Il Modello Milton – la vera storia –

Sir Abram Milton faceva del suo meglio per sopravvivere con la dura arte dell’insegnamento delle scienze astrofisiche all’asilo municipale di Mandello, il cui preside reputava molto importante avere un insegnante come Milton, dal profilo internazionale. Siccome anche Maria de Filippi ritiene che sia molto importante avere un Milton tra le proprie fila, ne desumiamo che la cosa sia ormai da diversi secoli assodata come fondamentale. Sir Abram era allora sposato con Caterina Gualfreschi, primogenita di Arturo Gualfreschi, primo preside dell’asilo municipale di Mandello nonchè amministratore della famosa Gualfreschi Uova Di Trota, impresa che occupava gran parte degli abitanti di Mandello e anche molti immigrati delle valli vicine. Essendo Caterina figlia di grande levatura morale, aveva deciso di intraprendere la carriera aziendale guadagnandosi i meriti sul campo, con una gavetta dura. Iniziò quindi con l’incursore anale per trote, con il quale prelevava gli intestini e (ai tempi si credeva) l’anima del pesce. Nel corso degli anni, la sua abilità con lo strumento e la scoperta che le trote, perlomeno quelle d’acqua dolce, non avessero l’anima, la fecero diventare Primo Attendente allo Svisceramento. Appassionata di lavoro, la Gualfreschi era sempre presente e operaia modello, ma tornava sempre al vecchio casolare divenuto residenza Milton con un terribile odore di pesce sulla pelle. Sir Abram, senza perdersi d’animo, consumò numerose candele durante interminabili notti insonni in cui studiava un metodo per interrompere l’ondata di pestilenziale odore che tra l’altro continuava a attirare gatti e uccelli di mare, tra cui una comunità di gabbiani di Genova. Milton provò diverse tecniche unendo l’alloro, quello di allora non quello di oggi, con il limone e il sambuco. Poi tentò con il sedano, fiori di garofano e spuma di frutti di bosco. Poi fu il turno del più prezioso ed esotico lime, importato da Ubaldo Narcazzi, commerciante di pelli e legnami che lo ricevette in cambio di una partita mai pagata da un cliente caraibico, che fu unito dal Milton alla menta e allo zucchero. La mistura, spalmata sulla pelle della Gualfreschi, copriva l’odore di pesce ma attirava una grande quantità di orsi e insetti voraci, tra cui gli scorpioni tipici di Mandello e di Seveso, poi estinti grazie alla diossina. Per rendere la mistura non gradita ai tanto amati animali, Sir Abram aggiunse del rhum, sempre proveniente da un pagamento al Narcazzi, che vedeva ormai di cattivo occhio il mercato caraibico, da sempre grande acquisitore di pelli e legnami per stufe. L’unguento creatosi era finalmente molto efficace, e la vita dei coniugi Milton-Gualfreschi riprese a pieno ritmo, con grande giovamento di tutta la comunità. Durante una lunga notte di passione, in cui le stesse candele di casa Milton si spensero per il pudore (solo pochi anni più tardi si scoprì che le candele non hanno l’anima, ma a quei tempi anche le candele credevano di averla e frequentavano il catechismo con ostinato rigore), fu Abram a scoprire le magie dell’amore alternativo. Leccando la pelle della consorte si accorse di colpo dell’ottimo sapore. Imputando l’aroma al potente cocktail tra uova di pesce, lime, menta, zucchero e rhum, Abram decise, in società con il Narcazzi che di grandi affari si intendeva parecchio, di brevettare la scoperta, per iniziare la produzione di un liquore chiamato Trojito, e per via delle uova di trota, ingrediente principe, e per via del comportamento conseguente all’assunzione da parte delle giovani donne prestatesi come cavie. I soldi, negli anni in cui si credeva che bere cocktail aspirasse via l’anima, finirono presto e i due, oberati dai debiti, furono costretti a trasferirsi nei più anonimi paesi caraibici, forti delle conoscenze del Narcazzi nell’ambiente. Solo qualche anno più tardi, grazie all’intuizione di Sir Abram, che unendo le pelli e il legno dei bancali, creò i pellets, i due riuscirono a ristabilire un certo tepore economico. Aprirono quinid un bar presso la baia di Cajafuente, "al Ristoro da Narcazzi e Milton". Fu naturale riproporre il prodigioso Trojito, senza però le uova di trota. Fu poi sir Hemingway, lì di passaggio, a scoprire le potenzialità del prodigioso cocktail, che tutti oggi conoscono con il nome di Mojito, e la cui preparazione non prevede l’uso delle uova di trota, sostituite per similitudine di fragranza, dal dito indice del barista che prepara il cocktail, il quale per misteriose ragioni legate a pratiche vodoo, infila l’articolazione dentro il bicchiere ogni volta.

