Il cielo Amish

Guardavo dai grandi vetri del terminal B, piccoli e immensi aerei incrociarsi sulle piste, comparendo dalle nuvole gonfie che tappavano il cielo oppure finendoci dentro dopo il decollo. Stordito come alla fine di ogni lunga trasvolata atlantica, aspettavo ansiosamente l’apertura dello Starbucks dentro il quale un paio di neri giganti stavano pulendo il bancone. Di fumare, a Philadelphia, se ne parla solo al caro prezzo di rifare interminabili controlli con meticolosi latinoamericani che si sentono in dovere di sospettare a priori di un passaporto dove non compaia la preziosa scritta U.S. Citizen. La mia coincidenza era un piccolo Canadair con la vernice staccata sul musetto, umilmente infilato in un angolo della pista vicino alla rimessa dei bus. Seduto di fianco a me, un simpatico Yes Man controllava le mail masticando un panino con dentro con dentro il piano alimentare settimanale di una famiglia del Burundi. Il nomadismo lavorativo e’ molto figo ed emozionante i primi cinque giorni, figo ma stressante i due mesi seguenti, noioso e devastante l’anno seguente, impossibile da sopportare per il resto del tempo. In pratica l’entusiasmo per la vita si spegne in modo inversamente proporzionale alle miglia che colorano la Frequent Flyer. In questo senso, mi sarei volentieri evitato la gita in Pennsylvania, tanto piu’ che nelle esplorazioni su Google prima del viaggio avevo capito di stare per finire in un covo di Amish, perso tra le valli infinite che qualche colono si era dimenticato di civilizzare. Dopo mezz’ora di cigolii sospetti e balzelli divertenti con il piccolo Canadair, mi ero convinto definitivamente che la mia vita necessitava di una svolta, atterrando in un aereoporto grande più o meno come un loft in Bovisa, pieno di bandiere a stelle e strisce e con una grande pubblicita’ della Sprint dove un sorridente obeso testimoniava quanto fosse facile telefonare anche da posti dimenticati da Dio, senza perdite di segnale. Il taxi, gentilmente chiamato dallo sceriffo con i baffi che mi ha preso in consegna in qualità di unico forestiero, arrivava zigzagando pericolosamente sullo stradone. Una vecchia Ford Sentinel, gialla e sporca, dalla quale era sceso un esperimento di genetica tra un vichingo e una famiglia di detenuti pluriomicidi. I capelli, stretti in una coda fermata con un elastico giallo, erano unti, ma mento della camicia aperta fino allo sterno. Sandali e bermuda, sigaretta e una patina opaca dentro le pupille. Lanciando la valigia verde dentro il baule mi biascica un saluto e rivolge un movimento di mento allo sceriffo con i baffi. La licenza appesa sul cruscotto rivela un cognome con otto h tre k due y e una j. Si chiama Mike. Aspirando un tiro di sigaretta mi avvisa che e’ permesso fumare. Ringrazio e penso che morire violentato in un taxi in mezzo ai campi della Pennsylvania non mi garantirebbe nemmeno la terza pagina sul Corriere. Viaggiamo in perfetto silenzio, sorpassando stazioni di benzina, villette di legno, stazioni di benzina, villette di legno, nulla assoluto, stazioni di benzina, nulla assoluto, villette di legno. Solo quando alle villette si sostituiscono capannoni pieni di insegne, Mike inizia a parlare. E’ polacco. Conosce l’Europa. E’ stato in Italia. Vuole tornare in Polonia. Ha una bella moglie francese, sono scappati in America per lavorare. Non ama mettere le scarpe, crede in Dio, e’ contro la guerra, suo cugino, cittadino americano, e’ in Irak, ma scrive tutte le settimane e sembra che stia bene. Affondato nel sedile più bucato di tutto il Nord America, ascolto e rispondo fumando beatamente mentre la banalità americana scorre nei finestrini. Mike e’ uno dei due taxisti della zona. Mi lascia il numero del cellulare, scritto su un biglietto da visita di una Crab House, l’unico posto dove servono birra, specifica, della zona. Con Mike abbiamo passato tutta la settimana, avanti e indietro tra capannoni e campi infiniti, e c’e’ scappata anche qualche Bud Light alla spina appoggiati alla formica dell’orrenda Crub House che però  faceva uno splendido mahi mahi grigliato. Con il tramonto, poco prima dell’ultima chiamata alla Signora Pistecchi, seduti fuori dall’albergo, sorseggiando birra clandestina impacchettata in sacchetti di carta anti Amish, fumavamo chiacchierando una decina di minuti. Non sembrava avere molta fretta, e con la sua voce baritonale si intonava perfettamente al cielo. Rideva delle mie cravatte, e del fatto che mi ostinassi a cercare un centro commerciale nel raggio di venti miglia, del fatto che appena possibile stavo a piedi nudi, delle mie sigarette strane e del telefonino che suonava sempre. Portandomi in aeroporto, Mike mi salutò come si saluta un amico che parte. Mentre la hostess over sessanta spiegava sbandierando con le mani che l’uscita di sicurezza sul Canadair e’ una, quindi e’ meglio spintonarsi se si vuole sopravvivere, pensavo che queste birre con Mike forse valevano la traversata.
Questa mattina guardavo il cielo, che sembra volersi sfogare sopra Milano. Non mi manca l’America, mi manca il suo popolo, e un po’ il suo cielo infinito, cosparso di aerei.

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