The Bridge that will unify us!

Mi sono improvvisamente interessato sulla questione del ponte sullo Stretto. Improvvisamente perché, nel corso di una notte movimentata dove ai consueti incubi si sono aggiunti agghiaccianti aggiornamenti sulle più moderne turbe psichiche, nel corso di questa notte, dicevo, ho potuto rivivere e ri elaborare la puntata di Report appena vista. Si, guardo Report. No, non smetto con senso di rabbia. Si, la considero una bella trasmissione. No, buona parte degli argomenti sono nuovi per me. Una puntata interamente dedicata alle grandi griffe e alle borsette fatte dai cinesi a Vicenza e a Prato. Sembrava la dolorosa scoperta dell’acqua calda, con tanto di finte irruzioni della GdF, improbabili perquisizioni e impenitenti imprenditori cinesi con tanto di finto accento veneto o toscano. Adorabile. Splendida anche la professionale analisi del prezzo. Dai cinque euro del capannone ai tremila della boutique romana. Roba che se le donne ricche fossero anche intelligenti, ci sarebbe da organizzare un bel pullman Milano Zona Fiera – Prato China Town, incluso pranzo a Roncobilaccio e breve tour nelle baracche dove dormono i clandestini manifatturieri. Al ritorno, asta benefica per i senegalesi di Brera, improvvisamente disoccupati, e bicchiere di Prosecco offerto dalla casa. Solo che questo, riflettevo, distorcerebbe il concetto di donna ricca. Anche io posso fare la donna ricca, se una scarpa di Chanel (ma Chanel fa anche le scarpe o solo le pubblicità angoscianti?) costa venti euro. Quindi la donna ricca, ieri sera avvisata dall’ammiraglia comunista, sta già pensando di buttarsi su qualcosa di davvero esotico e chic.  Che ne so, il mercato rionale, dove ci sono le cose ancora fatte come ai vecchi tempi, dagli indiani e dai thailandesi. In ogni caso, il servizio a seguire e’ stato un approfondimento sul ponte sullo stretto di Messina. Mi appassiona fin da subito la questione, perché come nei film di Bruce Willis, c’e’ di mezzo un’oscura trama, brutti cattivi, un negro di nome Zeus (forse quello non c’e’), un progetto improbabile, e un sacco di soldi per gli effetti speciali. Di colpo, alle 23.12, oltre ad aver preso coscienza del problema del tartaro sui premolari e della totale combustione del Bon Rol, lasciato dalla Signora a cuocere dalle 19.00, quindi ormai simile alla tibia di una mummia, ho anche capito che il problema dello Stretto e’ un problema che mi riguarda. Un problema di noi giovani.  Desidero interessarmi, leggere, approfondire, eventualmente partecipare. Forse, più in la verso la fine della settimana, tutto scemerà verso il mio consueto disinteresse per le opere che distano più di due passi dal mio passo carraio. Speriamo.