Fu poi ovvio per sir Abram, fare ritorno dalla moglie in quel di Mandello, cambiata dall’invenzione dell’automobile e dalla scoperta che i muri delle case non hanno l’anima, ma fu altrettanto scontato per lui non poter riprendere la proficua attività di insegnate d’asilo. Sprofondando nel baratro dell’alcoolismo, Sir Abram si diede alla Programmazione Neuro Linguistica, inventando quello che noi tutti conosciamo come il Modello Milton. In suo onore, forse per comprendere più a fondo questa incredibile arma di marketing, questa sera prevedo di rovesciare dentro le mie intestine membra numerosi ettolitri di Trojito, nella versione originale con uova di pesce. Unitevi a me, fratelli, e insieme raggiungeremo la conoscenza profonda del Marketing d’avanguardia. Vi aspetto (bevendo).

Zero Otto

Scusate,

volevo scrivere un lungo e spensierato addio al 2007. Almeno era una delle mie intenzioni, poi un prosecco scadente e caldo bevuto in una sala riunioni affollata e un paio d’ore di macchina mi hanno allontanato dalla preziosa connessione internette. Ho sfruttato l’amabile ospitalità di Valentina per togliermi lo sfizio di poter rispondere con un secco "un paio di giorni su a sciare" alla domanda di rito su dove io abbia speso le ultime ore dell’anno. Per calarmi ancora di più nel ruolo, insieme a una sportivissima Signora Pistecchi, mi sono abbandonato tra le braccia di un professionale istruttore di snowboard. Non solo, ma grazie alla saggia compagnia ho approfondito le mie conoscenze di Monopoli e ho dato un secco giro di vite al catalogo di sottomarche di birre reperibili nei paesi industrializzati. Con Renation abbiamo anche speso le vecchie centomila in fuochi d’artificio, solo che ai tempi del vecchio conio ci facevi saltare in aria Napoli e alle falde del terzo millennio nemmeno la vicina di casa si è accorta dei botti. Ho buttato in un fuoco tre motivi per cui ringraziare e tre cose che mi avevano fatto incazzare, infilandoci in mezzo una speranza, ma ho finalmente avuto la dignità di non sbilanciarmi in buoni propositi. Nessun programma fantozziano di diete o sconvolgimenti professionali. Ho ricevuto, come si conviene alle persone di un certo rilievo, un centinaio di messaggi inutili; dalle catene di Rubrica (quelle per intenderci in cui scrivi "auguri a te e famiglia" a tutti i numeri della rubrica, incluso l’Autoricarica e due ex compagni delle medie), passando per gli artisti delle faccine, che con parentesi, lire, euri, puntini, trattini e virgolette disegnano paesaggi e scene d’epoca, fino ad arrivare a tre messaggi di altrettante ex fidanzate, a cui non rispondi mai bruciando nel fuoco dell’indecisione: avrà sbagliato o lo ha mandato come gancio? Ovviamente a nessuno di questi cari amici ho risposto, e per questo passerò ancora per lo scorbutico rompicoglioni. Ho potuto fingere di sprofondare in una lettura impegnata e mirata al mio miglioramento professionale ("Guerrilla Marketing", che consiglio caldamente sia per l’ottimo contenuto sia per darsi un tono), ho potuto usare i miei scarponi sottocosto, verificando sulla mia pelle (congelata) che i cinesi di ghiaccio non ci capiscono un cazzo. Ho fatto cose e visto gente, come si dice, godendo di quello spettacolo di sociologia che sono le piste da sci. Ho pagato i miei debiti con il duemila7, pensando e ripensando affondato nel dolcevita che fu di mio padre e che mi fa assomigliare a un curato di campagna. Non sono riuscito nemmeno quest’anno ad indossare le mutande rosse, ma se sono ancora vivo allora forse ce la faremo anche senza. Non comprendo fino in fondo la necessità di sedere a una scrivania il 2 gennaio, ma lo farò adeguandomi con grande rispetto, un po’ rimpiangendo la casetta verticale nella valle infossata.

Per gli amici che passano di qui, ci sono degli auguri e delle speranze, per i vostri progetti e per i vostri sogni, brinderò per voi con dell’ottimo rhum. Anche se, fedele alla linea, confermo che

"the best way to predict your future is to create it".

