcosa da leggere. Per noi lettori complusivi è estremamente facile. Qualsiasi cosa è da leggere. Ogni cosa è illuminata. Le istruzioni di evaquazione, la normativa in vigore sul divieto di fumo, la maglietta con scritto Gay is Good. Solo che i momenti di vuoto assoluto sono davvero troppi, e il parlare della sostanza e della corposità del capello alle lunghe porta conseguenze anche gravi. Ho scoperto che in questi posti l’offesa intellettuale all’omologazione di massa è semplificata al massimo. E’ pieno di riviste che non sono li per essere lette. Puoi scegliere un taglio e chiedere al tuo omosessuale di avere i capelli come quelli. Tutto è possibile. Prendi una pagina, indichi la modella o il modello, e dopo un ora di intenso sforbicio puoi rivedere nello specchio la stessa modella o lo stesso modello ingrassato di una ventina di chili e con i foruncoli. Ovviamente, tra le riviste presenti, non può mancare il vero strumento universale del radical chic, Vanity Fair. Ogni aristo chic che si rispetti dovrebbe leggere Vanity Fair almeno due volte al mese. Io adoro Vanity Fair, il formato, il finto distacco dalle futilità della moda, le poesie di Biondi, l’articolone centrale sempre impegnato ma non troppo, la posta di Mentana. Non comprerei mai Vanitiy Fair, ma lo leggo volentieri a scrocco, perchè in fondo vorrei avere anche io i soldi per essere di sinistra come il lettore medio di Vanity Fair. Vorrei anche io poter ridere delle sfighe dell’impiegato medio, mentre sfoglio la mia copia nel soggiorno della mia piccola, ma accogliente, luminosa ma non eccessiva, arredata low profile ma con gusto, casetta sulla circonvallazione interna. Vorrei anche io ridere dei pendolari mentre sfoglio i reportage di Vanity Fair sul taxi che mi scarrozza in giro tra un appuntamento e l’altro, ma sono troppo impegnato a fare il pendolare. Quindi mi riduco a leggerlo solo in rare e preziose occasioni. Con la mia copia di Vanity Fair, pronto per il taglio, appena finito lo shampoo rigenerante, mi apprestavo a sedermi tra le braccia del corpulento omosessuale pettinato come Frengo che ambiva a trattare i miei capelli in modo principesco. E nello sfogliare distrattamente il giornale, per fingermi impegnato ed evitare la solita snervante conversazione principalmente incentrata su locali che non conosco e cose che non faccio, ho trovato qualcosa davvero degno di spessore. In una lunga, spiazzante, intervista a Moccino jr., nella quale attraverso il saggio uso di foto e di domande pilotate si sottolineava come finalmente l’eterno bambino fosse cresciuto, pronto per la vita, pronto per l’amore, ho trovato una definizione perfetta per descrivere almeno cinque anni della mia breve ma intensa vita sentimentale. Dopo i primi cinque minuti di esaltazione, nei quali il corpulento omosessuale credeva che io fossi entusiasta delle sue deliranti proposte di scalare, ovalizzare, ombreggiare, e altre metafore per indicarmi il suo desiderio di possedermi nello sgabuzzino, ho provato solo un po’ di dispiacere disilluso. Ho scoperto cosa avrei dovuto dire, con una manciata di anni di ritardo. Sulla strada del ritorno,  mentre lo scoppiettio del bicilindrico rendeva lo spostamento del motociclo a saltelli regolari, come una cavalletta con la dermatite, sono rimasto in silenzio (perchè le grandi allusioni sulle madri degli ingegneri tedeschi non fanno testo). Perchè certe cose fanno pensare. Fortuna che non ho mai avuto quelle parole in bocca al momento giusto. Sarebbe stato come un fucile tra le mani di un bambino, gli effetti sono da prima pagina al tg.

"ho detto troppe volte ti amo, senza pensarlo veramente. La verità è che volevo dire amami".

It’s raining men, Alleluja!

Arrivo con un lieve ritardo, assolutamente ingiustificato e fuori luogo. Ma si sa, il lunedì mattina è già una vittoria riuscire ad arrivare. Per via della costante pioggia ho le scarpe sporche, i capelli bagnati e puzzo di fumo più del solito. Provvedo sulla strada per la Grande Sala, recuperando un fazzoletto con il quale pulisco scarpe e asciugo capelli, non in quest’ordine. Per la questione fumo gioco in casa, fiondandomi nell’ufficio dei Serpeverde, un paio di dirigenti commerciali prossimi alla pensione che nel difficile tragitto tra la maturità e la vecchiaia vengono mobbizzati sia a casa sia al lavoro. Non potendo fumare in ufficio, sono diventati azionisti della Vivident, acquistano i preziosi barattolini da 75 confetti in società e ne consumano molti di più di quanto sarebbe umanamente pensabile. Mi infilo due confetti in bocca e ne tengo uno di riserva. Controllo la cravatta, preparo un sorriso accettabile, spengo il telefono e mi infilo nell’anticamera della Grande Sala. Sento già il fastidioso vociare, l’orrendo accento quasi comico, l’odore dei profumi presi in aereoporto. Entro, c’è di peggio nella vita, o almeno credo. Wong, Wang e Wing, come i tre piccoli porcellin, sono alti uguali, in tre non arrivano ai due metri e mezzo, sono vestiti uguali e dimostrano l’esistenza di associazioni cromatiche impensabili anche per un daltonico. Hanno già bevuto il caffè, si sono spazzolati tre quarti dei pasticcini del buffet, due bottiglie di naturale e una spaventosa quantità di mentine. Collezziono biglietti da visita, tornano sempre utili per togliere il ghiaccio dal vetro, per fare filtrini, per le gambe traballanti del tavolo o per un riciclo. Dal lucido uno al lucido sedici non fanno una piega, annuendo ogni volta che li guardo, come se stessi dicendo loro una grande verità.

