Biascicando, educando, morendo

Questa è la storia di una giornata iniziata in gerundio. Che è un modo verbale abbastanza inadatto al mio vivere. Perchè sottolinea un inizio, ma non da tracce della fine. Sto studiando, sto lavorando, sto provando, sto amando. Non ricordo di aver passato una Pasqua serena in famiglia da molti anni. Temo di non essere geneticamente portato a sopportare la Pasqua, intesa come pranzo, agnello, giochi in scatola, sigarette sul terrazzo ascoltando il cugino di sesto grado che racconta del suo lavoro fighissimo a Londra. Non sono pronto. Non lo sono mai stato. E in effetti oggi è stata la prima volta nella mia vita nella quale mi sono trovato a dover gestire cugini, agnello, sigarette sul terrazzo, sguardi paterni e giochi in scatola. Sono andato a letto che erano le due di notte. Ovvero le tre. Mi sono svegliato alle quattro, quasi sicuro di aver sentito qualcuno che suonava alla porta. Alle cinque ho constatato che uno stormo di passeri sta facendo il nido dentro la mia camera da letto, probabilmente alle spalle del mio cuscino. Alle sei si è svegliato il Piccolo, carico e pronto ad affrontare tutti gli ostacoli che lo separavano dagli scivoli. Gli auguro, nella vita, di avere la stessa fottuta ostinazione che ha adesso per gli scivoli. Alle nove ciondolavo verso il bar, per implorare un caffè. Alle dieci mi sentivo stanco come dopo una settimana di lavoro. Alle undici constatavo che, calcolando brevemente il ritmo sonno – veglia che sto gestendo nell’ultimo mese, posso sopravvivere ancora un paio di settimane, non di più. Morirò di sonno. Uno dei pochi casi al mondo. Mi lascerò cadere e mi addormenterò. Basta. Finita così. A mezzogiorno mi sono ricordato del perchè io stia decisamente lontano, a debita ed educata distanza, da tutte le ricorrenze che prevedono la fusione di più di due nuclei famigliari.

Sto vivendo. Sto decidendo. Sto cambiando. Sto maturando. Che cazzo. Ho iniziato. Dovrò anche finire. Questo mi sta sul cazzo del gerundio. E le persone che abusano del gerundio, per me, sono come quelli che fanno male l’amore, quelli che bevono rhum bianco, quelli che ascoltano la musica disco a palla in macchina, quelli che posseggono scooter e scooteroni. Hanno sbagliato qualcosa. Stanno sbagliando. Ecco tutto. Gli abusatori di gerundio sono pessimi elementi. E io sto abusando del gerundio. Quando abusi del gerundio, stai automaticamente anche abusando della pazienza di tutte le persone coinvolte nella frase. Questo dovresti saperlo. Sto decidendo, vuol dire che qualcuno sta aspettando. Sto cambiando, significa che qualcuno non se lo sta aspettando.
Eccetera eccetera.

Ascolto il rumore della tavolata, lunga, con la teglia dell’agnello, il vassoio delle melanzane, le ciotole con la salsa alle cipolle e quella allo spek. Osservo la mia famiglia mangiare, discutere di politica, servirsi il vino, stordirsi di complimenti e osservazioni prive di qualsiasi valore storico sociale. Questo, credo per tutti, dovrebbe, deve, dovrà essere il pranzo di Pasqua.
Ecco perchè a Pasqua non mi si vedeva nei paraggi da parecchi anni.

Mi si lasci elencare qui alcune significative celebrazioni della Pasqua. In ordine sparso.

Cogoleto, domenica mattina. Le campane mi svegliano. Sono arrivato prestissimo. Mi sono addormentato sulla tavola aspettando che crescesse la mareggiata di Libeccio che davano per sicura. Ho finito di bere rhum alle tre di notte. Alle sette ero in macchina. Ho dormito fino alle dodici e mezza. Ora in cui il parroco ha deciso di svegliare tutto il Ponente ligure con uno scampanio degno delle rappresaglie di Don Camillo a Peppone. Ho impiegato mezz’ora a togliere la lingua dal palato, incollata in quel pericoloso pastone del day after, e per capire che non solo non avrei surfato , ma il mal di testa sarebbe potuto non finire mai. Un vecchio pescatore a cui chiedo una sigaretta mi apostrofa con “Belin, ma è Pasqua, non ce l’hai una famiglia con cui pranzare?”.

Aix En Provence. Mi gongolo del fatto di essere uno dei tre in coda per il trenino turistico con audioguida. Io sono un fanatico dei trenini turistici con audioguida. E mi sembra una grandissima idea, visto che piove e fa freddo, passare la mattina di Pasqua a bordo del trenino. Giriamo tutta la città, immersi nelle storie dei pittori maledetti. Respiriamo l’aria del tifo, dell’assenzio, della povertà. Ah, che magia. Solo dopo mi accorgo che in tutta la Provenza sono aperti solo i Mac Donald. Pranzo di Pasqua composto da Mc Chicken e coca. Solitudine infernale. Freddo. Un filo di consapevolezza che, alla lunga, viaggi così potrebbero iniziare a pesarmi.

Biarritz. L’idea era quella di arrivare in spiaggia già a piedi nudi, con la muta, pronto ad infilarmi in acqua. L’essere passato sopra un groviglio di fili elettrici abbandonati contro un marciapiedi e l’aver sentito, netto e preciso, uno dei suddetti fili infilare due dita buone di rame arrugginito dentro il mio piede destro mi porta a credere che la surfata pasquale sia terminata prima di essere iniziata. Ricordo perfettamente l’anno. Perchè ho passato i sei mesi seguenti a zoppicare, con mezzo centimetro di rame infilato nella pianta del piede. Credo di non aver mai preso il tetano. Ma non ci voglio molto pensare, quindi non ho mai appurato e approfondito la cosa. Il pezzo di rame si è auto espulso a fine luglio. Ho partorito del rame. Ho tenuto la ruggine.

Piombino. Sono partito da Milano con una fidanzata che non sapeva farsi una ragione della mia partenza senza di lei e una moto rombante con due splendidi carburatori appena revisionati da me medesimo seguendo una antica tecnica imparata da un maestro artigiano. Sono arrivato a Piombino senza fidanzata, ella mi ha comunicato tutta la mia cafonaggine ed è migrata sotto altre lenzuola, e con un carburatore completamente otturato. Niente Isola d’Elba. Procedere a un lento rientro, in autostrada. Velocità di crociera appena sufficiente per dirsi “in movimento”. Niente pasquetta sulle statali elbane. Niente fidanzata. Pessima carburazione. Calo enorme della fiducia in se stessi. E a seguire pessimo periodo di rhum, baldracche di ripiego e bicilcetta. Per non ammettere il fatto di non essere capace di gestire una carburazione e una storia d’amore.

Così, giusto per pennellare alcune delle ultime Pasque. Robaccia, oggettivamente. Ma sempre meglio della tavolata da sedici, con agnello e insalatona.
Io sono allergico al teatro umano della famiglia. Avremmo voluto tutti essere in un altro posto. Invece siamo tutti qui. Avremmo voluto essere da un’altra parte. Chi a leggere la Gazzetta in santa pace. Chi a toccare la badante russa che gli è stata appioppata. Chi con l’amante appena conosciuto nel metrò. Chi semplicemente da un’altra parte. Magari da solo. Invece siamo qui, a passarci l’insalata. E a pensare in gerundio.

Cazzo.
Che è il primo pensiero che faccio non in gerundio. Ma anche il più sincero.

Breve postilla sul mantenimento dei carburatori, e di conseguenza delle fidanzate.

Ci sono due modi per manutenere il carburatore della vostra amata motocicletta. La carburazione, nella moto e nella coppia, è quel magico processo nel quale aria, benzina, scintille, fumi e pressione si uniscono per muovere il mezzo. Non serve capire molto di moto e di vita per capire che la carburazione è tutto. Una buona carburazione è meglio di una fidanzata molto bella. Tutte e due le cose insieme, solitamente, sono quello che ogni uomo dovrebbe avere. O aspirare ad avere.
Il primo metodo per garantire una efficace carburazione è quello che prevede lo smontaggio del carburatore, l’uso di un catino pieno di benzina verde. Tutte le parti vanno lavate amorevolmente con benzina e olio di gomito. Asciugate. Rilavate. Asciugate e passate nell’olio motore. Rimontate, e accordate. Come un violino.
Il secondo metodo prevede l’andare in un’officina specializzata, lasciare la moto, uscire a fumare, leggere il giornale, tornare, pagare e osservare la nuova carburazione della vostra moto.
E’ sicuramente meno figo del primo, ma è più immediato.