E’ Natale dal 2003

Sposto di poco il piumone, per guardarti respirare, in quel modo pacifico e monumentale con cui solo tu sai dormire. Fuori Milano si prepara alla Vigilia. Natale 2007, pillole di lusso e succo di consumo, chiese piene di gente indecisa, ristoranti invasi da professionisti dell’aragosta surgelata. Respiri tenendo un ritmo che è il respiro del mondo, la cosa più calma che si possa sperare. Hai i capelli sul cuscino, come i raggi di un sole castano scuro. Sono quasi le sei, è il buio che cambia di molto la prospettiva delle cose. E’ il secondo natale della mia vita in cui ho un albero tutto mio. Lo hai fatto tu, mettendoci l’attenzione e l’impegno di un liutaio con un ceppo che sarà violino. Le luci cinesi illuminano a scatti le palle e i piccoli aggeggi che arrivano da un po’ di viaggi. Faccio del mio meglio per cercare di capire cosa sia davvero guardarti mentre dormi. Come arrivare dopo un viaggio lunghissimo. Come quella sera, piovischio e nebbia, una manciata di giorni prima del natale, in cui inconsapevolmente abbiamo iniziato tutto. E poi, quel bisogno di sentire ancora il tuo respirare, quello che è diventato il mio ritmo. Oggi ho il lusso di poter festeggiare natale tutti i giorni, sentendoti respirare pacifica a venti centimetri dai miei capelli. Questo è il più bel regalo di sempre, per non rovinarlo spengo la sveglia, lasciando che Milano si svegli senza di noi, almeno oggi. Buon Natale Signora Pistecchi, io il mio regalo me lo sono già aperto questa notte, come un bambino impaziente. Lo reincarterò questa sera, in un lungo pigiama rosso, america di cotone, per svegliarmi nella mattina di natale e capire che la felicità può essere davvero così semplice, così imbarazzantemente grande, così bella.

 