Il cielo Amish

Guardavo dai grandi vetri del terminal B, piccoli e immensi aerei incrociarsi sulle piste, comparendo dalle nuvole gonfie che tappavano il cielo oppure finendoci dentro dopo il decollo. Stordito come alla fine di ogni lunga trasvolata atlantica, aspettavo ansiosamente l’apertura dello Starbucks dentro il quale un paio di neri giganti stavano pulendo il bancone. Di fumare, a Philadelphia, se ne parla solo al caro prezzo di rifare interminabili controlli con meticolosi latinoamericani che si sentono in dovere di sospettare a priori di un passaporto dove non compaia la preziosa scritta U.S. Citizen. La mia coincidenza era un piccolo Canadair con la vernice staccata sul musetto, umilmente infilato in un angolo della pista vicino alla rimessa dei bus. Seduto di fianco a me, un simpatico Yes Man controllava le mail masticando un panino con dentro con dentro il piano alimentare settimanale di una famiglia del Burundi. Il nomadismo lavorativo e’ molto figo ed emozionante i primi cinque giorni, figo ma stressante i due mesi seguenti, noioso e devastante l’anno seguente, impossibile da sopportare per il resto del tempo. In pratica l’entusiasmo per la vita si spegne in modo inversamente proporzionale alle miglia che colorano la Frequent Flyer. In questo senso, mi sarei volentieri evitato la gita in Pennsylvania, tanto piu’ che nelle esplorazioni su Google prima del viaggio avevo capito di stare per finire in un covo di Amish, perso tra le valli infinite che qualche colono si era dimenticato di civilizzare. Dopo mezz’ora di cigolii sospetti e balzelli divertenti con il piccolo Canadair, mi ero convinto definitivamente che la mia vita necessitava di una svolta, atterrando in un aereoporto grande più o meno come un loft in Bovisa, pieno di bandiere a stelle e strisce e con una grande pubblicita’ della Sprint dove un sorridente obeso testimoniava quanto fosse facile telefonare anche da posti dimenticati da Dio, senza perdite di segnale. Il taxi, gentilmente chiamato dallo sceriffo con i baffi che mi ha preso in consegna in qualità di unico forestiero, arrivava zigzagando pericolosamente sullo stradone. Una vecchia Ford Sentinel, gialla e sporca, dalla quale era sceso un esperimento di genetica tra un vichingo e una famiglia di detenuti pluriomicidi. I capelli, stretti in una coda fermata con un elastico giallo, erano unti, ma mento della camicia aperta fino allo sterno. Sandali e bermuda, sigaretta e una patina opaca dentro le pupille. Lanciando la valigia verde dentro il baule mi biascica un saluto e rivolge un movimento di mento allo sceriffo con i baffi. La licenza appesa sul cruscotto rivela un cognome con otto h tre k due y e una j. Si chiama Mike. Aspirando un tiro di sigaretta mi avvisa che e’ permesso fumare. Ringrazio e penso che morire violentato in un taxi in mezzo ai campi della Pennsylvania non mi garantirebbe nemmeno la terza pagina sul Corriere. Viaggiamo in perfetto silenzio, sorpassando stazioni di benzina, villette di legno, stazioni di benzina, villette di legno, nulla assoluto, stazioni di benzina, nulla assoluto, villette di legno. Solo quando alle villette si sostituiscono capannoni pieni di insegne, Mike inizia a parlare. E’ polacco. Conosce l’Europa. E’ stato in Italia. Vuole tornare in Polonia. Ha una bella moglie francese, sono scappati in America per lavorare. Non ama mettere le scarpe, crede in Dio, e’ contro la guerra, suo cugino, cittadino americano, e’ in Irak, ma scrive tutte le settimane e sembra che stia bene. Affondato nel sedile più bucato di tutto il Nord America, ascolto e rispondo fumando beatamente mentre la banalità americana scorre nei finestrini. Mike e’ uno dei due taxisti della zona. Mi lascia il numero del cellulare, scritto su un biglietto da visita di una Crab House, l’unico posto dove servono birra, specifica, della zona. Con Mike abbiamo passato tutta la settimana, avanti e indietro tra capannoni e campi infiniti, e c’e’ scappata anche qualche Bud Light alla spina appoggiati alla formica dell’orrenda Crub House che però  faceva uno splendido mahi mahi grigliato. Con il tramonto, poco prima dell’ultima chiamata alla Signora Pistecchi, seduti fuori dall’albergo, sorseggiando birra clandestina impacchettata in sacchetti di carta anti Amish, fumavamo chiacchierando una decina di minuti. Non sembrava avere molta fretta, e con la sua voce baritonale si intonava perfettamente al cielo. Rideva delle mie cravatte, e del fatto che mi ostinassi a cercare un centro commerciale nel raggio di venti miglia, del fatto che appena possibile stavo a piedi nudi, delle mie sigarette strane e del telefonino che suonava sempre. Portandomi in aeroporto, Mike mi salutò come si saluta un amico che parte. Mentre la hostess over sessanta spiegava sbandierando con le mani che l’uscita di sicurezza sul Canadair e’ una, quindi e’ meglio spintonarsi se si vuole sopravvivere, pensavo che queste birre con Mike forse valevano la traversata.
Questa mattina guardavo il cielo, che sembra volersi sfogare sopra Milano. Non mi manca l’America, mi manca il suo popolo, e un po’ il suo cielo infinito, cosparso di aerei.