In ogni caso, possedendo una moto a carburatori, sei dalla parte giusta della storia.
Per la fidanzata non so come aiutarti. Credo che, in fondo, si tratti della stessa cosa. Manutenzione. Attenzione, amorevole contatto.
Eviterei il bagno nel catino di benzina.
E non lascerei nemmeno la fidanzata in un’officina.

Il fai da te, in quest’ultimo caso, è decisamente meglio.

Essendo, vivendo, scegliendo, cambiando.
Il gerundio andrebbe arrestato, perchè fa più vittime di molti serial killer.

Aspettandomi nuda al freddo

Non ho nessun voglia di scrivere ne di studiare. Scrivo, disordinatamente. Sotto la doccia, contavo le piastrelle gialle che mi separavano dalla finestra aperta. Entrava aria gelata. Fa ancora un freddo enorme. Quando sono stanco parlo, penso e scrivo con periodi brevissimi. Uso più punti che parole. Mettere i punti alle frasi, alle situazioni, alla vita, mi viene bene quando sono stanco.

Mi guarda con quegli occhi grandi, come il mare, che mi osservano sempre, che mi seguono attentamente, che mi ascoltano. E mi dice “tesoro, quello che fa una vita da sfigato sei tu”. Usa il “tesoro” sempre con un’accezione satirica. Fumiamo appoggiati a un tavolo. Viviamo, ultimamente, appoggiati a noi stessi.
In effetti, ultimamente, diciamo da quando ho memoria di questa vita, e dei suoi grandi cambiamenti, leggo, studio, lavoro, mangio, nuoto, fumo. Prevalentemente questo. Che concettualmente, non è nemmeno poi tanto da sfigati. Bisogna prenderci il ritmo.

Mi telefona con un numero anonimo. Rispondo sempre. Io rispondo sempre a tutti, in verità, e anche subito. Non do l’idea di essere uno molto impegnato. Ma lo sono. Parliamo per dieci minuti. Ho le orecchie ancora tappate dalla piscina, una fame aggressiva, e soffro umanamente la pioggerellina dritta che batte sul vetro. Come se Marzo potesse permettersi di lasciar spazio a novembre. Poi metto giù. Non ho capito bene cosa volesse da me. Ma non mi interessa.

Mi ricordo i viaggi, in questi giorni di qualche anno fa, a Palo Alto.

Non aspettatevi nulla di buono, se non un consiglio sfrontato, anzi due:

Ricordatevi di partire sempre con il cuore.
I piedi seguono sempre.

Evitate accuratamente di fare alcune cose in questi giorni (guardare il nuovo video dove la Tatangelo imita la banda di fighe americane). Doloroso risultato. Evitate di andare la mare. Se io resto, voi restate. Anche se sembra esserci la mareggiata perfetta. Evitate di fare l’amore con voi stessi. Provateci con altri.

life is short, friz. Surf it

La sana abitudine di frequentare puttane, bordelli e cimiteri

Folla felice e festosa, quella che mi accoglie all’aeroporto, all’alba delle 4.30, che poi è proprio l’alba. Davvero, le somiglianze con il nuovo Papa, quello che commuove le masse di cattolici facendo quello che avrebbero dovuto fare tutti i papi, non si limitano al nome. Solo che la folla felice e festosa che accoglie me si interpone tra me, appunto, e la mia colazione.
Se c’è una cosa che odio è la piccola furbata, l’eccezione, lo strappo alla regola, l’innocente infrazione. Letale mix se unita all’arroganza mediterranea. Esercito il meno possibile il mio diritto genetico a fottere il prossimo nelle piccole cose, quel bisogno primordiale che sentiamo noi latini, proprio per questo. E provo sempre una forte desiderio fisico di interrompere la vita di quelli che lo fanno, che saltano la fila fingendo di sbagliare, quelli che si fottono il resto di quello prima, quelli che …
Quindi, l’Alitalia mi ha comunicato che non sono più gradito socio della banda “esseri supremi da business class”. Sono stato declassato al livello “normali esseri umani”. Questo, a parte lo scotto emotivo, ha delle gravissime conseguenze sulla mia vita quotidiana. Cose che voi, normali esseri umani legati alla routine, non potete nemmeno immaginare.
Semplicemente oggi mi sono svegliato, come la maggior parte di voi, alle 4.17. Per poter essere seduto davanti agli imbarchi alle 5.35. Ovvero quando dovevo essere li. Per poi essere seduto in ufficio, come tutti voi, alle 8.45.
Tutto questo includendo, cosa di cui ho già scritto, la serena trafila di abitudini che si sono calcificate nell’anima. Rasatura, breve sessione di compiacimento allo specchio, lavaggio sommario, vestizione, colazione, breve compiacimento allo specchio, macchina, sigaretta, parcheggio, riprova parcheggio, riprova parcheggio, che cazzo hai comprato a fare un SUV maledetto coglione, riprova parcheggio, abbandono del veicolo in diagonale, occupando sei posti auto e due moto e ostruendo l’ingresso al Terminal. Check In, caffè espresso, giornale, sigaretta, controllo sicurezza, eccomi.
Questo è possibile in circa 70 minuti solo se si considera la procedura di check in come volume massimo di 12 minuti. Se no, o non mi lavo, o non mi rado, o non dormo. Impossibile non compiacermi. Se foste me, vi compiacereste di esserlo. Questi 12 minuti di check in sono il tempo medio che impieghiamo io e l’addetta al banco a sorriderci, scambiarci battute mirate a rendere la sua giornata bella e il mio posto sull’aereo migliore, stampare la carta di imbarco, cerchiare a penna il gate, sorriderci ancora, far cadere appena lo sguardo sulle smagliature che spuntano dalla scollatura, sorridere, salutare. Attenzione, non: “fare la coda come vacche al macello” insieme a una folla felice e festosa. Se notate, in tutti i miei 70 minuti non sono previsti altri esseri umani. Se non l’addetta al banco. Non c’è nessuna folla felice e festosa che si interpone tra me e la mia vita professionale.
Ma, dato che sono onesto, e dato che il declassamento a comune mortale comporta che io mi mischi con la folla felice e festosa, mi faccio quaranta minuti infilato tra due sudamericani e le loro diciassette valigie incellophannate. Non incellophannerò mai niente che non sia del pollo da mettere in frigorifero. L’ascella della piccola ragazzina sudamericana mi ferisce come affilate lame odoranti. E sono solo le 4.48.
La perdita del lusso di saltare la fila legalmente impatta sulla mia vita in modo molto pratico. Dormo meno, e mi innervosisco di più. Lavorerò su entrambi gli aspetti, ma mi sembra impossibile non incazzarmi con la folla felice e festosa che si presenta al banco check in con il passaporto nascosto dentro l’ultima tasca dell’ultimo zaino. Minuti preziosi che volano via. Poi mi mancheranno molto i bicchieri di vino, i sorrisi cordiali, il profumo di deodorante fresh air da cesso, le poltrone reclinabili e la musica jazz di sottofondo delle sky lounges.

Questa crisi mi sta spezzando le abitudini. Sono pronto a non avere soldi. Come famiglia, lo siamo da generazioni. E abbiamo procreato e vissuto come gli altri. Il mio conto in banca non mi spaventa. Comprerò meno vestiti per mio figlio, meno regali per gli altri, cibi meno sani, cercando in ogni caso di non rinunciare ai beni di prima necessità come il rhum e il tabacco. Ma la rottura delle mie abitudini è pericolosissima. Le abitudini, è provato dalla scienza, rendono l’uomo sicuro e positivo. Le abitudini. Non le rotture di coglioni. Il litigare con la tua ex moglie tutti i mercoledì pomeriggio non è un’abitudine. E’ una rottura di coglioni. Saper distinguere tra rotture di coglioni e abitudini, e saper scegliere e prendere decisioni, insieme a un consumo costante di alcool, sono le basi per una vita felice. Non lo dico io. Lo dice la vita.

Se si incrina il castello di abitudini costruito con pazienza e reddito, e le crepe rendono inagibili alcune aree del castello, bisogna seriamente preoccuparsi. Studierò attentamente le alternative.

In treno controllo attentamente i flussi di dopamina e serotonina, cercando di regolarmi sulla giornata che ho davanti. Non è facile, per me, vista la sveglia, è già quasi ora di pranzo. Regolo il mio mood, cancello la lunga lista di scazzi e piccole rotture di coglioni che mi porto in giro, assumo un sorriso che sia credibile, preparo l’emisfero sinistro a gestire l’emisfero destro, ascolto il mio intestino lamentarsi per l’assenza di una ragionevole colazione. Lo aggiorno sul pranzo, quegli orrendi panini in grado di otturare intestini, arterie e forse anche tubi idraulici. Controllare il proprio corpo. Già che ci sono, mi osservo nel vetro, compiacendomi.

Credo, fermamente, nei miracoli. L’amore è un miracolo. Non potrei non credere nei miracoli. Ma non sono d’accordo. Adesso non ci vorrebbe un miracolo. Ci vorrebbe solo pazienza.

