Serenissima, l’autostrada con la vita intorno

Scendo dalla mia macchina e già mi accorgo dell’errore filosofico che sta a monte. Essa non è mia. Non è di mia proprietà, ma ho un uso locatorio temporaneo, grazie a un patto di sangue della Ridente Multinazionale e della Prestigiosa Società di Noleggio, quella con l’ufficio in aeroporto dove gli inservienti sembra che abbiano preso un portellone di un Boeing sulla testa. Sono tra il torpore tipico del tossico post eroina e lo scazzato da impiegato statale, solo che vestono con bizzarre cravatte che riportano i colori della Prestigiosa Società di Noleggio e sono contornati da locandine e cartonati di neri e asiatici sorridenti ritratti mentre espletano le pratiche per ottenere un uso temporaneo di un veicolo. Immagina di parlare con uno scoglionato con una cravatta gialla e nera mentre alle sue spalle un efebica nera sorridente ti ammicca scendendo dal suo SUV lucido e splendente, gambe mozzafiato e sole splendente sullo sfondo (quanto Photoshop nel mondo, forse troppo). Insomma l’oggetto non è mio, e ci mancherebbe. Non comprerei mai una macchina che ha tutti i pulsanti funzionali identici. Ho bisogno di colori, immagini allusive, pulsanti di dimensioni differenti, rotelline e quant’altro. Mi trovavo molto bene con la mia Panda 750 CL, anche se lì era gioco facile, essendo presente solo una blanda leva per il caldo freddo dell’aria (leva non collegata con alcunché, ma l’effetto placebo era davvero piacevole). Non sono uno di quelli fissati che ascolta il rumore che fa una portiera, maschio anomalo, non ho particolari collegamenti erotico sessuali con le cilindrate e le capote. Funzioni necessarie per il mio autoveicolo sono l’emmepitrè e il condizionatore, poiché da febbraio a novembre sudo come un cavallo in corsa, e amo ascoltare Punk O Rama (volume 1,2,3,4) a palla. Mi rendo perfettamente conto della grande quantità di facili scopate che ho perso a causa del mio girare per Milano sfrizionando con il mio Pandino, siete voi che non potete nemmeno capire quanta umanità nascosta ci sia in un bacio romantico su una Panda, senza nessun rumore di autoradio a disturbare e con quel fruscio dovuto alla plastica rigida dei sedili, peraltro facilmente lavabili ergo estremamente igienici. Ma stiamo divagando. La giornata, a causa della misteriosa poltiglia di pulsanti identici, era già partita decisamente male. Passate due ore in autostrada cercando di mettere gli anabbaglianti ho scoperto, nell’ordine, il pulsante dei tergicristalli del vetro posteriore, che non hanno mai smesso di andare, la radio, che si è sintonizzata su Radio 1 per tutta la mattinata, le quattro frecce, o anche stop d’emergenza, che sono riuscito a disattivare cercando l’aria fresca, che sono riuscito ad accendere cercando il volume del navigatore, che non ha mai funzionato se non quando sono arrivato, momento in cui perentoriamente mi ha chiesto di fare inversione a U il prima possibile. Ma non è questo il punto. Spossato dalla guida del moderno mezzo, ho fatto sosta in un Autogrill, nel quale ho passato una ventina di minuti tentando prima di aprire il portellino della benzina (ma poi ci ha pensato un simpatico benzinaio che con un velato accento ungherese ha precisato di conoscere almeno una delle mie parenti più strette, con la quale dice di aver avuto anche il suo bel da fare), e poi cercando di chiudere la macchina con uno dei cinque pulsanti sulla chiave. La macchina suona una simpatica marcetta da allarme antibomba. La macchina apre il portellone posteriore. La macchina tira su e giù i finestrini lampeggiando. Decido di lasciare aperto il tutto, portandomi dietro la borsa. Menù mattina, quanti ricordi, Corriere, breve passata ai cessi, sigaretta e già la giornata sembra prendere una piega differente. Riesco anche a sentire gli uccellini in cielo, anche se poi identifico il travestito che da dietro un camion cerca di adescarmi con questi strani versi. Risalgo a bordo, accendo inserendo la tessera in un buco e schiacciando uno dei pulsanti, che per fortuna riporta la scritta “start”. Essa borbotta tutto il suo desiderio di inquinare per centinaia di migliaia di kilometri prima di rassegnarsi alla rottamazione. Siamo pronti, lievemente in ritardo, per ripartire. E qui cade il nocciuolo (nocciuolo, o my gosh) della questione. Nell’atto della retromarcia urto rumorosamente qualcosa. Allorché prima di tutto cerco delle vie di fuga per scappare. Poi penso a una fuga a piedi, alle conseguenze penali, alla mia vita distrutta. Mentre sogno una vita da fuggitivo, sento un caldo accento veneto che intona un Gospel di prima tradizione proprio fuori dal mio finestrino. Il rumore proviene da un simpatico vecchietto, alto quasi quanto un calendario della Canalis, con un simpatico cappello da agricoltore, delle simpatiche rughe da agricoltore, un insieme di gilet, camicia a quadri, pantalone in finta flanella, stivale con fango ornamentale che mi fanno supporre che si tratti di