Ite Dimissa Est

Percorro quei dieci metri di corridoio in cui i Kandinsky illuminati dai neon ricordano terribilmente uno studio di gastroenterologia. Niente a che vedere con il povero Vettriano stampato su carta riciclata che penzola sopra la mia scrivania. Pavimento lustrato a specchio, linoleum asettico che mi fa canticchiare "Linoleum" dei NOFX. Dalle grandi finestre arriva la luce filtrata a spaghetti dalla tenda rossa e bianca. Mi metto a posto il nodo della cravatta, controllo i polsini e do un colpo di fazzoletto alle scarpe, poi busso, quasi avessi la mano morta, scivolando sulla plastica della porta, forse sperando di non essere sentito. Due minuti dopo sono sprofondato nella poltroncina davanti alla grande scrivania, mentre gioco con un sottobicchiere in radica con data e dedica che avrebbe il suo naturale posto nello scaffale degli oggetti più orrendi della storia. Dare le dimissioni è una questione di pancia, d’olfatto, di cuore e di polmoni. Respiro piano, tenendo un ritmo quattro quarti che sembra il migliore per tenere a bada la tachicardia che sta per esplodere. Guardo negli occhi, diretto, perchè così mi è stato insegnato da mio padre. Però certe volte tenere lo sguardo è un lavoro in salita. Le parole scorrono, condendo ragionamenti e questioni, rilevando episodi, spulciando il passato e pronosticando il futuro. Sento caldo, forse sudo, mantengo esternamente il controllo minimo, evitando di manifestare sensazioni. D’altronde è quello che faccio più spesso. Esco dopo due ore, uffici deserti alle sette di venerdì, solo qualche cervellone al pascolo e qualcuno che non se la sente di tornare in trincea a casa. Cammino più leggero, povero Wassily, a me ha sempre fatto cagare, ma l’abuso che ne fanno negli uffici e negli studi medici lo lega sicuramente all’universo dell’umana sofferenza. Arrivo alla scrivania e sfiorando piano i tasti del piccolo Dell, quasi a non volerlo rovinare proprio adesso, metto la password come se fosse l’esposizione di una reliquia. Cerco le foto, che ogni tanto ripasso, di questi due anni. Ritrovo la camera di Dubai, grande come casa mia, rivedo la Hunday porpora con la quale ho fatto il giro della Florida senza mai vedere il mare. Sento gli odori di Johannesburg, il caldo di Orlando, il freddo di Chicago, la noia di Filadelfia, il cielo di New York. Di colpo la pioggia di Berlino, l’albergo di Colonia, Schipol e i chioschi per fumare, Zurigo e la sua dogana. Sento ancora il culo che si stringe sopra il piccolo Canadair che punta il piccolo paese di Erie tra campi e nuvole. Mangio di nuovo i giganteschi gamberi, le mashed potatoes a quintali, sento l’Enterogermina che mi chiama come sempre. Ho il culo che fa male come su tutti i sedili rovinati delle Economy su cui ho dormito. Sprofondo in un flusso di coscienza, rimanedo a guardare il grosso brad della Ridente Multinazionale che domina lo schermo. Ho fatto, al conto esatto, trecentosessantamila miglia in diciotto mesi, a quanto dicono le due carte Frequent. Ho guidato in almeno una ventina di stati nel mondo, rimediando una cinquina di multe. Fermo il nastro, rollo una sigaretta, chiudo tutto. Appoggio ordinatamente le Chiavi Del Potere, l’accesso libero alle macchinette con la bevanda al gusto di the al limone, metto le penne nella latta del caffè Illy, e prendo la strada del parcheggio aziendale. Tutto ha un inizio e una fine. E’ che spesso non sei tu a decidere i quando. Arrivano, come arrivano le bollette, come arrivano i numeri al lotto. E docilmente metti in fila le sensazioni e infili tutto in quella valigia strapiena che chiamano coscienza.

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