Mi rimane tempo per elencare tutte le abitudini compromesse da questa disastrosa crisi. Non posso più lanciare, al sesto bicchiere di rhum, la carta di credito sul tavolo verde urlando “cento sul rosso”. Non posso più avere tre, identici, abiti blu. Quindi si alza esponenzialmente il rischio che io sbagli ad associare giacca e pantalone. Tre abiti blu sono il minimo per poter lavorare. Non posso più entrare al Mom, poco prima che chiuda, e ordinare un giro di bevute che stenderanno tutti. Peccato. Non posso più comprare il Financial Times, solo per tenerlo sotto braccio e, eventualmente usarlo come sottobicchiere. Mi toccherà ordinare calici di vino, al posto della bottiglia. Non potò più comprare tutte le riviste che vedo in aeroporto che hanno in copertina una moto con una puttana, o una puttana senza moto. Cadrò nel vortice del nazionalismo editoriale. Non potrò più comprare i doppioni dei libri che ho già letto, in un altra lingua. Ma tanto Zafon in olandese non si capiva molto, e lo avevo già comprato in inglese e spagnolo. Non potrò più comprare app su iTunes semplicemente basando la mia scelta sul colore dell’icona, il mio telefono cadrà nel disordine cromatico. Mi toccherà frequentare ristoranti che fanno pagare un piatto di pasta meno di venticinque euro, e conseguentemente frequentare persone abituate a dei piatti di pasta che costano meno di venticinque euro. Dovrò probabilmente cancellare il progetto di attraversare l’Argentina in moto, comprando il necessario direttamente in Argentina. Compresa la moto. Mi dovrò accontentare. Di questo passo, ben presto vestirò gli abiti dell’uomo distrutto.
Una lunga lista di abitudini sane, produttive, legate a valori ineccepibili, che verranno distrutte dalla crisi.

Mah

(ci sono giorni, come questo, dove devo forzatamente attaccarmi a qualcosa di terribilmente futile, come i soldi, per non sentire tutto il peso delle cose che vorrei non sentire, ma che sento per forza. Maledetto cuore).

In merito al titolo, è evidente che non sono una persona così gretta e di poco spessore. Non frequento cimiteri. Ci mancherebbe.

Cardigan, Colon Irritabili e impegni improrogabili

Ho avuto tempo, ascoltando la pioggia borbottare nella grondaia sotto il tetto, di riflettere su alcune cose. In una di quelle mattine che non arrivano mai all’orario in cui è lecito alzarsi per sentirsi meno in colpa, quando poi si alzano tutti. Ascoltavo il respirare profondo, regolare, rumoroso del Piccolo, immaginando i suoi sogni. Ascoltavo il silenzio della città, con gli ultimi veri giovani appena andati a dormire e i primi veri vecchi non ancora svegli. Ascoltavo il mio vicino, che portava allegramente la sua prostata a risolvere i problemi. Mi chiedo sempre se sia lecito, legale ed onesto tirare l’acqua dello sciacquone per tre minuti, in piena notte. Ma è un considerevole passo avanti, se si considera che ha passato gli ultimi sei mesi a produrre delle scoregge che immaginavo potessero esplodere solo dall’intestino di un elefante. Complice il Comune di Milano, che quando ha costruito queste case e questi muri ha pensato bene di infilare carta di giornale e paglia, abbiamo un’acustica notevole in tutto il quartiere. Tipo che quando gioca l’Italia, sembra di essere in tribuna d’onore. E quando il mio vicino ha il colon che litiga con i gas, sento la paura che qualche libro cada dalla mensola. A vederlo, quando cammina per il quartiere vestito da damerino, e saluta gentilmente tutti, non si immaginerebbe mai una attività intestinale così turbolenta. Poi, tutto torna nel silenzio perfetto in cui si sente solo l’acqua. Un diluvio universale, con la grondaia che canta, sembra quasi friggere.

E pensavo a quello che sto facendo della mia vita in questi mesi. E pensavo a quello che la mia vita mi sta facendo in questi mesi.

Quasi che, la prima volta che il Piccolo ha reclamato attenzione mugugnando qualcosa, mi sia sentito liberato dal peso dei pensieri e autorizzato ad alzarmi di scatto. Un padre modello.

Abbiamo fatto una splendida gita in centro, godendo degli sguardi allucinati della popolazione locale. Ho osservato le magre, idratate e perfettamente pettinate madri del Centro nel vivo del loro essere madri. Assolvono alle loro funzioni intubate in larghi cardigan di cachemire, con lunghe tute grigie e ridicole scarpe da maratona molto colorate. Alcune si rivolgono ai figli in inglese, e puliscono nevroticamente le mani ai pargoli con salviette disinfettanti. Mangiano merendine biologiche che il Piccolo rifiuta. L’assenza di grassi saturi lo confonde. A me vengono offerte gallette di riso. Come in una prigione cinese. In effetti, come credo abbia potuto constatare il Piccolo, lo scivolo è esattamente come il nostro. Una rampa di acciaio, con del legno gonfio d’umidità e un po’ scolorito. Anche la terra sembrerebbe essere la stessa. E anche il sole, a spanne, dovrebbe essere il medesimo. Certo, il Piccolo non annovera nei suoi amici di tutti i giorni dei Vittorio, Amanda, Emily, Geremia, Luciano e Guendalina, Lodovica e Nero. Noi siamo in una zona da Greta, Viola, Emanuele, Stefano, Gennaro. Guendalina e Gennaro, ad ogni buon conto avranno delle indiscutibili difficoltà umane, negli anni dell’istruzione dell’obbligo, non sanabili nemmeno con il reddito spaventosamente alto o basso dei papà. Che poi è il motivo principale per il quale mi sono fermato, nel salone dell’Anagrafe dell’ospedale, mentre scrivevo le prime lettere di quello che ho sempre voluto come nome per mio figlio: Aureliano.

Camminando verso casa ho chiesto al Piccolo se si fosse divertito. Abbiamo raggiunto un accordo e torneremo più spesso in questo parco. Gli scivoli sembrano essere ok, le madri decisamente più fighe della madri della nostra zona, si può parlare in inglese a bambini di un anno e mezzo senza sentirsi degli idioti, e senza essere inglesi, e ci sono buone probabilità, se la cosa viene fatta con al dovuta costanza, di essere invitati a qualche festa di compleanno con il catering di livello. Altro che le torte al limone sulle panchine dell’oratorio. Sulle panchine, al posto di Leggo e Metro, ho trovato il Sole 24 Ore, e la presenza rassicurante di numerose tate filippine fa si che io possa leggere il giornale mentre il Piccolo viene monitorato costantemente come potenziale fonte periferica di germi da non mettere in contatto con Lodovica e il suo cappottino firmato. Una vacanza, in pratica.

Camminavamo con questo nostro passo, lentissimo e disordinato. Possiamo impiegare anche mezz’ora per fare cento metri. Non abbiamo fretta, godiamo dell’assenza di donne potenzialmente pericolose e portatrici di ordini e compiti, come mamme e maestre, e quindi facciamo tutto con la spensieratezza tipica dei trentaquattro anni, ma anche dei due.

Denoto un certo crescendo di iperattività in alcuni dei miei coetanei. Una cosa che mi ha insegnato la vita è che tutto ha un senso e tutto ha un tempo. E che, proprio il senso e il tempo sono le cose più importanti della vita.

Sto facendo un grandissimo lavoro interiore per capire cosa io ami veramente. Non come io lo ami, ma se io lo ami davvero. Roba da vertigine. Ho messo, con il tempismo che mi contraddistingue, tutto in discussione. E, mentre armato di ramazza dell’anima spazzolo cocci e vetri rotti, mi sono reso conto che una cosa sola mi fa veramente paura. Quella paura che ha il Piccolo quando indietreggia davanti a un cane grosso e si avvinghia alla mia gamba. Ecco io provo quella stessa identica paura. Ma solo davanti a una cosa. L’uso sbagliato del tempo.

Una gigantesca riflessione filosofica mi attanaglia la testa mentre cerco di dormire, sdraiato sul tappeto di mio padre. Complice il fatto che il tappeto, a giudicare dall’odore, non venga pulito da almeno un paio di mandati papali, e che il pollo soffritto a bagno d’olio, strutto, sale e burro, giudicato da mio padre come il pranzo perfetto per il Piccolo, il sottoscritto e lui (famoso cardiopatico attualmente in vita grazie al minuzioso lavoro di ricostruzione fatto da una buonanima a suo tempo), mi stia rimbalzando tra l’intestino e il colon, non riesco a dormire. Sdraiato sul tappeto, posso intravedere solo il cielo, grigio. Ascolto i rumori della città, ma non li vedo. E penso al tempo. L’uso sbagliato del tempo.