Arrosti, cravatte e collant – teologia del pandant

Una delle ricorrenze più importanti della liturgia laica del capitalismo moderno è la Cena di Natale Aziendale. Solitamente questo momento liturgico avviene poco prima del Natale stesso, nella settimana che precede la chiusura, in una serata tra il mercoledì, il giovedì e il venerdì. La differenza tra i tre giorni è presto spiegata: la data principe è il giovedì, perchè il venerdì prima delle ferie nessun dipendente verrebbe mai a cena, e mercoledì è troppo in mezzo alla settimana e corromperebbe lo spirito dei lavoratori. Lo scalino successivo è il mercoledì, principalmente perchè il giovedì non c’era posto. L’ultima spiaggia è il venerdì, anche se c’è la certezza che la cena vada deserta. I luoghi devono possedere due prerogative: essere capaci di offrire una cena di mediocre qualità e tollerare variazioni dell’orario di chiusura dovute a dirigenti molesti, ubriacati a colpi di prosecco e nero d’Avola. Una delle ragioni principali per cui una Azienda è disposta a spendere cifre importanti per far mangiare i suoi dipendenti risiede nella forte volontà di manifestare senso di squadra e benessere diffuso. L’occasione vede protagonisti alcuni personaggi tipici del teatro di borgata, fino a poco prima del carpaccio di salmone scambiati per perfetti idioti, impegati mansueti, ma grazie allo straordinario potere del Prosecco capaci di performance impensabili. Va in onda anche l’occhiata languida, con la quale colleghi di sesso differente, ma anche colleghi del medesimo sesso, o così sembra, si comunicano il reciproco desiderio di un frettoloso amplesso nel parcheggio sul retro del ristorante, a lume di lampione. Si consuma anche la tragedia delle premiazioni, fantozzianamente spalmate nel ristretto spazio tra il carrello dei bolliti e il panettone con la crema calda. Attestati di merito e elettrodomestici cinesi vengono distribuiti ai meritevoli, agli anziani e a quelli che hanno fatto qualche cosa di straordinario ( anche se la cosa più straordinaria, che è il quotidiano presentarsi alla scrivania, non viene considerata tale, anzi è richiesta d’obbligo). Arrivisti e carrieristi danno il massimo per sedere di fianco ai dirigenti, che danno il massimo per stare seduti vicino alle stagiste giovani, che fanno il possibile per stare sedute vicino alle segretarie, che si ammazzano per sedere di fianco ai carrieristi e agli arrivisti. Il cerchio si chiude perfettamente e solo i ritardatari rischiano di finire nei tavoli dove siedono emarginati, polemici e sindacalisti. Nel dopocena, insolitamente confortati dall’ottimismo respirato, in molti si lasciano andare in pericolose confidenze, barcollanti ricordi di univerisità e primi anni di lavoro, consigli ai più giiovani, frecciatine ai più vecchi, chiare richieste di aumento, biascicate nell’orecchio del responsabile gerarichico, troppo impegnato nel simulare un cavallo azzoppato da un ostacolo mentre balla la baciata divorando con gli occhi l’animatrice che impartisce ordini da Valtur nel microfono troppo alto. Con Disco Inferno si chiude il momento sociale, e tutti si concentrano sulle reali possibilità di finire la serata risultando brillanti, capaci, leader. Tormentate danze della pioggia, intervallate da sigarette in camicia nel cortile del ristorante, compromettono interi uffici, polmoniti e sciatiche sono il flagello di questo popolo. Il repertorio musicale è quello di una vita: picchi e ovazioni si registrano su Io Vagabondo e su Gianna e i Beach Boys vengono usati come Carbonella per riattizzare gli spiriti stanchi. Tra un "abababa babaduens" e un "evribadi les sorfiiiin" le ore si fanno piccole come le palpebre dei meno giovani, che resistono per dimostrare di non essere anziani, con la prostata a scoppio e la palpebra gravitazionale. Due scuole di pensiero, da me praticate in tempi e modi differenti, animano lo spirito delle prime linee: infradiciarsi di alcool, mixando tutto con tutto, evitando tassativamente l’acqua e ingollando interi vassoi di aperitivi. Oppure una monastica e irriducibile acqua Panna, per poter osservare il mondo mentre affonda. Il trenino ("brigiii de bardoooo bardooo – a e i o u, ipsilonne") dura almeno quattro brani, e solo la Canzone del Sole, distoglie le umide mani dai fianchi del malcapitato davanti. Assolutamente da evitare, per lui, la cravatta simpatica con motivi invernali, anche se tua moglie tanto la caldeggia (perforza, così è sicura della tua involontaria fedeltà. Cravatte con Babbo Natale, queste moderne cinture di castità). Assolutamente da evitare per lei, il sandalo con tacco 11, con cucitura del collant in vista sopra le dita dei piedi. Molto caldeggiato, per lui, spolverare al tavolo aneddoti su figli e viaggi di lavoro. Un padre di famiglia che si da all’azienda è il condimento di ogni insalata aziendale. Molto consigliato per lei un discorso allusivo su un passato, neanche troppo remoto, dove costumi libertini e notti folli facevano la parte del leone nel planning settimanale. L’allusione arrapa il capo alticcio più della reale possibilità, un po’ come il vedo non vedo. Consigliato ai più intelligenti, il defilarsi lentamente verso il quarto trenino, poco dopo la Lambada, ma mai prima dell’inizio del Conto alla Rovescia del finto capodanno. Alcuni consigli pratici per il day after: uso massiccio di dentifricio, da ingerire in continuazione come fosse latte condensato. Fingere grande operatività, maneggiando plichi e faldoni. Rumoreggiare sulla tastiera come se si stesse scrivendo fitto fitto (attenzione, ogni tasto ha la sua musica: qwioqwj è molto diverso da cmanmcxlo) e guardare con riprovazione coloro che ricordano ridendo la caduta del dirigente scivolato sul tovagliolo del collega. Evitare inoltre di assumere alcunchè per il mal di testa: non si tratta di emicrania ma di depressione. Inoltre iniziare da subito la stesura dei buoni propositi professionali per l’anno prossimo (mi impegnerò di più, dopottutto l’arrosto era buono. Cercherò di essere più ordinato/a. Mi hanno rotto, adesso scrivo un curriculum della madonna, e lo mando a tutto Monster.it. Voglio cambiare vita, voglio vivere al mare/ in Spagna/ in Brasile/ al caldo in generale). Come per i buoni propositi di capodanno e per le bugie in generale, anche i buoni pensierini professionali hanno le gambe troppo corte per riuscire a starci dietro. Perchè si vive solo correndo.

