lo sciupafemmine di Hollywood Est

Aspetto che passi lo strano dolore alla schiena, che identifico come possibile cancro o infarto, per lasciarmi cadere in un sonno provvisorio. Il dolore, in effetti, passa semplicemente quando mi tolgo dalla schiena una matita. Mi addormento sognando grandi cambiamenti. Adoro sognare di grandi cambiamenti. Quando andavo a letto strafatto, ovvero quasi sempre negli ultimi dieci anni, faticavo a concentrarmi su un sogno preciso. Era più un flusso di informazioni confuse, che si spintonavano per richiamare l’attenzione del mio cervello, intorpidito ma sempre acceso.

Ho scritto moltissimo in questi giorni. Ho pensato moltissimo in questi giorni. Dalla mia camera, affacciata sul canale, al primo piano, si sentivano le anatre la mattina presto. L’insegna dell’hotel illuminava mezza stanza, dando una stranissima penombra gialla a tutte le cose.

Seduto sulla ringhiera congelata, guardavo l’acqua scorrere nel canale, e la gente passare in bicicletta. Gestivo un pesante mal di testa, aspettando un collega per cena. Sentivo la barba congelare per il vento umido, e il freddo lentamente entrarmi nelle ossa. Riflettevo sulla differenza che passa tra un’idea e una decisione. E sulle decisioni che ho preso nella mia vita. E sul mal di testa dovuto alla vodka, al rhum e al vino della sera prima.

Poi di colpo mi sono svegliato, con l’iPad sulle gambe, per colpa delle anatre. Ancora vestito. Ho scritto per un’ora, tornato da un lungo viaggio nel quartiere a luci rosse. Sempre le stesse facce, sempre gli stessi locali, sempre lo stesso mal di testa. Mi sono spogliato, sono entrato nella doccia, e mi sono lasciato accarezzare dall’acqua bollente. Alle cinque e mezza ero già pronto.

Dormo sempre meno. E sempre peggio. La gestione dello stress è argomento che mi appartiene. E del quale conosco a fondo tutti gli spregevoli effetti collaterali.

Ho scoperto che su iBooks c’è Bukowsky a novantanove centesimi. E ho comprato Lo Sciupafemmine di Hollywood Est. Mentre il Piccolo guarda i Teletubbies, leggo il vecchio Charles.

Gestione del cambiamento. Orientamento delle posizioni. Processo decisionale. Il novanta percento delle mie energie è incanalato in un delicato processo che i più chiamano sopravvivenza, o semplicemente vivere.

Grazie a un prezioso connubio di fattori esterni, il mio sistema finanziario è crollato sotto il peso di bollette, rate, pagamenti e imprevisti.

Sono tornato ai gloriosi tempi nei quali era inutile portarsi dietro il portafoglio, essendo un oggetto vuoto se non per la tessera Arci e per due scontrini.

Qualche anno fa ho deciso, in un momento di sobrietà e di visione, di rendere minimo l’impatto dei fattori esterni sulle mie decisioni e sulla mia vita. Credo di ricordare che nello stesso momento ho deciso anche di smettere di bere e di fumare. Ho festeggiato il cambiamento con una bottiglia di Falanghina e un sigaro delizioso.

So vivere molto bene al verde. Anni di esperienza mi hanno insegnato che i soldi fanno la felicità. Davvero. Ma si può provvisoriamente sopravvivere anche senza soldi, sempre che si faccia un serio piano per recuperarne in tempi brevi e in maniera più o meno legale, il più possibile per tornare agli standard più consoni. Insomma, ci sono periodi da Bacardi anche nella vita di chi beve Caroni.

Sarà un anno chiave, mi ripeto mentre aspetto che il sonno mi riprenda.

Power Angel

Quarantadue giorni. Maledetta matematica. Quarantadue giorni ho buttato nel cesso nel 2012, tra ore di volo, ore di attesa, ore di sonno in hotel di media categoria.

Maledetta matematica. L’esercizio è abbastanza semplice, i numeri difficilmente mentono. Prova a pensare a quante volte hai fatto l’amore nelle ultime tre settimane. Togliendo le volte che lo hai fatto da solo, che lo hai fatto solo mentalmente, che lo hai fatto pagando. Anzi, semplifichiamo. Pensa alle volte che hai fatto l’amore con il tuo partner nelle ultime tre settimane. Ti sembra di averlo fatto molto spesso? Credi di avere una vita sessuale soddisfacente? Bene, se lo avessi fatto tre volte alla settimana, quindici minuti a volta, tutto l’anno, farebbero due giorni. Due giorni su trecentosessantacinque. Nuda matematica.

Ora, se solo pensi che con un aperitivo alla settimana, di due ore circa, hai passato circa cinque giorni impegnato a darti un tono con uno Spritz in mano, addocchiando la fidanzata di qualcun’altro, e mangiando pessimo riso basmati condito con tonno e capperi. Passi cinque giorni in un anno a bere e due a fare l’amore.

Andiamo avanti?

Vogliamo parlare dei giorni che hai passato su Facebook? (30 minuti al giorno, significa sette giorni l’anno). Sette giorni passati a guardare le foto del tuo ex compagno del liceo, e del suo splendido bambino. Ma cazzo, cosa aspetti a chiamarlo, facendogli presente che hai perso una settimana in un anno guardando le sue foto? Ah, non hai Facebook perchè sei figo e radical chic? E Instagram? Quelle mezz’ore passate a osservare foto di sconosciuti? Linkedin? scrollando curricula di amici di ex colleghi? Ah hai sia Facebook, sia Instagram sia Linkedin…

Per questa ragione sorrido quando mi guardi preparare la valigia. Minuti. Cerco di rubare minuti a questa vita, per riportarli nella mia. Un ritardo nel volo delle 20 da Barcellona, anche di cinque minuti, significa arrivare a perdere l’autobus delle 22.13, aspettando quello delle 22.43. Mezz’ora nel piazzale di Linate, ogni due settimane. Sono tredici ore l’anno.

Un reality su Sky? Due giorni e mezzo in un anno. Due giorni e mezzo.

Non sono bravo a fare i conti. Mi serve molto tempo. Diciamo molto più tempo rispetto a un uomo nella media. Ma oggi avevo un sacco di tempo.

Seduto contro una parete, aspettavo che lo stucco seccasse per ridare una energica mano di spatola. Stuccare un muro richiede manualità, pazienza, occhio e precisione. Quattro cose che non possiedo, insieme alla capacità di calcolo.

Puzzavo come una lettiera per gatti.

Odio puzzare. Specialmente di lettiera per gatti. Mano di stucco, passata di spatola. Richiamo agli angoli. Occhiata esperta. Attesa. Mano di stucco. Occhiata. Rifinitura. Cartavetra.
Che cazzo di vita. Cristo.

Non per il lavoro fisico. Per i tempi morti. Vivo con l’urgenza di sapere quando morirò. Per essere sicuro di non aver perso troppo tempo in stronzate. A sapere, con certezza, che morirai settimana prossima, passeresti ancora due ore ogni sera a consumare il telecomando cercando qualcosa di decente da vedere? Oppure correresti a fare tutto quello che ti resta da fare?

Ecco, questo pungente senso di urgenza mi perseguita da anni.
E certo, stuccare infinite pareti bianche, aspettando che la chimica faccia il suo dovere seccando le pareti non mi aiuta.

E se morissi domani mattina? Ancora con lo stucco attorcigliato sui peli delle mani, dopo aver passato un intero giorno a stuccare una parete. E con tutti quei libri da leggere. E con tutte quelle parole da dire. Alle persone giuste, nel momento giusto.

Puzzavo di lettiera per gatti. E mi muovevo con fatica, forte delle mie debolissime ginocchia, arrancando tra i mobili sparsi per la stanza, mentre calcolavo le ore perse in coda in macchina.

Tutti nella vita hanno diritto a un momento nel quale tirare le somme, far di calcolo, e capire quanto manca, a spanne,alla felicità.

Tanti, però, si dimenticano di usare questi momenti per calcolare davvero il tempo perso in cose che, tre metri sotto al suolo, non saranno certamente indispensabili.

Quelli come me, con l’urgenza di non morire per finire qualcosa di urgente, muoiono sempre in due modi: o subito o mai.

Subito, con la faccia contrita di chi stava calcolando le ore perse a pisciare. O mai, con tutto il tempo per accorgersi che, forse, la felicità è sempre un passo più lontana di quanto sembrava essere.

Puzzavo di lettiera per gatti. Odore ignobile, anche per un gatto. Guardavo lo stucco asciugarsi, con i miei errori di principiante stuccatore incisi a perenne memoria nella parete, mentre speravo segretamente di poter recuperare queste ore.

