Il Potere dinamico della Levapunti

Vorrei tanto dire che sono esasperato dagli andamenti incerti degli indici azionari, e nel contempo dalla fluttuazione euro-dollaro. Vorrei, anche solo per dire "esasperato" e "fluttuazione". In verità vivo intensamente. Punto. Faccio scatole colorate, in cui infilo attestati, post it, biglietti da visita, raccoglitori, studi di mercato, ricerche e ovviamente un po’ di cancelleria. Che senza la pinzatrice e il tagliacarte ho paura di non riuscire ad affrontare il domani. La scrivania si svuota, rivelando spazi incontaminati che mi ricordano quando sono arrivato qui. Ho anche il visto per l’Arabia Saudita che non è ancora scaduto, me lo metto in borsa, non si sa mai. E quel cartello "Everyone brings joy to this office, some when they enter and others when they leave", che fa tanto hardcore e che finirà sepolto in box o in qualche armadio, ma che è ancora sporco di Bud Light perchè fu, prima di essere cartello, comodo tavolo per un lauto pasto fuori dall’aereoporto di Orlando, quando si decise di mangiare per terra, piedi nudi e cravatta slacciata, aspettando quel maledetto Virgin Atlantic. Smantello lentamente il muro dei trofei, dove si snocciola tutta la mielosa vita attraverso fiere e convegni. Un piccolo cimitero di badge, eclettiche lapidi alla memoria del "c’ero anch’io". Come migrazioni stagionali, ricordano gli infiniti passaggi: settembre Amsterdam, ottobre Berlino, novembre Dusseldorf e Chicago, gennaio Dubai, marzo Orlando, aprile San Francisco, maggio Chicago. Attestati di passaggio. A salvarmi c’è il cortile mezzo deserto, con il sole che punge. Devo ricordarmi di prendere anche le forbici e l’evidenziatore verde, che davvero senza la mia cancelleria ho paura di non farcela.

La Parabola del Pozzo

Un giorno Gesù andava cercando un ulivo sotto cui riposare. Al seguito, fedeli e silenziosi, c’erano tutti e dodici gli apostoli. Siccome fuori da Gerico di ulivi non ce n’erano mica troppi, Gesù borbottava strane cose, mentre Giovanni, il suo prediletto discepolo, cercava di carpirne alcuni spezzoni, solo talvolta distratto da Giuda Iscariota, che cercava continuamente di rubare dalle tasche delle tuniche dei dodici.

"Ulivum Segretum!"

"Ma mio signore, cosa dici? Preghi forse Dio?"

"Ulivum Apparsum"

La strada si faceva irta, la terra arida e il sole cocente rendevano l’ambiente estremamente difficile.

"Ulivum Oplalalà"

"Giuda, per Nerone Infuocato! Smetti di palpeggiare la mia tunica!"

"Ulivum Comparsum!"

"Eh per Augusto Grassone, non ti scaldare…"

"Smettetela, mi distraete"

"Ma mio signore, egli ruba dalle mie tasche".

"Per forza Giovanni".

"Perchè mio signore?"

"Poichè sei l’unico con il portafogli. Ti ho detto mille volte di mettere i soldi nelle mutande".

"Hai ragione mio signore".

"Beh, dove ero arrivato? Ah, Ulivum E voilà!"

"Mio signore, è apparso un ulivo!"

"Eh, che cazz… Pietro, scrivi, veloce, Ulivum e voilà!"

"Mio signore, Pietro si è fermato a Sesto San Gerico, appena fuori dalla città, prima di Cinisello Balsamum".

"Perchè mai non dovrebbe seguire il suo maestro?"

"E’ rimasto a fare provviste per la cena di Pasqua".

"ah, speriamo che si ricordi della maionese".

Giuda allora si allontanò dal gruppo, con il portafogli di Giovanni tra le mani. Con la carta Centurio Gold di Giovanni fece numerosi acquisti illegali, cadendo nel baratro del peccato. Al suo ritorno, alcuni giorni dopo, trovò Gesù sulla porta del piccolo casolare dove si erano fermati, proprio davanti a Tiberiade.

"Sei arrabbiato con me?"

Ma Gesù, agitando un ramoscello, parlava verso la terra:

"Pozzum cum Carrucolae!"

"Sei forse arrabbiato con me?"

"E perchè mai?"

"Per il portafogli di Giovanni…"

"Oh, Giuda, se mi dovessi incazzare per ogni cazzata che fai. Non sai nemmeno che per trenta denari saresti disposto a tradire".

"Eh, per trenta denari mi stacco anche un dito…"

"Ora lasciami solo, perchè il tuo peccato incombe sulle mie spalle. Pozzum Adessum!".

"Si, mio signore. Ma in verità vorrei dirti che…:"

All’improvviso apparve un pozzo proprio sotto i sandali di Giuda, il quale cadde tra urla e lamenti nell’oscurità della terra.

"Oh porca Cesarea!"

"Signore che accade?" disse Matteo uscendo dal casolare.

"Oh, niente, niente"

"Ma ho sentito urla di dolore".