Poesia 1 – Vita 0

Caro Vincenzo Charles Chinasky,

non si sa bene come iniziare, quando si racconta qualcosa di troppo grosso per essere raccontato. Nei limiti della carta, dentro i confini di una tastiera, per niente aiutato dal cerchio alla testa disegnato da quell’ottima birra che continuava ad arrivare al tavolo, più puntuale di un treno. E’ stata davvero una fortuna, il caso di un invito, poter essere seduto in mezzo a un pubblico molto trendy, silenzioso, rapito, attento anche ai respiri, forse venuto ad ammirare qualcosa di diverso, la tragedia della normalità, la distanza tracciata tra gli schiaffi del mondo e uno (due con Vinicio) che li prende da una vita. Sembrava una messa, una strana liturgia, wodka al posto del vino, un piano come altare e quella strana doppia presenza di Mr. Mal e Mr. Pal. Difficile dire chi ha vinto davvero, tra voi due. Ha vinto sicuramente la poesia, il raccontare della cucina, i muri e dell’addormentarsi direttamente abbracciato alle gomme della Volkswagen. Ha vinto la poesia, a voi il merito di saperla raccontare, con un pianoforte e una voce segnata dalle sorsate di wodka. Per merito delle vostre braccia, questa poesia ha preso a pugni la vita, dritto dritto rovescio. Qualche gancio, jab e dritto ancora, aiutati dal conoscere ormai qualche colpo basso di troppo. Sapersi difendere è ancor meglio di saper attaccare, ed è così che ci si difende davvero. Con la poesia di tutti i santi giorni. Grazie, eccomi al punto. Semplicemente grazie. Forse sarà difficile da raccontare, ma è indispensabile sapere che c’è qualcuno che lo fa, lo fa meglio di te, lo fa da una vita. E forse piacerebbe anche a me, per il mio quarantaduesimo compleanno, sedere con un amico a leggere quello che la vita ci ha fatto scrivere, raccontandoci ancora perchè è stupendo trovarsi seduti insieme.

Fratelli, sono reduce da una serata molto importante. Complice il nostro Pugliese da Fatturato (al secolo Davide), sono finito alla Salumeria Della Musica a sentire Capossela e Chinasky. Probabilmente la serata migliore dell’anno, sicuramente la più utile. Assorbo lentamente, come una spugna zuppa, tutto quel fiume di wodka e parole che mi sono piovuti addosso, coltivando il seme del cambiamento. Perchè è sicuro che, come da ogni seme, un fiore, una pianta, un qualcosa verrà fuori. Nella lista di Natale, intanto, appaiono di colpo due dischi e un paio di libri non previsti.

Tra i brindisi di questo fine settimana, ci si ricordi anche Monazzo, il quale farà domani una delle cose migliori che si possano fare, dal mio punto di vista. Brindate con abbondanza, per epifanie e matrimoni vari, senza dimenticarvi di brindare a uno dei pochi poeti rimasti, Vincenzo Charles Chinaski.