"E come potete constatare dal nostro fatturato lordo prima delle tasse, il Signore verrà sulla terra verso metà del 2009, a dispetto dell’Apocalisse di San Giovanni, ma in pieno accordo con i trend di mercato".

Mi domando sempre, mentre il nastro registrato con la mia voce spara numeri e date, quali effetti possa avere sul cervello umano una sovraesposizione alle presentazioni aziendali. Cancro? Epilessia? Oppure, come confermano le facce, un semplice torpore, una drastica riduzione delle funzioni vitali.

"Dai dati confermati su un benchmarking fatto dal nostro R&D, lo Spirito Santo accompagnerà il Signore in questa visita, rievocando la Pentecoste".

La verità che annuncio è talmente grande che sono portati a prendere appunti. Sul lucido diciassette hanno un sobbalzo. E’ sempre difficile digerire il diciassette e quelli che seguono. Per questo occorre un abile negoziatore, un profondo conoscitore del gioco, un uomo di esperienza comprovata, un navigato eroe aziendale, oppure uno stronzo con un sacco di pazienza. Seguo il copione, interrompendomi e chiedendo se hanno domande. Wing, o forse Wong, insomma quello con la cravatta dal titolo "Perdizione Cromatica della Verginità Intellettuale", contesta i dati. Eh già, lo fanno tutti. Eh certo, come darti torto. E’ nel copione. Tutti sono restii a prenderlo in culo, almeno la prima volta. Poi ci si fa l’abitudine. Devo solo allentare la presa. Offro un caffè, più profondamente offro una pausa per permettere ai tre porcellini di confabulare in cinese uno straccio di risposta. Io vado fuori, fumo due sigarette. Piove, merda. Al mio ritorno sono pronti, lo si vede sulle loro facce. Wang, o forse Wing, quello con la camicia a "tabellone della Ruota della Fortuna", mi dice di essere francamente sorpreso. Dice proprio "francamente", frankly. Che tenerezza. Gli do ragione, e come darti torto caro Weng. La vita è fatta a scale, l’importante è scendere in fretta quando c’è da evacuare. Wung si stupisce, forse è la prima volta che qualcuno gli da ragione. Anzi, come sottolineo nel lucido diciotto, e a seguire nei dieci che lo separano fino al ventotto, è quantomai probabile che i vangeli apocrifi siano una bufala. Ma si sa, sono tutte supposizioni. Chi siamo noi davanti a tanta verità? Wang, l’ultimo porcellino a prendere la parola, ha la faccia di uno che si è fatto dieci ore di volo per prendere un inculata a Milano, sotto la pioggia. Per questo si trastulla nervosamente con la sua giacca "Non Sono Scozzese ma vorrei sembrarlo". Amici del buongusto nel vestire, è giusto che sappiate che, in questa squallida recita, non siamo che comparse. Invece loro la prendono sul personale, rispondono con una presentazione a tinte forti, grafica anni ottanta, uso base di Power Point, che mi da giusto il tempo di rspondere a un paio di mail. Mentre sto per partecipare a un’asta su eBay per un Fossil davvero figo, Wang finisce di parlare e attende speranzoso una risposta. Parto dalle origini, per prendere tempo e avvicinarmi al pranzo, offerto dalla Ridente Multinazionale, in un prezioso ristorante italiano a menu fisso, tre portate, Morellino di Scansano, naturale e caffè settanta a testa. Insomma, Mosè, i Dieci Comandamenti, la storia conosciuta, noi, voi, il Capitalismo moderno, l’amore. E poi chiudo, un minuto a mezzogiorno, dicendo che francamente, proprio frankly, sono anche io perplesso, ma le strategie sono infinite come le vie del Signore, e spesso a noi oscure. Prima che Weng scoppi a piangere mi permetto di invitarli per un prezioso pranzo, non prima di una visita guidata alla nostra facility. Poi, fatevi forza, questa sera sarete già a diecimila piedi, rotta del Sol Levante, per ritornare a casa. Wong non ci sta. Vuole fare l’eroe, vuole sacrificarsi per la causa, chiede un udienza con il Sommo Pontefice. Che però non riceve i primi stronzi che passano. Straordinariamente, sua Maestà si presta per un pranzo in comune. E quindi io ho finito. Posso dire conclusa una difficile negoziazione strategica per un fit in componentistico che aderisca ai nostri forecast. Sti cazzi. Posso tornare a Pinball. Piove, porca merda.

