Col Seno di Poi

Cerco di leggere per tenermi aggiornato sui grandi problemi del mondo.

Leggo sull’Economist di questa settimana che c’è una grande crisi, tra le crisi, che preoccupa molto. Non è l’auto, non sono le sgangherate fabbriche alimentari,ma è un settore di vitale importanza per il mondo: quello dei super jet. Prodotto, gi ignoranti potrebbero dire, di nicchia. In effetti sono solo quei due o tre cento multi milionari CEO dell grandi aziende della Terra i principali utilizzatori dei piccoli oggetti volanti. Solo che i grandi CEO della terra devono dimostrare un forte senso del risparmio, e qualche maligno ha addirittura notato come i paperoni dell’auto americana, mentre andavano a Wall Street a prendersi i milioni di fondi stanziati da Giorgio Doppia W, si siano mossi a bordo di poco economici jet. Allorchè il settore è in crisi, anche perchè non si butta via niente e quindi il mercato dell’usato è andato alle stelle. E tu, del call center della Wind, che pensavi di essere l’unico stronzo cassaintegrato.

Leggo su Vanit Fair una appassionata lettera di un giovane omosessuale che desidera, proprio in qualità di omosessuale, pagare meno tasse. Sostiene che questo governo, apertamente schierato contro di lui e quelli come lui, che lui stima essere quasi tre milioni, fa di tutto per ostacolare la sua vita. In effetti il ragionamento, nel suo drammatico qualunquismo, mi appartiene. Anche io, vorrei essere rappresentato da persone di un certo spessore. E pagare tasse sensate. Noi cattocomunisti siamo da sempre così. E’ bello sapere che anche gli omosessuali sono dalla nostra parte. Non ci resta che fondare un partito. Magari di sinistra, giusto per fare le mosche bianche.

Leggo, sempre su Vanity Fair, che Gad Lerner ha un interessante punto di vista sugli ultimi, deprecabili, episodi di razzismo accaduti. E che "in un solo giorno ad Auschwitz si uccidevano più ebrei di quanti palestinesi siano mai morti per mano di Israele". Che è un bel conto. Ragionando così, ad essere iracheni, si potrebbe andare in giro per New York con la certezza di poter uccidere almeno cento newyorkesi al giorno ed essere dalla parte della ragione. Poi si potrebbe assumere Gad come avvocato.

Leggo, appoggiato su uno scaffale della Mondadori, l’ultima fatica di Pulsatilla e molte domande assalgono il mio cuore. E’ diritto di ogni lettore, secondo Pennac, avere gusti e poter scegliere. E questo libretto di Pulsatilla è la prova che è diritto di ogni editore di fottersene dell’intelligenza dei lettori, e lasciare che siano loro a provare un senso di vuoto che non si provava dai tempi di un buon classico di De Carlo.

In ultimo, in merito alla foto allegata, che al momento in cui scrivo è stata caricata da 4 minuti e ha ricevuto 541 click e mi intasa Splinder tanto da far comparire le lettere due minuti dopo che le ho scritte, e che risulta essere negi articoli più letti di oggi sul Corriere.it (articoli più letti, è scritto così sul loro sito) aspetto con ansia di leggere:

– l’acuta sintesi di Grasso, che lamenterà una grande caduta di stile, in una trasmissione che in fatto di stile aveva solo la Bignardi.

– la spassionata testimonianza del padre della giovane giunonica, su qualche giornale. Dice di essere fiero di sua figlia, e che lei ha tanto da dare ed è anche molto intelligente, e che sono ingiuste le critiche che la apostrofano come puttana mediatica. Perchè ognuno davanti alla vergogna del fallimento, ha diritto a un’ultima difesa.

– il parere medico di un ginecologo di fama  internazionale che suppone che toccarsi ossessivamente le tette, che sia a favore di camera o meno, può portare a dei problemi (no, non fa diventare ciechi. Quello è la conseguenza maschile davanti a una donna che si tocca ossessivamente le tette a favore di camera).

Vorrei non leggere, ma so che ciò accadrà:

– una qualsivoglia difesa della sopracitata giunonica, proveniente da un inaspettato intellettuale che si schiera in difesa di lei e di tutte le tettone esibizioniste del mondo.

– una critica da Famiglia Cristiana, il giornale letto dai teledipendenti cattolico-conservatori, che evidenzia a che punto è finita la tivù italiana, dimenticando di menzionare a che punto sono finiti quelli che la tivù italiana la guardano.