Per qualcosa di meglio. Per tutte le mie urgenze.

Poi mi sono alzato, per andare a pisciare. Un gran rumore di ossa che si stendono, ginocchia che scricchiolano, stucco che si stacca dalle mani e dai vestiti. Mi sono acceso una sigaretta, perseguitato dall’odore di lettiera per gatti, e con fare incerto ho aperto i pantaloni e ho iniziato a pisciare, con estrema calma. Osservando, le mani sporche, il flusso indeciso, i riflessi nella finestra.

Nessuno mi ridarà queste ore.

Proprio perchè mi sono servite per fare un paio di calcoli.

Uno che passa quarantadue giorni l’anno in volo o nei paraggi di un aeroporto, deve qualche volta fermarsi a fare i calcoli.

Puzzavo di lettiera per gatti. Odioso.

io e il 2050

Quando penso al 2050, non sono ancora sicurissimo di arrivarci vivo. Ci sono fondate ragioni per supporre che io non ci arrivi. Come il patrimonio genetico della mia famiglia, che da parte di padre ha una spassionata proiezione verso tutte le possibili patologie cardiovascolari e da parte di madre ha finito il catalogo dei tumori in un paio di generazioni. Anche il mio stile di vita non aiuta a supporre una mia lunga sopravvivenza. Quanto bevuto, fumato, aspirato, mangiato, succhiato, leccato, morsicato dai diciotto ai venticinque anni avrebbe dovuto già uccidermi.
Invece sono qui.

La data più a lungo termine che ho posizionato nella mia vita è giugno 2036. Più precisamente il 22 giugno 2036, giorno nel quale finirò di pagare il mutuo. Sorridendo, ho sempre pensato di voler prendere la macchina, guidare verso il mare. Levante. Fermarmi in un qualche ristorantino e ordinare una bottiglia di Vermentino, un pesce grigliato, del limone e della focaccia. Poi scendere verso il porto, chiacchierare con i pescatori, chiedere il prezzo di un gozzo, quello in fondo, verso il faro. Comprarlo, dipingerlo di azzurro, e tenermi a debita distanza dalla costa per un po’.

Nel 2050 più dell’ottanta percento della popolazione mondiale vivrà nelle città. Che nel frattempo saranno diventate macro centri urbani. Nel 2050, seguendo la curva di valore di un vecchietto americano con la barba incolta e un paio di lauree nel cassetto, l’inquinamento sarà la prima causa di morte della popolazione mondiale. Poveretti, anche quelli che non vivranno nelle città. I poveri africani del deserto, a ridosso delle montagne. Che consideravano già un grande culo sopravvivere alle carestie, alle guerre, all’AIDS, dovranno pagare un dazio per l’F150 3500 benzina che Jhon avrà comprato a Jhon Junior al compimento del sedicesimo anno di età. Che il Ford F150 inquini come un piccolo autobus è chiaro anche oggi. E che un sedicenne della Baja California non abbia nessun bisogno di un Pick Up semiautomatico, dovrebbe essere altrettanto chiaro. Poveri africani, cazzo. Il costo economico dell’inquinamento globale è diventato argomento molto cool alle cene di lavoro. Per dimostrare un finto interesse, molto radical chic, per il mondo, si presta attenzione a questi argomenti e si citano studi, video del TED, o conferenze.
A me, in questa costa del 2050 mi ci hanno infilato. La mia sensibilità ecologica non è molto sviluppata. Si, cerco di buttare le carte nel cestino, cerco di bere il latte prodotto vicino a casa mia, ogni tanto vado anche al mercato equo solidale. Però al mercato equo solidale ci vado più che altro per vedere che fine hanno fatto alcuni miei ex compagni di sociologia che credono nella forza dirompente del coltivare zucchine a ridosso della tangenziale.
Invece adesso sono pieno di studi, video, files, comunicati stampa. Quintali di bytes di informazioni sul 2050.
Anche ad essere estremamente ottimista, che Dio me ne scampi, a leggere tutta questa roba viene voglia di prendere una bottiglia di rhum e scolarsela appena usciti dal supermercato.

Sono seduti vicino a me, sul treno. Lei ha una splendida massa di capelli biondi, dolci e morbidi, che cadono sul golf bianco. Una gonnellina, delle calze blu e gli UGG marroni chiari. Lui ha le mani fini, un gilet di piumino, le All Star bianche basse. Le probabilità che siano italiani sono intorno al 97%. Mi distraggo dalle mie fottute carte sul 2050, cercando di ascoltare i loro bisbiglii. Si coccolano , mentre guardano fuori verso la desolata periferia. C’è il sole, fa caldo e il mare è mosso.

Ho una colazione di lavoro, un pranzo di lavoro, un the di lavoro e una cena di lavoro. Mangio per lavoro.
Quando volo sul mare, Genova, Savona, Cannes, Marsiglia, poi dritti verso Barcellona, penso sempre a quanto sia importante per me. Il mare. Guardo le colline diventare paludi, le città perdersi nelle calanche, la sabbia e le coste alte. Rifarei questa costa milioni di volte. In macchina, a piedi, in moto. Speriamo, oggettivamente, che sia una delle ultime cose che nel 2050 vadano a puttane. Anche se, citando uno studio californiano, il livello delle acque, seguendo il riscaldamento terrestre nel suo andamento degli ultimi trent’anni, dovrebbe salire di cinque metri netti. Nello studio fanno vedere Miami affondata. Per forza, ogni californiano sogna Miami affondata. Però mi dispiacerebbe vedere la Liguria sommersa. Miami no. E la Provenza. Le deliziose masserie in mezzo alla lavanda, i tori neri, i cavalli, gli zingari, i profumi, i muri medievali. Sarebbe davvero un peccato che il Piccolo non possa godere di tutto questo.

Ho studiato, mi hanno formato, plasmato, cambiato, per gestire le situazioni di emergenza, i grandi cambiamenti. Per osservare, con distacco, eseguire con rapidità, e ritornare al nido.

Lei mi osserva, lasciando che il suo sguardo si appoggi su un punto non ben definito della mia giacca blu. Forse ho una macchia. Forse è solo persa in un ragionamento. Ha delle scarpe bellissime, con un tacco delizioso. Delle caviglie strette, le ginocchia pulite. Il cappotto di panno colorato nasconde il resto, lasciando la faccia, inespressiva, e la luce del sole che le bagna le spalle.
Gli sguardi si incontrano. Si fermano. Lei sorride. Io sorrido. Poi sposta lo sguardo verso la fine del vagone. Io resto, fermo per un momento, sulla guancia. Da l’idea di essere morbida. E si incastra perfettamente nel collo. A dirla tutta, qui si parla decisamente di una bella giovane donna. Mi alzo per scendere.

Ho studiato per essere preparato in situazioni del genere. Situazioni di altri. Non mie. Forse nel 2050, seduto sul mio gozzo azzurro, penserò al 2012, al 2013. Al casino che hanno lasciato. I grandi cambiamenti sono sempre anticipati da grandi casini. Dovrei riprendere a meditare. Niente a che vedere con l’incenso e tutte quelle stronzate. Meditare, ovvero osservare con debito distacco la situazione, individuare il punto di incontro, selezionare una strategia, agire, uscirne. Mi viene meglio in PowerPoint.

Scendiamo insieme. Camminiamo verso l’uscita. Il mio passo rallenta per aspettare i suoi tacchi. Che cazzo stai combinando, vecchio balordo? Però lei si affianca. Camminiamo vicini per tutto il corridoio. Odore di piscio, neon, la pubblicità di una banca. Usciamo in strada. Mi fermo, cerco l’accendino, aspiro la prima boccata come se fosse finalmente, libertà. Uno dei vantaggi del 2050 sarà fumare senza comprare sigarette. Apri le finestre e ti fai una bella respirata. E via. Lei mi si avvicina. Chiede da accendere. Accendo io. Ci guardiamo ancora. L’ultima cosa che ho bisogno in questo momento, signorina, è finire a bere un caffè con una donna. Lo so molto bene. E non ho nemmeno molto tempo.

Sei italiano vero?
si, anche tu?
Si, di Bologna.
Lavori qui?
No, ma ci finisco spesso.
Per lavoro?
Ho un’amica qui. e tu?
Lavoro.
Qui?
No, ma ci finisco spesso.
Mi sa che si è spenta.
Si. Non so cosa ci mettano, ma si spengono sempre.
Ho letto che lo fanno per evitare che qualcuno le dimentichi accese.
Si, ma è fastidioso. Dovrei smettere.
Anche io.
Sembra impossibile.
Ce la fanno tutti.
Forse ci vuole il momento giusto.
E poi, per noi italiani, caffè, vino… insomma.
A proposito, ti va un caffè?
Si, certo.
Lo fanno buono qui dietro. Illy.
Conosci tutti i bar di Barcellona?
No, ma cerco di bere caffè decenti, quando viaggio.
Quindi tu lavori per cercare caffè buoni?
No, però da qui fino alla Manica riesco a berlo buono senza margine d’errore.
Che roba strana.