Il Mio Amico Sconfy

Fino a dodici, tredici anni, risolvevo il tutto con i Lego. I preziosi omini venivano costituiti parte civile nel processo, e attraverso un lungo pomeriggio in cui si consumavano terribili carneficine e faide sanguinose, si risolveva il tutto. Poi fu il tempo delle mele. O meglio delle pere. Causa somma di tutti i mali era la fidanzata di turno, sulla quale venivano lanciate colpe e gettate ombre. Ci fu anche un felice periodo in cui venivo scaricato con grande sportività; quale miglior scusa per abbandonarsi nel più totale Sconforto. Poi arrivò l’età matura, con il suo bagaglio di responsabilità. Insomma, quel periodo in cui ti devi fare la lavatrice da solo, e lo Sconforto davanti alla tua stupenda maglietta bianca, trasformata da un saggio lavaggio in una splendida t-shirt rosa xxsmall. Quel periodo in cui combatti amare battaglie con il conto in banca, prima lotte intestine con il portafoglio alla ricerca di un cinquecentolire o anche di un gettone, e poi l’amara scoperta degli eurocents e lo Sconforto nello scoprire che oltre che le patologie mortali hai ereditato anche il tuo ceto, medio più di una birra, precario più di un ponteggio, definitivo più di una rivoluzione. Insomma, in trent’anni ti sei fatto una certa esperienza con questo amico, lo Sconforto, che ti sa sorprendere come un’amante e ha lo stesso tempismo di un’attacco di diarrea durante un colloquio di lavoro. Sconfy è più intelligente della semplice depressione, più agile di un banale scazzo, più ragionevole di un abbattimento. Tu, dal basso della tua vita, prendi delle semplici contromisure. Quando sai che sta per arrivare, cerchi soluzioni creative. Funziona molto bene, alle prime avvisaglie, trasferirsi immediatamente nel reparto piccoli casalinghi di un qualsiasi centro commerciale, iniziando a tempestare di estenuanti domande sul frullatore a due marce la commessa. Insomma, punzecchiare chi, schiacciato negli ingranaggi del mondo, se la passa definitivamente peggio di te. Anche Sconfy rimane allibito dinnanzi alla pallida esistenza passata a descrivere le funzionalità di un trita carote con fare convincente e una busta paga pari a un pieno di benzina di un furgone. Ricordo ancora con piacere quando, compreso dagli inequivocabili segnali che ne anticipano l’arrivo, ho anticipato Sconfy con una mirabolante intervista a uno stupito cittadino tedesco che di lavoro puliva la banchina dei taxi in una Berlino completamente immersa dalla pioggia. Ma quando decide di passare a trovarti è una semplice questione di tempo. E tu, dall’alto di un cielo cobalto, finiti gli espedienti, accetti la sua visita con lo stesso ardore di una devitalizzazione dal dentista, ben sapendo che qui l’anestesia non è compresa nel prezzo.

"Pronto?"

"Ma sono tre giorni che ti cerco!"

"Ah, ciao Sconfy. Scusa ma adesso non posso proprio"

"Ah, non c’è problema. Aspetto"

"E ma così mi tieni la linea occupata. Aspetto una telefonata importante"

"Quale? Forse il consulente della banca per dirti che non sei più in rosso?"

"ah, magari…"

"Eh, altro che rosso… qui si fanno le sfumature del porpora… ah ah ah ahhh"

"Perchè parli con l’accento di Stanlio?"

"Ti da fastidio?"

"Beh, mi ha sempre fatto cagare".

"Appunto. Preferisci questo acento di uno che vuole cambiare il paese, cribbio!"

"Per carità".

"beviamo un caffè?"

"non posso berli".

"Ah già, ah ah ah ah ah"

"…"

"Ah proposito, ho visto i target del 2008… roba da pazzi"

"Come hai fatto a vederli?"

"Mi sono fatto un account aziendale: sconfy@ridentemultinazionale.com. Tu non mi tieni mai al corrente".

"Ma ce la farò"

"Beh, automotivarsi è per venditori di enciclopedie. Tu con la tua intelligenza sai che non ce la farai mai".

"In effetti…"

"Ma non voglio buttarti giù. Parliamo d’altro, hai visto che tempaccio?"

"…"

"Ah, a proposito ti piove ancora in macchina?"

"…"

"Eh, dai non ti buttare giù, tanto adesso ricominci a viaggiare. Bello vedere il mondo, no?"

"…"

"Adesso per andare in ufficio in California devi solo fare Milano-Francoforte-LA-San Jose, ventidue ore".

"…"

"Beh, almeno fai pranzo e cena sull’aereo, così riduci la nota spese, ah ah ah ah"

"…"

"sigaretta?"

"Ne ho già fumate quindici e sono le undici di mattina".

"Si, in effetti sono troppe. Facciamo per un caffè?"

"Ancora?"

"Ah già, ah ah ah, scusa, ah hhhhh ah aha ha".

"…"

"Beh, non ti buttare giù. Ammesso che tu riesca ancora a salire su una tavola da surf, questo week end potresti andare".

"Perchè non dovrei riuscire a salirci?"

"Boh, grasso come sei ti ci vorrebbe un fuoribordo, ah ah ah ah".

"…"

"Dai, guardiamo le previsioni".

"…"

"oh, danno piatta. Niente onde, che peccato. Beh, puoi sempre uscire in moto. Ah, no, danno pioggia".

"…"

"Senti adesso devo proprio andare. Ci vediamo questa sera, passo a trovarti".

"E ma questa sera sono impegnato".

"A fare cosa? Magari a scrivere, ma non mi dire. Ho letto l’ultimo racconto. E’ bello come il cielo di oggi".

"in effetti non mi sembrava niente di che".