– l’homepage di FaceBook, con decine, forse migliaia, di gruppi pro e contro, di cui l’unica cosa bella saranno le foto e la sottile vittoria degli autori del Grande Fratello, che ci hanno provato con il cieco, o non vedente, con la hostess disoccupata, o diversamente lavoratrice, dimenticando che un paio di tette, dall’invenzione del tubo catodico, risolvono sempre il problema.

Mi sono rifiutato di leggere tutti gli articoli sull’argomento, per presunzione d’intelletto: non credo che nessun laureato in giornalismo debba spiegarmi l’evidente semplicità di quello che sta accadendo. Ma non posso non pensare che, riflessioni da adolescente degli anni 90, noi ci dovevamo ammazzare di pippe con Non E’ La Rai e Ambra Angiolini, e questa smidollata generazione ha anche la fortuna di avere la vita ormonale così semplificata. Non è che poi mi crescono senza saper combattere per le cose importanti?

E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non mi aggiorno sui fatti più importanti della settimana.

Update e copyright: i click sulla foto sono 601, ed è stata presa da un sito specializzato in gossip: corriere.it

take a look

Guarda la neve, per esempio. La neve non è altro che acqua sotto mentite spoglie. Solo che quando piove ti senti triste, amareggiato e anche un po’ sfigato. Quando nevica ritorni bambino, ti ritrovi a guardare la strada davanti a casa e sperare che non finisca mai. Adori il prato ricoperto di bianca, soffice, silenziosa, (ho già detto bianca?), neve. E pensi che sarebbe bello vivere in un posto dove la neve non va mai via. Dove per settimane tutto rimane bianco, silenzioso, soffice, perchè no ancora bianco. Eppure per andare in ufficio ci hai messo sei ore. Stavi rischiando il legamento crociato per attraversare la strada, hai tamponato quattordici volte lo stesso lampione, poveretto, sfrizionando come James Dean. Hai anche la fortuna di vivere in un comune che presta il sale agli altri comuni, e per di più in una zona lontana dal centro e dai fotografi del Corriere, dove nessuno mai si sognerà di passare per spazzare questa silenziosa, soffice, infernale coltre bianca. Eppure la ami. E non pensi, mentre saltelli tra un lastrone di ghiaccio e un cumulo di terra ghiacciata, che stai rischiando la vita in una metropoli del ventunesimo secolo. No, pensi che è bello, che è giusto, che è inverno. Che bella persona che sei. Affascinato dalla purezza, ipnotizzato dal bianco, stordito dal silenzio. Guardi distrattamente il telegiornale, dove un giornalista da un po’ di ragione ai palestinesi e un po’ agli ebrei, si fa inquadrare con giubbotto antiproiettile e baracche sullo sfondo e finisce con augurarsi che Obama risolva tutto. Tu sei distratto, aspetti il Meteo. Dove speri che ti dicano che continuerà per mesi, forse per anni. Ma questa è la terra dei cachi, dei limoni, non dei Grand Soleil e dei pinguini. Non solo smette di nevicare, ma arriva il gelo. E ti ritrovi a fare delle fantomatiche piroette in macchina, disegnando itinerari misteriosi insieme ai tuoi compagni di balletto. E tutto è brutto, freddo e inospitale. Per quanto possa essere truce è così, anche la purezza della neve ha il suo lato oscuro. E forse era meglio la pioggia, che rompe si, ma è la forma più semplice di acqua, la più innoqua. Perchè questo posto è fatto perchè piova, non perchè nevichi. E tutto è un grande dono, ogni momento di sole e di pioggia. E bisognerebbe smetterla di lamentarsi per il caldo del sole o per le nuvole di pioggia. E’ la neve a dirtelo. E considerare ogni momento per quello che è davvero. Perchè domani potrebbe piovere, o arrivare il sole, o ancora nevicare. Ma tu resterai sempre quello. E smettere di guardare a domani, sperando nel tempo migliore, quando hai la cosa più bella del mondo da fare: vivere.

In loving memory of Aureliano B. C.

Ho fatto 13 al SuperEnalotto

1

Sono tornato. La Signora ha avuto pietà di me, e dopo solo tre giorni di montagna ha avuto il buoncuore di riportarmi nella civiltà. A Milano siamo ancora in cinque o sei. Gli altri quattro, in questo momento sono in coda davanti a Zara per approfittare dei saldi. Ah, i saldi di Zara, come non approfittarne. C’è il sole, ma fa un freddo austriaco. La cosa mi lega, morbosamente, all’assunzione di vitamina C in tutte le sue forme. Stavo giusto approfondendo, durante queste vacanze, la differenza tra dipendenza, indipendenza e interdipendenza. Vorrei lasciarmi alle spalle qualche fastidiosa dipendenza che, nicotina a parte, ostacola il mio sviluppo personale. Il concetto è semplice, etico e funzionale: non è l’indipendenza il traguardo finale, ma l’interdipendenza; se da solo sollevi cento chili, in dieci possiamo sollevarne mille. E’ talmente affascinante, come concetto, da essere diventato uno dei miei preferiti fin dalla prima lettura dei libri del sig. Covey.