Five like Bee Hive

In pratica, la questione era davvero semplice. Venivo fuori da un inverno davvero difficile. Qualcosa di molto lungo, infelice e fastidioso. Si vedeva dalla quantità di orribili poesie che producevo. Era roba molto autoreferenziale. Le scrivevo per rileggerle e compiangermi.  Uno spasso. Scrivevo fumando al davanzale della finestra, uscivo lo stretto indispensabile, quando per stretto indispensabile e’ inteso il consumo di mezzo litro di rhum. Al lavoro gestivo il tutto con lo stesso pathos che ha un operatore ecologico nel raccogliere i sacchi neri. Andavo a fare boxe. Perché il sacco capiva la mia rabbia, e giustamente incassava senza ribattere.  Insomma, grattavo il fondo con innegabile ostinazione.  Lasciavo crescere i capelli, facevo una lampada alla settimana, guardavo ostinatamente gli addominali, che come il terzo segreto di Fatima, non si sono mai svelati sul mio ventre, lasciando solo intendere che forse un giorno sarebbe stato possibile. In macchina tenevo la radio sempre accesa, per parlare il meno possibile con me stesso. Si avvicinava pericolosamente il mio compleanno. Il degno festeggiamento a chiusura di un anno simile sarebbe stato il lancio dal ponte della Ghisolfa. Pero’ pensa che tristezza suicidarsi a Milano. Con anche il rischio che non venga bene e che l’efficiente 118 riesca a riportarti in vita. Fu in questo quadro mentale, un parco giochi per psicologi di tutte le eta’, che decisi di aprire un blog. Cinque anni dopo, un miserabile pugno di lettori, di cui la meta’ piu’ attiva sono detrattori e deviati mentali, saltellano su queste verdi paginone. Abbiamo collezionato una trentina di minacce di morte, abbiamo la certezza che ex fidanzate, ex amici, ex politici, ex tossici, vengano qui a controllare che la mia coscienza si roda nella loro memoria, abbiamo festeggiato un paio di matrimoni, un funerale, due battesimi, e diverse nuove fidanzate. Cresciamo, i capelli migrano dalle tempie al lavabo, le ginocchia cedono lentamente, i problemi lasciano spazio alle soluzioni, e altri problemi bussano alla porta. Ho sempre pensato che ci sia qualcosa di ossessivo nel volersi descrivere a un popolo di IP anonimi, cosi’ ho iniziato a raccontare, solo lo stupido ha continuato a leggere la descrizione, e l’idiota a riferirmi di essere sinceramente preoccupato di come vedo la vita. Sono sempre qui, maggio dopo maggio, con un piccolo bicchiere di rhum per un auto brindisi.

Hallo Moto!

Ho un problema di connessione, che di questi tempi sembrerebbe ben piu’ grave di una malattia infettiva. Seppure io acceda con incredibile frequenza alla mail di lavoro tramite quel misterioso aggeggio che e’ il BlackBerry, manco dal resto del mondo da diverso tempo. Non che questo periodo offline mi dispiaccia, e poi sono molto impegnato a sembrare impegnato, pertanto ho ritagli di tempo, coriandoli di ore, che solitamente occupo per nutrirmi in qualche self service, insalatona + naturale + caffe’, con lo sguardo verso il vetro, a guardare la gente fuori mentre vive, nonostante il mondo. Sono stato a Roma nel giorno di Alemanno, e cio’ ha aumentanto ancora di piu’ la mia ammirazione per questo popolo, che forse aiutato dal clima, risponde alla vita saltando i convenevoli. Poi sono stato seduto per qualche ora sull’erba bagnata della Guastalla, che i piedi che toccano l’umido sono gia’ un buon passo avanti verso le vacanze. Ascoltavo origliando una animata cricca di adolescenti che organizzavano un collettivo, lamentandosi delle occupazioni e cercando di sembrare di sinistra, nonostante l’evidente e familiare padronanza di eccessivi quantitativi di denaro contante. Ho spento l’iPod, e sono rimasto ad ascoltare per quasi un’ora. Poi ho preso la moto e sono andato per tutta la circonvallazione interna cercando qualche ricordo del liceo. Sono stato a Camogli, io e pochi milioni di altri esseri umani. Ho mangiato la focaccia, ho pucciato i piedi in mare, in verita’ mi sono pucciato del tutto, ho letto il Corriere sulla spiaggia, ho fumato in riva al mare, poi ho considerato che forse era troppa felicita’ per un giorno solo, allora sono tornato. Eppure, essere offline non mi ha dato nessun grave disagio. Anzi mi ha fatto venire una grande voglia di ritornare al collettivo e propormi come compagno esterno, che ne so preparare delle torte, gonfiare i palloncini, arrotolare gli striscioni. Se no posso sempre andare in esilio a Camogli e mettermi in fila con i tedeschi per il traghetto di San Fruttuoso. Ah, un cinese mi ha regalato una torta di ananas che sa di polenta. Mi chiama tutti i giorni, mi messaggia su skype, mi scrive un paio di volte la settimana, e mi ha mandato via posta da Taipei una torta. Le basi per una puntata di Criminal Minds ci sono tutte.

