Ho fatto 13 al SuperEnalotto

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Sono tornato. La Signora ha avuto pietà di me, e dopo solo tre giorni di montagna ha avuto il buoncuore di riportarmi nella civiltà. A Milano siamo ancora in cinque o sei. Gli altri quattro, in questo momento sono in coda davanti a Zara per approfittare dei saldi. Ah, i saldi di Zara, come non approfittarne. C’è il sole, ma fa un freddo austriaco. La cosa mi lega, morbosamente, all’assunzione di vitamina C in tutte le sue forme. Stavo giusto approfondendo, durante queste vacanze, la differenza tra dipendenza, indipendenza e interdipendenza. Vorrei lasciarmi alle spalle qualche fastidiosa dipendenza che, nicotina a parte, ostacola il mio sviluppo personale. Il concetto è semplice, etico e funzionale: non è l’indipendenza il traguardo finale, ma l’interdipendenza; se da solo sollevi cento chili, in dieci possiamo sollevarne mille. E’ talmente affascinante, come concetto, da essere diventato uno dei miei preferiti fin dalla prima lettura dei libri del sig. Covey.

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Mio padre ha rotto il computer. Il computer di mio padre si è rotto. Vista la spinta personalizzazione dell’oggetto in questione, possiamo dire che il computer di mio padre è venuto a mancare. Era vecchiotto, superava quasi la decina d’anni, ma si è sempre difeso. Prima di essere il computer di mio padre, era il computer mio e di mio padre. Anni di WinMX, Splinder, DvDP, foto, ritocchi, mail, senza mai batter ciglio. La rottura traumatica del computer ha provocato in mio padre una preoccupante fase ansiogena e una grande sfiducia nel mondo. Al mio ritorno dalla montagna sono andato a verificare il decesso, anche se le mie competenze tecniche non mi permetterebbero nemmeno di verificare il funzionamento di una calcolatrice. Essendo però l’esemplare più giovane della famiglia, e pertanto il più tecnologicamente avanzato, ho ricevuto il compito di stabilire il da farsi. Dare il potere agli ignoranti in materia, e potete confermarmelo voi cittadini italiani, può provocare mostri. Ma nel mio caso, grazie all’arte divinatoria e alla fiducia nel capitalismo moderno, mi sono semplicemente limitato a suggerire la conquista di un MediaWorld, posto sicuramente fornito di oggetti simili a quello rotto.

1+2

Adoro le gite da Mediaworld. Ci sono un sacco di pulsanti da schiacciare, un sacco di lucine che si accendono, le televisioni con i pesciolini e l’assortimento di libri più scontato, demenziale e criticabile del pianeta. Mediaworld è molto meglio dei suoi concorrenti. La ragione è semplice: da Mediaworld non rischierai mai che un commesso ti interrompa, qualsiasi cosa tu stia facendo. Sono talmente scoglionati, depressi, astiosi, che non ti si avvicineranno mai. Altro che Saturn o Darty, con i commessi gentili e propositivi. Riuscire a ottenere l’attenzione di un commesso di Mediaworld è un’operazione che richiede una certa esperienza. Una volta ho acceso 12 impianti stereo, sintonizzandoli tutti su Virgin Radio, prima che uno sbadigliante essere vestito di rosso mi si avvicinasse con sguardo interrogativo chiedendomi: "Oh, cioè ti interessano, oppure li provi?". Quando due o più commessi parlano, ad altissima voce, dei cazzi loro, è impossibile chiedere informazioni. Puoi rimanere ore a sentire il racconto della serata prima o di Gigi, che non fa più straordinari e lo hanno spostato di turno. Ore di nulla eterno che sembra davvero importante davanti alla tua stupida, pertinente, appropriata, decisa, domanda sulle memorie SD.  Quando un commesso ti si avvicina spontaneamente può voler dire che: a) stai attentando alla sua vita. b) stanno per chiudere. Siamo andati da Mediaworld che ancora dovevano accendere i dimostratori di Guitar Hero (quelle specie di emo-giovani che suonano tutto il giorno delle simpatiche sagome mentre guardano delle ridicole imitazioni alla tv).  Era, insomma, molto presto. Ci siamo diretti a passo spedito verso il bancone dei pc. Il mio obbiettivo era: convincere mio padre che la tecnologia ha fatto dei progressi e sperimentare l’efficace interdipendenza con la quale colmare le mie lacune di ignoranza e trovare un computer adatto alle esigenze di mio padre. L’obbiettivo di mio padre era: dimostrarmi che la tecnologia non ha compiuto nessun significativo progresso e inoltre che non c’era nessun bisogno di possedere un pc. La rotta per lo scaffale dei pc prevede l’attraversamento di due zone molto pericolose: l’isola dei telefonini, dove milioni di persone si accalcano sperando di essere ascoltate da uno dei due commessi e gli scaffali dei portatili, dove centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini si accalcano per toccare tutti i tasti come se non avessero mai visto prima la schermata di Windows. Identifico il commesso con cui desidero stabilire una relazione interdipendente e dopo un paio di tentativi di fuga, lo riesco a prendere con un lazzo fatto di cavi USB e lo ancoro a uno Sharp 46". Legato e spaventato, il giovane decide di collaborare.  Ci elenca due promozioni, indicando due cartelli con il prezzo ammassati sopra a delle scatole. Poi cerca di liberarsi e richiama l’attenzione del commesso del reparto foto, che alla vista di due clienti si nasconde dentro un raccoglitore di pile usate.

Due ore dopo, lieve senso di nausea, crampi e voglia di nicotina, mi rendo perfettamente conto di due cose: l’interdipendenza prevede due persone interessate e l’acquisto di un pc non è da sottovalutare. Siamo solo al terzo giorno dell’anno e già sono carico di insegnamenti costruttivi, anche se solo l’abuso di nicotina può permettermi di sopportare questa umanità.

 

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