un ex primario o banchiere. Egli urla delirante, ma in veneto. Non riesco a capire la maggior parte delle cose, anche se dal suo indice appoggiato sul mio sterno, credo che si tratti di una cosa tra noi due. Dopo qualche minuto egli mi svela il corpo del reato, una originale Opel Corsa del settantaquattro, di un colore indefinito ma vicino all’asfalto, che sembra aderire perfettamente con la mia mostruosa macchina a noleggio. Dentro la simpatica vettura storica c’è una allegra signora, che suppongo avere qualche relazione con il rurale anziano che non stacca l’indice dal mio cappotto. Si crea un variopinto capannello di rappresentanti e camionisti, alquanto interessati alla questione. Alcuni guardano compiaciuti il danno, altri attendono la svolta televisiva, un pestaggio, una pistola, una fuga rocambolesca, qualcosa che renda le loro inutili vite improvvisamente baciate dal lusso della testimonianza. Il vecchio rustico provvede a informarmi che intende chiamare le forze dell’ordine. Provo a spiegare che mi sembra un po’ esagerato, ma ormai ha già in mano un Alcatel di almeno dieci anni fa, sul quale digita un numero prima di appoggiarselo al cappello. Pochi minuti di urla e poi lo sguardo soddisfatto di chi, dopo una vita di merda, finalmente si riprende quanto dovuto. Spiego che, trattandosi peraltro di un bene non mio, non ho nessun problema nel compilare il modulo Amico, ma egli si è richiuso in macchina, e non intende abbandonare la posizione. Nessuno ci caga più, perché non è morto ancora nessuno, e rimaniamo soli per una ventina di minuti, giusto il tempo di avvisare la Prestigiosa Società di Noleggio, il cui operatore mi da la certezza di non aver capito assolutamente nulla, e il mio Cliente, che se ne sta a centoventi miglia marine di distanza. Al loro arrivo, i due agenti della stradale, fanno di tutto per far capire che sono il braccio duro della legge. Il primo, scendendo inciampa nel cordolino dell’aiuola e il secondo parcheggia nell’unico posto dove avrebbe potuto dare fastidio, sollecitando l’immediata reazione di un camionista slovacco che, al sicuro dietro il finestrino, gli conferma di volerlo amare da dietro, ma alla slovacca. I due si avvicinano sospettosi e con passo calmo. Il vecchio li localizza e si fionda giù dalla macchina indicandomi. Io sorrido, nella speranza che per questa Quaresima sia tutto. Una voce proprio sopra la pubblicità della San Carlo mi dice “Non essere blasfemo, non hai ancora visto niente”. Il poliziotto pasticcione, senza inciampare, mi rivolge uno sguardo e un movimento di mento. Lo ripete. Lo ripete. Lo guardo perplesso. Lo ripete. Poi si sbilancia: “E’ sua?” “Si” “Cumenti ibretto tente”. Produco tutto ciò che è in mio possesso mentre il vecchietto fa lo stesso appoggiato al cofano della sua Corsa, senza smettere di urlare qualcosa in veneto. Aspetto pazientemente che l’agente comprenda il verso di apertura del portadocumenti, pieno zeppo di loghi della Società di Noleggio, prendendo i documenti della macchina, pieni zeppi del logo della Società di Noleggio. “Ma è noleggiata”. Quasi deluso procede verso la sua macchina e, seduto al posto del passeggero, finge di avere delle comunicazioni con qualcuno. Torna, mi da in mano il tutto “apostograzie”. Passa una macchina con Giuliano Palma con “che cosa c’è”. Mi avvicino alla macchina del simpatico agricoltore. Qualcosa non va, come sottolinea il paladino della giustizia stradale. L’ultima revisione è stata fatta durante la prima Repubblica, a giudicare dalle pieghe del libretto in piena era Forlani. Solo il carbonio 14 potrebbe però dare una data precisa. Egli si mette a inveire in veneto verso il poliziotto, che dedica alla cosa ancora un minuto prima di dare il suo verdetto: “Senda, anzi sendite entrambi. Qui il signore, che è quello che ha effettuato la chiamata alla centrale, è passibile di sanzione per mancata revisione dell’autoveicolo. Quindi se facciamo verbale, dobbiamo condestare anche questa contravvenzione. Ritiro libretto, conduzione domicilio, secondo articoli centevent e codice stra paragrafi ancorato dodici a destra. Consiglio agli entrambi inderessati di procedere con modulo di cosdadazione amichevole, come previsto”. Il vecchio replica, l’agente con la pazienza della legge espone meglio il caso, semplicemente snocciolando l’ammontare della contravvenzione. Il vecchio codifica il tutto con un calcolo mentale chili di zucchine/migliaia di euro. Poi è questione di attimi. Sale in macchina. Accende. Retro. Prima. Prima. Prima, almeno a diecimila giri, quasi a venti all’ora. Riparte così, lasciando il sottoscritto e le braccia della legge basiti. Impiego una decina di minuti a spiegare a Inciampo, che nel frattempo, a giudicare dall’alito, si è fatto quattro caffè, che non me ne fotte nulla. Se ne vanno, me ne vado anche io, con un piccolo gibollo sul culetto della macchina e tutto il tempo di pensare a come farlo sparire.

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