"ti ho già detto di andare a farti vedere. Ma da uno bravo…mica che da una piccola otite ti viene qualcosa di serio…"

Allora Matteo rientrò e Gesù si rivolse al padre:

"E mo?"

"Eh, la cosa è Gravina…"

"Che pessima battuta, padre. Ora ti prego, aiutami. Perchè Silente non mi ha insegnato bene tutto".

"Sia, ma sia l’ultima volta".

"Grazie padre".

E Giuda ricomparve, frastornato ma deciso a guadagnarsi quei trenta denari.

"Signore, mi hai punito per qualcosa?"

"No, Giuda. Era solo per dirti che i pezzi del pozzo pazzo impazzano piazzando pozzi se puzzi"

"Ma signore, nulla ho compreso della tua parabola!"

"Poichè non hai rinnovato l’abbonamento alla parabola, e le mie parole sono criptate. Per la tua avariza, morirai tradendomi!".

E di colpo scese la notte su Tiberiade. Una notte in cui tutti rifletterono sulla parabola.

Ite Dimissa Est

Percorro quei dieci metri di corridoio in cui i Kandinsky illuminati dai neon ricordano terribilmente uno studio di gastroenterologia. Niente a che vedere con il povero Vettriano stampato su carta riciclata che penzola sopra la mia scrivania. Pavimento lustrato a specchio, linoleum asettico che mi fa canticchiare "Linoleum" dei NOFX. Dalle grandi finestre arriva la luce filtrata a spaghetti dalla tenda rossa e bianca. Mi metto a posto il nodo della cravatta, controllo i polsini e do un colpo di fazzoletto alle scarpe, poi busso, quasi avessi la mano morta, scivolando sulla plastica della porta, forse sperando di non essere sentito. Due minuti dopo sono sprofondato nella poltroncina davanti alla grande scrivania, mentre gioco con un sottobicchiere in radica con data e dedica che avrebbe il suo naturale posto nello scaffale degli oggetti più orrendi della storia. Dare le dimissioni è una questione di pancia, d’olfatto, di cuore e di polmoni. Respiro piano, tenendo un ritmo quattro quarti che sembra il migliore per tenere a bada la tachicardia che sta per esplodere. Guardo negli occhi, diretto, perchè così mi è stato insegnato da mio padre. Però certe volte tenere lo sguardo è un lavoro in salita. Le parole scorrono, condendo ragionamenti e questioni, rilevando episodi, spulciando il passato e pronosticando il futuro. Sento caldo, forse sudo, mantengo esternamente il controllo minimo, evitando di manifestare sensazioni. D’altronde è quello che faccio più spesso. Esco dopo due ore, uffici deserti alle sette di venerdì, solo qualche cervellone al pascolo e qualcuno che non se la sente di tornare in trincea a casa. Cammino più leggero, povero Wassily, a me ha sempre fatto cagare, ma l’abuso che ne fanno negli uffici e negli studi medici lo lega sicuramente all’universo dell’umana sofferenza. Arrivo alla scrivania e sfiorando piano i tasti del piccolo Dell, quasi a non volerlo rovinare proprio adesso, metto la password come se fosse l’esposizione di una reliquia. Cerco le foto, che ogni tanto ripasso, di questi due anni. Ritrovo la camera di Dubai, grande come casa mia, rivedo la Hunday porpora con la quale ho fatto il giro della Florida senza mai vedere il mare. Sento gli odori di Johannesburg, il caldo di Orlando, il freddo di Chicago, la noia di Filadelfia, il cielo di New York. Di colpo la pioggia di Berlino, l’albergo di Colonia, Schipol e i chioschi per fumare, Zurigo e la sua dogana. Sento ancora il culo che si stringe sopra il piccolo Canadair che punta il piccolo paese di Erie tra campi e nuvole. Mangio di nuovo i giganteschi gamberi, le mashed potatoes a quintali, sento l’Enterogermina che mi chiama come sempre. Ho il culo che fa male come su tutti i sedili rovinati delle Economy su cui ho dormito. Sprofondo in un flusso di coscienza, rimanedo a guardare il grosso brad della Ridente Multinazionale che domina lo schermo. Ho fatto, al conto esatto, trecentosessantamila miglia in diciotto mesi, a quanto dicono le due carte Frequent. Ho guidato in almeno una ventina di stati nel mondo, rimediando una cinquina di multe. Fermo il nastro, rollo una sigaretta, chiudo tutto. Appoggio ordinatamente le Chiavi Del Potere, l’accesso libero alle macchinette con la bevanda al gusto di the al limone, metto le penne nella latta del caffè Illy, e prendo la strada del parcheggio aziendale. Tutto ha un inizio e una fine. E’ che spesso non sei tu a decidere i quando. Arrivano, come arrivano le bollette, come arrivano i numeri al lotto. E docilmente metti in fila le sensazioni e infili tutto in quella valigia strapiena che chiamano coscienza.

