Love Therapy or Spring Break?

Ci sono le magnolie che hanno sbagliato i conti, o hanno dato troppa fiducia al sole. Ci sono i centauri stagionali, con le impolverate moto pronte per fare statali su statali, che a fine giornata di Rossi rimangono solo gli occhi, ci sono gli inglesi e i tedeschi, che bevono felici in maglietta, con le donne che insaccano i grassi piedi in infradito che strisciano sul pavee. Ci sono le biciclette, le palestre piene, le piscine stracolme, i parchi invasi da tappeti e stuoie. Ci sono gli innamorati, quelli non mancano mai, che limonano con più calma davanti alle fermate del tram. C’è anche qualche sorriso in più, timidamente esposto come una reliquia del buon umore. Non manca niente per i tentativi di primavera di Milano, anche i lastroni per i cartelli elettorali, che in una democrazia sudamericana come la nostra sono più puntuali della primavera. Mi ritrovo con un bicchiere di Sangre De Toro infilato nel centro di Milano a discutere su un futuro che sembra migliore se scaldato dal sole. Mi ritrovo sdraiato su una sedia di un bar immerso tra la bassa padana, mentre rimiro la perfezione tedesca del bicilindrico. Mi sveglio infilato in uno dei primi timidi tentativi di botellon de noi artri con quindicenni emo e dark che si passano allegramente bottiglie e infezioni davanti alle Colonne. Mi perdo nel caos de Le Trottoir, che piace solo a me e al suo proprietario, che di fatti andiamo parecchio d’accordo, come solo due ubriaconi possono fare. Mi siedo sul culo della domenica, a guardare le stelle che finalmente compaiono dopo tre mesi di latitanza nel cielo sopra la ferrovia est. Mi perdo nella pagina bianca in cui vorrei scrivere di tutto questo, che poi è troppo fisico per trovare un posto preciso nelle parole. Sono un grande tifoso di questa mezza stagione, delle sue pioggie improvvise e del sole disperato sui giardini Montanelli la domenica pomeriggio, e sono un grande fan delle cose che si fanno solitamente in questa stagione: ci si lascia, senza pietà, creando mostri di kleenex e disperazione che in un paio di mesi verrà affogata su un qualunque addominale di Mikonos o Formentera, ci si innamora con la stessa velocità con la quale, a un paio di sere di distanza, si scopre di essere innamorati di un’altra. Ci si rinforza, affollando palestre e piscine, togliendo il pane e l’alcool, e vivendo solo peggio fino ad agosto. Ci si raffredda, che è il male più bello che ci sia perchè è un gesto di fiducia nel mondo, non corrisposta, ma sempre data. Ci si ritrova a grattarsi la pancia alle tre di mattina, sfiorando il pensiero di rimanere seduti ancora un paio d’ore, che poi al lavoro c’è sempre tempo d’arrivare tardi. Ci si ritrova a voler viaggiare, come orsi usciti dal letargo, ovunque, low cost, sempre. Che poi ci si passa, e diventa un modo per ricordare la differenza tra la primavera e l’autunno, che la primavera non è la porta di ingresso nel freddo ma l’uscita di sicurezza verso il caldo. Consuma tutti i fazzolettini di carta che puoi, per piangere perchè sei ancora single, per piangere perchè sei diventato single, per piangere perchè vorresti diventare single, per un raffreddore, per un’allergia, per i trenta, per i quaranta, come per i quindici o per i sessanta, per la pancia che non scende, per il culo che non sale, per le tette che non stanno, per le gambe che non vanno, per il naso che ingombra, per la stanchezza che incombe, per tutto quello che vuoi. Che piangere fa sempre un gran bene. Come la primavera.

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