Difficile da trascrivere, e piena di momenti topici degni di una Smemoranda di serie B (potete comprare il mio orologio, ma non avrete il mio tempo), la suddetta riflessione mi porta a definire pericolosi sia quelli che perdono tempo, sia quelli che lo riempiono troppo.
Io odio chi perde tempo. Se vuoi una cosa, prenditi il tempo giusto che ti serve e falla. Ma ho scoperto di avere paura anche di quelli che il tempo lo riempiono, infilzandolo come un panino alla salamella.

Forse riempire il tempo, caricandosi le spalle di un sacco di grandi attività, è il modo più elegante ed apparentemente innocuo per scappare da qualcosa o da qualcuno. O da qualcosa e qualcuno.

Forse il miglior modo di usare il tempo è quello di regalarlo. Alle persone e alle cose che davvero ami. Forse quello è, davvero, il tempo speso meglio di tutti.

Ascolto la pioggia battere sulla finestra. E’ domenica pomeriggio. Mi stanno parlando. Una voce dolce e perfetta. Non ascolto. Guardo fuori, il cielo grigio. E penso. In fondo sono qui a fare la cosa più preziosa che posso fare: regalarti il mio tempo.

Abbiate cura del vostro tempo come ne avete per la vostra pelle, per i vostri addominali, per i vostri capelli. Scegliete, per il vostro tempo, solo le persone migliori, i posti migliori, e tutto quello che vi sembra davvero migliore. Questo, alla fine, potrebbe essere il senso di una vita perfetta. Osservare compiaciuti il grigio della città da una finestra appesa su una domenica pomeriggio qualunque, sapendo benissimo di stare facendo la cosa più preziosa al mondo.

Ci sono cose che non ho voluto vedere. E ho chiuso gli occhi. Per le cose che non ho voluto sentire, ho provato a chiudere il cuore. Ma non funziona. Ecco, sto usando il mio tempo per fare questo lavoro.

(tempo di lettura previsto: 4 minuti / colonna sonora consigliata: Love, Ire & Songs / accompagnamento previsto: vini fruttati, bianchi, freddi / letture correlate: Fanculopensiero)

Tanta Roba, sempre e comunque

Il Signor Bluster è un raffinato pittore, caduto in disgrazia, che passa la maggior parte del suo tempo seduto al tavolino contro la vetrina di un bar che è esattamente come lui. Caduto in disgrazia, trasandato, affacciato su una città insicura, al confine tra il centro e la periferia, dove i colori della pelle diventano tanti, troppi per convivere pacificamente. Perchè abbia deciso di stare proprio a quel tavolo, tutto il santo pomeriggio, non è chiaro a nessuno. E non interessa a nessuno. Beve birra, lentamente, guardando sempre fuori dalla vetrina, verso la rotonda. Come se si aspettasse delle risposte, arrivare dal vialone. Invece passa solo la 57, beccheggiando come un traghetto pieno di gente, e curvando verso la zona industriale. 

Il Signor Bluster è un pittore, è un uomo, e non vorrebbe essere nessuna delle due cose. Sembra non interessare a nessuno, la pittura. E nemmeno l’essere un uomo. E sono le uniche due cose che il signor Bluster sa fare. Oltre che bere, per un intero pomeriggio, birra. 

Il signor Bluster è il protagonista del racconto che sto finendo. Sembra una storia stupenda. A vederla così. Tutti gli anni, quando c’è questo concorso letterario, scrivo un racconto stupendo. Lo finisco di corsa, lo correggo, lo rifinisco, lo cambio dove necessario. Lo ritaglio, amorevolmente, lo accarezzo. E poi lo stampo. Lo metto in un cassetto, sotto ai pigiami da adolescente che le mie sorelle si ostinano a regalarmi. Quando il racconto vincitore del concorso viene pubblicato, lo leggo. E mi limito a constatare se sia meglio o peggio del mio. 

Ho vinto le ultime sei edizioni. 

Il Signor Bluster non sarà da meno. Ha una storia che vale la pena di essere raccontata. Di freddo, di amore, di quadri, di uomini e donne, di periferie, di amore. 

Io scrivo solo di storie che valgono la pena di essere raccontate. Per questo scrivo poco. 

Il signor Bluster ha trovato un biglietto, un pomeriggio di luglio, che diceva così: “tu dici di amarmi, ma so che menti. Quello che dipingi, Eric, è molto diverso da quello che sei veramente. Dovresti pensarci”. E’ stato lì che il Signor Bluster ha, effettivamente, smesso di dipingere. E forse di vivere. 

Tutti hanno un momento preciso in cui un granello di sabbia incastra l’ingranaggio, inspiegabilmente. Qualcuno la chiama fine. Qualcuno li chiama inizi. Qualcuno ci rimane sospeso, a quell’ingranaggio fermo, osservando la vita da una vetrina di un bar. 

Io adoro, forse questa è la mia perversione più grande, il mare, i motori, il rhum, le donne e gli ingranaggi della vita bloccati e sospesi. Quei precisi momenti in cui, cazzo, tutto finisce. Tutto inizia, d’accordo, come preferite. Adoro, da sempre, raccontare queste cose. 

Ho finito oggi di scrivere dei ragazzi di Anvil motociclette. 

Dovreste davvero comprare Kustom World. Sempre e comunque. Non solo perchè, in breve tempo avrà un grande valore storico, visto che ci scrivo io. Ma anche perchè Kustom World è una splendida storia di coraggio e di persone. E’ un’impresa, far uscire una rivista, di questi tempi. E’ un’impresa, rimanere puri e duri, di questi tempi. Kustom World è un’impresa, e ogni numero è una sfida. Ma, se guardate bene dentro tutte le pagine, di ogni fottuto numero, ci trovate tutta la passione di un gruppo di ragazzi. E tutto il coraggio di un grande cuore. 

Non scriverei mai per una rivista, se non fosse la migliore. 

Questo è poco ma sicuro 

Dovreste stare molto attenti ai ragazzi di Anvil. Perchè sono una storia bellissima. Ovviamente. Non scriverei mai di storie noiose, o di uomini che non abbiano sentito, per un secondo solo o per un’eternità, il fermarsi dell’ingranaggio. 

Cazzo, quanto scrivo. 

PS: Il Signor Bluster, non lo aveva mica capito, quel cazzo di biglietto. Gli ci erano volute due birre, medie, calde, sgasate. Impossibile pensare che un foglio di carta, dello spessore di un millimetro, potesse fermare una vita intera. Ma era, in effetti, esattamente quello che era successo. 

Surf it, fritz. 