Esco dal bar con una amica in più su Facebook. E con una promessa, che non manterrò mai, di contattarla per un aperitivo. Peccato. Persona giusta, momento sbagliato. La vita. Sliding Doors.
Chi crede nelle coincidenze è fottuto.

Nel 2050 le infrastrutture dovranno essere in grado di comunicare tra di loro, per garantire una sopravvivenza decente ai miliardi di persone che vivranno accalcati in città. Autostrade che parlano con svincoli, che comunicano con centrali, che rispondono a ponti. Sempre che tutto non venga sommerso da una piacevole ondata di acqua.

Un giorno passeggiando per New York ho comprato una piastrella con una scritta. The best way to predict your future is to create it. E’ diventato il mio mantra. Non credo nelle coincidenze, nel destino, nelle casualità. L’impatto di una coincidenza sulla mia volontà è minimo. Odio gli oroscopi, e stando alla vecchia che mi ha letto la mano in Brera quasi dodici anni fa dovrei essere morto da un pezzo e con almeno tre figli. Sui figli non posso garantire. Tre mi sembra un numero attendibile. Vivo sono vivo. Fottuta vecchia del cazzo.

Arrivo alla colazione di lavoro. Mi siedo, apro il pc. Ho un pranzo, di lavoro, tra due ore e mezza. Prendo un caffè, un panino al prosciutto, un succo d’arancia. Ingoio vitamine, sali minerali, magnesio, e una decina di erbe. Sette pastiglie. Mi concentro, focalizzo il problema, distacco la vista, riporto me stesso in questo inquietante hotel, mi aggiusto la cravatta e inizio. Mi arriva un messaggio su Facebook. Perchè non stasera? Devi essere decisamente disperata, piccola.

Perchè non stasera? Perchè ho bisogno di stare da solo. Di camminare fino al mare. Di sedermi sulla ringhiera, guardare il nero infinito. Respirare. Pensare a una soluzione.
Per evitare che il mio futuro, da qui al 2050, sia davvero così come lo stanno dipingendo.

Questa sera scriverò. Rispondo. Tre punti di domanda, come risposta. La tolgo dagli amici di Facebook. Peccato, a onor del vero è straordinariamente raro per uno come me essere abbordato da una ragazza con tutte le coordinate fisiche al loro posto.
Da qui al 2050, dubito che mi risucceda.

Vertigini di sale

Oggi ho pianto due volte.

Una mentre vivevo e una mentre scrivevo. 

Non succede spesso, che io pianga. Ho addestrato la mia anima ad avvisarmi con largo anticipo. Questione di dignità. Preferisco piangere in un cesso, seduto sulla tazza. 

Ho pianto in tutte le occasioni della vita in cui andava fatto. Mai di gioia. 

Qualche volta ho sentito la spinta dal basso dei polmoni. 

Oggi mi è scappata una lacrima, mentre guidavo. 

E, per forza, ne ho scritto. 

Io credo nel potere salvifico della poesia. Credo che per un uomo sia davvero importante leggere poesie. E anche scriverne. 

Allora ho scritto, seduto su un vaso di terra pieno di mozziconi. 

E rileggendo, ho pianto ancora. Io, il cielo nero, la pioggia. 

Oggi ero con la mia tribù di border line. Quelli che credono nel ferro, nel carburatore, nelle statali, nell’asfalto. La mia gente, che mi ha adottato amorevolmente. Ascoltavo storie di statali, di notti passate con il saldatore, di lunghi viaggi, di sogni, di cadute. Ci sorridiamo tutti, perchè sappiamo benissimo che questo circo è una salvezza temporanea. 

Ho conosciuto gente davvero speciale. Storie uniche. Quello che cercavo. Ho visto, toccato, annusato, cose davvero belle. Quello che cercavo. 

Poi, sulla via del ritorno, sentivo il piede allontanarsi dall’acceleratore. 

Ho pianto facendo finta di ridere, perchè nessuno se ne accorgesse. 

Poi ho scritto tutto. 

 

Forse avrei fatto bene a godermi il mio circo di spostati per un altro paio d’ore. 

Tutti, la in mezzo abbiamo un sacco di ragioni per piangere, ma facciamo finta che il vero problema sia solo di cattiva carburazione. 

 

Questo post continua, o forse inizia su RadioCorrida (www.radiocorrida.wordpress.com) 

 

 

mitin rum

A Franz non piace

– la borsa di Harrod’s, in plastica, con gli orsetti e la Union Jack, usata dalle giovani donne in carriera per portare il pranzo, inscatolato nei Frigoverre, in ufficio.
– Gli stivali senza tacco, neri.
– Le gonne lunghe sotto il ginocchio, nere, blu, scure in genere. Se portate con gli stivali, mi aggrediscono le tempie e mi provocano nausea e vertigine.
– Gli orecchini di finta perla, il finto cuore di Tiffany appeso al collo, i braccialetti d’argento stile regalo della prima comunione
– Le sciarpe lanose, grosse e nere.
– I cappelli di lana a coppolina, stile Tonno Rio Mare, indossati dalle donne giovani e in carriera.
– Le borsette di pelle con il mappamondo disegnato.

Quindi a Franz non piace

Girare in centro la mattina e vedere tutte queste giovani donne in carriera, appese a un filo sottile di aspettative e dura lotta, mentre escono dalle scale del metrò.

A Franz piace

– Entrare in una meeting room e sentire un buon profumo femminile.
– Entrare in una meeting room e osservare compiaciuto un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e un golfino appoggiato sulle spalle.
– Fermare lo sguardo per qualche istante sui tacchi, approvando silenziosamente la maestosa autorità che qualche centimetro di plastica conferisce alle donne, giovani e in carriera.
– Constatare la perfetta pulizia delle mani che stringi, lo smalto di un colore diverso da quello delle cameriere del Night Club di Amsterdam.
– Essere accompagnato al caffè e non trovare traccia di perizoma o mutandoni sul retro del pantalone nero.
– Sentire il rumore dei tacchi sul linoleum e osservare l’assenza di calze. Anzi, l’assenza di calze, scoprirai poi, gioca un ruolo fondamentale nel buon andamento di una riunione.

Quindi a Franz piace

Osservare le donne in carriera, nel loro ambiente naturale.

A Franz diverte moltissimo

Il piccolo stuolo di sicari, comparse, stagisti con cravatte sottili di Zara (che azzerano l’effetto benefico dei tacchi, del profumo, in generale azzerano anche le aspettative di vita aziendale), che prendono ordinatamente appunti sui loro block notes.

Lei parla sicura, mi guarda dritto negli occhi, si aiuta con un puntatore laser che accarezza i numeri proiettati sul muro. Davvero, non capisco se abbia o meno le mutande. Mi interessa capirlo più da un punto di vista igienico che altro. E’ una femmina alfa, domina un sereno gruppo di neo schiavi aziendali, probabilmente doma un paio di amanti tra ufficio e palestra e un bel fidanzato (c’è l’anello al dito, diamante, pietra carina, poca spesa molta resa). Dalla sicurezza dei movimenti, dal tono, dai modi verbali, è sicura che tutto questo sia la cosa più vicina alla felicità.

Questa mattina ho dimenticato la cravatta. In verità ho dimenticato di avere la riunione. Mi scuso brevemente. La solita cazzata del free friday. Poi punto uno degli schiavi. Quello con la cravatta nera di Zara. Io sono sicuro che tu fallirai. Perchè metti una cravatta nera, con il nodo piccolo. Questo mi dice molto di te. Mentre lo osservo, smonto delicatamente la teoria della mia piccola femmina alfa.

Non abbiamo un punto di incontro. Possiamo trasformare questa situazione in un’occasione di profitto. Ma mi aspetto una posizione differente da parte vostra. Vibra compulsivamente un BlackBerry sul tavolo. Si muove, a spasmi, come se si volesse buttare giù. E’ il mio.

Ritorno seduto. Lei mi guarda negli occhi. Sai benissimo, lo sappiamo tutti e due, lo impareranno presto anche gli schiavi, che sei costretta a cedere su qualche punto. Cedi tu, cedo io, troviamo un compromesso. Meno vittime possibili. Un ragionevole punto di incontro. Io ho tutto il tempo che serve.
Riprende il puntatore, cambia slide. E si trasforma.
Il tono cede, specialmente sul finale delle frasi. Debolezza. Mi interessa. Questo, cazzo, mi interessa. Finalmente.