"Sai cosa ti dico? Facciamo una cosa insieme. Che ne dici?"

"Tipo?"

"Tipo bere due litri di rhum fuori da un postaccio mentre fumiamo sigarette e pensiamo ai problemi irrisolvibili".

"Magari anche no".

"No no no no! Caro mio, quando ti vedo così non accetto discussioni. Eh no, in quanto tuo amico, mi spetta il dovere di aiutarti. Questa sera, una bella bevuta deprimente in solitaria. Ti passo a prendere quando esci dall’ufficio".

"… ho alternative?"

"No. E ti dirò di più, porto anche Scazzo e Paranoia, che è un casino che non ti vedono e volevano salutarti".

Avrei dovuto, essendo andato, Catalano Guido

Avrei dovuto scrivere dall’Arabia, è lì che la Radiosa Multinazionale mi fa svernare. Invece scrivo dalla Residenza, illuminata da un sole promettente. Che quando ti spiazza con queste giornate di sole, Gennaio, non sai bene come reagire. Comunque metti sempre la giacca pesante, perchè fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Essendo andato in corto circuito il notevole motore neuronico dell’amico e prestigioso scrittore Adriano Barone, potremmo dire che quivi dovrebbe aver origine una marchetta. Letteraria, si intende. Che per l’amore della parola tutto è concesso. Invece sono immerso in un network di infermiere, dottoroni, medicine, diagnosi prognosi e previsioni, con in sottofondo il televisore in fondo al corridoio e l’urtante normalità dei pacchi di Rai1. Circondato da ciondolanti pigiami, rassicuranti ciabatte e pasti iposodici e ipocalorici,  riesci a relativizzare tutto, come se di colpo gli spaghetti bolliti senza il sale ti facessero venire in mente quanta vita ci sia la fuori, proprio oltre la cortina di flebo, in fondo a quella magica scala che esce sul mondo.

Ma, bando alle ciance, quivi volevo pennellare qualche sagace riflessione sul Catalano Guido, poeta moderno e rasato. In queste grandi, calde, noiose, sale d’attesa, ho mangiato in un paio di giorni la sua produzione "I cani hanno sempre ragione" e "Sono un poeta, cara". Ora, le persone scontate avranno già trovato questo post noioso, quindi abbandoneranno il Bradipo per leggere cose più interessanti. Quindi, liberati dalla merda, possiamo approfondire dicendo che il Catalano Guido, poeta moderno e rasato, è per un pubblico dal palato raffinato. Ha dalla sua un’arma tra le più potenti: la poesia. Io, davanti ai poeti, provo quel senso di mistico che deve aver provato Bernadette davanti alla Madonna, o Rocco Siffredi davanti a Selen (daccordo, la similitudine non è sempre il mio forte). Insomma, onore e gloria al poeta. E fin qui, di marketta si tratta. Adempiuti i doveri sociali con il moderno pederasta e scrittore Adriano Barone, e con l’editorialista, introdottissimo, sagace Melpunk, aggiungo che sento un forte senso di comunanza con il moderno e rasato poeta Catalano Guido, perchè entrambi si scrive della poesia per un semplice motivo: divenire ricchi e famosi. Perchè scrivendo poesia, leggendo, informandosi, pensando, lasciando che tutto quello che è poesia passi nelle vene, si diventa ricchi e anche, orbene, famosi. Lo dimostra RadioCorrida, dove il sottoscritto scrive con disordine e senza tempi, e che raccoglie una decina di lettori l’anno. Ecco, Catalano Guido, rasato poeta famoso e ricco, io voglio diventare più ricco di te, ed è per questo, secondo me, che scrivo anche poesie migliori. Ma questo solo i poster(i) potranno dirlo.

Ecco, tutti i linki funzionano, quindi, scaricate in abbondanza il materiale del Catalano Guido, ma inviategli dei soldi per investire sul suo sito internette. Anche gli altri linki funzionano, miracolo della tecnologia, che tutto governa. E anche la poesia funziona, sembrerebbe. L’unica cosa che non funziona è l’orrenda poesia ironica scritta dallo scaltro Adriano Barone, fedifrago scrittore, che per attirare su di se l’attenzione di Catalano Guido, poeta rasato, ha scritto una porcata. Un po’ come se io mi mettessi a fare disegno CAD. Insomma, a ognuno il suo mestiere, Barone Adriano, a oggi la cosa più lontana dalla poesia.

La nostra discussione, caro Barone Adriano, è finita. Se vuoi sapere cosa penso, lo trovi in rosso in questo post. Metti insieme le parole, e preparati ad affrontarmi con argomenti allo stesso livello.