E’ facile citare Jovanotti, se sai come farlo

Grazie ai miei approfonditi studi sulla psicologia umana, sulla personalità e sulla comunicazione non verbale, vanto una certa qual comprensione del gentil sesso. Diciamo una comprensione superiore alla media. Dato che la media, mediamente, è drammaticamente bassa, sono parecchio sopra la media. Talvolta, la mia spiccata sensibilità mi porta ad essere il naturale anello di congiunzione tra l’amico e il padre. Quel cocktail che ogni donna vorrebbe. Perlomeno fuori dal letto. Questi anni di studio mi hanno portato a capire le donne nel profondo del loro nobile animo, nei riverberi azzurri del loro flusso coscienziale, nelle tenebre del loro oscuro, volutamente, vedo non vedo dell’anima. La cosa, a dirla tutta, mi è completamente inutile. Non ha un’utilità specifica particolare, se non quella di trovarsi ad essere spesso una specie di Kleenex gigante dentro cui piangere morbosamente, oppure un mastodontico orecchio dentro cui riversare ore di flusso ininterrotto di dubbi, paranoie, segreti e massacranti rimorsi. Ho accettato la cosa, per diversi anni, lavorando molto sul tornaconto emotivo-esistenziale che porta la maggior parte di esse a considerare un pompino come una corretta forma di compensazione di venti minuti ininterrotti di pianto o sedici telefonate di sfogo sul loro ex, che non le guarda più e che è passato proprio ieri, ma ti giuro che anche un cieco mi avrebbe vista, e invece questo stronzo, bastardo, eccetera eccetera eccetera. Erano gli anni in cui ognuno di noi doveva decidere la migliore strategia per accaparrarsi, con ogni mezzo, una donna. Molti hanno puntato sul look, molti sul potere intrinseco del fingere di sostenere uno stile di vita molto sopra la media. Molti hanno puntato sul loro naturale fascino. Molti altri sul lavoro estetico di ore di palestra. Altri, forti di una naturale bellezza, hanno aspettato educatamente che sciami di donne piovessero dentro i loro jeans. Mancando di tutte le naturali doti che rendono un maschio attraente per una donna, se non un certo sguardo malinconico che stimolava la pietà materna, e mancando di mezzi per fingere di potermi permettere più di quello che mi sono permesso, mi sono affidato a una tecnica, affinata negli anni, di impersonificazione dell’amico – padre che molte, troppe, inconsciamente desiderano avere al loro fianco.
La cosa ha funzionato, permettendomi tra l’altro, di spaziare molto tra generi umani. Anche le donne innamorate del lusso dato da una macchina cabrio, una cena figa e una casa nel Levante Ligure hanno spesso bisogno di un’amico. Anche le donne fatalmente innamorate della perfezione fisica che solo ore di massacranti sessioni di ABmachine possono dare, alla fine risentono della latenza paterna. Potevo serenamente coltivare la mia pancia, con ore di massacranti sessioni di rhum e cola, girando felicemente per il mondo a bordo della mia Panda 750CL rossa, con tanto di adesivi con le fiamme, continuando a leggere i miei libri, ostentando un look da “oh cazzo, uno dei 99 Posse”, senza essere mai fuori luogo. Non sono mai passato di moda, per il semplice fatto che non sono mai stato di moda. Nemmeno per sbaglio. Ancora adesso, ho un ritardo medio sulle tendenze in fatto di abbigliamento di almeno una stagione e mezza. Non lo faccio apposta. E’ che non me ne frega un cazzo dell’eccitante sensazione che un maglione con il collo più o meno all’ombelico può darmi. Felice del mio carnet di conquiste, ho anche scoperto che la donna, in quanto tale, tende a ripercorrere più volte lo stesso percorso, prima di cedere all’evidenza che il buon senso tentava di comunicarle molto tempo prima. Significa che, per una serie di imperscrutabili ragioni emotive, e probabilmente per un fortissimo senso punitivo, la maggior parte delle donne tende a voler riprovare lo stesso dolore emotivo più volte, prima di cedere all’evidenza che di dolore si tratti. Come se, per verificare che effettivamente il fuoco brucia, ci ripassaste la mano sopra due o tre volte, a distanza di tempo. Ecco. Gli ex, rimangono tali per parecchie scottature. Vanno e vengono, dalle vite di queste disperate emozionali come la bora su Trieste, spazzando via ricordi dolorosi, dignità e mutandine con la stessa facilità. E, prontamente, ad ogni passaggio dell’orco, c’è sempre bisogno di un amico. Sono stato uno dei primi, grazie ai miei studi, a comprendere il valore del prezioso sms “hey, come va?”. Un amo pieno di vermi, lanciato in una vasca di allevamento di trote.

Finito il periodo, felice, della mia vita in cui avevo pochissime responsabilità civili, e una folta rubrica di figlie-amiche, ho smesso di utilizzare le mie capacità sovrannaturali per sporchi secondi fini, a sfondo sessuale.

Interagisco, a oggi, con numerose donne. La maggior parte delle quali, per altro, facilmente attorcigliabili sul sottile bastoncino del padre-amico. Con i trenta, sono subentrate le grandi scottature della vita, le convivenze fallite, i matrimoni sepolti sotto il mobile della tv, i colleghi marpioni, i genitori che chiedono impellentemente un nipote, preferibilmente bianco, preferibilmente sano, e preferibilmente con il fidanzato storico del liceo-università. Le amiche di una vita che armeggiano con i pannolini al posto che con i boxer, la carriera aspettata, sudata, graffiata, sfumata in promesse e rimandi. Le capisco. Le capisco davvero. Adorabili creature, delicate nel profumo quanto nel prendere la vita sottogamba.

Continuo, in effetti, a capirle. Mediamente più degli altri. E continuano, le donne, ad essere una delle cose più belle che la vita offra a noi uomini, appena dopo il motore bicilindrico a carburatori aspirati e il rhum.

Mi sono innamorato di alcune, pochissime, di esse. Tre.
Ne amo una. Correntemente. Alla follia. Credo sia, spannometricamente, l’unica a potermi davvero salvare da tutte le pessime fini che il mio sesto senso mi porta a trovare per il mio corpo e la mia anima. Credo, davvero, si tratti di salvezza. Tu mi salverai. Questo, in fondo è l’amore che può durare più di tutti.

Ma non è di questo che dobbiamo parlare.

Oggi sono stato messo all’angolo, per distrazione mia, da una donna. Di cui non so il nome, ma credo che sia poco importante. Ha la faccia da Giulia, o Giuliana. Quei lineamenti tipici di una Giuliana. E’ una di quelle donne in grado di mettere un numero incredibile di golf, sovrapponendoli e creando interessanti incastri. Ha anche un Dodo appeso al polso. Carino, se hai quattordici anni. Oppure se vuoi dirmi che hai bisogno di un padre. Ha anche un telefono, su cui scrive messaggi veloci veloci. Con una custodia, ingombrante, di Hello Kitty. Hai bisogno di un padre, davvero. E la borsa, una garanzia per chi legge gli oggetti prima delle anime, piena di cuoricini. Appesi, legati, incatenati. Nessun eterosessuale sano di mente te li avrebbe mai regalati. Nessuno. Allora, piccola, te li seri regalata tu. O meglio, tu e la tua amica psico depressa con la quale condividi nell’ordine: la tariffa You&Me, le serate Nutella violenta, il corso di pilates per recuperare le serate, l’uscita in locale per abbordaggio disperato, la passione per Brad Pitt, come attore, come uomo, come padre, l’idea che tutti gli uomini siano stronzi, il catalogo Villaggi Bravo sul quale state mettendo le mani per capire se Santo Domingo o Cuba, o Capo Verde. Dio, sembri un autostrada deserta senza tutor per un motociclista. Sembri un’onda tubante e gonfia per un surfista. Sembri un gol facile facile. Facile Facile.

Qui, il tempo mi ha insegnato, bisogna agire con attenzione. Dev’essere l’amico a scardinare il cancello e il padre ad entrarvi. Lascio che una battuta sul “si vede da come scrivi veloce” cada lentamente per risvegliare i sette golfini, chiudendo con il finto saccente “dicono che si scriva veloce solo quando si sia sinceri o innamorati”. Che non vuol dire niente. Niente. Nessuno cederebbe a una stronzata del genere. Sembra un discorso tra Moccia e Fabio Volo. Appunto. Sorride. “spero per te si tratti di amore, la sincerità fa meno male ma è anche meno divertente”. Sorride ancora di più. Sorride, platealmente raggirata da due frasi dal dubbio senso logico. Bisogna dare la botta al cancello, scardinare del tutto. “in ogni caso, la primavera porta sempre rinascita e amore, non è vero?” lascio decantare e riattacco mentre il barista mi guarda perplesso come se uno struzzo stesse ballando sul suo bancone. “la pioggia, la neve, servono per bagnare la terra. Per i fiori sono indispensabili come le lacrime per l’amore”. Man bassa del peggior Jovanotti anni novanta. Mi faccio impressione da solo. Nel libro che scriverò prima di morire, How to get a blowjob mentioning Jovanotti’s worst songs, spiegherò come il citare Jovanotti, prima che rinsavisse a colpi di corna scoperte, e si mettesse a scrivere della piacevole musica, serva per due scopi: frasi ad effetto di semplice comprensione con ambientazione naturalistica di immediato ritorno (alberi, fiori, sole, luna, mare) e ottime per sondare l’eventuale presenza di ex.
La mia giovane portatrice di infantili gadget è pronta per l’arrivo del padre. L’amico sfonda, il padre entra. Ricordatelo sempre.
Solo che di colpo mi rendo conto della bassezza umana del mio ignobile essere. Brutto stronzo. Sprecare pregiate citazioni proto Jovanottiane per un lavoro di cui non godrai i frutti.
Rientro nei ranghi, pago il caffè. Esco, non prima di essermi sorbito un’accenno all’uso di What’s Up, del fatto che era un’amica, del fatto che si, il sole ci vorrebbe proprio e tutto il resto. Ho scatenato il mostro, risvegliato il drago nel castello, punzecchiato la tigre in gabbia. Ho fatto una cazzata.

Ritorno in ufficio riflettendo sul mio essere un inguaribile coglione. Entro in una fitta serie di mail sul destino del mondo, più nello specifico sull’uso scorretto di alcune licenze software quando suona il campanello. Il fatto che io debba aprire la porta, spesso mi obbliga a riflettere sul concetto di carriera. Apro, e trovo lei. O santo cazzo. Forse ho esagerato.

Mi guarda. La guardo. Lampeggia nei miei occhi il terrore. Nei suoi una strana calma apparente.
“firmi tu?” Cosa? Chi? Adesso? Arriva in mio soccorso un collega, che saluta me, saluta lei e prende una penna. Quindi, suppongo, dovrei conoscerla.
Firma. Lei lascia due buste e se ne va. Sorridendo.

La postina. Ovvio. Giulia. Ci conosciamo da quattro anni. Almeno.