2

Mio padre ha rotto il computer. Il computer di mio padre si è rotto. Vista la spinta personalizzazione dell’oggetto in questione, possiamo dire che il computer di mio padre è venuto a mancare. Era vecchiotto, superava quasi la decina d’anni, ma si è sempre difeso. Prima di essere il computer di mio padre, era il computer mio e di mio padre. Anni di WinMX, Splinder, DvDP, foto, ritocchi, mail, senza mai batter ciglio. La rottura traumatica del computer ha provocato in mio padre una preoccupante fase ansiogena e una grande sfiducia nel mondo. Al mio ritorno dalla montagna sono andato a verificare il decesso, anche se le mie competenze tecniche non mi permetterebbero nemmeno di verificare il funzionamento di una calcolatrice. Essendo però l’esemplare più giovane della famiglia, e pertanto il più tecnologicamente avanzato, ho ricevuto il compito di stabilire il da farsi. Dare il potere agli ignoranti in materia, e potete confermarmelo voi cittadini italiani, può provocare mostri. Ma nel mio caso, grazie all’arte divinatoria e alla fiducia nel capitalismo moderno, mi sono semplicemente limitato a suggerire la conquista di un MediaWorld, posto sicuramente fornito di oggetti simili a quello rotto.

1+2

Adoro le gite da Mediaworld. Ci sono un sacco di pulsanti da schiacciare, un sacco di lucine che si accendono, le televisioni con i pesciolini e l’assortimento di libri più scontato, demenziale e criticabile del pianeta. Mediaworld è molto meglio dei suoi concorrenti. La ragione è semplice: da Mediaworld non rischierai mai che un commesso ti interrompa, qualsiasi cosa tu stia facendo. Sono talmente scoglionati, depressi, astiosi, che non ti si avvicineranno mai. Altro che Saturn o Darty, con i commessi gentili e propositivi. Riuscire a ottenere l’attenzione di un commesso di Mediaworld è un’operazione che richiede una certa esperienza. Una volta ho acceso 12 impianti stereo, sintonizzandoli tutti su Virgin Radio, prima che uno sbadigliante essere vestito di rosso mi si avvicinasse con sguardo interrogativo chiedendomi: "Oh, cioè ti interessano, oppure li provi?". Quando due o più commessi parlano, ad altissima voce, dei cazzi loro, è impossibile chiedere informazioni. Puoi rimanere ore a sentire il racconto della serata prima o di Gigi, che non fa più straordinari e lo hanno spostato di turno. Ore di nulla eterno che sembra davvero importante davanti alla tua stupida, pertinente, appropriata, decisa, domanda sulle memorie SD.  Quando un commesso ti si avvicina spontaneamente può voler dire che: a) stai attentando alla sua vita. b) stanno per chiudere. Siamo andati da Mediaworld che ancora dovevano accendere i dimostratori di Guitar Hero (quelle specie di emo-giovani che suonano tutto il giorno delle simpatiche sagome mentre guardano delle ridicole imitazioni alla tv).  Era, insomma, molto presto. Ci siamo diretti a passo spedito verso il bancone dei pc. Il mio obbiettivo era: convincere mio padre che la tecnologia ha fatto dei progressi e sperimentare l’efficace interdipendenza con la quale colmare le mie lacune di ignoranza e trovare un computer adatto alle esigenze di mio padre. L’obbiettivo di mio padre era: dimostrarmi che la tecnologia non ha compiuto nessun significativo progresso e inoltre che non c’era nessun bisogno di possedere un pc. La rotta per lo scaffale dei pc prevede l’attraversamento di due zone molto pericolose: l’isola dei telefonini, dove milioni di persone si accalcano sperando di essere ascoltate da uno dei due commessi e gli scaffali dei portatili, dove centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini si accalcano per toccare tutti i tasti come se non avessero mai visto prima la schermata di Windows. Identifico il commesso con cui desidero stabilire una relazione interdipendente e dopo un paio di tentativi di fuga, lo riesco a prendere con un lazzo fatto di cavi USB e lo ancoro a uno Sharp 46". Legato e spaventato, il giovane decide di collaborare.  Ci elenca due promozioni, indicando due cartelli con il prezzo ammassati sopra a delle scatole. Poi cerca di liberarsi e richiama l’attenzione del commesso del reparto foto, che alla vista di due clienti si nasconde dentro un raccoglitore di pile usate.