Tele Tiri Addosso

Ok. Mi piacerebbe davvero tanto essere in quella ristretta cerchia di esseri umani che possono affermare, sorseggiando un calice di rosso, che loro la tivù non è che non la guardano, nemmeno ce l’hanno. Si, mi piacerebbe, perchè fin dai tempi di Martin Mystere, o delle medie se siete più comodi, sono succube dei miti urbani tristi, come quello che non guarda la tivù, quello che uno dei suoi cugini una volta in pronto soccorso ha visto uno con una bottiglia di Coca dentro il retto (si noti la finezza, cazzo), quello che è stato con tre ragazze insieme, ma niente di speciale, quello che si è tolto i denti senza anestesia, insomma succube di tutti quei miti alimentati dalla noia di vivere e dal terrore della normalità. Sono molti, a quanto mi risulta, i personaggi famosi che dichiarano apertamente di non possedere l’apparecchio. Io no. Non sono famoso e possiedo l’apparecchio, un grandioso Mivar non so quanti pollici d’età indefinibile che in periodi normali viene usato più come soprammobile, ma in periodi foschi e tenebrosi rivela tutte le sue potenzialità. Adoro cibarmi di notizie, guardando cinque o sei tiggì al giorno, e di gossip, guardando Studio Aperto, il Tigi 1 e altre trasmissioni di intrattenimento. Adoro i reality come il TG4, dove da anni seguo la storia di Silvio B. e della sua scalata al successo intergalattico. Negli ultimi tre giorni ho passato quaranta ore davanti al tubo, indefesso e avvolto nel plaid Styuppenzekyhe sintetico, con delle pause fisiologiche e alcune ore di sonno delirante in cui rivivevo i momenti salienti della giornata. Stare male nel week end è già una sfiga, stare male nel week end e non interessarsi di calcio è una punizione divina. Punzione tirata da fuori area, si direbbe, ma con un piede davvero potente. Sicchè ho ripiegato sulle trasmissioni culto della mia vita, tra cui Festa in Piazza e tutte le televendite che il digitale terrestre riesce a portare davanti al mio divano. Adoro quel piccolo aggeggio che pulisce le vetrine a mosaico dei bagni, se solo avessi un mosaico. Sbavo per la spazzola pulitrice delle finestre, ma a Milano pulire i vetri è azione assai dantesca. Volevo comprare un rolex, un lettore cd, due raccolte di film di Sordi e una fornitura di vini di sole novantotto bottiglie (azienda agricola boschi, in corte roschi, con wiski maschio o qualcosa del genere). Ho seguito con trepidante emozione la stessa partita NBA per quattro volte, Sacramento è ancora Sacramento!, ho visto quattro minuti di Amici, tre minuti di quella roba con Morgan che fa Morgan e la Ventura che fa la Ventura e un sacco di ggggiovani terribilmente agghindati che fanno i gggiovani. Poi ho visto, potere del Premium, tutte le serie tv mai andate in onda, che ci sarà un motivo ma lo capisci solo dopo aver pagato tre mesi d’abbonamento. Ho scaricato il telecomando zappando (zappingando?) molesto nelle ore buche del palinsesto domenicale (dalle otto di mattina a mezzanotte), cercando di evitare Paola Perego e le sue grandi discussioni sui grandi argomenti. Ho guardato La7, che fa molto figo, ho guardato Mtv, che fa molto giovane. Per dovere statistico devo dire di non essere molto peggiorato rispetto alla partenza di questa maratona. Questo potrebbe essere già un brutto segno.