Una busta è per me. Una multa. Il prezzo da pagare per l’insostenibile leggerezza del citare Jovanotti senza ritegno.

Questa sera avrei dovuto studiare. Non le donne. Lo stato patrimoniale. E scrivere. Non sulle donne. Sui ragazzi di Anvil, per Kustom World.

Citare Jovanotti ha sempre delle conseguenze, nel medio lungo termine. E’ un’arma pericolosa, da usare solo se strettamente necessaria. E io, sinceramente, al momento, ho bisogno di tutto fuorché di una postina.

Anche perchè, da quando ci conosciamo, mi ha solo, sempre, portato delle fottutissime multe.

se vuoi colpirmi, fallo (Lambrusco, zanzare, Pop Porn)

Se vuoi colpirmi, maledetta solitudine, fallo nel modo più duro possibile.
Lo sbirro, francesce, che mi pascola attorno da due minuti vuole il suo gioco. Il suo gioco sono io. Seduto per terra, gioco con la cravatta, osservando un sole enorme spuntare sopra il tetto del Terminal 2, in mezzo alle nuvole che portano neve, nero, freddo. Lui vuole fare il suo lavoro, io finire la mia birra in santa pace. Odio la birra. Se per questo, anche la pace. Finalmente, mi si avvicina deciso. Arroganza, decisione e mancato studio delle possibili conseguenze, lo rendono uno sbirro mediocre, un uomo potenzialmente pericoloso per se stesso. Il fatto che io sia seduto per terra, lo pone in una stupida superiorità fisica che lo lascia avvicinare troppo. Potrei colpirlo, con forza, sui coglioni. Alzarmi di scatto, togliere il bottone della sicura, prendere la pistola, puntarla dentro la sua cazzo di bocca, sparare. Quaranta secondi, a spanne. Se aggiungi che tiene la mano destra in tasca, preghi che nessuno abbia davvero bisogno di lui in situazioni pericolose. Che Dio, o il Governo, lo mandino a dirigere il traffico in uno dei sobborghi di merda che puntellano la campagna attorno a Parigi. Mi chiede se la valigia a venti centimetri da me sia mia. Rispondo di si. Cerco di essere più scostante possibile. Non ho un cazzo di meglio da fare, e mi stava prendendo una malinconia assurda. Mi chiede se sono in partenza. Rispondo di si. Sorseggio birra in lattina. Sa bene di non potermi dire nulla, sul fatto che io, in giacca e cravatta, sia seduto per terra, bevendo birra e fumando. Non c’è nessuna legge, se non quel codice accomodante di stereotipi per i quali, bianco e in cravatta sto meglio nella Sky Lounge al primo piano. Ma io voglio stare qui. Che si fottano i tuoi cazzo di stereotipi, la tintoria, il principio di congelamento alle natiche. Sembra convinto.
Si allontana. Torneranno. Sono cani sciolti, addestrati a identificare situazioni che escano dalla lunga lista di accomodanti stereotipi. Provo a dimenticare perchè la malinconia mi stia prendendo, osservando la mia ombra allungarsi sul marciapiede.
Se vuoi fottermi, maledetta nostalgia, fottimi forte, adesso, qui. Sono pronto, la mia birra è pronta. Abbiamo tempo sufficiente per combattere, se lo vuoi.

Per sicurezza, mi alzo, osservando compiaciuto come i miei arti inferiori, seppur presi da un principio di congelamento che, arrivato ai coglioni, mi impedirà di pisciare per i prossimi tre giorni, funzionino perfettamente. Cammino come se mi avessero infilato un dossier bancario tra le chiappe. Mi stanno alle spalle, e urlano: ” se cade il faldone ti sparo nella schiena”. Per questo cammino così. Entro, ordino vino rosso. Lo pago più o meno quattro volte il suo valore reale di mercato. Prendo la mia bottiglietta, recupero un giornale con la foto, gigante, del Papa, da una panchina e ritorno fuori. Filtrato dal giornale, il freddo dovrebbe arrivare più tardi. Filtrato dal vino, il dolore dovrebbe fare meno male.

Osservo tutto il mio carattere reagire. Ma voglio lasciare spazio alla nostalgia. E’ un sentimento stupendo. Il dolore del distacco. E’ quello che tutti dovrebbero provare, se staccati da quello che dicono di amare. Invece, troppo spesso, è il sollievo, la liberazione di un momento, una breve fuga. La nostalgia è il cuscino su cui dorme la sicurezza dell’amore.

Comincio ad essere stanco della vita che faccio. O, stanco della vita che non faccio.

Sono sveglio da troppe ore. Mi sono addormentato cercando in televisione un canale argentino. Per capire cosa cazzo dicessero del nuovo Papa. Stanno, i canali sudamericani, come il SudAmerica, in fondo, alla fine dell’elenco. I canali francesi, la CNN, la BBC, Rai1, che Dio me ne scampi, reti locali, spagnole, svizzere, tedesche, inglesi, americane. Un canale brasiliano. Un altro canale, capisco la lingua, a tratti. Dovremmo esserci. Credo si tratti di uno di quei porno che poi non sono porno. Quelli che ti tengono in sospeso per un’ora e venti, con storie di una morbosità incredibile, sempre annegate in un lusso americano, ma con contesti caraibici. Incredibili maiale, silicone su pelle talmente abbronzata da essere abbrustolita. Stupefacenti palestrati, con muscoli in sequenza perfetta, pettinature nazi nostalgic e modi bruschi e violenti. Lo stereotipo del porno pop. E preliminari talmente lunghi da far supporre irritazioni vaginali e ustioni di secondo grado sullo scroto. Limonano e si strusciano per ore. Ansimando come vecchi alpini all’uscita da una sagra. E poi, si vedono due dita di pelo, un pezzo di pene, muscoli in penombra. E via. Il genere di porno che io chiamo Pop Porno. Fanculo la Pop Cultura. E che mi vieto di guardare, in nome della mia dignità, della mia stima a Brazzers, e del fatto che l’onanismo in albergo con supporto video in chiaro è l’anticamera della frequentazione di prostitute di basso costo in sobborghi male illuminati. Non credo in questa fine. Non credo nei canali in chiaro. Non credo nei sobborghi male illuminati. Non credo che un canale argentino, con l’elezione di un Papa argentino, possa trasmettere il soft core per segaioli via cavo. Ma potrei sbagliarmi. I canali seguenti sono cinesi. Resto con il dubbio, mentre cado in un sonno tremendo. Una stanchezza epocale. Sono già stanco per il giorno dopo. Mi sveglio con quel cazzo di suono di chitarra, in un buio totale, a circa ventinove gradi, secchi come se fossi stato trasportato in un ranch Texano in pieno agosto. Balle di fieno che rotolano, polvere, e Bush Jr. che mi osserva con il suo cappello. Ho dimenticato di lasciare un po’ di luce tra le tende, cambiare la suoneria e spegnere il riscaldamento. Staccare il labbro superiore dalla gengiva richiede l’ausilio di un taglierino. La televisione accesa, trasmette, finalmente, uno speciale sul Papa. Spengo. Accendo la radio. Cnn. Doccia. Barba. Routine consolidata. Nove mattine su dieci. Quanto vorrei, cazzo, che tutta questa routine venisse distrutta da un bacio inaspettato, da un sorriso, da un cazzo di segnale che qualcosa sta andando nel verso giusto. Penso mentre mi vesto. Mi guardo nello specchio, mentre ordino al telefono la colazione. Vorrei osservarmi nello specchio mentre due braccia mi prendono da dietro, chiedendo amore immediato. Vorrei non dover constatare che questa solitudine, che questa routine, che questo ritmo, siano segnali chiari, evidenti.

E’ da questa mattina che bussi, fottuta nostalgia. Odio ammetterlo, ma questa sera voglio farti entrare.

Mi siedo qui, se vuoi colpirmi, fallo.

Farà meno male, sapendo che non è tutto finito.

L’aereo sbatte giù il muso, su una serie di puntini gialli, che devono, a spanne, essere il Piemonte. Ci sono le stelle. Ho viaggiato in prima classe. Su un volo di un’ora e sedici minuti. Diviso dai comuni mortali da una tenda di acrilico e quattrocento euro di biglietto. Ho bevuto vino rosso. Ancora. Per lasciare che la nostalgia facesse il suo sporco lavoro. Era una vita che non bevevo lambrusco. Era una vita che non ammettevo la sconfitta. Era una vita che non…

Arrivo, in meno di un’ora, al Mom. Mi appoggio alle chiacchiere, al vino, ancora. Meno dolore.

Nostalgia è una parola stupenda. Origine greca, conio svizzero. Un medico che costatava nelle truppe mercenarie il dolore della casa. Il dolore del ritorno. Nostos Algos.Come tutte le patologie dolorose, si presenta infiammandosi. La fase acuta. Solo il rhum può lavorare, antibiotico dell’anima, su questo dolore.