Due ore dopo, lieve senso di nausea, crampi e voglia di nicotina, mi rendo perfettamente conto di due cose: l’interdipendenza prevede due persone interessate e l’acquisto di un pc non è da sottovalutare. Siamo solo al terzo giorno dell’anno e già sono carico di insegnamenti costruttivi, anche se solo l’abuso di nicotina può permettermi di sopportare questa umanità.

 

update

Uno prepara tutto. Il bollitore, la grossa tazza rossa, due cucchiai di Nescafe, mezzo di zucchero, tabacco, cartine e filtrino. Fuori il silenzio ozioso, il freddo, il vuoto della tangeziale orfana dei suoi aficionados. Stende lentamente il Corrierone sul tavolo, inspira e si prepara al relax. L’occhio corre dal titolone fino agli occhielli, editoriale, centro pagina e poi cade, inesorabilmente, sul box di Alberoni. E lì tutto finisce. La poesia della lettura del quotidiano, secoli di tradizione. La magia della carta stampata e il suo fascino, il silenzio concentrato della lettura. Tutto finisce drammaticamente, come un’onda contro gli scogli. Scogli della banalità, dell’ovvietà, della sconcertante inutilità degli scritti di Alberoni. Riempitelo con della pubblicità, metteteci delle figure, risparmiate carta, lasciate perdere. Invece no, puntuale come l’influenza di natale, arriva il pensiero di Alberoni. Ci si lamenta dei blog pieni di nulla, si critica la televisione stupida, si combatte contro l’infernale voracità di internet, e nessuno prova a cancellare quello che un uomo, nel pieno delle sue facoltà, scrive impunemente sul quotidiano nazionale. Roba da sabotare il Corriere del Lunedì. Tutto va a monte, il caffè sa di bruciato, la sigaretta da nausea, e Milano sembra molto più triste. Alberoni scrive, da anni, l’ovvio pensiero di un bambino, lo scontato ragionare dell’uomo medio, il triste ragionamento sul nulla. E’ nichilismo al quadrato, sia sintomo che patologia. Allora ti metti a pensare, e provi a trovare delle soluzioni. Magari fare un edizione con il box di Alberoni (due copie, una per lui e una per archivio), e l’edizione normale senza, con un ritratto, con una vignetta, con uno spazio bianco. La dieta intellettuale a cui siamo costretti, che vuole l’anoressia del pensiero, ha il suo culmine proteico in quelle frasi, in quella punteggiatura infantile, in quel soffermarsi sulle ovvietà del quotidiano, sullo scontato del vivere. Giusto ieri rinnegava le epoche barbare per osannare i giorni nostri. I pensieri di Alberoni sono come flatulenze; tutti ne fanno, ma tutti nascondono, ne farebbero a meno, se non fosse un segnale di funzionamento delle più basse viscere. Passi per i libri, che devi andare in libreria e sentire il bisogno di comprare. Libera scelta in libero stato. Ma diventa difficile da tollerare sul quotidiano, in prima pagina. Bah.

 

pink punk penk

A margine, riflettevo sul peso specifico della mia borsa. Una borsa, tutto sommato, davvero brutta, sciatta e banale. Niente a che vedere con la mia adorata brown bag di finta pelle. Questa mattina l’ho appoggiata sul sedile del passeggero ed è suonato l’allarme delle cinture. Io e la mia borsa sciatta eravamo le uniche due cose in movimento in tutta via Moscova, e mentre mi si gelavano le dita, cercavo un bar aperto per prendere tre cose: un caffè, un po’ di caldo e tempo. Giusto ieri sera, insieme al brillante Bettony, stilavamo una breve classifica delle cose più rilassanti per un uomo. O perlomeno per un uomo che ci assomigli molto. E se al primo posto resta indiscussa la lettura del Corriere, in un bar sul mare, in pieno agosto, all’ombra, con caffè e sigaretta, sulle posizioni da podio c’è stato scontro tra l’evergreen Sauna+Bagnoturco e una salutare e rilassante nuotata in piscina. A seguire i classici di sempre: passeggiata in centro, processione a giri bassi in moto, bagno refrigerante in acqua fredda. Deciso tocco di classe di Bettony, che proponeva anche la limetta per le unghie. Anche la lettura di un libro sul divano, con vino e sigarette a portata di braccio, o perchè no, una buona partita a FIFA (2001,2002,2004,2008) con nipotame tech addicted. Anche scrivere mi rilassa. Sono i posti in cui scrivo che mi mettono agitazione.