Chiede dell’acqua. Uno schiavo con una giacca di panno nera si alza e scatta furiosamente fuori.
Mi chiede se ne voglio. Sto morendo di sete. Devo bere dell’acqua da un pezzo. Ma no. Grazie. Io non ne ho bisogno.

Il puntatore non è più così sicuro, scivola deciso tra una frase e l’altra.

Qui, dice, ci sono in ballo dei posti di lavoro. Taglieranno delle teste.

(A Franz non piace: l’espressione “taglieranno delle teste”).

Cerca nei miei occhi qualcosa. Alcuni schiavi hanno smesso di scrivere. Forse sono le teste che salteranno.

Per questo io chiedo, nei limiti del possibile, un confronto che ci riporti sulla posizione iniziale, e ci permetta di preservare l’accordo pattuito e i posti di lavoro annessi.

Non ascolto più. Sto già scrivendo questo post. La questione è chiusa.

Si siede. Silenzio.
Arriva l’acqua.
Sto scrivendo veloce.
Aspettano me.

A Franz da parecchio fastidio ammettere che:

– cane mangia cane (e io mangio per ultimo) (Cit)
– sul lavoro rientro a pieno nella categoria Infami Figli di Puttana
– lavoro per soldi. Ergo i soldi sono il mio criterio di scelta.

Mi pagano e sopportano, prevalentemente, per i tre punti sopra elencati.

Chiudo l’iPad. Finirò di scrivere questo post più tardi.

Mi dispiace davvero, perchè avverto la provvisorietà di un accordo che non soddisfa nessuna delle due parti, rischiando di focalizzarsi solo sulla, seppur benevola, intenzione di preservare dei posti di lavoro. Nell’interesse comune, ritengo quindi di dover ribadire che la nostra posizione è e resta orientata a un accordo come quello da me proposto.

Lo schiavo con la cravatta di Zara si allenta il nodo. Benvenuto. Ma anche addio. Ricordati, adesso che avrai tempo libero, di comprarti cravatte migliori.

Lei si porta l’indice della mano destra sulle labbra. Ha delle labbra piccole, sottili, quasi appuntite. Non so,ma credo che da baciare siano meglio le labbra carnose. Fissa lo sguardo su un punto indefinito alle mie spalle. Respira. Si vede, nel respiro, un piccolo accenno di scollatura comparire dalla camicia.

Credo che questa riunione debba finire qui, dice.
Muovo lentamente la testa, sono daccordo.
Si alza, prendendo la sua agenda.
Gli schiavi si alzano di scatto.

Aspettatemi qui.

Mi accompagna verso l’uscita. Voleva che la precedessi. Ma non sei tu che mi cacci, piccola. Sono io che me ne vado. E tu mi accompagni. Osservo la schiena. Vorrei una schiena così anche io.
Ci fermiamo davanti alla porta.

Non c’è veramente nessun margine di trattativa?

La guardo negli occhi. Dove sei finita, femmina alfa? Torna in questo delizioso packaging.

Sorrido.

Non rispondo.

Possiamo discuterne, magari prima di marzo.

Ok.
Mi esce proprio: okkei.

Sorride.
Mi da la mano. Stringo. Sento il sudore.
Possiamo discuterne quando vuoi, ma non cambierà nulla. E marzo è un pessimo mese per discutere con uno che sta aspettando la primavera da troppo tempo.

Esco, constatando che la ragazza alla reception ha una deliziosa borsetta di Harrod’s, con gli orsetti e la Union Jack. Non c’è davvero mai limite al peggio.

La mia amica Pam

Eravamo in mezzo a uno stormo di vecchi bavosi, con pance enormi, aliti urtanti e capillari intorno al naso esplosi da un pezzo per il pessimo Prosecco. Uno stormo, che si muoveva delicatamente tutto insieme. Pam non ha mai avuto ben chiaro il peso portante, a livello emotivo, delle sue tette. Per questo non si è mai disturbata più di tanto nel coprire tutta quella carne. Figurarsi d’estate. I vecchi sembravano parecchio concentrati su quei kili di carne, impacchettata in una maglietta bianca scollata. Io, di per mio, ci avevo fatto l’abitudine da un pezzo. Ero quasi diventato, anni di amicizia, insensibile alla forza dirompente di una scollatura esagerata. Ridevamo, bevendo il caffè. Ci sarebbe stato da muoversi, dovevamo portare via tutti i vestiti di Pam da casa sua entro le cinque. Lui sarebbe tornato alle cinque e mezza. E ne io ne Pam avevamo nessuna intenzione di incontrarlo. Il quarto trasloco in un anno.
Funzionava così: litigavano. Questo quotidianamente. Alzavano il tiro continuamente. Erano tra quei litiganti a cui piace coinvolgere il pubblico. Chiunque, nel loro raggio di azione, poteva essere tirato nel mezzo della discussione. Per questo casa loro non vedeva ospiti ormai da un pezzo. Io andavo a prendere Pam per fare due passi, ogni tanto. Abitava in mezzo al nulla delle prime campagne. Lui mi considerava un pericolo. E’ tipico degli idioti, vedere pericoli nelle persone non pericolose. Quando alzavano troppo il tiro, uno dei due abbandonava casa. Per un giorno, due. Poi tornava. Facevano l’amore. Questo me lo raccontava Pam. Poi ricominciavano. Quando tutto era troppo anche per loro, Pam faceva una di quelle sue telefonate. Mi chiedeva quando avevo tempo. La scusa era che avevo la macchina grande. La verità era che ero rimasto l’unico ad aver voglia di traslocare cinque volte l’anno.

Prendevamo tutti i vestiti, poi le foto, alcune pentole, e tutto quello che a lui avrebbe dato fastidio non trovare. Un dispetto ben organizzato. Le avevo chiesto come mai si volesse portare via ogni volta le pentole. Ma non mi aveva mai risposto.

Poi andavamo da sua madre. Santa donna. Mettevamo tutte le scatole nella vecchia camera di Pam. Dalla sua finestra si vedeva la mia. Fumavamo affacciati ai davanzali, qualche anno prima. La madre di Pam non diceva nulla. Mi offriva il caffè.
Poi, il rituale prevedeva la vodka. Tanta vodka, quanta ne serviva per coprire quel dolore.
Sulla mia Vespa, andavamo in cerca dei posti peggiori dove bere.

Puntualmente Pam, o forse le tette di Pam, era in grado di raccimolare tutto il peggio umano che ogni locale poteva offrire. Rideva, si faceva offrire da bere, e mi spacciava come suo fratello. Anche un ipovedente si sarebbe accorto che, geneticamente, io e Pam non condividevamo niente. Ma, probabilmente obnubilati dalle tette, erano disposti ad accettare la nostra parentela.

Era il mio piccolo regalo alla nostra amicizia, il mio accompagnarla nei suoi traslochi.

Un giorno eravamo a casa di Pam. Seduto sul letto, sfogliavo un libro mentre lei metteva tutto il suo impegno nello scrivere un messaggio al suo tatuatore. L’autore della tigre, sulla tetta sinistra. E del drago, sopra il culo. Disastri di inchiostro su pelle in mostra perennemente. Il suo tatuatore era il motivo principale dell’ultimo trasloco. Senza che lui lo sapesse, peraltro.
Al momento, non avevo niente di meglio da fare che mettermi nella vita di Pam a curiosare. Scaricato, innamorato, ferito, vivevo sospeso tra un sacco di finti impegni e qualche piccola ossessione. Il tatuatore era un ottimo diversivo. Per me e per lei.

– Ho deciso di presentarti la mia amica. Silvia

Ho la faccia di uno che, appena uscito da una storia con Silvia, ha bisogno di un’altra Silvia? Probabilmente si.

– Hai un’amica che si chiama Silvia?
– Si certo.
– E ti sembra una buona idea presentarmela?
– Perchè no?
– Omonimia?
– Omochè?
– Lascia stare.
– Stasera. Viene con noi a cena.
– Io te e Sivlia?
– e Marco.
– Chi cazzo è Marco?
– Il mio tatuatore.
– Sarà una grandissima serata…
– non hai molto di meglio da fare. Accontentati

Silvia era, innanzi tutto Ester. Ma Pam le aveva chiesto di farsi chiamare Silvia. Che delicatezza. Classe 1977, piccola, vispa, noiosamente di destra, sana portatrice di almeno tre etti di oro giallo tra anelli e collane. Il fatto che Pam l’avesse bloccata, obbligandola a venire a cena, le aveva dato la stessa energica motivazione che hanno i maiali quando entrano in un salumificio.