 

Nel week end in cui affondarono il Cinastic

Ecco, una semplice segnalazione: c’è questo Tropper che ha scritto "Dopo Di Lei" (librone, tante pagine e copertina rigida, ma si perdona), che vale davvero la pena di leggere. Trama ottima,  è stupefacente la fluidità con cui è scritto. Anche la Signora Pistecchi approva, leggendo rapita da almeno una settimana. Cosa c’è di meglio di uno scrittore che si fa divorare, e nel farsi divorare diventa anche ricco e famoso? (diritti già venduti, prossimo filmozzo). Che poi è una discussione in attivo con quello stronzo di Adriano Barone, grande scrittore, su quanto sia positivo scrivere di cose reali. Questa è la storia di un signor sfigato, che peggio di così si schiatta, solo un po’ romanzata. Altro che fantascienza e stronzate storiche. Altra storia per il sig. Glibert, che se ne esce con un mappozzo, "I Normali", talmente unto dalla critica che sembrava stupido non comprarlo. Invece si capisce che io, nella mia ignoranza, sono molto distante dalle stanze della critica più acuta. E’, come già detto, un mappozzo, indigesto, comunque poco profondo.  Entrambi, il Gilbert e il Tropper, sono scrittori per il cinema, se dovesse interessare. Nota a calce, con in testa "L’affondamento del Cinastic" mi dirigo alla Libreria, quella in centro, che più in centro c’è solo il Duomo. E prima di trovare lo scaffale "Poesia" ci metto un bel po’, arraffando tra "Erotica", "Cucina", "Esoterica" e altre stronzate da supermercato. E nello scaffale cerco, cerco ancora, cerco bene, riguardo, chiedo a un commesso che si è dimenticato di lavarsi di dosso gli occhi annoiati, faccio da solo, poi mi faccio aiutare. Niente, di Vincenzo Chinaski non c’è traccia. Allora faccio ritorno alla moto, in mezzo a tutta questa gente, pensando che la poesia è davvero messa in un angolo. Per di più dai libri di cucina e dai manuali sugli incensini.  Fortunatamente anche gli stronzi tornano utili, così l’amico, grande letterato, perfetto scrittore, vizioso depravato, Adriano Barone, che di poesia non ne vuole nemmeno parlare, mi gira questo Guido (si chiama Guido)  Catalano. Che non solo è davvero un gran poeta, ma ci ha messo anche i suoi libri in pidieffe sul suo sito. E il mio umore ridecolla, pronto a sprofondare in birra e rhum. Googlate e scaricate, che si inquina anche di meno che andare fino alla libreria del Centro, così in centro che sembra il Duomo. Ah, dulcis in fundo, se le informazioni fossero scarse, dico quelle dei libri, trovate nei linki un linko funzionante che vi sbatte direttamente nella mia libreria (virtuale) di Anobii.

 E ricordatevi che la poesia è ovunque. Tranne che in libreria.

Stati cinestetici del consumatore

Qualche tempo fa abbiamo vinto i mondiali di calcio. Dovresti ricordarti, no? Più o meno dovresti ricordarti anche che cosa hai fatto dopo, giusto dalla fine della partita in poi. A parte il bacio in bocca alla nonna del tuo amico e la stretta di mano con la sorella, tua ex fidanzata giusto qualche giorno prima eletta a Grande Rappresentante delle Puttane. No, dopo questo piccolo saggio di psicologia, diciamo dal momento in cui sei sceso nelle strade, insieme a molte altre persone. Ricordi? Non vorrei rovinarti la festa, ma nel tuo subconscio, diciamo da qualche parte dietro la corteccia celebrale, in una zona in cui non è ancora arrivato il Daiquiri Frozen, il tuo cervello ha infilato questo stupendo ricordo, catalogandolo, a seconda del tuo livello di istruzione e delle tue capacità mentali, come "gran figata" "lodevole festeggiamento" "gioia di esistere".  A spanne, se appartieni alla mia generazione, è la prima volta che vedi l’Italia vincere i Mondiali e questo, unitamente all’entusiasmo e allo scadente fragolino ti ha portato a fare tutta quella serie di cose tra cui mostrare la pancia, tentare di assaltare un tram, bloccare il traffico, sbloccare il traffico imitando Alberto Sordi che fa il vigile, nuotare in una fontana, arrampicarti su alberi e pali, urlare frasi insignificanti a un centimetro e mezzo da uno sconosciuto che risponde con altri misteriosi concetti tipo "aaaampioooni po po po poopopo PO, orcaaaa troiaaa". Tutto questo è finito nel tuo cervello nell’armadio dei ricordi piacevoli, insieme al primo bacio, al primo struscio, al primo giorno di lavoro, all’ultimo giorno di lavoro,  tanto per dire. E’ un armadio che non sarà mai troppo pieno, anzi ce ne vorrebbero di serate come quella. Ma desidero qui farti riflettere su cosa abbia reso speciale quella serata. L’attesa, sicuramente. Quella lunga, spasmodica, logorante epopea piena zeppa di piccoli gesti scaramantici come quello di non far passare sulle striscie quel simpatico biondo troppo ariano per essere italico. La partita, nel suo piccolo, con gli alti e i bassi, quella straordinaria soddisfazione dei rigori, le fitte al petto, la birra Moretti, che non si sa mai. Si, tutte cose di un certo spessore, sicuramente. Ma è nel preciso istante in cui ti sei sollevato la maglietta e hai spaccato una bottiglia di Moretti sul ciglio della strada, è proprio in quel momento e nei gesti che in rapida successione sono seguiti, che il tuo cervello ha deciso di infilare nell’armado dei bei ricordi quella serata. Perchè? Semplicemente per una fortunata combinazione di elementi: l’assoluta sparizione del nemico, ad esempio. Per le strade non c’erano più albanesi, zingari che scippano, stronzi che guidano usando solo le marce pari, ritardati in scooter, fastidiosi praticanti del furto del parcheggio, molestatori di fidanzate, capi che mobbizzano. No, c’erano solo amici, ovunque ti girassi. E poi, con tutti questi amici hai praticato un esperienza davvero unica: hai ignorato completamente l’impianto normativo. Quel fastidioso insieme di regole, il semaforo rosso, i parcheggi fuori dalle fontane, il divieto di scrivere "po po pop poppopo" sui muri del Duomo, il divieto di fare il dito a tutte le autorità, inclusi alcuni pompieri che però ti hanno risposto con il getto di un idrante. Non hai pagato il panino doppia salsiccia e mortadella, i cestini sono diventati comode scale, i sensi di marcia si sono fusi, si poteva salire su un tram in corsa e provare a portarsi a casa il sedile e si poteva anche urlare in piena notte. Con ogni probabilità è questo che ti ha fatto catalogare l’evento come unico, speriamo non irripetibile, ma davvero stupendo. Hai provato, inconsciamente, a continuare in questa pratica, rimediando due multe per aver parcheggiato dentro l’Orto Botanico e una minaccia velata in stretto calabrese, che ti intimava di pagare non solo l’insalata light ma anche il panino della sera prima. E allora sei tornato alla routine. Voglio invitarti a riprovare le stesse sensazioni, purficando l’esperienza togliendo un elemento di disturbo: il resto del mondo. Io, ad esempio, ho deciso che ogni terzo mercoledì del mese vivrò senza rispondere a nessun impianto normativo, semplicemente festeggiando. Festeggiando in generale, perchè purtroppo i Mondiali sono ogni quattro anni e noi li vinciamo ogni venti. E’ semplice, e ripropone l’incredibile emozione della prima volta. Basta procedere per piccoli passi, ma con coerenza. Ho sfondato il casello della Tangenziale, ritmando con il clacson una marcetta festosa e ho parcheggiato sul passo carraio dell’ingresso dell’ospedale, ma con le quattro frecce, perchè va bene festeggiare ma mai da incivili. Ho ordinato un caffè urlando la barista e sorridendo e sono uscito senza pagare. Mi sono fumato una sigaretta seduto sul cartello di divieto di sosta proprio davanti all’ufficio, sventolando la camicia. Ed è solo l’inizio. Ti assicuro, l’emozione è proprio la stessa. Entro sera voglio assaltare un tram e voglio fare Corso XXII Marzo a petto nudo sventolando i pantaloni issati su un corrimano precedentemente divelto da una pensilina. Ho fatto il dito al capo e ho scritto vicino ai muri della Direzione del Personale " Po Po popopo pop opoooo". E la giornata è ancora lunga… Ah già, oggi non è mercoledì. Si ma questo lo dici tu.