Mi rilassa molto fantasticare su questo centro città svuotato dei suoi inquilini. Senza il becero incedere dei suv materni e il borbottio telematico dei blackberry paterni sembra quasi un posto amichevole. Come sarebbe bello se con ardore rivoluzionario il Gino Cerutti e i suoi simili armassero i caselli delle autostrade, impedendo il rientro in città dell’orda radical chic.

Però in effetti è stupido cercare di combattere il male tagliando le foglie e lasciando che la radice cresca indisturbata. Mi accontento di un giro nel freddo, tra qualche filippino con cane e qualche sopravvissuto alla sindrome di Cortina, che coraggiosamente resiste nonostante la macelleria bio sia chiusa e i fratelli La Bufala di Via Palermo siano in ferie. Moriranno di fame, ma senza abbandonare il fronte.

 

USB n7

Vigilia di natale, sole di mezzogiorno. Inverno. Rumore di fondo, molta umanità operosa e indaffarata. Lievi postumi della serata, estenuante turn over di calcio balilla al Den, una partita una birra. Polsi doloranti, strisciante mal di testa. Pezzi di conversazione lasciati all’ombra di un parcheggio. Coda per entrare, coda per mangiare, coda per uscire. Coda. Sotto il sole d’inverno. Ero sicuro di aver salvato tutto sulla mia fedele penna USB. La penna numero sette, quella dove mettere tutto quello che si è scritto. Nella tasca destra, sempre, l’accendino e la penna USB. Quella numero sette, nera lucida, 8 Gb, design moderno. L’accendino Bic arancione è al suo posto, ci metto pochissimo ad accorgermi di essere uscito senza accendino. Difficilmente presto l’accendino. Accendere? Senza problemi, ma lo tengo io in mano. Paranoia da fumatore. Ordino un petto di pollo alla Bolognese. Estrogeni e proteine. Una naturale, temperatura ambiente e un contorno. Mi siedo in un angolo, verso le finestre, con questa strana luce che entra. Fuori si vede la statale, le case, la in fondo le montagne con la neve. Lo stesso panorama di sempre. Comincio a pensare che sia finto. Apro il computer. Ci mette sempre di più. Con la mano che scava nella tasca, cerco la mia fedele penna numero sette. Nera lucida. Compatta. Accendino trovato, c’è anche uno scontrino. Niente penna numero sette. Di colpo non mi va più il pollo. Ho bisogno di fumare, mentre cerco la mia penna numero sette dentro la giacca, nelle altre tasche, nella borsa. Trovo la penna numero cinque, grigia, goffa, e piena di roba del lavoro. Trovo la penna numero tre, con tutte le foto, ormai desueta, passata, quasi ridicola. Ho voglia di mandarino, perchè sento l’odore venire da un carrello fermo a un metro da me. Il tipo fuma, guardando le montagne con la neve. Beata illusione. Il carrello è pieno di acqua, vino, coca cola e mandarini. Stanno schiacciati contro l’acqua. Non trovo la penna numero sette. Vedo la mia immagine riflessa nella porta a vetri. Mi sto stempiando sempre di più e ho una faccia da straccio. Postumi da calcio balilla. Sono ufficialmente nel panico. Procedo verso la macchina. Cerco sotto, sopra, dietro, dentro. Niente penna numero sette.

Nella penna numero sette c’erano una decina di racconti. Forse solo uno appena passabile, il resto inutile. Una ordinata cartella di documenti di word. Ma la penna numero sette è nel paradiso delle penne perse. Magari chi l’ha trovata ha letto e apprezzato. Magari è finita dentro a un tombino. La mia penna numero sette conteneva un racconto in particolare, di una semplicità spiazzante, lineare, piacevole. Lo stavo finendo. Mancava giusto giusto la svolta, il tono e una controllata ortografica. Niente da fare.

Addio penna numero sette. Verrai, per scaramanzia, sostituita dalla penna numero otto, numero assai caro alla cultura giapponese.