Mi descriva brevemente cosa intende per team working

Ogni fase della vita ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. Quando ero piccolo, ad esempio, non ho mai avuto la colite nervosa o non sono mai crollato stanco morto sul letto sicuro dell’infarto, pero’ avevo i miei bei problemi nel gestire il mio tempo tra i Lego e la piscina. Ho risolto portando i Lego in piscina, perdendoli negli spogliatoi dopo due volte, e morendo di dolore fino al primo Exogino pervenuto in casa e fatto trovare come premio dopo una bel voto. Allora ho compreso l’importanza della scuola e ho sempre cercato di prendere bei voti per avere in cambio exogini di tutti i colori. Avevo gia’ intuito, grazie ad Alberto, un secchione con i riccioli neri e i golfini in pendant con le calze, che si poteva ovviare il tutto grazie all’opzione  "padre molto ricco", ma non era nella lista degli optional di cui ero dotato. Quando mi sono stufato degli exogini, ho desiderato intensamente una ragazza mora e con il seno molto grosso, e per quasi due mesi ho studiato anche matematica, portando a casa pagelle di tutto rispetto. Ma nessuno mi regalava questa ragazza mora. Anche in questo caso l’opzione "padre molto ricco" o anche "motorino nuovo fiammante" mi sarebbero state d’aiuto, ma il mio optional di punta era "stempiatura precoce con naso enorme" (optional molto apprezzato nel mondo gay). E fu la fase della vita dove, come tutti, iniziai a bere birra e a fumare dandomi un tono (talvolta facendo uscire il fumo dal naso, operazione monumentale, nel mio caso). Avuta la prima mora con il seno molto grosso, ho compreso che la vera felicita’ e’ una ricetta molto complessa e dagli ingredienti ben bilanciati. Roba da chef dell’umano, mica cazzi. Ho creduto, per un certo periodo, che il vile danaro, l’insieme di banconote che mi venivano consegnate alla fine di ogni mese, fosse l’ingrediente principale, scoprendo solo dopo l’attenta lettura delle mimiche facciali dei grandi uomini di successo che e’ l’amalgama dell’impasto ma non il suo fulcro. Fu cosi’ che ebbi chiaro che ne un seno molto grosso ne molte banconote sarebbero state sufficienti per definirsi felice. Anche perche’, nel mio specifico caso, il seno molto grosso e la sua proprietaria divoravano buona parte del denaro che ricevevo, annullandosi a vicenda. Pregai allora intensamente Dio per ricevere l’opzione "padre molto ricco" anche con un po’ di ritardo, ma cio’ non accadde. A oggi lavoro molto intensamente su questa ricetta, bilanciando gli ingredienti e cercando di dare sapore al tutto. La mia " Spianata di Felicita’ al Rhum con Menta" sembrerebbe quasi pronta. Come per ogni grande cambiamento, anche in questo periodo faccio del mio meglio per tenere tutti gli ingredienti, anche aggiungendone di nuovi. Alla preghiera per un "padre molto ricco" ho sostituito quella per un "padre ancora in salute" e ho imparato a usare il mio naso in molti campi della vita. Uso il denaro come se ne avessi sempre troppo, e lo conservo come se non fosse mai abbastanza. Ho sposato una rossa, pero’ era mora originale. Ho creduto nelle aziende, poi ho smesso, adesso sono le aziende che credono in me. Per questa ragione, ogni due mesi, ho coliti ipocondriache e fenomeni passeggeri che classifico come "cancri notturni". Eppure so, consapevolezza dell’ignorante, che sono solo all’inizio e che la mia ricetta avra’ continue evoluzioni. Eppure, oggi pomeriggio quasi dieci minuti fa, mi sono reso conto che un piccolo ingrediente, importante come l’angostura per un buon cuba, manca da quando ho cambiato lavoro. Sono i colloqui con le agenzie, gli head hunters e i vari HR. Che principalmente hanno lo scopo di capire che il diametro del barile e’ un concetto molto relativo, ma il fondo e’ fin troppo chiaro. Domani rispondo a qualche annuncio, mi mancano le loro occhiaie, il loro aziendalismo e i loro profili psicologici, assestment e altre cazzate dalle quali esce, solitamente, l’esatto opposto di quello che sono (meno male).