Uè Cazzofiga dove sei stato, a Kurma?

Andiamo con ordine. Oggi sono molto moderno, molto impegnato, molto proiettato. Merito di una sospetta influenza, sospetta perchè colse parallelamente il Teo, l’Ambasciatore, Pettone, Renation e altri amici, tutti reduci dalla medesima serata in cui con ogni probabilità ci hanno servito rhum e batteri. Dopo molti fazzoletti, nemmeno una doccia e numerosi foruncoli derivati dal saggio uso del paracetamolo (che ultimamente da queste parti si acquista a bancali e si scioglie direttamente negli alimenti), mi sono trovato nella condizione straordinaria di un simpatico, grassoccio, pallido e unto sopravvissuto. Per migliorare la mia condizione ho investito una cifra importante in una centro abbronzatura. In seguito ho scoperto di non possedere più alcuna camicia, nemmeno quelle a grandi righe verticali azzurre da rappresentante di legna da ardere che mi sono comprato in uggiose giornate in cui per smaltire i postumi di un forte uso di rhum usavo camminare nei centri commerciali di provincia. Si aggiunga che, per via delle temperature tropicali e delle politiche di risparmio energetico della Ridente Multinazionale, il lunedì mattina la temperatura oscilla tra lo zero assoluto e i meno quattro, costringendo il fantozziano esercito ad indossare tutto quello che può rivelarsi coprente, faldoni d’archivio compresi. E proprio l’unione di questi tre piccoli elementi che mi ha portato ad essere l’Uomo Trendy che l’azienda da tempo cercava. La lampada ha cambiato il colore della mia pelle da bianco-giallo a arancione fluorescente, con potente sottolineatura delle rughe d’espressione. La consistenza della mia pelle è quella della Carta Forno Domopak, pertanto sono paralizzato in un mezzo sorriso compiacente che in verità è frutto di una emiparesi dei muscoli facciali corrosi.  La camicia bianca d’alta ordinanza, ovvero quel pezzo di pregiata manifattura che utilizzo per battesimi, matrimoni e altre rotture di coglioni, aderisce perfettamente alla mia figura, lasciando uscire solo la lampadina arancione con sopra i capelli. Poi c’è la pashmina del pendolare, ovvero quel pezzo di stoffa che usi nel pezzo casa-macchina-ufficio, sperando sempre che nessuno ti osservi con troppa attenzione. Un feticcio gay estivo degno gadget di un fan club di Platinette, che ho dovuto tenere al collo per evitare che le temperature antartiche mi uccidessero. Si aggiunga che il capello, dopo aver riscoperto lo shampoo, è settato su Giovanni Allevi, o più precisamente sul figlio di Allevi e del cantante dei Tokio Hotel. E se di solito nessuno usa salutare, durante le veloci manovre del lunedì tra Gazzetta e macchinetta del caffè, stamane il mio look da incidente ferroviario, è stato scambiato per un più professionale travestimento da Yes Man. E tu non sai quante porte ti si possono aprire grazie a una lampada e a una pashmina gialla. E tu non sai quali orizzonti si celino dietro al presente finchè, grazie al tuo nuovo look non puoi essere ammesso nella ristretta cerchia di rampanti che discutono del passato week end.