Io ci sarò. Spero tu non possa venire

In una posizione molto vicina a quella di un babbuino seduto, con la pancia sporgente, le braccia abbandonate, le gambe piegate e la testa abbassata, con il grugno. Mi sono ritrovato a guardarmi le palle, con il mondo intorno che scorreva fluido e i miei occhi a fissare un punto indefinito oltre la zip dei pantaloni. I pensieri sono le nuvole della mente, portano pioggia o lasciano passare il sole. In sottofondo la televisione in soggiorno, un sottile, sospeso, filo di minchiate. Speravo questo Natale non mi cogliesse di sorpresa, speravo di non arrivare all’ultimo, speravo in un innato senso dell’organizzazione che non ho mai avuto. Il Natale mi ha preso alle spalle, mi soffoca con i manifesti, con i sorrisi ebeti, con le code, con la gente felice a priori, con gli auguri, come ogni anno. E vorrei non dimenticare tutte le persone a cui vorrei scrivere. Le parole mi vengono proprio quando nel letto, dopo aver spento la luce, valuto la possibilità di rialzarmi per mettermi a scrivere. Vince il letto, vincerà sempre, non per pigrizia ma per la sfiducia nei miei pensieri pre onirici. Vorrei ringraziare, questo è il mio senso di Natale, molte persone. Chi mi ha fatto del bene, con la preghiera di continuare a farlo, chi mi ha fatto del male, che alla fine se non uccide fortifica. Pianifico un assalto frontale a un centro commerciale qualsiasi, quattro ore di fuoco, missione impossibile, carta di credito bollente, per chiudere la pratica. Intanto faccio la lista delle cose che non vorrei trovare nel 2009. Delle persone che vorrei lasciare lontane, di quelle che vorrei più vicine. E mi ritrovo a pensare, seduto come un babbuino. Tra le cose che mi piacerebbe non trovare nel mio 2009 primeggiano persone e modi di essere. Vorrei non trovare, anche se auguro proficue esistenze (lontane dalla mia): Licalzi, Ammanniti, Biondi, la Ventura, il mio portinaio, Moccia, tre quarti dei presentatori di All Music, Enrico Papi, ma anche buona parte dei personaggi che il mostro catodico sforna, il nostro Premier e i suoi adorabili sgherri; il suo omologo brutto, Walter, e la generazione di perdenti che non molla nemmeno davanti alla disfatta. Vorrei evitare di incontrare sul mio cammino: gli intenditori di vino rosso, che la birra gonfia e i cocktail fanno male; i seguaci delle religioni orientali e il loro pedessente senso di finta tranquillità; quattro quinti della mia generazione che affolla locali alla moda per feste revival e compleanni malinconici, che non abbiamo più il fisico; i lettori di Libero, ma anche la sua redazione; gli ossessivi dello status di Facebook e le loro tastiere roventi; i finti intenditori di sigari e i motociclisti della domenica; i lettori da Esselunga; i proprietari di cani che credono di aver avuto un figlio, ma cazzo è sempre un cane; le finte soddisfatte single e il loro pericolante sistema nervoso; i professionisti dell’ascolto, e il vuoto che si lasciano dietro; le ragazze con poco gusto nello scegliere le scarpe; i possessori di iPhone; gli annunciatori di catastrofi; i vitelloni quarantenni le vacche quarantenni, forse tutti i quarantenni; gli sms; i libri con la copertina rigida; le riunioni di condominio; i parcheggi a lisca di pesce; i ristoranti giapponesi ma anche i giapponesi ristoratori…

E il bello è che più vado avanti con la lista più mi rendo conto che mi devo stare parecchio sulle palle… 

(to be continued, maybe)