Battere e Levare

Per fare un tavolo, ci vuole il legno. Per fare il legno, ci vuole un albero. Per fare un albero ci vuole il seme, per fare il seme, ci vuole il fiore. Ecco spiegata, con la semplicità necessaria per renderlo comprensibile al vasto pubblico di questo blog (magari capitato qui per – nokia gratissuonerie gratisdvd gratisgratis gratis), la semplice regola bhuddista per cui ogni conseguenza è figlia di una azione. Ecco spiegato perchè, lanciando un sasso contro la testa di un passante, il medesimo potrebbe irreprensibilmente tentare in qualche modo di minacciare la salute fisica del tiratore. Ecco spiegato perchè, inseminando l’utero della sconosciuta con la quale avete copulato nei bagni di quella squallida discoteca di Cattolica, potreste diventare padre. (anche se questo genere di esempi ha una vasta serie di conseguenze, legate a numerose variabili come l’età della gravida, la nazionalità del padre della gravidà, il porto d’armi del padre della gravida, tutte variabili che possono portarvi a essere cadavere prima ancora di essere padre). Questa arcana rivelazione, dalla sconvolgente portata, è dominio di pochi eletti. Esempi nella vita quotidiana sono di facile reperibilità: solo ai pochi druidi in possesso di questa conoscenza era chiaro che non rifornendo le pompe di benzina ci fosse la remota possibilità che la benzina stessa si esaurisse. Anche se nel caso specifico era richiesta una difficile prova logica. Infatti l’azione non era direttamente quella di non rifornire le pompe di benzina, ma quella di bloccare le autocisterne. Nel caso di Luttazzi, che con tanta passione ho seguito, era difficile prevedere che offendere il Papa e Berlusconi, il quale è anche il capo gerarchico del Papa, all’interno di una televisione generalista che come punta massima nell’intrattenimento ha Crozza, potesse portare alla cancellazione del programma stesso. Talmente difficile che lo stesso Luttazzi ancora non se ne capacita. Con due esempi così differenti, anche se la stretta analogia tra Ferrara e un’autobotte potrebbe confondere, abbiamo spiegato ulteriormente il concetto di conseguenzialità dell’azione. Ed è solo dominio di pochi, la semplice equazione secondo cui togliendo gli estintori si alza improvvisamente il rischio relativo alle conseguenze di un incendio. E’ difficile pensare che esuberi di personale, demenziale gestione dei centri di costo, investimenti spericolati e soggettivi, possano portare al fallimento. Eppure ad Alitalia è successo. Quivi arriviamo al nocciuolo ( e si noti nocciuolo e non nocciolo) della questione. Difatti se nel penetrare numerose volte con un oggetto contundente il corpo di una donna, lasciando poi chiare tracce dell’atto, come impronte digitali sul suddetto corpo contundente, si può incorrere nel carcere, è anche vero che l’irrazionalità del gesto penetra le difficili pieghe della psicologia umana. Con le attenuanti di vivere a Garlasco e di frequentare la Bocconi. Ossia è vero che agli amministratori di Alitalia non era richiesta, perlomeno espressamente, la capacità di fare cose irrazionali o senza senso. Sempre più nel nocciuolo della questione, scriviamo che è affrettato dire che il problema del nostro Paese è l’incapacità di collegare l’azione alle sue possibili conseguenze. Il Problema, con la P maiuscola, è nell’italianizzazione del concetto. Giocando peggio dei tuoi avversari, dovresti logicamente perdere, a meno che tu non influenzi una delle variabili collaterali come l’arbitro. Influenzando una delle variabili (assai variabili) del procedimento giuridico, potresti risultare innocente anche con clamore di colpa. Ma non spetta certo a grossolani deduttori come il sottoscritto, trovare soluzioni o scappatoie. Era solo per dire che, in questo scenario nazionale, è logico che le negligenze del mio sommo, internazionale, competente, illuminato, pragmatico, capo nel campo del marketing strategico, abbiano come conseguenza una forte variazione nei miei orari di lavoro e nelle mie abitudini alimentari. La sua deficenza nella preparazione di un piano credibile influenza misteriosamente il mio orologio biologico, distanziando sommariamente pranzi e cene e accorciando notti e cicli di sonno. Mentre il mio lavoro, prevalentemente un dovizioso copia incolla da prestigiosi istituti e rinomate agenzie, dovrebbe automaticamente far comparire nel suo giardino estero, proprio vicino alla piccola piscina, una nuova e fiammante autovettura sportiva a trazione integrale, con una cilindrata pari al numero di abitanti di un medio comune umbro. E la cosa, seguendo questo filo, potrebbe portarmi nel giro di pochi anni, a sostituirlo nella sua imbottita poltrona di pelle. Non per competenze, ma per conseguenzialità: l’uso di auto sportive può provocare la morte accidentale. Che non è un augurio. Anche se la speranza non costa nulla.

Tavola sinottica:

Se- (inserire l’azione che si prevede di fare)- probabilmente mi accadrà – (inserire la conseguenza probabile, o anche più d’una)

Quindi (desidero)(non desidero) (inserire l’azione che si prevede di fare).

Sillogismi sull’arte di metterla da parte (l’arte intendo)

