Sillogismi sull’arte di metterla da parte (l’arte intendo)

Dato che New York è molto vicina a essere una questione di punti di vista, anche le cose da fare nella suddetta città sono una questione molto soggettiva. Insomma uno a New York potrebbe anche andarci giusto per scorrazzare liberamente tra un baracchino di hot dog e un Mc Donald. E nessuno potrebbe permettersi di rimproverarlo. Anche perchè, fortunatamente, la distribuzione del senso artistico e delle capacità mentali è assai discontinua e segue meccanismi alquanto originali. Il Grande Creatore, che per rispetto del Dalai Lama che è proprio qui a Milano chiameremo solo Grande Creatore, ha lasciato che in ognuno di noi si formasse una personalissima lista di cose da fare a New York. A me sembrava carino andare al Guggenheim, un po’ perchè fuori da quello di Bilbao erano venute delle foto davvero carine, un po’ perchè quello di Bilbao, dentro, era stato un esperienza davvero macabra. Allora uno come me, che in quanto a banalità e senso artistico latente è un po’ un punto di riferimento, che sente continuamente parlare assai bene di questo Guggenheim, si sente in dovere di andare a visitarlo, sorpassando anche l’ostacolo rappresentato dal prezzo di ingresso, assai alto e uguale a quello del Museo delle Cere, dove se non altro ero sicuro di uscire con una foto con Freddie Mercury. Solo che quando io entro in posti del genere, l’arte esce dalla porta posteriore, costringendomi a riflessioni assai dolorose sull’uso delle droghe e sulle principali dipendenze. Insomma, in quei giorni andava alla grande Richard Prince, che è uno che ha fatto i soldi e la fama fotografando penne, donne, tette, tette con penne, divani, divani con donne con tette con penne, e divani e basta. Questo Prince, che è l’erede spirituale di Warhol, è una grandissima rottura di coglioni, anche guardando le sue tele e le sue foto con gli occhi socchiusi e cantando canzoni romagnole. Questa cosa degli occhi socchiusi e delle canzoni romagnole mi ha permesso di vedere tutto Caravaggio senza batter ciglio, anzi apprezzando la grande varietà di espressioni del pittore. Eppure con questo Prince non ha funzionato. Fortunatamente il sig. Solomon, che è quello che ha messo la grana per tirare su la baracca, è stato illuminato da un fato benigno e ha ammesso nella sua collezione anche gente di altro spessore come Picasso. E meno male. Poi esci dal Guggenheim che ti senti figo per essere stato dentro il Guggenheim, ma per il resto il tuo rapporto con l’arte avrebbe potuto migliorare molto di più con una semplice visita all’Apple Store sulla Quinta. Ma nessuno lo dice, perchè uno dei fondamenti dell’arte è che l’arte è figa. Siccome l’arte è figa e il Guggenheim è arte, si può dire che il Guggenheim è figo. Ed è altrettanto vero che siccome il Guggenheim mi ha fatto lo stesso effetto di un film dei Vanzina, in cui non capisco perchè tutti si divertono e io mi rattristo, si può dire che io non capisco un cazzo d’arte. Detto questo, si può aggiungere che, alla luce del fatto che l’arte è il Guggenheim, non capire un cazzo d’arte mi lascia esattamente come prima. Però con venti dollari in meno. Perchè l’arte non ha prezzo, ma il Guggenehim si.

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