P.S. I love my Copy

Ebbene, è inutile parlare in questo luogo della sovrastimata figura del Copy, anche perchè girovagando sullo splendido contenitore di umanità che è Splinder potresti reperire almeno mille blogs di disperati Copy che si lamentano, descrivendo a fondo la loro professione, o quello che vorrebbero fare. Per essere un Copy di successo, nella Milano che conta, devi possedere una laurea in un università-sigla (IULM, IED, GNAM, SLURP), uno stage in una agenzia famosa, della quale ami ricordare i terrificanti trattamenti e l’ignoranza diffusa, un taglio di capelli sempre all’avanguardia e un iPod da tenere sempre nelle orecchie (contentente gruppi di tua conoscenza, roba indie, folk, roots, cool). Il nostro Copy è pagato a cottimo, come impone il regime di feudalesimo intellettuale. Lui scrive un claim, lui prende i soldi. Lui scrive un header, lui prende i soldi. Anche se, come sovente accade, lui scopiazza un claim, lui imita un header. Possiede, ovviamente, un iMac, del quale elenca le grandi potenzialità neanche fosse un adepto con in mano il libro di Ron Hubbard. Guarda dall’alto in basso la manovalanza del marketing, me compreso, e adora ricordare i suoi anni bui a Londra, quando per sbarcare il lunario faceva il pizzaiolo, come altri seicento milioni di italiani. Smanetta su internet per gran parte della giornata, per poi affondare nei meandri della scrivania verso sera, quando ormai le batterie dell’iPod stanno dando segni di cedimento. Ultimamente sforna almeno due comunicati stampa al giorno, nei quali sostiene di aver infilato trucchi, tranelli, tricks, feeder, jointer, e un sacco di minchiate che ha sentito quando lavorava nella prestigiosa agenzia in centro, alla quale si recava con una splendente vespa 50special che possiede dai tempi del liceo. Soffre di grandi sbalzi d’umore quando, come per la recente operazione scontata di guerrilla marketing che ha invaso le metrò di Milano e Roma, trova in internet queste "boccate d’aria nell’asfissiante panorama italiano". Dice di voler andare in Brasile, dove la creatività è davvero pagata, ma poi ce lo ritroviamo sempre tra le palle ogni lunedì, giorno nel quale ama gironzolare con La Repubblica sotto braccio per gli uffici, con marcate occhiaie a debito del lungo week end passato tra mostre, vernici, cocktail, Arci, concerti, e MDMA. A parte qualche errore grammaticale in inglese, che giustifica come distrazione momentanea, i suoi comunicati non fanno una piega. Forse qualcuno li legge anche. Usa saltellare verso la mia scrivania con i suoi preziosi lavori verso le novezerodue oppure le diciottoquarantaquattro, quando non sarei in grado di opporre resistenza a nulla. Mi spiega, studiando la mia reazione facciale, perchè la terza parola della quarta riga, secondo il sacro vangelo di J.C. Levinson, inizia con una consonante, per ribadire l’aria estremamente positiva sottolineata anche dall’uso del Gill Sans e di una spaziatura abbondante. Ha scelto di mettere una domanda, proprio alla fine del primo paragrafo, che deve suscitare (quando dice deve, scorre con l’indice sinistro una mensola virtuale a mezz’aria, come a spolverare i suoi concetti), deve suscitare un rapport positivo. Non a caso ci ha lavorato venti ore negli ultimi due giorni, saltando anche la presentazione della rassegna delle opere di un qualsiasi omosessuale russo contemporaneo in una galleria proprio dietro a Brera, che ancora sente di aver fatto una cazzata, ma questo è troppo importante. Davvero, questa volta si è superato, soprattutto alla luce dei due spiccioli che prende e delle continue vessazioni culturali di cui è oggetto (capisce benissimo che il mio cervello necessita di sei minuti per digerire "vessazioni culturali", infatti i sei minuti che seguono li investe in concetti banali e cazzate). Inoltre, manco a dirlo, ha fatto un gran lavoro dal punto di vista concept anche per future rivisitazioni. Poi si spegne, finisce il gettone, come per i Phon in piscina, proprio sul più bello. Si abbandona nelle sue espressioni sciatto-intellettuali, guardando con disprezzo la mia cravatta, stemma degli schiavi aziendalisti, alla quale oggi contrappone una maglietta verde pisello con scritto Diesel & Co di traverso. Si spegne, non dice più nulla, attende che io provi a contestare una qualsiasi parola, un qualsivoglia passaggio, il titolo che lo ha tenuto in piedi tutta la notte. In diciotto mesi non ho mai detto nulla, forse mi crede muto. L’unica cosa che davvero non tollero è quell’abuso di post scriptum stile pen friend. Ma sto pagando ancora il dazio di averlo fatto notare. Mi limito a godere del variopinto spettacolo che inizia pochi minuti dopo l’arrivo dei comunicati sulle scrivanie del Pollaio. Areoplanini, posaceneri, segnalibro, pallottole, filtrini, fogli per appunti, ma soprattutto, piegati in quattro, degli ottimi spessori per questi maledetti tavoli che ballano. Tavoli che appoggiano, beati loro, sull’arte di saper comunicare.

P.S: per capire l’uso didattico del post scriptum dovete, come me, uscire dal tunnel dell’ignoranza e acquistare J.C. Levinson "Guerrilla Marketing" Ed. Castelvecchi, che alla pagina 96 considera il post scriptum un "arma". Di macellazione ai testicoli, aggiungo io, che non sono altro che un povero pirla.

P.S.2: forse ha ragione. Dopo un po’ ci prendi pure gusto.

P.S.3: ma non credo che un p.s. possa davvero cambiare l’esito.

P.S.4: aiuto non riesco a smettere.

Love Therapy or Spring Break?