Dato che New York è molto vicina a essere una questione di punti di vista, anche le cose da fare nella suddetta città sono una questione molto soggettiva. Insomma uno a New York potrebbe anche andarci giusto per scorrazzare liberamente tra un baracchino di hot dog e un Mc Donald. E nessuno potrebbe permettersi di rimproverarlo. Anche perchè, fortunatamente, la distribuzione del senso artistico e delle capacità mentali è assai discontinua e segue meccanismi alquanto originali. Il Grande Creatore, che per rispetto del Dalai Lama che è proprio qui a Milano chiameremo solo Grande Creatore, ha lasciato che in ognuno di noi si formasse una personalissima lista di cose da fare a New York. A me sembrava carino andare al Guggenheim, un po’ perchè fuori da quello di Bilbao erano venute delle foto davvero carine, un po’ perchè quello di Bilbao, dentro, era stato un esperienza davvero macabra. Allora uno come me, che in quanto a banalità e senso artistico latente è un po’ un punto di riferimento, che sente continuamente parlare assai bene di questo Guggenheim, si sente in dovere di andare a visitarlo, sorpassando anche l’ostacolo rappresentato dal prezzo di ingresso, assai alto e uguale a quello del Museo delle Cere, dove se non altro ero sicuro di uscire con una foto con Freddie Mercury. Solo che quando io entro in posti del genere, l’arte esce dalla porta posteriore, costringendomi a riflessioni assai dolorose sull’uso delle droghe e sulle principali dipendenze. Insomma, in quei giorni andava alla grande Richard Prince, che è uno che ha fatto i soldi e la fama fotografando penne, donne, tette, tette con penne, divani, divani con donne con tette con penne, e divani e basta. Questo Prince, che è l’erede spirituale di Warhol, è una grandissima rottura di coglioni, anche guardando le sue tele e le sue foto con gli occhi socchiusi e cantando canzoni romagnole. Questa cosa degli occhi socchiusi e delle canzoni romagnole mi ha permesso di vedere tutto Caravaggio senza batter ciglio, anzi apprezzando la grande varietà di espressioni del pittore. Eppure con questo Prince non ha funzionato. Fortunatamente il sig. Solomon, che è quello che ha messo la grana per tirare su la baracca, è stato illuminato da un fato benigno e ha ammesso nella sua collezione anche gente di altro spessore come Picasso. E meno male. Poi esci dal Guggenheim che ti senti figo per essere stato dentro il Guggenheim, ma per il resto il tuo rapporto con l’arte avrebbe potuto migliorare molto di più con una semplice visita all’Apple Store sulla Quinta. Ma nessuno lo dice, perchè uno dei fondamenti dell’arte è che l’arte è figa. Siccome l’arte è figa e il Guggenheim è arte, si può dire che il Guggenheim è figo. Ed è altrettanto vero che siccome il Guggenheim mi ha fatto lo stesso effetto di un film dei Vanzina, in cui non capisco perchè tutti si divertono e io mi rattristo, si può dire che io non capisco un cazzo d’arte. Detto questo, si può aggiungere che, alla luce del fatto che l’arte è il Guggenheim, non capire un cazzo d’arte mi lascia esattamente come prima. Però con venti dollari in meno. Perchè l’arte non ha prezzo, ma il Guggenehim si.

Non tutti gli americani vengono per nuocere

Alla fine di un lungo viaggio si è soliti trarre un bilancio, ma tornare dall’america con un bilancio sarebbe alquanto inopportuno. Torno per una lunga serie di motivi, tra cui la prossima scadenza del mio permesso di soggiorno, la fine dei soldi, euro, dollari e dobloni sapientemente spesi in hot dog e mele candite e biglietti del metrò. Andare via da New York è assai difficoltoso, trattandosi di una cittadella alquanto graziosa e piena di indigeni simpatici. Nella mia ricerca della felicità, ho scoperto un capitolo davvero importante: sembrerebbe impossibile essere felici senza essere neri. Sembra che le due cose siano fortemente collegate, ma solo qui nelle americhe, dove si può vivere ai margini del capitalismo ma possedere un iPhone che sollecitato con il solo tocco delle dita produce musica, mail, calcoli, indirizzi e quant’altro. Il clitoride digitale sembra essere uno dei gadget preferiti, insieme alle preziose magliette A&F e ai profumi italiani. Io invece vorrei portarmi a casa un americano bianco, così per souvenir. Sempre entusiasta, pragmatico, sfrontatamente fiducioso e capitalista, è ideale per rallegrare le uggiose serate milanesi. Non so se riuscirò a farlo, posto che nella valigia ci sta giusto giusto una scatola di cerini di Malone & Porcelli, per ricordare l’indimenticabile purea scondita passata per mashed potatoes. Tornerò, me lo riprometto. Devo ritornare al Guggheneim, devo rifare Harlem, respirando la precaria povertà, devo rifesteggiare l’hannouka insieme ai rabbini bancari, devo risentire l’odore di piscio a Grand Central, e poi per carità devo passeggiare insieme agli ignari italiani per la 5th, comprando un sacco di roba e accendendo ceri sperando negli addetti bagagli di Malpensa. Voglio tornare qui, perchè sembra che ci siano un sacco di risposte alle mie domande. E tante volte scoprire le risposte è molto peggio che tenersi le domande.

Qualcuno brindi mentre io confido nelle Aviolinee Italiane. Mentre cerco di leggere Miller in inglese, mentre cerco di respirare ancora l’ultima boccata newyorkese. Tutti da New York tornano entusiasti. Qualcuno per un piumino a basso costo, qualcuno per un paio di scarpe pagate nulla, qualcuno per un paio di musei, qualcuno perchè almeno ha trovato l’origine di tutto. E, ancora una volta, forse non è un bene.