 

Partita Iva rimane solo Carla

Una delle mie colleghe ha la passione dei gatti. Ci sono gatti ovunque, sulla scrivania, di plastica tossica cinese, sul desktop, sul calendario, sulla mensola alle sue spalle. Prevalentemente siamesi, bianchi, con l’occhio sornione e il pelo lucido. E’ una cosa orrenda, come le faccine e i puntini con cui riempie le mail. Mangio prevalentemente insalatone dell’Autogrill, con due panini e una bottiglia di Panna, che costa come un litro di gasolio, ma inquina di meno. Dopo mangiato fumo sulla piazzola, davanti alla macchina. Una volta piove che sembra debba farlo tutto subito. Un’altra c’e’ il sole, quello malato che c’e’ solo in Triveneto, con la cappa di caldo e scarico di macchina e sul fondo della strada la Fata Morgana che dilata le distanze. Poi risalgo in macchina e riparto. Faccio il pieno tutti i giorni, ho gia’ vinto una ricarica telefonica, potrei procedere a gonfie vele verso la telecamera ultracompatta con solo 250 bollini e 129 euro, che la telecamera da sola ne costa 130. Grazie ai Tutor non supero mai i 130 e guardo con invidia le grosse station che sfrecciano a cento ottanta, cercando di capire il trucco. Faccio in modo di non perdermi nemmeno una coda, e pazientemente sfondo la rotellina del Blackberry in cerca di mail a cui rispondere. Ascolto Radio Deejay, tutto il palinsesto, ad eccezion fatta per Platinette e Fabio Volo, che sostituisco con grandi perle d’annata. Ho il vestito estivo, grigio scuro, tutto stropicciato sotto le cosce, vero segno distintivo dei cavalli da strada o, american, degli uomini sul field. Quando scendo la sera sento formicolare i piedi, e friggere dentro al cofano. Ho montato le barre sul tetto, mi basta guardarle per pensare che manca poco al mare, alla tavola e alla muta. Ho cenato in due regioni diverse in due giorni, ma non erano le stesse dove ho pranzato. Ho passato l’Appennino cinque volte, e ho letto tutti i numeri di cellulare che c’erano scritti nei cessi dell’Autogrill. Un silezioso esercito di ricchioni, armati di GSM, che abbandona il romanticismo e fa del grande marketing conciso e diretto: dimensioni dell’organo, pratica preferita, numero di telefono (talvolta con prefisso internazionale). I più giovani ci infilano anche l’età’, tra la pratica preferita e il telefono. Lascio sempre venti centesimi nel cestino all’uscita dei cessi, la mancia per aver prelevato dalle maniglie un po’ di batteri. Dormo appena posso, ovunque, in ogni situazione. Ma poi, quando sto per più di due ore in ufficio, e faccio la coda per la macchinetta del caffè, e ascolto i discorsi su Silvio e Alitalia, e mangio la pizza di gomma dell’unico bar nel raggio di due kilometri, fumo schierato davanti alle finestre a specchio insieme a tutti gli altri, che sembriamo davanti al plotone di esecuzione, poi dopo che vedo i gatti comparire ovunque in ufficio, sento forte il bisogno di tornare sull’autostrada, e fare la coda, e mangiare le insalatone, e dormire in macchina. Brinderò a voi, fratelli, da quel dei Ronchi, dove per qualche giorno pregherò per la mareggiata e spererò nel sole. Obbiettivi a breve termine, d’accordo, ma più che sufficienti. E poi in spiaggia di gatti non se ne vedono.