Ci sono le magnolie che hanno sbagliato i conti, o hanno dato troppa fiducia al sole. Ci sono i centauri stagionali, con le impolverate moto pronte per fare statali su statali, che a fine giornata di Rossi rimangono solo gli occhi, ci sono gli inglesi e i tedeschi, che bevono felici in maglietta, con le donne che insaccano i grassi piedi in infradito che strisciano sul pavee. Ci sono le biciclette, le palestre piene, le piscine stracolme, i parchi invasi da tappeti e stuoie. Ci sono gli innamorati, quelli non mancano mai, che limonano con più calma davanti alle fermate del tram. C’è anche qualche sorriso in più, timidamente esposto come una reliquia del buon umore. Non manca niente per i tentativi di primavera di Milano, anche i lastroni per i cartelli elettorali, che in una democrazia sudamericana come la nostra sono più puntuali della primavera. Mi ritrovo con un bicchiere di Sangre De Toro infilato nel centro di Milano a discutere su un futuro che sembra migliore se scaldato dal sole. Mi ritrovo sdraiato su una sedia di un bar immerso tra la bassa padana, mentre rimiro la perfezione tedesca del bicilindrico. Mi sveglio infilato in uno dei primi timidi tentativi di botellon de noi artri con quindicenni emo e dark che si passano allegramente bottiglie e infezioni davanti alle Colonne. Mi perdo nel caos de Le Trottoir, che piace solo a me e al suo proprietario, che di fatti andiamo parecchio d’accordo, come solo due ubriaconi possono fare. Mi siedo sul culo della domenica, a guardare le stelle che finalmente compaiono dopo tre mesi di latitanza nel cielo sopra la ferrovia est. Mi perdo nella pagina bianca in cui vorrei scrivere di tutto questo, che poi è troppo fisico per trovare un posto preciso nelle parole. Sono un grande tifoso di questa mezza stagione, delle sue pioggie improvvise e del sole disperato sui giardini Montanelli la domenica pomeriggio, e sono un grande fan delle cose che si fanno solitamente in questa stagione: ci si lascia, senza pietà, creando mostri di kleenex e disperazione che in un paio di mesi verrà affogata su un qualunque addominale di Mikonos o Formentera, ci si innamora con la stessa velocità con la quale, a un paio di sere di distanza, si scopre di essere innamorati di un’altra. Ci si rinforza, affollando palestre e piscine, togliendo il pane e l’alcool, e vivendo solo peggio fino ad agosto. Ci si raffredda, che è il male più bello che ci sia perchè è un gesto di fiducia nel mondo, non corrisposta, ma sempre data. Ci si ritrova a grattarsi la pancia alle tre di mattina, sfiorando il pensiero di rimanere seduti ancora un paio d’ore, che poi al lavoro c’è sempre tempo d’arrivare tardi. Ci si ritrova a voler viaggiare, come orsi usciti dal letargo, ovunque, low cost, sempre. Che poi ci si passa, e diventa un modo per ricordare la differenza tra la primavera e l’autunno, che la primavera non è la porta di ingresso nel freddo ma l’uscita di sicurezza verso il caldo. Consuma tutti i fazzolettini di carta che puoi, per piangere perchè sei ancora single, per piangere perchè sei diventato single, per piangere perchè vorresti diventare single, per un raffreddore, per un’allergia, per i trenta, per i quaranta, come per i quindici o per i sessanta, per la pancia che non scende, per il culo che non sale, per le tette che non stanno, per le gambe che non vanno, per il naso che ingombra, per la stanchezza che incombe, per tutto quello che vuoi. Che piangere fa sempre un gran bene. Come la primavera.

Ho vinto qualche cosa?

Il penultimo premio che ho vinto nella mia vita è stato Salomone, un pesce rosso malato, portato fieramente a casa nella trucida busta di plastica trasparente. Avevo dodici anni, si e no, Salomome meno di un mese. La gatta, che sembra non centrare ma è la protagonista, quattro e mezzo. Salomone fu posto in una grande palla di vetro, con sassolini e alga di plastica. Lo salutavo prima di andare a scuola e poi appena tornavo. Per lasciarlo alla mia altezza, mia madre lo aveva messo sul mobiletto del bagno. Così per stare con Salomone passavo ore in bagno. I pesci mi piacciono, dicevo. I pesci sono anche meglio degli uomini, dicevo. A dodici anni dicevo, insomma, cose più intelligenti di quelle che dico adesso. Poi un giorno la gatta si è mangiata Salomone, lasciando evidenti tracce sul pavimento della cucina e tentando di vomitare per tutta la serata. Mia madre, per consolarmi, le tirò due grandi botte sul culo, ma la mia vendetta fu articolata negli anni. Poi, dopo Salomone, non ho più vinto niente. Alla tombola di natale a casa dello zio mi addormentavo sempre, alla lotteria aziendale, mille biglietti duemila premi, non ho portato a casa nemmeno un centro tavola di pizzo. Alla pesca benefica della parrocchia non partecipavo, perchè c’era il rischio di vincere qualche angosciante cazzata. Al Casinò ho vinto, eccome se ho vinto. Ma ho anche perso, eccome se ho perso. Dopo quella sera a San Sebastian, in cui mi sono giocato tutto il budget delle vacanze sul rosso e sul nero, finendo nei peggiori ostelli di tutta la Galizia per il resto di agosto, per rimettermi in pari ho vinto tanto, ma non a sufficienza. Vinco, giusto per dovere di cronaca, tutti i giochi stupidi del prime time televisivo, qualsiasi cosa si tratti. Sono una specie di Uomo Gatto Onniscente. Eredità, Pacchi, Ruota della Fortuna, Identità, a volte indovino anche i titoli del tg5. Però non vinco un cazzo, quindi non vale. Beh, oggi ho vinto un premio, anzi un award, perchè si parla di roba americana. Mica cazzi. Ecco, a parte i cinque minuti in cui il mio possente Ego si è gonfiato a dismisura, a parte il brindisi presso la Direzione con tanto di complimenti conditi di sana invidia da parte di qualche collega, a parte l’inevitabile peso che graverà sul curriculum e sull’imminente richiesta d’aumento, or ora son qui a chiedermi io che cazzo me ne faccio di un premio americano. Tradotto in pratica si tratta di uno splendido attestato, da ritirare in quel di Dallas. Nemmeno un dollaro, nemmeno un nichelino, e io che sono sempre più pragmatico, mi ritovo a cercare un po’ di spazio sul muro dietro alla scrivania, per appendere l’attestato americano su carta filigrana. Ma la cosa buona è che ho ripensato a Salomone e ai suoi eredi, i nobili pesci che hanno abitato il provvisorio acquario davanti alla mia scrivania, sopravvivendo alle estati senza mangiare e agli inverni con finestra aperta per il fumo. Voglio quivi ricordare gli splendidi Andata e Ritorno, coppia stupefacente e innamoratissima, da cui ho sempre voluto dei figli e forse li ho anche uccisi pulendo l’acquario. Il mitico Erode, splendido esemplare campato quasi sette anni e poi sepolto nel wc con rito abbreviato per evitare il pianto mio e di mio padre. La grande Sabrina, divoratrice di cibo e piante di plastica, impavida e luccicante, trasferita nella fontana del parco della Guastalla  per incomprensioni con Rodolfo, esemplare fragile e sensibile, che mi ha dato tanto e a cui, sembrerebbe, la Tatangelo abbia voluto dedicare la canzone di questo Festival. Mi gonfio della mia vana-gloria, eccedo nel pubblicizzare i miei successi e comunque chiedo di brindare con abbondanza. Io lo farò.