In fondo puoi soffrire di nostalgia solo se hai un posto dove tornare.
Un posto che spesso, sono mani, labbra, respiri.

La casa.

Illazioni su scrittori emergenti

Tre cose

Uno:
Vivo da beat in un mondo fottutamente pop. Ho appena finito di scrivere il primo racconto del 2013. Il migliore dal 2008. Almeno credo, perchè l’unica copia di quello scritto nel 2008 è andata a Fernanda Pivano, che mi ha risposto con un laconico: “grazie mille”. Ho la sua risposta, nel comodino. Come tutte le lettere delle donne che ho amato. Ma non ho nessuna copia di quel cazzo di racconto, visto che mi è stata rubata, insieme al computer, mentre dormivo in spiaggia. No, non porto il computer in spiaggia. Ero semplicemente fuggito dall’ufficio, un pomeriggio di Giugno, a bordo del Generale Buendia, splendida trentenne teutonica che ha avuto il merito di essere stata la mia prima moto, la moto più comoda che abbia mai avuto, la moto più fighetta, la moto più stabile, e la moto con i bauletti più capienti che io abbia mai visto. Solo che i bauletti, come suggerisce il termine, servono per chiuderci dentro le cose. Non appoggiarci sopra. Chiuderci dentro. Beh, si sono portati via il computer, il racconto, una manciata di poesie, e sessantaquattro bestemmie differenti, scandite nel tragitto tra Genova Nervi e Assago, poco prima che ricostruendo l’accaduto capissi che Dio non c’entrava nulla. Il coglione ero io. Spesso nella vita, ricostruendo le cose, capisco di essere io. La causa. Il coglione. Fidatevi, Dio non c’entra quasi mai, quando si parla di cagate.
Beh, quando scrivo, mi prosciugo. Letteralmente. Seguono, solitamente, due o tre settimane in cui ho bisogno, un bisogno feroce, di ascoltare, leggere, mangiare, bere, ottime cose. Per questo non farò mai lo scrittore professionista. Non riuscirei mai a mantenere il mio costoso stile di vita con i proventi di un libro. Specialmente le tre settimane che seguono la fine della stesura.

Due:
Passeggiavo tra gli scaffali della libreria, senza trovare nulla di interessante. Che è come per un cocainomane passeggiare tra le piantagioni in Colombia e non trovare nulla da infilarsi nel naso. Sembra strano, ma è così. Poi, scavando nell’immondezzaio della Top Ten, ho trovato, appoggiato in disordine: “mancarsi”. Che è l’ultimo libro di Diego De Silva.
Una sera, sette anni fa, o qualcosa del genere, ho sentito De Silva leggere un pezzo di un suo racconto. E mi sono innamorato. A prima vista. Finalmente, dopo quasi una settimana che mi porto il libro in giro per l’Europa, posso iniziarlo. Ha dormito con me in quattro letti differenti. E’ ora di fare altro, baby.
De Silva ho iniziato a leggerlo in un periodo molto strano della mia vita. Ero in California, e mi ero portato tutta la saga Bandini, da leggere. Per il semplice fatto che, dove stavo io era esattamente dove stava Bandini. E per il semplice fatto che, tolto Kerouac, ho divorato tutta la Beat Generation.
Mi hanno plasmato, mi hanno cambiato, mi hanno insegnato a scrivere. Speriamo non a vivere, visto come se la sono passata, tra tutti. Per dire quanto la cosa sia seria, ho pianto davanti alle vetrine della City Light Bookstore, e mi sono fermato in mezzo al Big Sur, nella casa di Miller, per un minuto di silenzio. Fatelo. Non fermarvi nella casa di Miller. Il Big Sur. E’ una delle strade più belle d’America. C’è il Pacifico, ci sono le otarie, ci sono i sentieri, le spiagge, le curve, i pini, il silenzio. Si può fare l’amore quasi ovunque, nel Big Sur. Dopo San Francisco, Sausalito, e il Big Sur avrete un’idea molto diversa del concetto “stupido capellone del cazzo” o anche del concetto “beat comunista di merda”.
Beh, dicevamo: finito Bandini ero preda della grande depressione che ogni libro di Fante lascia dietro di se. Guardavo la sua foto, ricordando la sua storia. Maledetto beat, divorato dal diabete, dalla fame, dalla sete e dalla moglie. Avevo bisogno di ridere. E De Silva mi ha fatto ridere.
Gli voglio bene, per questo.

Tre:
Il racconto è scritto davvero bene, in ogni caso. Ha la metrica giusta, la punteggiatura giusta, il senso giusto, ed è un’ottima storia. Ve lo darò in pasto presto. Se ne volete una copia firmata sulla seconda di copertina, con dedica, scrivetemi. E’ una cosa che faccio per i miei fan. Facevo, visto che l’unica che me lo chiedeva era mia nonna, quando le portavo le poesie che scrivevo su di lei. Ma posso ricominciare a farlo.
Mi tocca ripartire. Come sempre.

A presto.

PS: De Silva, Baricco, Hornby è una tripletta quasi assicurata.

Finisce sempre così

Approssimativamente, nel vostro cervello ci sono ventotto miliardi di neuroni. Ognuno di essi è capace di sviluppare un milione di informazioni. Ogni secondo siamo in grado di maneggiare trenta milioni di informazioni. Numeri.
Il cervello di un uomo è uno degli organi più splendidi e meno utilizzati che esistano al mondo. Su come il cervello funzioni non desidero tediarvi. Per compensare le lacune dovute agli scadenti studi universitari (nulli, più che scadenti. L’unica informazione chiave che ricordo di aver appreso riguarda la capacità di distinguere tra un vero spacciatore magrebino e uno sbirro trasandato in borghese), ho dovuto far di necessità virtù. Ovvero, sviluppare più velocemente degli altri alcune capacità e tenerle ben allenate. Eseguendo un lavoro non fisico, reputavo inutile sviluppare bicipiti, tricipiti e addominali, e ho puntato sull’organo che più mi serviva: il cervello. E ho scoperto un piacevole sottobosco di santoni, profeti, coach, predicatori, imbroglioni, semplici teste di cazzo, ma anche un ragguardevole numero di validi personaggi che solitamente vengono parcheggiati negli scaffali delle librerie sotto la voce: “management”. Qualsiasi sia il vostro preconcetto su questo genere di letteratura, è sicuro che le neuroscienze rappresentino oggi una frontiera molto importante. Il fatto che la vostra reazione a questa frase sia stata la stessa che un labrador adulto ha di fronte al muoversi di una foglia di una pianta d’appartamento, ovvero quel docile stupore idiota e molto tenero, non vi esula dall’essere pienamente coinvolti in questa nuova frontiera. Non confondetevi, quando usate le vostre scarpe da deserto, le Clark, sotto la pioggia battente d’inverno, oppure quando usate scarpe tecniche da pallavolo per lo struscio del sabato pomeriggio in centro, siete semplicemente succubi di mode e tendenze, o diversamente degli idioti. Ma le neuroscienze, i santoni e i professionisti, sono molto usati per capire cosa vi piace, come farvelo piacere, quando farvelo piacere, e come smettere di farvelo piacere. Niente di segreto. Avrete comprato il libro “è facile smettere di fumare, se sai come farlo”. E avrete smesso di fumare. Bravissimi. Avrete percepito un desiderio delizioso di America, di uomo, di pettorali, di WASP perfezione, sentendo nell’aria il profumo di Abercrombie. Bravissimi. E, senza farvi troppe domande, avrete trovato delle costose creme idratanti e lenitive vicino alla corsia dei detersivi. Bravissimi. Noccioline per scimmie.

La vostra mente, il vostro cervello, insieme al vostro cuore, sono due organi dal potere impressionante. Cosa direste nel vedere un amico che si prepara a una maratona facendo solamente addominali? Beh, che forse è deliziosamente idiota. Ovvio che gli addominali sono parecchio importanti per un maratoneta, come anche i dorsali e tutti quegli altri muscoli che non so come si chiamano perchè non li ho. E anche correre, probabilmente, è una cosa importante nell’allenamento di un maratoneta. Probabilmente più degli addominali.

Ecco, questo è il punto. Per prepararvi a vivere, vi massacrate di palestra. Avete addominali scolpiti, culetti marmorei evidenziati da tacchi vertiginosi, bicipiti gonfi che esplodono nelle magliette di due taglie meno. Dimenticando che forse il cervello e il cuore sono discretamente importanti, per questo tipo di maratone. Deliziosi idioti. Bellissimi, perdio. Perfetti, idratati, lampadati, depilati.

Vi adoro per questo.