"Bah, io Pila, ma non ci torno più. A parte che non c’è neve, ma poi il Subaro mi spenna vivo".

"Perchè non vieni da me a Sciampo? Andiamo su insieme, così risparmiamo"

"Ma tu non hai la Mini? Dove mi metti, in quella scatolina, barbone?"

"Ma no, se andiamo insieme prendo il Volvo".

"Cazzo ragazzi, ero su una nera ieri che toglieva il fiato. Roba da Gigante. Uè guarda come siamo abbronzati…. Dove sei stato?"

"Azz, e poi appena prendiamo un filo di colore ci mettiamo anche la sciarpetta in tinta. Ragazzi, qui è alta moda. Troppo figo mettersi la camicia bianca appena prendi un po’ di colore, vero?"

"Eh, qui il nostro ragazzo sta facendo carriera…"

Ora non ho tempo di andare avanti, perchè sono stato invitato al caffè delle 14.30, quello dove si pianificano le partite di calcetto della settimana e il "ristorantino di pesce" che è "di rigore" dopo il calcetto, e che deve essere forzatamente allocato tra Brera e Corso Garibaldi, dove poter parcheggiare la smart (della moglie) di traverso sull’angolo di un incrocio, proprio dentro il semaforo.

Il Modello Milton – la vera storia –

Sir Abram Milton faceva del suo meglio per sopravvivere con la dura arte dell’insegnamento delle scienze astrofisiche all’asilo municipale di Mandello, il cui preside reputava molto importante avere un insegnante come Milton, dal profilo internazionale. Siccome anche Maria de Filippi ritiene che sia molto importante avere un Milton tra le proprie fila, ne desumiamo che la cosa sia ormai da diversi secoli assodata come fondamentale. Sir Abram era allora sposato con Caterina Gualfreschi, primogenita di Arturo Gualfreschi, primo preside dell’asilo municipale di Mandello nonchè amministratore della famosa Gualfreschi Uova Di Trota, impresa che occupava gran parte degli abitanti di Mandello e anche molti immigrati delle valli vicine. Essendo Caterina figlia di grande levatura morale, aveva deciso di intraprendere la carriera aziendale guadagnandosi i meriti sul campo, con una gavetta dura. Iniziò quindi con l’incursore anale per trote, con il quale prelevava gli intestini e (ai tempi si credeva) l’anima del pesce. Nel corso degli anni, la sua abilità con lo strumento e la scoperta che le trote, perlomeno quelle d’acqua dolce, non avessero l’anima, la fecero diventare Primo Attendente allo Svisceramento. Appassionata di lavoro, la Gualfreschi era sempre presente e operaia modello, ma tornava sempre al vecchio casolare divenuto residenza Milton con un terribile odore di pesce sulla pelle. Sir Abram, senza perdersi d’animo, consumò numerose candele durante interminabili notti insonni in cui studiava un metodo per interrompere l’ondata di pestilenziale odore che tra l’altro continuava a attirare gatti e uccelli di mare, tra cui una comunità di gabbiani di Genova. Milton provò diverse tecniche unendo l’alloro, quello di allora non quello di oggi, con il limone e il sambuco. Poi tentò con il sedano, fiori di garofano e spuma di frutti di bosco. Poi fu il turno del più prezioso ed esotico lime, importato da Ubaldo Narcazzi, commerciante di pelli e legnami che lo ricevette in cambio di una partita mai pagata da un cliente caraibico, che fu unito dal Milton alla menta e allo zucchero. La mistura, spalmata sulla pelle della Gualfreschi, copriva l’odore di pesce ma attirava una grande quantità di orsi e insetti voraci, tra cui gli scorpioni tipici di Mandello e di Seveso, poi estinti grazie alla diossina. Per rendere la mistura non gradita ai tanto amati animali, Sir Abram aggiunse del rhum, sempre proveniente da un pagamento al Narcazzi, che vedeva ormai di cattivo occhio il mercato caraibico, da sempre grande acquisitore di pelli e legnami per stufe. L’unguento creatosi era finalmente molto efficace, e la vita dei coniugi Milton-Gualfreschi riprese a pieno ritmo, con grande giovamento di tutta la comunità. Durante una lunga notte di passione, in cui le stesse candele di casa Milton si spensero per il pudore (solo pochi anni più tardi si scoprì che le candele non hanno l’anima, ma a quei tempi anche le candele credevano di averla e frequentavano il catechismo con ostinato rigore), fu Abram a scoprire le magie dell’amore alternativo. Leccando la pelle della consorte si accorse di colpo dell’ottimo sapore. Imputando l’aroma al potente cocktail tra uova di pesce, lime, menta, zucchero e rhum, Abram decise, in società con il Narcazzi che di grandi affari si intendeva parecchio, di brevettare la scoperta, per iniziare la produzione di un liquore chiamato Trojito, e per via delle uova di trota, ingrediente principe, e per via del comportamento conseguente all’assunzione da parte delle giovani donne prestatesi come cavie. I soldi, negli anni in cui si credeva che bere cocktail aspirasse via l’anima, finirono presto e i due, oberati dai debiti, furono costretti a trasferirsi nei più anonimi paesi caraibici, forti delle conoscenze del Narcazzi nell’ambiente. Solo qualche anno più tardi, grazie all’intuizione di Sir Abram, che unendo le pelli e il legno dei bancali, creò i pellets, i due riuscirono a ristabilire un certo tepore economico. Aprirono quinid un bar presso la baia di Cajafuente, "al Ristoro da Narcazzi e Milton". Fu naturale riproporre il prodigioso Trojito, senza però le uova di trota. Fu poi sir Hemingway, lì di passaggio, a scoprire le potenzialità del prodigioso cocktail, che tutti oggi conoscono con il nome di Mojito, e la cui preparazione non prevede l’uso delle uova di trota, sostituite per similitudine di fragranza, dal dito indice del barista che prepara il cocktail, il quale per misteriose ragioni legate a pratiche vodoo, infila l’articolazione dentro il bicchiere ogni volta.