I molti modi di dare forfet

Tra le eventualità della mia prolungata assenza ci sono: un rapimento da parte di un gruppo di guerriglieri per l’indipendenza di Lambrate, che mi tengono prigioniero sotto un tombino della Esso di via Rombon. Insieme a me siedono nel tugurio due commessi del Mediaword di Rubattino e un mulettista dell’Esselunga. Verremo liberati solo quando il gruppo, che tratta direttamente con Borghezio e la Moratti, avrà ciò che chiede. Oppure, ho fatto la campagna elettorale come ufficio stampa, nell’entourage di Silvio, scrivendo in parte i testi di “Meno male che Silvio c’e’”, canzone peraltro molto piu’ gradevole di tutta la produzione di D’Alessio. Ad avvalorare quest’ultima ipotesi ci sono un paio di servizi del Tg4 dove si vede un giovine di belle speranze che mi assomiglia molto, tra i finti giovani che stanno sempre dietro a Silvio e che fanno tanto rumore appena si accendono le telecamere. Altra ipotesi, piu’ fantasiosa ma sempre possibile, e’ che io sia completamente assorbito dagli incalzanti ritmi di una nuova multinazionale, dove ad una scrivania senza nessuna pretesa si e’ aggiunto un pc con la tastiera UK, senza accenti e con tutti i tasti spostati, con il quale scrivere una mail di tre righe e’ impresa assai ardua e che richiede almeno quaranta minuti netti. Ad avvalorare questa tesi ci sono numerosi avvistamenti nei ristopizza della provincia e nelle piazzuole Autogrill, anche se a oggi non si possiedono maggiori dati. Mentre gli inquirenti passano al vaglio tutte le ipotesi, io vi suggerisco, come consolidata tradizione di questo posto, un’ottima lettura: Cunnilingusville di Augusten Burroughs. Senza il tempo di fare una adeguata recensione, ma appena uscito dal tunnel dell’ultimo Pennac, che strombazza su Pennac ricordando Pennac e parlando di Pennac, e dall’ottimo Fanculopensiero, mi sono preso davvero una boccata d’aria.
Se mi avvistate, avvisate la polizia o anche Silvio, che mi voleva ministro.

Elegia del nullafacente

Sono davanti alla pagina bianca di Word. Ci sto bene, devo dire. Non tocco nulla, guardo il cursore lampeggiare e mi accendo una sigaretta. Poi cambio il carattere, che partire in Arial è già una pessima premessa. Anche dodici mi sembra esagerato. Meglio un più ottimistico dieci, che le pagine si riempiono più lentamente. Volge al termine la mia settimana da disoccupato, o da mantenuto, in quanto la Signora Pistecchi procede operosa nel portare a casa flussi finanziari sufficienti a mantenere gli alti standard di vita che includono doppio caffè d’orzo, Corriere & Repubblica, focaccia e tabacco. Apro iTunes, con la calma dei saggi ci infilo Mad Caddies, RHCP, Darkness e Counting Crows. Guardo fuori, il nulla assoluto del secondo tempo di un pomeriggio di aprile. In una settimana di disoccupazione ho reso felice un dentista, ho staccato trentanove numerini per altrettante code, ho messo la terra nella menta, con una spruzzata di insetticida che sul nostro balcone sembra di essere in una puntata di Passaggio a Nord Ovest. Alle cimici si sono aggiunti i bruchi, che diventeranno anche farfalle, ma da bruchi sono bruttini. E poi mi mangiano la menta. Toccami tutto, ma non la menta. Le nonnine suscettibili ai piani bassi borbottano sui miei costumi domestici, come quello di scopare sul balcone avendo cura di lanciare tutto lo sporco giù verso i box. Scaramucce domestiche alle quali rispondo con cordiali "fottiti nonnina" oppure con un sempreverde "ma fatti gli stracazzi tuoi". Toh, decolla un Lufthansa. Pensa che poco fa è partito un British. Ma quanto movimento! E chissà dove andranno! Insomma, il cursore lampeggia fisso. Nemmeno una lettera. Foglio bianco, come alla maturità. E’ che ho tutto in testa. Saldamente in testa. Troppo in testa. Mi pregusto una coppia di meritatissimi cuba, con due gocce d’angostura. In cinque giorni ho scritto sedici pagine, ho stracciato sedici pagine, ho buttato sedici pagine. E ci brinderò sopra. Da lunedì si riparte, nella Gioviale Multinazionale, o forse nella Rampante Multinazionale. Forse sarò in grado di scrivere di nuovo solo di fronte ad alienata gente che conduce mediocri esistenze. Preparo una cravatta accogliente, che i nuovi colleghi si trovino a loro agio, lucido le scarpe nere, cosa che farei in continuazione tanta è la soddisfazione che mi da. Poi torno al pc. Sempre questo cazzo di cursore che lampeggia. E un Alitalia che decolla, una rarità si direbbe di questi giorni. Poi, lunedì sera, mentalmente devastato, sprofondando sul divano, senza nemmeno la forza di avvicinarmi alla tastiera, sognerò di avere un pomeriggio tutto per scrivere. Beh, meno male che siamo a venerdì. Avere tempo mi iniziava a logorare.