Mal Comune Mezzo Gaucho

Il progetto iniziale era semplice. Di una semplicità sconfortante. Si trattava di alzarsi, fare colazione, vestirsi, fumare una sigaretta, prendere i documenti e andare in Comune. E la cosa affascinate è che il tutto poteva essere fatto in ordine sparso. Andare in Comune, alzarsi, fare colazione nudi, fumare, vestirsi in Comune. Nella nostra banalità, io e la Signora abbiamo deciso di seguire l’ordine delle cose, confidando che il tutto potesse occupare un’ora delle nostre vite. E ci siamo alzati. E ci siamo vestiti, abbiamo fatto colazione con i biscotti low cost che adoro comprare ultimamente; quelli, per intenderci, che non hanno mai visto la farina, ma che hanno dentro un sacco di  nitrati, solfiti e additivi. Abbiamo fumato la nostra prima sigaretta, quella che ti ricorda tutte le mattine quanto sia piacevole avere un vizio mortale, guidando verso il Comune. La sede più vicina del Comune sta a venti centimetri dalla tangenziale, in pieno Bronx. E’ un palazzo disegnato da un architetto russo ubriaco, uno di quei posti che poteva solo diventare una sede del Comune. Davanti ha un piccolo lembo di terra a cui è stata inflitta la tortura di diventare parco giochi per bambini. Un delizioso parco giochi davanti alla tangenziale. Ho chiesto, in una di queste sere, alla Signora di accertarsi sull’apertura del Comune anche di sabato. Figurarsi se a Milano, la capitale della civiltà italica, gli uffici del Comune possono rimanere chiusi di sabato. Difatti, proprio sulle porte a vetri dove campeggiava un immenso logo del Comune è stata attaccata una scritta gigantesca, sproporzionata rispetto al resto, che dice lapidariamente: Sabato Chiuso. Identifico l’unica forma di vita in tutto l’isolato, un edicolante che ha comprato un edicola proprio dentro la tangenziale, ai confini con il Bronx, e che se ne sta rintanato nel suo metro quadro di imprenditorialità ad aspettare che la vita termini. Egli mi induce a pensare che tutti gli uffici del Comune siano chiusi di sabato, a parte forse, probabilmente, magari, la Sede Centrale. Essa è riposta in una teca d’oro lasciata proprio dal primo sindaco ai confini del Duomo, e in seguito benedetta da Sant Ambrogio in persona. Al suo interno sono conservate delle reliquie di tutti i sindaci che hanno illuminato la nostra grande città. Un libretto degli assegni falso per ricordare Pillitteri, un fucile a baionetta per ricordare Formentini, un paio di mutande da trans per Albertini e il vuoto assoluto, in un barattolo, per la Moratti. E’ stato dimostrato che nemmeno un talebano fortemente deciso a farsi saltare in aria sul sagrato del Duomo sarebbe disposto a raggiungere il centro con la pioggia, due sabati prima di natale, alle dieci di mattina. Ma niente può fermarci nel nostro intento. Il Comune ha nella sua sede centrale la perfetta raffigurazione dell’efficienza e dell’operosità milanese. Un grande palazzo che internamente ricorda vagamente il castello di Harry Potter, con molte stanze illuminate, operosi impiegati che si affrettano e un indecifrabile numero di macchinette per il numerino. L’invenzione dei macellai di provincia per evitare le risse davanti al cappone, ora strumenti indispensabile in ogni posto civile. Prendi il numerino, constati la distanza epocale con quello servito, ti abbandoni su una sedia e lasci che la vita scorra. Ma è sabato, mattina, prima di natale. Solo qualche stronzo, molti indiani e un esercito di filippini, potrebbe aver voglia di starsene in Comune a fare code. Raggiungiamo facilmente uno sportello gigantesco, con seduta dentro la fotocopia sbiadita della gloriosissima Buttiglione. Spieghiamo le nostre necessità, e mentre parliamo vedo nei suoi occhi patinati tutta la gioia di vivere di questo lavoro. Fa passare dalla fessura un pacchettino di moduli e ci sorride dicendo: "Sabato, in via sperimentale, il servizio non è attivo". E ci ritroviamo, delusi, sotto la pioggia battente, con un plico di documenti tra le mani, a pensare a cosa cazzo possa voler dire "Sabato, in via sperimentale, il servizio non è attivo".  Non ci resta che godere della piacevole compagnia degli altri trecentoquarantamila milanesi che si spintonano tra le corsie dell’Esselunga di Via Rubattino, il vero rito laico del sabato. Che non chiude mai, nemmeno in via sperimentale.

Lemon Juice

Ho perso la mia innocenza di lettore con Kundera, seduto sul parquet della mia camera, in un novembre di più di dieci anni fa. Baricco e Pennac stavano a guardare dalla libreria, mia madre si stava spegnendo, il freddo stringeva la città e ascoltavo De Gregori. Ho perso la mia innocenza di lavoratore nel momento in cui ho capito quanto i soldi potessero cambiare le persone. Andavo in giro con una grossa borsa da venditore, di finta pelle, con pantaloni improbabili e cravatte difficili da digerire. Ho perso la mia innocenza di elettore quando ho lasciato cadere una scheda bianca dentro l’urna del seggio 158, guardando impassibile verso le liste elettorali appese contro la lavagna. Ho perso la mia innocenza musicale urlando a un concerto dei No Use For a Name, a Bologna in una delle più belle giornate che il 2001 abbia lasciato. Ho perso tante volte l’innocenza di chi è stato educato al bene assoluto, chi ha imparato a pensare prima di agire e spesso si è trovato a guardare gli altri che agivano senza pensare. Ho perso la fiducia nella mia generazione a Genova, vicino a un ponte, quando ho visto sangue, polvere, quando ho respirato la paura, quando ho mangiato violenza vomitata da ragazzi della mia età. Ho perso la mia innocenza di innamorato quando ho tradito, senza pensarci troppo.