E’ stato durante un lungo attacco ai kebap, ai turchi, ai negri, agli immigrati, che ho deciso che Ester avrebbe meritato il migliore dei Franz possibili. Ho ordinato una bottiglia di Cirò, e mi sono servito quattro calici al volo.

Di contro, il tatuatore aveva tutte le intenzioni migliori per rendere la serata estremamente piccante.

Mezzo litro di vino, bevuto di fretta, porta a galla il meglio del meglio di molte persone. Me compreso.

Con una rapida successione di alcuni dei miei migliori personaggi, tra cui il comunista irredento, il vecchio porco bavoso, il professore di sto cazzo, il saccente nutrizionista, ho steso sia la piccola fascistoide sia il prestante tatuatore.

Sulla strada verso casa, ci siamo fermati, con Pam, a bere. Vodka e rhum. In circonvallazione.

– tu sei un sociopatico.
– mi lusinghi.
– no, dico davvero.
– il fatto che tu mi voglia associare a una piscolabile fascistoide…
– fermo, fermo.
-…
– voglio solo dirti, che sei un sociopatico.

E, prendendo la sua borsetta, si è alzata e se ne è andata.

E’ stata l’ultima volta che ho bevuto con Pam. E’ stata l’ultima volta che ho visto Ester. E che sono stato male per Silvia. Il tatuatore lo vedo spesso. Ma non si ricorda di me.

Nemmeno Ester, suppongo.

Pam, magari si.

Il momento in cui senti tutto

Raccimolo le forze. Mi alzo. Faccio fatica. Sento le gambe non rispondere perfettamente. Ho cercato di dormire per quattordici ore consecutive. Dormendone meno della metà. La prima cosa che sento volare via, leggera come una piuma, è la voglia di affrontare tutto quello che dovrei affrontare. A stretto giro, mi arriva anche la nausea. 

Mangio yogurt, appoggiato al bancone della cucina, guardando fuori il cielo. Bianco, spesso, gonfio di nuvole. Non aiuta. Nemmeno i latticini. Ma il frigo è desolante nel suo vuoto. 

Gratto il fondo, con le mani che si tagliano. Credo che più in basso di così, davvero sia difficile andare. 

Respiro. La respirazione è una delle armi più potenti di controllo del corpo. 

Medito. La meditazione è una delle armi più potenti di controllo della mente. 

Sarebbe più facile, suppongo, stappare la splendida bottiglia di rosso che mi guarda fisso dalla mensola. Ma odio bere la mattina. 

Ho bisogno di controllo. La mente deve piegare il corpo. Posso permettermi giorni così, ma devo uscirne velocemente. 

Ho gli occhi stanchi, le mani che tremano, e i polmoni gonfi di lacrime. 

Il gioco è semplice: respiri, regoli tutto, e pensi a immagini scivolose. Qualcosa a cui dai, lentamente, sempre meno importanza. Fino ad arrivare alla piccola serenità del vuoto. 

Eppure, arrivo sempre a un buio letale. In cui mi fermo. Il momento in cui sento tutto. 

Fermo l’immagine, la porto dolcemente verso l’alto, la distruggo, lascio che un sole la illumini accartocciata. Poi riparto. E ritorno, in poco tempo al buio letale. 

Smetto. 

Faccio il caffè, controllando le mail. Dovrei essere sul pezzo da un pezzo. Il peggior nemico di me stesso. Lo sono sempre stato. 

Riprendo il controllo del corpo. Mi siedo a scrivere. Rispondo meccanicamente, recupero le forze necessarie per sembrare attivo. So di essere un pacco bomba. Ho anche trovato il mio innesco. 

Non importa quanto lontano riesca ad andare, esploderò prima o poi. 

Forse esploderò non esplodendo, rimanendo così. Sospeso a quello che sono. 

Sono stato altre volte, a grattare il fondo. So di cosa stiamo parlando. E dobbiamo smettere di parlarne. Si tratta semplicemente di pensare, eseguire, controllare. 

Mi servirà un giorno ancora. 

In giorni come questo, per fortuna che sono pochi, ripasso a mente tutte le vite che ho vissuto. 

Poi torno, giuro.

Lo faccio sempre. 

O almeno fino ad oggi, l’ho sempre fatto. 

 

 

 

Sesso, Droga e Folk Contemporaneo

Ti osservi allo specchio. Già questa è una novità abbastanza singolare. Pensavi lo specchio in bagno servisse solo come oggetto di arredamento. Adesso è l’unico strumento per monitorare la comparsa di peli, neri e ispidi quanto solitari. Foruncoli, minacciosi, in massa. Cambi due numeri di scarpe l’anno. La giacca a vento dello zio Alfredo non va più bene. Senti perennemente caldo. Ti senti pieno di energie, stanco, emozionato, apatico, freddo, coinvolto, allo stesso tempo. Di colpo, compaiono nel tuo universo, sfondando la porta principale, questi esseri deliziosi che il resto del mondo chiama femmine. Che non sai bene a cosa servano. L’odore, o forse i modi, o forse i capelli lunghi, ma senti una incredibile attrazione per queste piccole gocce di paradiso.
Contemporaneamente, nelle parti basse, in zona mutanda bianca sudata, succede il finimondo. Il coso, che la mamma ancora chiama “pistolino”, è diventato ingestibile. Si gonfia in modo preoccupante, nei momenti più disparati e nei luoghi più impensabili. A farti buona compagnia c’è tutta la classe di catechismo, che versa nelle medesime condizioni. La condivisione del problema, come per tutti i problemi della vita ma non lo sai ancora, non serve a una beneamata minchia. Ma, a proposito di minchia, per lo meno ti senti meno solo. Scopri, di colpo, di avere un fortissimo bisogno di stropicciarti il coso. In continuazione. Gli esiti dello stropicciamento sono differenti. Gli argomenti di stropicciamento sono quasi sempre gli stessi. La signora del terzo piano, Martina, la figlia della panettiera. A un certo punto, lo stropicciamento entra nello scorrere delle giornate, diventandone parte integrante. Ti ci vorrà qualche anno, per capire che la signora del terzo piano è oggettivamente solo una normalissima signora. Di una certa età, e con un fisico dimenticabile come una canzone dei Modà. Ti ci vorrà qualche anno per capire anche come gestire il coso in maniera utile, forse non profittevole ma perlomeno sociale. Martina, una sera, finirà appoggiata al muro dei bagni di una discoteca. Un casino di liquidi scambiati tra sudore, saliva, vodka e altro. Niente di memorabile. Se solo pensi al monte ore che hai dedicato a Martina tra i tredici e i quindici anni, ti vorresti tagliare le mani. Con la corretta gestione del coso, ne comprendi anche il valore aggiunto. Un arnese di estrema semplicità, dall’immediata comprensione e adatto a molti usi. Se poi paragonato alla cosa, e alla complessità infinita di tutto quello che le ruota attorno, ti rendi conto di essere veramente fortunato. Un fortunato portatore di pene. Dalle tue personali ricerche in classe e in palestra, sei normo dotato. Nella media. Stranamente, mentre i piedi e le gambe si allungano, il coso resta di una dimensione simile a quello della maggior parte dei tuoi compagni. Le diverse scuole di pensiero sulla misurazione, con il fratello di Martina (ah, se solo sapesse!) che inizia a misurarlo da molto indietro e i due gemelli della terza F che lo misurano con il compasso, non ti interessano.
A un certo punto, smetti anche di partecipare alle misurazioni di massa. Anche perchè non c’è verso di farlo crescere. La tua attenzione verso le femmine e il loro universo, muta inesorabilmente. Non sono più un mistero magico. Adesso sono due tette. Solo tette. Ovunque. Passeresti ore a toccare tette. Sei disposto a passare sopra a molti altri aspetti, come l’alito di Susanna Pedretti, Quarta E. Due giganteschi meloni, rotondi e gonfi. E un alito da asfalto condito con sudore. Le tette. Pensi alle tette e scopri che la signora del terzo piano non ne ha molte. Non capisci nemmeno come sia possibile che, per tutte quelle ore, tu le abbia dedicato le tue attenzioni. Invece la vigilessa di quartiere, quella si. Anni, terribili, passati alla disperata ricerca di tette.
Hai anche imparato a baciare. Lo trovano, le femmine, necessario e bello. Limonare. Fino alla perdita di sensibilità delle terminazioni nervose della bocca. Avevi paura delle malattie ma Rocco, a catechismo, ti rassicura. Lui limona da molto tempo e ha un amico che ha limonato addirittura con la suora. Limoni per interi pomeriggi, massaggiando tette e respirando affannosamente. L’effetto sul coso è drammatico. Sembri un vulcano pronto ad eruttare. Un Vesuvio in carne e ossa che deambula per la città. Poi, in una primavera calda e accogliente, ti rendi conto anche dell’esistenza del resto. Il resto smette di essere il resto. Diventa il centro. Di tutto. Rispetto e venerazione, che con l’autunno e l’inverno diventano attesa e desiderio. La seconda primavera non la passi indenne. O per lo meno lo speri. Tu e il tuo coso. Che ormai, detta legge.
Ascolti, pazientemente, tutta una serie di deliri umorali sul momento giusto, sull’occasione giusta, sull’uomo giusto. Ascolti, ma non recepisci. Tu devi arrivare li. Dentro. Questione di vita o di morte.