La critica discordante sull’Expo

Faccio la coda alla posta, insieme ai miei amici over settanta. Vado all’Esselunga a orari impensabili, scoprendo addirittura l’esistenza di un piano superiore, solitamente non raggiungibile causa ressa di ansiose madri carrellate. Poi compro il giornale, che sono uno che si tiene informato. Vado fino alla tintoria di via Bergamo, che è molto meglio delle vetrine di Amsterdam, dato che il vecchio proprietario assume solo dalla quarta in su e le accaldate stiratrici posano plastiche in vetrina mentre stirano svogliate le camicie azzurre. Poi mi siedo sulle panchine di Viale Lazio, sfoglio il giornale, sbocconcello un pezzo di focaccia, cerco di tenermi sveglio. Per il primo caffè del pomeriggio prediligo la bocciofila di via Dei Fontanili, cosicchè per la sigaretta posso tranquillamente passeggiare nel quartierone nuovo di zecca che hanno infilato tra i Magazzini Generali e il nulla di via Ripamonti. Seguo l’andamento di diverse partite di scopa, il lusso dello spettatore. Raramente supero le quattro parole all’ora, e generalmente è per comprare tabacco o focaccia. Ho alcune scadenze mondane, la dichiarazione dei redditi, il dentista ansioso di scavare dentro le mie ossa, la banca che non ha sportelli che è tanto figa finchè non hai bisogno di uno sportello, l’assicurazione fatta, chiusa, riaperta, richiusa. Ma si sa, non può essere tutto perfetto. Leggo un libro aziendalista, per tenermi in forma, per non tagliare il filo rosso che mi ricollegherà al mondo. Leggo Pennac, più per lui che per me, e poi leggo Cristan Maksim. Ottimo incipit, grande titolo, bella foto, speriamo in bene. Ah, cammino piano, come quelli con il catetere. Non so di preciso perchè, ma mi fa stare decisamente meglio. In moto non metto mai la terza, e mi guardo bene dal superare le macchine. Faccio la coda anche dal panettiere, senza sgomitare. Faccio passare avanti i nonni in edicola, al bar aspetto che si liberi il banco. Perchè in questi giorni sono l’uomo più ricco del mondo. E posso fare quello che voglio. L’uomo più ricco del mondo può fare sempre quello che vuole. E io lo faccio. Perchè la mia ricchezza, a tempo determinato, è il mio tempo. Tutto il tempo di una giornata.