Fu poi ovvio per sir Abram, fare ritorno dalla moglie in quel di Mandello, cambiata dall’invenzione dell’automobile e dalla scoperta che i muri delle case non hanno l’anima, ma fu altrettanto scontato per lui non poter riprendere la proficua attività di insegnate d’asilo. Sprofondando nel baratro dell’alcoolismo, Sir Abram si diede alla Programmazione Neuro Linguistica, inventando quello che noi tutti conosciamo come il Modello Milton. In suo onore, forse per comprendere più a fondo questa incredibile arma di marketing, questa sera prevedo di rovesciare dentro le mie intestine membra numerosi ettolitri di Trojito, nella versione originale con uova di pesce. Unitevi a me, fratelli, e insieme raggiungeremo la conoscenza profonda del Marketing d’avanguardia. Vi aspetto (bevendo).

Zero Otto

Scusate,

volevo scrivere un lungo e spensierato addio al 2007. Almeno era una delle mie intenzioni, poi un prosecco scadente e caldo bevuto in una sala riunioni affollata e un paio d’ore di macchina mi hanno allontanato dalla preziosa connessione internette. Ho sfruttato l’amabile ospitalità di Valentina per togliermi lo sfizio di poter rispondere con un secco "un paio di giorni su a sciare" alla domanda di rito su dove io abbia speso le ultime ore dell’anno. Per calarmi ancora di più nel ruolo, insieme a una sportivissima Signora Pistecchi, mi sono abbandonato tra le braccia di un professionale istruttore di snowboard. Non solo, ma grazie alla saggia compagnia ho approfondito le mie conoscenze di Monopoli e ho dato un secco giro di vite al catalogo di sottomarche di birre reperibili nei paesi industrializzati. Con Renation abbiamo anche speso le vecchie centomila in fuochi d’artificio, solo che ai tempi del vecchio conio ci facevi saltare in aria Napoli e alle falde del terzo millennio nemmeno la vicina di casa si è accorta dei botti. Ho buttato in un fuoco tre motivi per cui ringraziare e tre cose che mi avevano fatto incazzare, infilandoci in mezzo una speranza, ma ho finalmente avuto la dignità di non sbilanciarmi in buoni propositi. Nessun programma fantozziano di diete o sconvolgimenti professionali. Ho ricevuto, come si conviene alle persone di un certo rilievo, un centinaio di messaggi inutili; dalle catene di Rubrica (quelle per intenderci in cui scrivi "auguri a te e famiglia" a tutti i numeri della rubrica, incluso l’Autoricarica e due ex compagni delle medie), passando per gli artisti delle faccine, che con parentesi, lire, euri, puntini, trattini e virgolette disegnano paesaggi e scene d’epoca, fino ad arrivare a tre messaggi di altrettante ex fidanzate, a cui non rispondi mai bruciando nel fuoco dell’indecisione: avrà sbagliato o lo ha mandato come gancio? Ovviamente a nessuno di questi cari amici ho risposto, e per questo passerò ancora per lo scorbutico rompicoglioni. Ho potuto fingere di sprofondare in una lettura impegnata e mirata al mio miglioramento professionale ("Guerrilla Marketing", che consiglio caldamente sia per l’ottimo contenuto sia per darsi un tono), ho potuto usare i miei scarponi sottocosto, verificando sulla mia pelle (congelata) che i cinesi di ghiaccio non ci capiscono un cazzo. Ho fatto cose e visto gente, come si dice, godendo di quello spettacolo di sociologia che sono le piste da sci. Ho pagato i miei debiti con il duemila7, pensando e ripensando affondato nel dolcevita che fu di mio padre e che mi fa assomigliare a un curato di campagna. Non sono riuscito nemmeno quest’anno ad indossare le mutande rosse, ma se sono ancora vivo allora forse ce la faremo anche senza. Non comprendo fino in fondo la necessità di sedere a una scrivania il 2 gennaio, ma lo farò adeguandomi con grande rispetto, un po’ rimpiangendo la casetta verticale nella valle infossata.

Per gli amici che passano di qui, ci sono degli auguri e delle speranze, per i vostri progetti e per i vostri sogni, brinderò per voi con dell’ottimo rhum. Anche se, fedele alla linea, confermo che

"the best way to predict your future is to create it".