Ecco. Questo succede circa nell’arco di sei o sette anni. Precoce o meno, finisci in questo stadio proprio mentre le versioni di latino si fanno più complesse, il motorino diventa una necessità e tuo padre inizia a piazzarti discorsi imbarazzanti sul diventare uomo.

Il tuo coso, da operoso coinquilino è diventato prima un assoluto protagonista e adesso una valida spalla su cui contare. La produzione di peli si è fermata, riesci anche ad avere una quasi barba sul mento. La conquista dei foruncoli si è arrestata e anche la crescita dei piedi.
Cominci anche a capire come funzionano le femmine. E ti piace anche.

Quello che non sai, caro il mio adolescente, è che mentre tu vivi incentrando la tua esistenza sugli apparati genitali tuoi e delle tue amiche, tutto intorno ti scorre una deliziosa vita.

Che poi dopo, per questa dedizione agli apparati genitali, che scoprirai sempre molto attiva nel corso degli anni, ti accorgerai di esserti perso altre cose. Ma è il gioco della vita.

Akunamatata

Mi sento in dovere di dirti, semplicemente perchè ci sono passato anche io, ed uscito quasi indenne, che quella è l’età migliore per sognare liberamente. Senza nessun limite.

Ovviamente, quando il Piccolo dovesse mai iniziare con l’uso massiccio del coso e tutti i vari stropicciamenti spero caldamente di essere in grado di farmi, manco a dirlo, i cazzi miei. Evitando i polpettoni morali sul diventare uomo. Parlare a un piccolo uomo seguace di Onan del diventare uomo credo sia uno dei retaggi psico cattolici più brutti che abbiamo.

Forse al Piccolo non dovrei nemmeno dire nulla sul resto. Sulla cosa. Sui pericoli che la cosa nasconde. Da cosa nasce cosa. Ma la cosa, e l’osceno strapotere che eserciterà sul Piccolo, non dovrebbero spaventarmi.

Oggi osservavo una coppia di quindicenni, con quegli osceni jeans aderenti e quelle barbare sneakers alte e colorate. Fumavo aspettando il mio turno in Posta. Lui, giustamente, osava cercando di superare le barriere architettoniche del piumino di lei. Lei, giustamente, faceva finta di non volerlo. Sarei stato ore a guardare. Anche per capire. Ormai, qui si potrebbe parlare di confronto generazionale.

Ma forse, alla mia età, con la mia barba, il cappotto e il maglione sgualcito, è saggio ritirarsi in un bar per un caffè.

Sono andato verso l’ufficio, ricordando divertito le terribili estati di stropicciamento del coso.
E, rapidamente, a quante cose abbia fatto per la cosa.

Che poi non c’è niente di male. A fare cose per la cosa. E che, prima, dovresti avere chiaro che stai lavorando per il tuo coso. Ci sono state date molte cose. Ghiandole, organi, tessuti, ossa. Splendida orchestra. Ma la lucidità di capire quando stai semplicemente facendo cose per la cosa, quella non è di serie.

E’ un optional molto caro.

Nota del traduttore: si, chiamarli cosa o coso è infantile, immaturo, forse anche noioso. Ci sono, correntemente, quarantasei lemmi per indicare il pene. In una lingua nella quale abbiamo solo una decina di sinonimi della parola morte (decesso, dipartita, trapasso…), usiamo correntemente quarantasei sinonimi per la parola pene (cazzo, verga, membro, affare, mazza, fallo, piffero, pisello… minchia). Il cazzo è dunque più importante della morte? D’Annunzio, che ne sapeva parecchio sia sulla lingua italiana sia sull’uso originale e innovativo del cazzo (suo e di amici), aveva sottolineato che sono molti gli uomini che si sentono più rilassati dando un soprannome al proprio pene, durante gli incontri amorosi. Quarantasei modi, più i soprannomi. Ma coso era la miglior scelta. La cosa (sorca, fregna, vulva, figa, passera, vagina, topa, bernarda, gnocca) era il più dolce dei modi per chiamarla.

Non me ne vogliate.

Il calendario delle Pin Up

La testimonianza del fatto che non ho nulla da scrivere è nella fortunata serie di eventi che hanno accompagnato le mie placide festività natalizie. In compenso, osservando con studiosa attenzione, come mio solito, i termini di ricerca per i quali la gente finisce su questo blog, (in testa nel 2013 campeggia “fallimento agenzia Bradipo travel”, seguito a stretto giro da “pussy sul divano”) sono incappato in un post che ho scritto il 16 giugno, non so bene di che anno, davvero piacevole. Io odio rileggere quello che scrivo. Ma devo ammettere che, talvolta, è piacevole leggere qualcosa di scritto bene. Il post si intitola Stronzo Chi Legge. E qualcuno ha cercato su google “stronzo chi legge” ed è finito qui. Meglio di coloro che cercano “pussy sul divano”. A onor del vero, sono sempre meno quelli che arrivano qui cercando “il Nuovo Bradipo”.

Lo Shopping dei Ricchi

Un must delle mie vacanze, sempre e comunque, è la visita in banca. La mia banca è differente. In un mondo di banche online, di estratti conto via sms, di notifiche push, il sito della mia banca funziona mediamente un giorno su otto. Fare un bonifico richiede una preparazione pari a quella di un ingegnere meccanico. Il sito è bruttino, scarno, non immediato. In compenso, se chiami il numero verde ti chiedono settantotto codici diversi, il nome da nubile della zia di tua nonna, il tuo codice fiscale e altri sessanta dati sensibili ancora prima di dirti buongiorno. Quindi, ho pensato, se la banca non viene da me, io vado dalla mia banca. Mi sembra equo. In verità ho anche pensato di cambiare banca, ma mi richiederebbe troppa fatica intellettuale. Inoltre uno dei vantaggi inarrivabili della mia banca è che i consulenti sono estremamente tranquilli, mediamente demotivati, serenamente scazzati. Evitano di propormi polizze, glissano sui fondi di investimento indiani, non rompono i coglioni se, come succede, perdo il bancomat ogni venti giorni. Vado in banca due, tre, volte l’anno. La mia banca è in centro. Questo mi consola. Io vivo in periferia, dimenticato dalla Giunta e da Dio. Però ho una banca talmente in centro che quando ci vado mi sento parte di una grande cosa. Di un bene comune. Di una solidità piacevole, fatta di marmo lucido, fontanelle, lunghi colonnati, scrivanie in legno massello. Credo, a tutti gli effetti, di essere uno tra i più poveri correntisti della mia banca. Non so nemmeno perchè mi tengono come cliente.
In giro non c’è nessuno. La moto scoppietta allegramente. L’asfalto umido e freddo mi tiene sveglio. Arrivo in centro. Non c’è davvero nessuno. Suppongo che funzioni che in questi giorni gli abitanti del centro si trasferiscano in massa a ridosso delle Alpi.
Controllo la mia situazione bancaria. Firmo delle carte, accetto delle condizioni, controllo di non aver perso troppi soldi. Bevo un caffè, ed esco.
In centro, la mattina.
Passeggio per Corso Como. Entro nei negozi. Non dei negozi qualsiasi. I negozi di Corso Como. Provo una giacca da quattrocento euro. Un paio di mocassini da seicento euro. Osservo un casco da mille euro. Un chiodo di pelle, stile Easy Riders, mi fa capolino da una gruccia, insieme al suo cartellino. Mille euro.
Faccio, sottovoce, commenti estremamente classisti, estremamente banali, estremamente scontati. Niente che valga la pena di trascrivere. Nemmeno nella memoria.