In lovin memory of Salomone, my first redfish killed by an asshole and stupid european cat. I want to commit this Award to Salomone and to every redfish in the world. God bless America.

Il Gatto Mammone On Line

Una delle grandi strategie di sopravvivenza in una Ridente Multinazionale qualsiasi è contare sul numero. E’ scientificamente dimostrato che gli esseri umani, di entrambi i cinque sessi a oggi conosciuti, se agglomerati in gruppi, si comportano più o meno come degli ovini. Più o meno perchè nessun essere umano ha dimostrato la capacità di produrre lana. I gruppi possono essere più o meno numerosi, eterogenei per razza, età e provenienza. La folla, insomma, è un grosso animale impazzito. Quale miglior ambito di una grande, invadente, multicolore, multinazionale? Tra i pallidi corridoi di linoleum, scorrendo le centinaia di porte che si aprono su loculi e sale riunioni, attraverso il dedalo di scale secondarie dove proliferano leggende metropolitane e amori clandestini, in questo contesto urbano decisamente singolare si annida, avvolta dalla routine quotidiana, una piccola folla. Che non può mai dimostrare di essere animale stupido e incotrollabile, perchè saggiamente tenuta in piccole frazioni. In queste piccole frazioni, in questi anonimi gruppetti, in questi sospetti agglomerati di sottoposti è solito insinuarsi il Gatto Mammone, un comunissimo battere che attacca i tessuti più deboli aggrappandosi al lavoro degli altri. Il Gatto Mammone vive alle spalle dei colleghi, partecipa a riunioni, conduce amabili presentazioni, svolge le sue mansioni al minimo, timbrando il cartellino con un’ossessione svizzera e una metodicità anglosassone. Il battere può convivere con il quotidiano e rutilante incedere della Ridente Multinazionale, ed è quindi lasciato proliferare anche perchè tiene lontani virus e agenti patogeni peggori come il Sindacalista Comune e il mortale Agitatore Sesantottino (microbo in estinzione, evolutosi grazie agli OGM in "Operaio Forzista" o anche Silvius Adorantes). Il problema diviene fastidioso quando il Gatto Mammone occupa dei ruoli che prevedono delle azioni rapide. La sua indole, da grasso gatto domestico, non gli permette di predere nessuna decisione se non quella di soffiare quando si sente minacciato. Il mio Gatto Mammone preferito è uno dei nostri IT Manager, gentilmente inviato due volte la settimana in perlustrazione negli uffici. Tra le sue funzioni quotidiane c’è la diretta assistenza per problemi, piccoli o grandi, legati all’uso delle infernali macchine calcolatrici. Adora vestire con camicie aderenti a grandi quadri, come i rappresentanti di saldatori a caldo, e ama molto incedere con passo lento, quasi a sottolineare la sua natura di Gatto Mammone. Come la maggior parte dei tecnici pc, ignora la soluzione ai più comuni problemi che si possono manifestare su una macchina, ma abusando di termini tecnici spesso inventati riesce a prendere tempo, dileguandosi verso un altro ufficio. Può contare su una diffusa ignoranza,e anni di esperienza gli hanno insegnato a distinguere i vari livelli di preparazione. Tempo fa è sparito Power Point dal desktop, forse nascosto dietro la collina di Windows. Ad alcuni ha precisato che "i nani che ci sono dentro il computer sono in sciopero", ad altri ha detto "che un problema di login può spesso causare questi innoqui eventi" ad altri ancora ha sottolineato "che l’effetipi è configurato su un ruuuter che ha un ipi derivato da una sorgente linux che si appropria dei codici del oesse se non sono upscaling". Cronologicamente, c’è stato un periodo in cui credevo nel suo ruolo, e scrivevo accorati appelli perchè mi fosse dato un mouse non satanista (il mio primo mouse era posseduto e andava in giro da solo sullo schermo, senza muoversi sul tavolo, talvolta cliccando su icone e pagine a suo piacimento). Poi ho chiesto una tastiera in cui funzionasse la elle, in agitazione sindacale per via della mia preferenza alla sua vicina, la kappa. Poi, in una anonima sala riunioni californiana, ci fu il black out del piccolo portatile, la cui batteria cinese non ha più superato i sei minuti di attività. Robetta, insomma, per un genio delle reti e dei cablaggi strutturati, la cui partita Iva sopravvive grazie a anni di sapiente e camaleontica vita. Ma oggi, quando aprendo la mia mail ho scoperto di essere Anita Walser e di avere nella mia rubrica Jonas, Jilde, Edwin, Guy e altri settecento sconosciuti, ho sentito forte il bisogno di una risposta, di qualcuno che mi aiutasse, di un agile e giovane promessa dell’accatipislashslash che mi tirasse fuori da questo merdaio. E allora ho scritto al suo Capo, perchè la speranza è l’ultima a morire.