Oggi, seduto davanti al pc, ho una casa di proprietà. Ho una moto, una moglie, scrivo per pigrizia, lavoro per viaggiare e viaggio per lavoro. Fumo, come ho sempre fatto, e questo prima o poi mi costerà. Bevo meno, bevo forse meglio. Leggo, forse meno di prima, forse meglio di prima. Faccio sempre foto a posti, persone, animali e cose. Guardo Milano con occhi meno innocenti. Vado al mare appena posso. E rimango sempre a guardare gli aerei in cielo e i punti infiniti sopra il mare, appena sotto il cielo.

Scrivo poco sul mio blog, ancora meno sui miei quaderni, ma tengo in testa intere pagine, idee perfette, soluzioni geniali, racconti superlativi.

Stiamo tornando, ma costerà caro

 

il tempo vola (almeno quello)

Ci sono tanti modi per uscire sconfitto da una discussione, e ce ne sono sempre pochi per uscirne vittorioso. Piano piano, con il passare degli autunni, sole dopo sole, passa la voglia di discutere, di infiammarsi, di combattere. Si siede la coscienza, comodamente appoggiata su quei piccoli valori umani, su quelle infime differenze tra uomo e animale. Si diventa molto propensi ad accettare, molto capaci di mediare, indiscutibilmente campioni nel lasciar correre. Come uomini traditi, incapaci di ribellarci alla sofferenza, droghiamo le nostre aspettative riempiendo le nostre case, cambiando le nostre macchine, lucidando le nostre moto. Combattiamo battaglie contro nemici immaginari, un mutuo, un inutile finanziamento, un lavoro nuovo, perdiamo l’amore per la scoperta e l’affetto per gli oggetti. Alcuni cercano risposte in esotiche filosofie, altri confondono la realizzazione professionale con quella personale, altri ancora misurano le scelte confondendo i valori. Nessuno, di questa generazione disordinata, figlia di una generazione che ha messo a ferro e fuoco le città, prova lo scontro, crede nella lotta, si impegna per un credo. Chiese vuote, comizi sparuti, manifestazioni disordinate, giornali mezzi letti, libri lasciati sugli scaffali. Siamo la generazione che viaggia, continua a volare da una parte all’altra del mondo, come se atterrando nella polverosa Las Vegas o tra le terre umide thai potessimo raccogliere risposte. La nostra fiamma, accesa nelle contestazioni liceali, si è spenta lentamente, piegata dalle logiche di consumo, dalla disperazione dei sogni che si rompono contro una realtà molto più dura di quanto i nostri premurosi padri volessero farci credere. Così, avere trent’anni nel duemilaeotto, lanciati in una crisi di cui non abbiamo colpa, buttati in mezzo a multinazionali governate da ottuagenari lungimiranti, avere trent’anni oggi, volere una casa, sapendo di dover lavorare tutta una vita per ripagare quei muri, sperare sempre meno e smettere di credere, non avere progetti a lungo termine, ridere sempre di meno, "sentirsi arrivati dopo un lungo week end".

Insomma, costeggiando il parco, un incendio di colori bagnato dal sole ancora caldo, volevo andare a vedere lo spettacolo di Linate. Un cimitero di aerei Alitalia, ordinatamente messi in fila in mezzo alla pista, con il muso girato verso l’enorme insegna di Giorgio Armani. E una piccola folla di curiosi, qualcuno che porta i bambini a vedere gli aerei, altri in bicicletta, che pedalare fa bene e non costa, due coppie di innamorati. Ascoltando i commenti, mentre un British atterra rumorosamente nel centro della loro discussione, con le ruote che fumano al contatto con la pista. Non c’è nessuna poesia in questo cimitero di ferro e di coscienze. Cittadini che discutono, ecco cosa siamo. Cittadini che si sentono vittime. Vittime che non sanno di essere i primi carnefici. L’antilope che osserva il daino mentre si lascia morire sotto la morsa della iena, e crede che la iena mangi solo daini. Ritorno a casa lentamente, passando tra gli orti che costeggiano l’aereoporto e la chiesetta di San Lorenzo. E sento tutto il peso della nostra generazione.