Il Foruncolo

Ho un foruncolo. A Natale mi vengono i foruncoli. Credo sia dovuto all’azione congiunta della mia famiglia, del palinsesto Sky Cinema e delle ingenti quantità di cioccolato che ingerisco tra la Vigilia e l’Epifania. Un foruncolo solo. Sopra l’occhio destro. Grosso più o meno come il mio naso. Lo osservo allo specchio la sera. E da quel momento non sono in grado di vedere altro sul mio viso. Ho un naso grosso. Anche brutto, a quanto pare. Nessuna donna che mi ha amato mi ha mai detto: “hai un bel naso”. Nemmeno a me piace molto. Ho delle belle storie sul mio naso. Per uomini e per donne. Su dove io l’abbia infilato e su come me lo sia rotto. E’ un buon lubrificante di conversazioni, il mio naso. Ma non è certo un bell’oggetto di arredamento. Beh, questo foruncolo è visivamente più impegnativo del mio naso.
Funziona così, solitamente: passo un giorno intero tentando di non toccare il foruncolo in nessun modo. Ne osservo la crescita, stabile e costante. Poi, alla sera, opero armato di tutti gli utensili che trovo: forbici, pinze, estrattori, mensole, candele. E mi rovino la faccia. Sarà così anche questa volta, penso mentre mi specchio in una vetrina di un punto Vodafone.

Sei come la Mia Moto

Da dentro il punto Vodafone osservo i due vigili che gironzolano intorno alla mia moto. Conosco la procedura. Se adesso il legittimo proprietario, che sarei io, si avvicina, i due iniziano cordialmente con il chiedere documenti, libretti, certificati di nascita, attestati di frequenza, lauree e diplomi. Una situazione che, nella maggior parte dei casi, finisce male. Bisogna lasciare che i due si spazientiscano e si allontanino dalla preda.
Ergo, mi parcheggio di fianco a un gigante orso che tiene in mano una Vodafone Station, e osservo il nemico.
L’interesse maggiore per la mia moto è dovuto al fatto che è bellissima. Pensavo io.
Invece con il tempo ho imparato che le Forze dell’Ordine, in qualsiasi tonalità di divisa, adorano i piccoli particolari come l’omologazione degli scarichi, la mancanza di documentazione sullo splendido manubrio da bicicletta, il singolare clacson da camion appoggiato al telaio.
Non si fermano nemmeno un secondo sulla speciale collezione di adesivi, peraltro provenienti da California, Paesi Baschi e Cina. O, per dire, sui bendaggi termali che accarezzano gli scarichi fin dal motore. O, per dirne un’altra, sulle deliziose cromature dei raggi.
I due hanno un sacco di tempo.
Ma io non sono da meno.
Per passare il tempo mi informo sull’iPhone 5. Mi faccio fare un piano tariffario che include tutto. Tutto. Anche un servizio clienti dedicato. Mica come a me, che nella vita reale vengo sballonzolato tra paesi balcanici e sudamericani. Un servizio clienti dedicato. Quasi lo prendo. Il telefono. Giusto per avere un servizio clienti dedicato.
Ma i vigili se ne vanno, a passo spedito, inseguendo un maranza che ha appena parcheggiato sulle strisce il suo luccicante SLK.

La pila di libri

Sul mio comodino c’è, ordinatissima, una pila di libri. Rientrano nella categoria: da leggere.
Lo sto facendo. Adesso tocca all’ultimo Pennac. Mi piace avere dodici libri che mi aspettano. E come sapere che per un bel po’ avrai delle belle storie pronte, a venti centimetri dal tuo naso. Solo che pensando al naso, ripenso al foruncolo. Mi sono massacrato la fronte. Ho delle cicatrici enormi, in compenso del foruncolo non c’è più traccia. Leggo Pennac, facendo un po’ fatica. Fortunatamente ho un cuscino nuovo. Talmente scomodo che è fisicamente impossibile appisolarsi leggendo. Pennac era quello dei diritti dei lettori. Uno dei diritti era quello di interrompere un libro in qualsiasi momento. Ma voglio troppo bene a Pennac. Lo finirò. Leggo tantissimo e parlo pochissimo in vacanza. Questo mi piace. Meno a chi mi sta intorno.

L’Ikea

E’ sbagliato considerare l’Ikea come una punizione divina per l’uomo urbano. Anche perchè, fino a prova contraria, l’uomo urbano all’Ikea ci va deliberatamente. Giocandosi, nella maggior parte dei casi (eterosessuali), la cosa come un regalo. Un dolce pensiero alla consorte. Insomma, nella disperata speranza di un qualsivoglia rapporto fisico nella serata che segue la visita all’Ikea. C’è chi paga le donne in contanti, e chi paga le donne in tempo. Quelli che pagano in contanti, sanno quello che spendono. Quelli che pagano in ore, minuti, mezz’ore, non sanno mai cosa possono avere in cambio.
Io all’Ikea ci vado volontariamente. Non felice, per Dio. Ma volontariamente.
Rubo una matita, come tutti, e inizio a osservare le coppie che pascolano, nelle varie fasi dell’amore. Quelli che devono mettere su casa, pieni di speranze e di confusione sul reale utilizzo di un divano letto. Lui pensa che servirà per la suocera, quindi vuole quello scomodo ed economico. Ma non sa che, nel giro di meno di un paio di anniversari, ci avrà passato almeno una decina di notti. Converrebbe quindi quello comodo ed ergonomico.
Le coppie nel mezzo dell’amore, che comprano meccanicamente nuovi mobili per dare una ventata di novità alle loro vite. Ma l’amore non si arreda facilmente.
Le coppie sfinite, e quelle con il pancione. Le coppie di fatto e gli amanti che finalmente vanno a vivere insieme. Quelle armate di progetto, quelle armate di figli e quelle armate di suocere pedanti. Non mi dispiace l’Ikea. Mi trovo sempre con duecento euro di stronzate nel carrello. Ma è un prezzo che pago volentieri per osservare le fasi di arredamento dell’amore.
Finisco sempre a mangiare polpette con marmellata. Sentendo tutto il peso dell’omologazione di massa. Poi sparo qualche aneddoto che ho letto su qualche libro sul fondatore dell’Ikea che vive in povertà e sulla filosofia di assemblaggio delle Volvo. Aneddoti che non centrano nulla, ma che erano sullo stesso libro. E che quindi ricordo in quest’ordine.
Non esco mai dall’Ikea felice. Ma credo che, anche in questo caso, sia tutto nella norma.

Le Donne Nude

Ho molto tempo, rispetto ai periodi canonici dell’anno. Molto tempo, avendo un figlio e una vita sociale, significa che posso permettermi di oziare beatamente sul divano quando mio figlio è impegnato a dormire. Cosa che succede di notte, normalmente. Ma anche di pomeriggio. In questo infinito lasso temporale, fonte di un’inesauribile senso di libertà, mi godo qualche vizio. Solitari momenti di godimento. Negli ultimi giorni ho anche spento il cellulare.
Il rischio è di voler strafare. Come tutti i vizi, la moderazione è fondamentale per un pieno godimento. Come per tutti i vizi, voglio tutto e subito.
Prendo il Sole 24 Ore, lo apro, nello stesso momento metto l’iPad su un sito di customizer, francesi. In contemporanea, cerco su Anobii delle recensioni interessanti con l’iPod. E, per non farmi mancare nulla, metto il documentario sui Queen che volevo vedere da un pezzo. Voglio tutto e subito.
Poi, preso da un forte bisogno di mettere ordine nella mia vita, constato il fatto che la mia mail personale è piena zeppa di messaggi da leggere. Decido allora di fare ordine.
Poi ti chiedi come sia possibile che io non abbia nulla da scrivere.
Galleggio tra l’ordinare la casella mail e un giretto tra Banca e Ikea. Hai mai visto nulla di più ordinariamente suicida per una mente fertile?
Leggo messaggi vecchi di mesi, cancello stronzate, filmini divertenti, link mandati da sconosciuti, e poi incappo in una mail che prende la mia attenzione. Tanto da chiudere il Sole 24 Ore e fermare il documentario dei Queen. Proprio quando, tra l’altro, riesco finalmente a capire il ruolo di John Deacon nel gruppo. Pensavo fosse un imboscato, o un derelitto. Invece dietro a quelle improbabili magliette, a quei ridicoli short, a quelle inguardabili espressioni, si nasconde un fottuto genio, anticipatore dell’elettronica e salvatore del gruppo. Pensa, e io che pensavo fosse un coglione.
Beh, questa mail è di un amico. Diciamo di sesto grado. Amico di un conoscente di uno che io reputo un amico. Ha avuto il mio numero dal mio amico. Che di colpo diventa meno amico, anche se mi è oscuro come uno che ha il mio numero mi possa scrivere una mail. Beh, poi io, il mio numero lo do a tutti. In ogni caso, dice che ci siamo visti a maggio, a un raduno di moto. Che ci siamo parlati, di Pin Up e di tatuaggi. E che ci siamo detti che ci saremmo risentiti quando il suo progetto sarebbe partito. La cosa mi sa di losco. Io ai raduni di moto, generalmente, sono vergognosamente ubriaco e molesto. Le Pin Up e i tatuaggi sono cose adorabili, ma di cui non so assolutamente nulla se non una ordinatissima fila di luoghi comuni. Qualche luogo comune vale doppio, perchè è sui tatuaggi delle Pin Up. E poi io non ricordo di nessun progetto.
Qualche riga più sotto, la spiegazione del progetto è sotto i miei occhi. Ha realizzato un calendario con delle Pin Up. Dodici, ovviamente. Una per mese. Lo vuole vendere. E’ sicuro del successo di un calendario di Pin Up. Da me vuole, quando mi scrive ovvero tre mesi fa, un aiuto concreto perchè la cosa abbia risonanza nell’ambiente.
Per quasi un secondo e mezzo mi sento in colpa per aver letto così tardi di un amico che aveva bisogno di me. Poi mi rendo conto che non lo conosco. E non lo vorrei conoscere.
Le ragazze, in fondo, sono carine. Ma per me una qualsiasi donna vestita anni 50, con i capelli a nuvola e le scarpe di vernice tacco dodici è carina. Ma, cazzo, l’idea di un calendario con delle Pin Up. Che cazzo di idea sarebbe? E in quale cazzo di ambiente dovrei dare risonanza alla cosa?
Riguardo la ragazza di giugno. Mi sembra di conoscerla. O forse, avrei sempre voluto conoscere una ragazza così. Nell’incertezza butto l’allegato.
Rispondo chiedendo scusa del ritardo. E che, a mio modo di vedere, l’anno prossimo conviene focalizzarsi su qualcosa di più originale. Che so, un bel calendario con le donne nude.