from:anita.walser@ridentemultinazionale.com

to: capotecnico@ridentemultinazionale.com

Gentile Capo,

sono Franz, ma come vedi qualcosa non funziona sul mio picì. Puoi aiutarmi?

from:capotecnico@ridentemultinazionale.com

to:anita.walser@ridentemultinazionale.com

Gentile Anita,

sono grato della richiesta, ma l’ufficio di sua competenza è quello di Dusseldorf, che ci legge in copia.

Complimenti per l’italiano perfetto!

Aspetto con fremito che arrivi la sera, perchè solo il rhum può cancellare certe ferite

Sindrome del Post Acquisto nel Consumatore Instabile (cenni di marketing virale)

Ho mal di denti. Più precisamente ho un sibillino dolore che si irradia da quel grosso molare nero che beatamente ondeggia sull’arcata superiore. E’ una noia mortale. Il mal di denti è la naturale negazione dell’amore. Se, infatti, l’amore ti fa desiderare che il tempo scivoli veloce, che il domani arrivi, che tutto sia travolto dall’incredibile ritmo, il mal di denti ti fa sperare che tutto si fermi, che non ci sia un futuro, che si blocchi il presente. Inoltre, dal punto di vista ipocondriaco, il mal di denti è una noia bestiale. E’ difficile immaginare morbi, effetti collaterali, malattie mortali, davanti alla sconcertante semplicità di un osso avariato. Basta semplicemente chiamare il dentista, quel ricco e saccente omone che da più di un decennio usa bucarti i denti per poi ritapparli con sostanze che, di volta in volta, vengono dichiarate cancerogene. Alle prime potrebbe sembrarti innaturale poter mantenere un uomo che con un minuscolo trapano elettrico ha creato un piccolo impero economico all’ombra del fisco, ma con il passare degli anni capirai che si tratta di uno dei più innoqui modi di vivere. Ho ereditato da generazioni di avi golosi una dentatura che fin dai primi giorni ha manifestato i suoi limiti con carie sui denti da latte, carie sui molari, sui premolari, sui canini, sulle grandi palette che in adolescenza mi avvicinavano molto al concetto di coniglio. All’alba dei trent’anni non ho un pezzo di dente sano e mantengo nella cavità orale un piccolo campionario di sostanze ferrose, titanio, ceramiche di svariate tonalità e banale ferro. Al metal detector in aereoporto suono come un terrorista palestinese e tirandomi un pugno in un punto preciso si può ottenere un La migliore che con un diapason. Pago ogni singola Morositas, sono l’unico che si commuove davanti ai pop corn rivestiti di caramello di Blockbuster, comprendendo fino in fondo le reali potenzialità della sostanza una volta sedimentata. Come tutti i dentisti, anche il mio ha hobbies di lusso e passioni costose, ma rende onore al vero con il suo diciottometri trialbero ancorato a Portofino che si chiama Franz I. Con la rassegnazione del postino che tutti i giorni pedala per le stesse strade, affronto la poltrona di plastica chiudendo meccanicamente gli occhi per ignorare volontariamente i trucidi ferri del mestiere, solleticando l’idea di provare a togliere tutti i denti per chiudere il capitolo una volta per tutte. Il mal di denti è come la primavera, arriva, magari in ritardo, ma arriva. E cancella inesorabilmente la mia visione della vita a medio e lungo termine, imprigionandomi in un presente in cui il termine nervi a fior di pelle è estremamente riduttivo. Mangio cose prevalentemente succhiabili, puree, minestre, zuppe, creme, budini. Sciacquo con colluttori dai sapori immorali, consumo le setole dello spazzolino sul dente incriminato sperando in una miracolosa guarigione, rispondo acido come una zitella in pieno ciclo senza Moment Rosa, guido come un peruviano ubriaco, usando il clacson al posto delle freccie. Se un lato positivo la cosa può averlo è nel tempo rubato al sonno, quell’ora dove solitamente la fase R.e.m. riorganizza i traumi giornalieri, inspessendo la corazza cinica, nella quale ti ritrovi perfettamente sveglio, sadicamente attento, drammaticamente propenso alle benzodiazepine. E leggi. Divorando le pagine nella speranza di arrivare al sonno. Sono i momenti in cui saresti disposto a leggere anche Alberoni, Moccia, Vespa. Proprio mentre pensi a come procurarti un libro di Vespa, la voce della tua coscienza, che nell’ultimo periodo è drasticamente simile a quella di Lucignolo, ti suggerisce di investire il prezioso tempo nella formazione. Con un ragionamento molto lucido, Il Franz Interiore procede dipingendo anni in cui partorirai (indirettamente) figli che erediteranno la tua dentatura, costringendoti a mantenere la seconda generazione di trimarani e catamarani del tuo dentista. Derivi quindi verso letture formative che possano prometterti danaro aggiuntivo. Ma appena procedi con il capitolo "reazioni subcoscienziali al marketing virale" il sonno chiude la discussione.

