Open letter from NYC

Essere bianco, nel mondo, ha dei grandi vantaggi. Aveva, perlomeno, dei grandi privilegi. A oggi essere bianco può, purtroppo o menomale, garantirti un futuro migliore. Non ci si dovrebbe quindi, nel nostro caso di mediterranei e paffuti bianchi metropolitani, soffermare su riflessioni del genere. Invece io, da quando sono a Nuova York sento forte la necessità di diventare nero. E non è solo per poter vestire in modo figo senza dover sembrare un pirla come Mondo Marcio, oppure per poter ascoltare musica che spacca, con delle grosse cuffie colorate in metropolitana senza passare per un terroncello rivisitato. No, è una questione di feeling, una questione spirituale, ma anche una questione molto pratica. Desidero diventare nero perchè a oggi, io e la mia consorte siamo gli unici esemplari bianchi nel raggio di un miglio e mezzo dal nostro prestigioso Resort nel bel mezzo del Queens. Suscitiamo lo stesso sguardo stupito che devono aver avuto i fieri indigeni mentre osservavano Cristoforo Colombo. Poi di colpo vorrei essere ispanico, per potermi unire al chiassoso vociare che fanno ovunque, urlando e discutendo mentre ti servono un Mc Angius Mushroom and Swiss. Due etti  e mezzo di bue, maionese, funghi e emmenthal, che portano dritto dritto nelle arterie un distillato di suicidio volontario. Poi vorrei essere un nerd, un nerd qualunque, per potermi infilare dentro i negozi di pc, toccare con emozione il nuovo iPhone, veder scorrere il menu a tendina e provare una fitta al basso ventre. Poi vorrei essere una qualsiasi turista europea, con i moonbooth pelosi e lo sguardo trasognato davanti a Macy’s o Victoria Secret. Vorrei essere tutto questo, perchè Nuova York ti porta a volerlo. A camminare per le strade gelate cercando risposte. Qui tutto ha una risposta, o così sembrerebbe. Qui tutti stanno con tutti, e tutti fanno qualcosa di dannatamente giusto. Tanti fanno anche qualcosa di dannatamente figo. Ecco, che di colpo tutto passa, come se fossi arrivato veramente dove tutto è nato, o perlomeno al punto più vicino da cui tutto si è diffuso.

Fratelli, lasciate che vi dica che Nuova York è un po’ come Gerusalemme, una volta nella vita bisogna fumare sui suoi marciapiedi, bere nei suoi caffè, parlare con i suoi taxisti, perdersi nelle sue strade. Una volta nella vita bisognerebbe accorgersi di quanto sia necessario viaggiare. Qualcuno stappi un otre di Pampero in mio nome, perchè gli amici di P.Diddy mi vogliono fare il piumino, nella migliore delle ipotesi. Ya Rule

5 pensieri su “Open letter from NYC

  1. Sì, ma non scordarti che:

    “If you cut the cake ethnically, classes become less apparent”.

    (Andrew Hacker, “Cutting Classes,” New York Review of Books, March 4, 1976, p. 17).

    Torna presto, Franz.

    A:

  2. diventare negro, peraltro, potrebbe regalare a te, e, qualora volessi, anche alla consorte, nuove inebrianti gioie.

    e cmq, ora basta fare il figo, prendi il tuo zainetto invicta e vai come tutti a pattinare al rockfeller e poi a farti inculare dai negiozietti di elettronica tra la quinta e park avenue…

    …queens…tz…e io che ti immgainavo nell’upper east…

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