PS: si, è vero, leggo la mail a giorni alterni, però le leggo tutte. Poi mi forzo di rispondere, ma non ci riesco. Ma prometto che lo farò

Risikate morali per uomini sfiniti

Ogni tanto giocare a Risiko, come limonare duro contro un lampione, fa bene all’animo. Meglio dei fiori di Bach. Le proprietà curative del Risiko non sono ancora state ufficializzate, ma sono sotto gli occhi di tutti. Pertanto, nella sera di Pasqua, ci siamo prodotti in una sfida all’ultimo sangue di cui riporto dettagliata cronaca per i posteri. Partecipano: L’Elegante, in veste di favorito e gran conoscitore del giuoco, Renation, Spruzzo, alla sua prima partita, e il sottoscritto. Location esclusiva la Cucina Pistecchi, opportunamente organizzata con tutto il necessario: Pampero, liquori, vinaccia e birre in lattina. Alle ore 22.19 viene sommariamente spiegato a Spruzzo l’uso dei dadi e dei carri armati colorati, con evidenti allusioni anali. Le regole, snocciolate con ascetismo dall’Elegante, vengono assorbite con latitante attenzione. Alle 22.41 si parte con il primo giro, con ordinate file di carri armati che popolano il mondo. Alle 22.42 si ha chiaro che Spruzzo non ha capito nulla, ne del gioco ne del senso del gioco. Ma si procede. Dopo una fitta serie di scaramucce tipiche dei primi turni, alcuni stati si popolano di armate e verso le 23.12 la prima grande offensiva dell’Elegante alla volta dell’Asia viene condotta ai danni di Spruzzo, unico uomo al mondo in grado di fare sei con ogni dado, anche quelli a due facce. Spruzzo resiste, non conscio di resistere, e impedisce reali svolte nella partita. Renation inizia la partita fantasma, come quarto incomodo, ai margini del mondo. Alle 23.45 il Sud America, saldamente nelle mie mani grazie a un accordo con i narcos e al totale disinteresse di Renation, viene assaltato da 2.345 carri armati dell’Elegante, che riesce a conquistare il Brasile. La situazione è chiara a tutti, il grande favorito, forte della sua decennale esperienza (come in qualsiasi sport, hobby, perversione esso faccia), ha in mano le sorti del mondo. Unico neo, Spruzzo che con andatura casuale e senza essere in grado di leggere i nomi degli stati, procede in delle conquiste completamente senza senso, forse guidate dalla cromia dei continenti. Renation vive di stenti, l’Elegante gli regala il Nord America, con fare magnanimo. Io sono rilegato in Africa, con la soddisfazione di avere tutto per me il Madagascar, ma senza nessuna reale possibilità di sopravvivenza nel medio lungo termine. Pertanto mi accanisco sul Pampero. Alle ore 00.10 Spruzzo viene abbandonato dalla compagna. Ne nasce un intensa corrispondenza via sms, di cui beneficia solamente la Vodafone. L’Elegante si porta alla conquista dell’Asia, tentanto di destabilizzare Spruzzo che risponde con dadi mai inferiori al cinque. Per tutto questo tempo, il dado più alto tirato da Renation è stato un quattro. Egli, in sordina, popola di carri armati blu i confini nordamericani, senza che nessuno gli dia attenzione. L’Elegante, già impegnato nel autocelebrare il suo successo, si atteggia come un moderno Kasparov, Spruzzo scrive intense missive d’amore, con l’amor proprio ormai sotto il tavolo, e io condivido con il Pampero quello che resta delle mie tenute africane. Così, nella distrazione generale, Renation sferra una doppietta all’Australia, attacco sanguinoso contro le truppe dell’Elegante, vincendo. Si, vincendo. Perchè il Risiko, come il limonare duro contro un lampione, da sempre dei grandi insegnamenti morali. Che la morale, nella vita come sul mappamondo piatto, è sempre la stessa. Ma la vera rivoluzione è che tu puoi sceglierne una, tutta per te.

– meglio un piccolo passo oggi per una grande vittoria domani

– tanto va l’esperto al largo, che ci lascia il carro armatino

– inutile combattere per la Cina, quando ti fottono con l’America

– tu ti fissi col Brasile, ma t’arriva dalla Nuova Zelanda

– il cuba in Madagascar ha tutto un altro sapore

– il Risiko è come l’amore. Appena finisci di fare la guerra ha vinto l’altro.

– Meglio avere culo ai dadi che nella vita

– la vita è come una scatola di carriarmatini, non sai mai da chi ti fai inculare.