Io ci sarò. Spero tu non possa venire

In una posizione molto vicina a quella di un babbuino seduto, con la pancia sporgente, le braccia abbandonate, le gambe piegate e la testa abbassata, con il grugno. Mi sono ritrovato a guardarmi le palle, con il mondo intorno che scorreva fluido e i miei occhi a fissare un punto indefinito oltre la zip dei pantaloni. I pensieri sono le nuvole della mente, portano pioggia o lasciano passare il sole. In sottofondo la televisione in soggiorno, un sottile, sospeso, filo di minchiate. Speravo questo Natale non mi cogliesse di sorpresa, speravo di non arrivare all’ultimo, speravo in un innato senso dell’organizzazione che non ho mai avuto. Il Natale mi ha preso alle spalle, mi soffoca con i manifesti, con i sorrisi ebeti, con le code, con la gente felice a priori, con gli auguri, come ogni anno. E vorrei non dimenticare tutte le persone a cui vorrei scrivere. Le parole mi vengono proprio quando nel letto, dopo aver spento la luce, valuto la possibilità di rialzarmi per mettermi a scrivere. Vince il letto, vincerà sempre, non per pigrizia ma per la sfiducia nei miei pensieri pre onirici. Vorrei ringraziare, questo è il mio senso di Natale, molte persone. Chi mi ha fatto del bene, con la preghiera di continuare a farlo, chi mi ha fatto del male, che alla fine se non uccide fortifica. Pianifico un assalto frontale a un centro commerciale qualsiasi, quattro ore di fuoco, missione impossibile, carta di credito bollente, per chiudere la pratica. Intanto faccio la lista delle cose che non vorrei trovare nel 2009. Delle persone che vorrei lasciare lontane, di quelle che vorrei più vicine. E mi ritrovo a pensare, seduto come un babbuino. Tra le cose che mi piacerebbe non trovare nel mio 2009 primeggiano persone e modi di essere. Vorrei non trovare, anche se auguro proficue esistenze (lontane dalla mia): Licalzi, Ammanniti, Biondi, la Ventura, il mio portinaio, Moccia, tre quarti dei presentatori di All Music, Enrico Papi, ma anche buona parte dei personaggi che il mostro catodico sforna, il nostro Premier e i suoi adorabili sgherri; il suo omologo brutto, Walter, e la generazione di perdenti che non molla nemmeno davanti alla disfatta. Vorrei evitare di incontrare sul mio cammino: gli intenditori di vino rosso, che la birra gonfia e i cocktail fanno male; i seguaci delle religioni orientali e il loro pedessente senso di finta tranquillità; quattro quinti della mia generazione che affolla locali alla moda per feste revival e compleanni malinconici, che non abbiamo più il fisico; i lettori di Libero, ma anche la sua redazione; gli ossessivi dello status di Facebook e le loro tastiere roventi; i finti intenditori di sigari e i motociclisti della domenica; i lettori da Esselunga; i proprietari di cani che credono di aver avuto un figlio, ma cazzo è sempre un cane; le finte soddisfatte single e il loro pericolante sistema nervoso; i professionisti dell’ascolto, e il vuoto che si lasciano dietro; le ragazze con poco gusto nello scegliere le scarpe; i possessori di iPhone; gli annunciatori di catastrofi; i vitelloni quarantenni le vacche quarantenni, forse tutti i quarantenni; gli sms; i libri con la copertina rigida; le riunioni di condominio; i parcheggi a lisca di pesce; i ristoranti giapponesi ma anche i giapponesi ristoratori…

E il bello è che più vado avanti con la lista più mi rendo conto che mi devo stare parecchio sulle palle… 

(to be continued, maybe)

Un pensiero su “Io ci sarò. Spero tu non possa venire

  1. Andare incontro all’entropia non è una cattiva scelta. Anzi è molto zen e soprattutto molto innocua.
    Aspirare a non rompere i coglioni al prossimo mi sembra attualmente un obiettivo nobile e desiderabile, ma devo lavorarci ancora un po’ (ora che ci penso, tra l’altro, sono uno degli ossessivi dello status di Facebook).
    A presto, forse. Auguri, senz’altro.

    :A:

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