 

Open letter from NYC

Essere bianco, nel mondo, ha dei grandi vantaggi. Aveva, perlomeno, dei grandi privilegi. A oggi essere bianco può, purtroppo o menomale, garantirti un futuro migliore. Non ci si dovrebbe quindi, nel nostro caso di mediterranei e paffuti bianchi metropolitani, soffermare su riflessioni del genere. Invece io, da quando sono a Nuova York sento forte la necessità di diventare nero. E non è solo per poter vestire in modo figo senza dover sembrare un pirla come Mondo Marcio, oppure per poter ascoltare musica che spacca, con delle grosse cuffie colorate in metropolitana senza passare per un terroncello rivisitato. No, è una questione di feeling, una questione spirituale, ma anche una questione molto pratica. Desidero diventare nero perchè a oggi, io e la mia consorte siamo gli unici esemplari bianchi nel raggio di un miglio e mezzo dal nostro prestigioso Resort nel bel mezzo del Queens. Suscitiamo lo stesso sguardo stupito che devono aver avuto i fieri indigeni mentre osservavano Cristoforo Colombo. Poi di colpo vorrei essere ispanico, per potermi unire al chiassoso vociare che fanno ovunque, urlando e discutendo mentre ti servono un Mc Angius Mushroom and Swiss. Due etti  e mezzo di bue, maionese, funghi e emmenthal, che portano dritto dritto nelle arterie un distillato di suicidio volontario. Poi vorrei essere un nerd, un nerd qualunque, per potermi infilare dentro i negozi di pc, toccare con emozione il nuovo iPhone, veder scorrere il menu a tendina e provare una fitta al basso ventre. Poi vorrei essere una qualsiasi turista europea, con i moonbooth pelosi e lo sguardo trasognato davanti a Macy’s o Victoria Secret. Vorrei essere tutto questo, perchè Nuova York ti porta a volerlo. A camminare per le strade gelate cercando risposte. Qui tutto ha una risposta, o così sembrerebbe. Qui tutti stanno con tutti, e tutti fanno qualcosa di dannatamente giusto. Tanti fanno anche qualcosa di dannatamente figo. Ecco, che di colpo tutto passa, come se fossi arrivato veramente dove tutto è nato, o perlomeno al punto più vicino da cui tutto si è diffuso.

Fratelli, lasciate che vi dica che Nuova York è un po’ come Gerusalemme, una volta nella vita bisogna fumare sui suoi marciapiedi, bere nei suoi caffè, parlare con i suoi taxisti, perdersi nelle sue strade. Una volta nella vita bisognerebbe accorgersi di quanto sia necessario viaggiare. Qualcuno stappi un otre di Pampero in mio nome, perchè gli amici di P.Diddy mi vogliono fare il piumino, nella migliore delle ipotesi. Ya Rule

cose che sarebbe il caso di ricordarsi

Il popolo italiano, quivi per motivi di lavoro o per semplice turismo, mischiato al caotico flusso di turisti che intasano il Miglio Magnificente, è facile da riconoscere sia nelle abitudini d’acquisto sia nei comportamenti verso le autorità statali, qui rappresentate da simpatici neri sovrappeso che dirigono il traffico con amorevole dedizione e intercalando ogni esclamazione con due o tre riferimenti biblici al Vecchio Testamento. Sicchè questo popolo, semplice e prevedibile, intasa Victoria Secret, comprando tanga a mazzetti e reggiseni a bancali. Mutande e reggipetto, bisogna dirlo, espressamente pensati per donne sul metro e ottanta, novanta sessanta novanta, silicone ben distribuito eccetera eccetera. Invece il tutto finirà negli armadi di attempate e non più giovanissime mogli, costrette a infilare le cadenti mammelle dentro i preziosi pizzi per non so quale logica. Il secondo cavallo di battaglia del popolo nostrano è Abercrombie & Fitch, marchio newyorkese espressamente pensato per la generazione Efron & Co., molto easy, geniale nel replicare le cose dei paninari con una decina d’anni di ritardo e nel posizionare il prezzo ben al di sopra di ogni sospetto. Ecco qui il colorato accento italiano mentre si snocciolano domande sulle taglie e sui colori, con molta libertà d’espressione. Intaseremo le nostre strade, per natale, di colorate magliette A&F, perchè in fondo in fondo siamo sempre stati paninari. Fenomeno assai interessante è la conversione dollaro – euro, che spesso arriva a 2,5, tanto per giustificare quella deliziosa sciarpa sintetica di cui non si riesce a fare a meno. Qui, in verità, non si può fare molto altro che comprare, mangiare, comprare, mangiare. Quindi, anche la famiglia Pistecchi si adatta, ingrassando e indossando, in attesa dell’inizio ufficiale della oni mun. Brindate con ottimo rhum, fratelli, poichè qui sono costretto alla Bud Light, Ferrarelle colorata.