Come simulare il gusto di una Golia Active Blue senza di fatto ingerirla:

– rivestire la lingua di Mentadent White Explosion.

– bere mezzo bicchiere di Corsodyl Colluttorio, lasciando depositare in fondo alla bocca.

– gorgheggiare come piccioni in amore per 2 minuti, o fino alla sensazione di scioglimento della mascella.

– accendere subito una sigaretta con tabacco roasted, preferibilmente Golden Virginia.

– insipirare.

– ecco ottenuta una Golia Active Blue, senza il pericoloso contributo di batteri e microorganismi.

Dimmelo con un Bacio, oppure stai zitta con un Ferrero Rocher

Quelli che si amano dalle medie, e danno sempre meno peso alla scappatella. Quelli che non si potevano vedere, poi si sono innamorati, e adesso capiscono perfettamente perchè non potevano vedersi. Quelli che hanno fatto tutto di corsa, e adesso sognano la seconda possibilità. Quelli che ci credevano, adesso un po’ meno. Quelle che non vogliono sentir parlare di coppia, e piangono da sole davanti alla tivù, sperando che i trenta siano come i venti. Quelli che adesso non se ne parla, solo roba da una sera, ma di roba da una sera non se ne parla da quattro anni. Quelli che con la station wagon aziendale, l’adesivo Bimbo a Bordo della Chicco, vanno a travestiti prima di tornare a casa. Quelli che girano con il passeggino e lo sguardo da Guantanamo, quelli che si tengono per mano solo il sabato mattina. Quelli che hanno lasciato la passione sotto le canotte sporche nella cesta davanti alla lavatrice, quelli che non sono più capaci di stupirsi, quelli che sono così da sempre adesso non voglio cambiare. Quelli che provano i divani al sabato mattina come se stessero prendendo le misure della cassa da morto. Quelle che certe cose pensavano di farle solo con lui, quelli che vorrebbero fare certe cose con lei, ma poi finisce sempre che è più facile con l’altra. Quelli che non si amano, e sono gli unici a non capirlo. Quelli che sono ingrassati insieme, e non si piacciono più, sempre insieme. Quelli che vorrebbero andare fuori dai coglioni, ovunque basta che sia a due fusi orari da lei, quelle che credevano nel principe azzurro e si sono trovate in casa una fabbrica di calizini puzzolenti e rutti professionali, quelli che da quando hanno preso il divano Svetlankywya non si ricordano più cos’è un orgasmo. Quelli che almeno abbiamo fatto Sky, quelli che sono in un periodaccio per il lavoro, dovresti capirmi, e poi fanno il cinema con la segretaria, quelli che sperano sempre di essere lasciati, che è meglio di lasciare. Quelli che speravano fosse meglio, quelli che mettono paletti, quelli che si barricano dietro le abitudini, quelli che per non perdere di vista gli amici perdono di vista il concetto, quelli che vorrebbero la suocera complice di Olindo e Rosa, quelli che metterebbero volentieri le ganasce a suo fratello, quelli che ora di sabato sperano che arrivi presto lunedì. Quelli che solo adesso sono favorevoli al divorzio, quelli che limonano due volte l’anno, quelli che una soluzione c’è sempre, quelli che lasciarsi è troppo lunga da spiegare, quelli che non parlano nemmeno più, tanto è un demente. Quelli che arrivano a casa e stavano meglio in ufficio, quelli che fanno l’amore pensando all’altro, quelli che mettono dieci volte al giorno la canzone che ascoltano sempre con l’amante, quelli che proviamoci con lo scambismo, quelli che regalano lingerie di due taglie in meno, quelle che sarà, ma un giudice mi darebbe ragione. Quelli che in Motel il portinaio li riconosce e il parroco non si ricorda il nome quando li vede con i figli. Quelle che almeno nei film mi ci ritrovo, quelli che il tempo non fa mai il suo dovere, quelli che possono permettersi di meglio. Quelli che una piccola bugia si perdona a tutti, quelli che…

Ecco San Valentino è per loro.  A chi crede nell’amore non rimane che festeggiare tutto il resto dell’anno. In sordina, che se i Product Manager della Perugina se ne accorgono siamo punto e a capo.

Dedicato a tutti quelli che questa sera, guardando il conto del ristorante, troveranno San Valentino una festa davvero stupida. Anche San Valentino vi trova davvero coglioni.