Idiota.

Con questa vita, dimmi, cosa mi rimane da scrivere?

Leggo, lavoro, parto e ritorno. Come mio solito. Lo farò, nei prossimi due mesi, molto intensamente.
Peccato che ad accompagnarmi, non ci sia un delizioso calendario di Pin Up. Ma possibile che a nessuno sia venuta un’idea così?

Dio benedica le Pin up e i tatuaggi. E, ovviamente, le Pin Up tatuate.
E, già che ci siamo, le donne nude.
Il massimo, forse, sarebbe una Pin Up tatuata e nuda.
Ma forse chiedo troppo.

Back Flip

Esterno giorno.

Freddo artico, inutile, disperato. Brina sulle macchine parcheggiate. Sole malato, alberi spogli, in fondo al cielo le prime montagne, piene di neve. Si direbbe inverno a tutti gli effetti.

Nel cortile nessun rumore.

Seduto su uno scalino, fumo.

Quanti ricordi che non ho ancora dimenticato, su quelle montagne. Ogni vallata, un grossolano errore di gioventù. Che poi non mi sento molto più vecchio di allora. Ma so riconoscere una colossale stronzata sul nascere. Riesco, a differenza di allora, a capire fin dal mattino, se la giornata prenderà una piega sgradevole.

Sto congelando.

 

Interno giorno.

Ufficio deserto, sovra riscaldato. Silenzio tombale, e finestroni che danno sul parcheggio deserto. La mia scrivania. Disordine complesso. Diversi strati di carta, plastica, i rami di lavanda che stacco a giugno, due tazze piene di biglietti aerei. Una scatola di biglietti da visita. La fame d’amore è incurabile, penso guardando il telefono. Ventisei chiamate non risposte. Nessuno dei ventisei verrà mai richiamato.

Sono pieno di abitudini. E ho solo trentatrè anni. La mia scrivania è una mappa delle mie abitudini. La fame d’amore è incurabile, penso guardando le mie abitudini.

E se tutti gli errori li avessi fatti, in fondo, per saziare la fame d’amore? E se tutto fosse, semplicemente, una disperata corsa per fermarsi solo una volta raggiunto quello che in molti chiamano semplicemente felicità? E se l’insopportabile sensazione di essere felici, sazi, arrivati, davanti a un corpo e a un’anima, fosse l’unico scopo per cui vale la pena fare tutto questo? E’ questo genere di domande che mi ha fatto sempre fermare, sedere, fumare, pensare.

Uomini e donne impegnati in una rincorsa folle, a tratti disperata, di questa insopportabile sensazione, di questo disagio apparente. L’amore scomodo, quello che obbliga a fermarsi, sedersi, fumare, pensare. A volte, uccidere, negare, colpire.

Sono già stato qui.

E’ il posto da cui nascono le mie lotte, i miei racconti, le mie piccole pazzie urbane. E’ un posto scomodo. Perchè si sente, chiara, la fame mordere l’anima. Chiedimi se sono felice. Fallo. La fame morde l’anima, non la lascia in pace. Mi accarezzo le cicatrici. Errori di gioventù. Potrei essere ovunque.

Sono già stato qui.

Fermo, seduto, fumando, pensando.

Poi, lo so già, esplode dentro me. Esplodono pezzi di cuore, di anima e di testa. L’imboscata dell’amore al corpo.

E’ stato un errore di gioventù, pensare di essere arrivato. La mia fame mi spinge, continuamente, a cercare.

 

Esterno notte. Caldo, secco. Stelle, appena macchiate da una foschia strana. Vento basso. Termale, direbbero. La valle piena di luci. La festa appena iniziata. Il motore, appena spento, buttava fuori tutto il caldo degli ultimi sei tornanti. Fatti come tutti i tornanti andrebbero fatti nella vita. Senza nemmeno il pensiero della paura. Attraverso i lunghi banconi di legno, pieni di gente, pieni di vino, pieni di rumore. Mi avvicino al lungo muretto di cinta. Chiedo vino, pane e acqua. Non mangio da tutto il giorno. In viaggio per vedere dove finivano le montagne. Ho ventiquattro anni, qualche errore sulle spalle, una moto di vent’otto anni sotto il culo, tutto il tempo di uno appena scaricato, in pieno luglio, dalla donna della sua vita. Di quale vita? Pensi, mentre l’autostrada continua diritta. Non sono le curve della vita, ad uccidere. Sono i rettilinei. Quelli dove, per abitudine, lasci la presa, ti fidi, lasci che tutto continui ad andare come sta andando. E non senti la velocità scendere troppo, la ruota scivolare. Maledetti rettilinei. Ne ho già fatti troppi a ventiquattro anni. Non conosco nessuno. Di queste centinaia di facce, non ne conosco una. Mi siedo su un muretto, appena vicino a un lampione. Mangio pane, bevo vino rosso, caldo. Sento bruciare lo stomaco. O forse è l’anima. E’ bello sapere di non dover tornare in nessun posto. Mi appoggio al muretto, per guardare le stelle. Mi si chiudono gli occhi e i pensieri. Lascio che la stanchezza passi sopra.

Quando mi sveglio è tutto finito. La piazza è deserta. E’ quasi mattino.

Sono già stato qui.

E’ un posto terribilmente scomodo. Si sente la fame mordere l’anima. Ho la schiena a pezzi, la gola gonfia e una fame tremenda.

Mi alzo. Arrivo a una fontanella. Mi spoglio. Mi lavo. L’acqua è troppo fredda. Devo trovare un posto dove mangiare. Devo trovare un cuore dove mangiare. Oggi forse tornerò in città.

Salgo sulla moto. Un grosso orologio, alla fermata dell’autobus, dice che sono le quattro e quaranta sette. Prendo la strada che porta su. La moto sale, senza fatica, e la strada si complica parecchio. Il miglior modo per sentire tutto. Quando tutto si complica. Iniziano a cambiare le case, ad appuntirsi i tetti, qualche camino fuma. I cani abbaiano quando passo. Mi fermo in una trattoria. Chiedo prosciutto, pane e vino. E un caffè.

Sono già stato qui. Ed è inutile muoversi. Tanto questa fame mi rincorrerà. Allora mi siedo e aspetto. Il sole scalda. Luglio. Trovo un giornale di fianco a un cestino. Sono arrivato quasi al confine, a giudicare dal giornale. Nessuna notizia mi interessa. Nemmeno di essere quasi al confine. E’ un confine che non mi interessa. Ne a me, ne alla mia moto.

Salgo, apro i rubinetti del serbatoio. Scaldo il motore. Allaccio il casco. E inizio a scendere, docilmente, verso la città. Tanto non serve scappare.

Vorrei vedere la tua faccia, il tuo sorriso, ogni volta che torno a casa. Pensavo di lei.

Non ti addormentare, mentre ti guardo, pensavo di lei.

Promettevo, pensando a lei, di essere arrivato.

A ventiquattro anni.

Sono già stato qui.

E ho imparato a tornare a casa, senza nessun sorriso.

A non promettere.

Ad addormentarmi, senza l’idea della paura.

La fame morde tutti.