Tutto questo cappello introduttivo per una semplice constatazione di fatto sugli ultimi tre giorni.
Estremamente difficili per una lunga seri di ragioni, poco poetiche ma molto interessanti.
Ho in testa questo racconto su due amanti, e sulla loro follia. Sull’amore. Vorrei un racconto in bianco e nero. Per non rovinare la bellezza di lei, per lasciare tutto in un passato sospeso. Per scrivere questo genere di cose ho bisogno di alcuni elementi: mente libera, alcool, ambiente giusto, pazienza. E sono tre giorni che mi inseguo. Anzi mi inseguono lui e lei. Perchè non riesco a scrivere di loro. Lei, con questo abito appena sopra il ginocchio, e questi capelli che si appoggiano ai riflessi della luce, mi sorride, ma si vede che è impaziente. Lui, mi guarda fumando, appoggiato a una vetrina di un negozio di orologi. Da cui parte tutto. Quel negozio di orologi, appena dentro a uno dei vicoli del centro. Uno di quei posti che non sai se c’è finchè non lo cerchi sulle Pagine Gialle. Per regalarle un orologio. Quale regalo migliore al mondo: il tempo. Lui vuole regalarle il suo tempo. Ecco, è tutto pronto.

Ma:

L’idiota Emotivo
Sapevo di avere davanti una persona emotivamente instabile. Ma non credevo diventasse una minaccia alla mia tranquillità. Quel genere di minaccia molto fisica, che mi provoca una reazione molto rabbiosa che gli amici scambiano spesso per “eccesso di personalità” (ah, Franz, sei davvero strano, sei proprio fatto così..). Ecco, lei mi fissa per qualche istante e poi mi dice, con le pupille dilatate: “volevo solo farti presente che ci sono rimasta male che non sei felice per questo contratto”. Ok, penso. Calmati. Respira. Esci. Fuma. Cosa, esattamente, in un contratto di fornitura, dovrebbe rendermi felice? Che cos’è la felicità? Cosa dovrebbe portare la mia mente a provare piacere nell’osservare che hai semplicemente eseguito le tue mansioni lavorative, brutta sballona emotiva del cazzo? Idioti emotivi, estremamente felici per un contratto.

La Ballata del Malinconico

L’idiota emotiva mi ha costretto a una improvvisa ritirata con un collega di comprovata serenità emotiva e intellettuale, in questo ristorante che non ha nessun particolare pregio se non quello di essere irraggiungibile. Non solo dai disabili fisici, visto che ha una scalinata a chiocciola da dare il vomito e larga meno di mezzo metro prima dell’ingresso, ma anche dai disabili emotivi visto che è nascosto dentro due vie anonime, in un pezzo di Madrid che sembra disabitato. Fanno un baccalà che fa godere. Ma credo sia surgelato. Anche il vino è abbastanza scadente. Fuori piove. Madrid con la pioggia è bellissima o bruttissima. Perchè Madrid è sempre tutto e niente. Ecco che il mio collega, che credevo di comprovata stabilità psicofisica, mi entra a gamba tesa nel mezzo di un pensiero leggero sulla pioggia e su Madrid, con uno psicopippone sull’infelicità. Oh cazzo. Ormai non ci si può fidare più di nessuno. Fingo di interessarmi mentre cerco di capire se Madrid sia una buona città per ambientare il racconto. In fondo, dopo Milano, è la città che conosco meglio. Di colpo vengo aspirato nel discorso del mio ex collega. E tutto arriva, tutta questa malinconia, su una donna. E’ colpa di una donna. Tipo che se perdi la maratona è colpa degli addominali. O porco cazzo. Ordino del rhum. Che si fotta il pomeriggio. Qui c’è grande confusione. E non sono certo io la soluzione.

Sei Gradi Di Conoscenza

Rientrato dal pranzo, mi ritrovo in una riunione che promette bene. Conflitto, aggressività, violenza verbale, tensione. C’è sempre da imparare da tutti. Questa è una regola d’oro. E come tutte le regole d’oro, mi guardo bene dall’applicarla. Ma, quando gli esseri umani adulti entrano in conflitto, animandosi fino alla rabbia, alla violenza, all’infarto, per ragioni spesso stupide come manciate di euro di commissioni o parcheggi rubati, io adoro osservare questi piccoli fallimenti da attento spettatore. Non mi piacciono i bambini che litigano e la lotta delle donne nel fango. Ma sono spettacoli facilmente evitabili a patto di non frequentare giardinetti e YouPorn.
Il volume della voce sale subito. Adorabile. Iniziano a partire i primi comportamenti non verbali esplicitamente aggressivi, le prime sudorazioni non controllate, e gli sguardi taglienti. Figo. Poi, purtroppo, rientrano tutti nei ranghi. Peccato. Allora salta fuori questo venditore. Che seguo da parecchio tempo. Per due ragioni: l’uso sconsiderato di gommina sui capelli, e l’associazione tra camicie a quadretti e cravatte a righe. E se ne esce con la storia dei sei gradi di separazione. Porco il cazzo. La storia dei sei gradi di separazione. Sono mesi che me lo ripropongo, ma adesso diventa urgente. Devo tassativamente chiarire quale sia il mio potere in questa filiale. Devo capire a livello contrattuale cosa mi sia concesso fare. Che ne so: produrre sentenze di morte, proclamare editti, suggerire strategie. E’ ora che io chiarisca questa cosa. Perchè, porco il cazzo, uno così scemo deve essere escluso da qualsiasi organizzazione vincente. Mi sale, pontente, un forte senso di sconforto.

La Mia banda Suona il Rock

Passeggiando sulla Gran Via, godo del movimento, delle vetrine, dello struscio, e riesco anche a rilassarmi. Perfetto. Mi infilo in un posto sicuro, il cinese di fronte alle puttane russe. Sono sicuro di questo posto. Nulla mi può disturbare. Nessuno, con un intelligenza appena superiore a quella di una cocorita, verrebbe a mangiare qui. Ho anche bidonato un pedante collega. Mangio. Bevo. Sono pronto. Sono carico. Posso scrivere. Ecco che ritorna lei. E il suo abito, e i suoi capelli. E i suoi occhi. Cristo, dovreste davvero vederla, per capire la bellezza. E lui, che adesso passeggia, con l’orologio chiuso in un sacchetto. Tra poco è il compleanno di lei. Quante infinite variabili ci sono in una storia d’amore?
Arrivo in hotel. Accendo il pc. Sono pronto. Apro una bottiglia di vino. Sento la loro storia cadermi addosso. Sento la loro voglia morirmi dentro. Sento l’attesa, sento tutto questo. Vedo lei, camminare verso il suo ufficio. Già da come cammina, si potrebbe capire la sua perfezione. Si potrebbe capire perchè arriva la primavera. E lui, che ritorna a sedersi. Questa volta su una panchina. Da solo. Insieme a troppi pensieri. Ma ecco, che.
Ecco che. Ecco che cazzo succede? Sento la mia stanza profondare in un Sultan Of Swing suonato male e troppo veloce. Ma dove cazzo sono? Apro la finestra. Un consesso di frikkettoni spagnoli si è assembrato sotto la mia finestra. Suonano e cantano. Sulle prime la prendo bene. Suppongo tendano a spostarsi, insieme ai loro ridicoli jeans aderenti e alle loro donne. Credo si tratti di un tipo di animale non stanziale. Ma non lo posso sapere con certezza. Vivo in periferia. E gli unici sotto le mie finestre, normalmente, sono i vicini di casa. Che non sono frikkettoni. E non hanno chitarre. Partono i Beatles. Mi accendo una sigaretta e finisco il vino. Suonano proprio male. E cantano pure peggio. Alcuni hanno anche dei tamburelli. Credo si chiamino cembali. Provo a chiudere le finestre. Ma li sento dentro. Come se fossi con loro. Provo a mettermi a letto. Con un libro. Niente. Decido di fare la cosa più odiosa di tutte. Quella cosa che dimostra non solo che sono vecchio, ma anche che non mi so più divertire. Scendo in strada, deciso a interagire con uno di essi. Nonostante ci dividano numerose fasce di reddito, e la capacità di associare i colori primari senza creare disagi visivi mischiano verde, giallo, nero e rosso tra un golf e un paio di pantaloni, credo si possa negoziare qualcosa. Cerco di identificare il maschio dominante. Ma mi rendo conto che è impossibile fermarli. Sono presi dall’estasi. Adesso siamo ai Nirvana. Che suonare male i Nirvana, occorre davvero tutto l’impegno del mondo. Mi fermo a pochi passi dal primo chitarrista. Mi accendo una sigaretta. Che giornata di merda. Mi avvicina una donna del branco. Mi chiede da accendere. Accendo. Mi sorride ringraziandomi. Ricambio. Mi fissa e mi chiede due euro. Prego? Se hai due euro? No. Una sigaretta? Mentre rollo una sigaretta per la mia nuova amica scroccona, lei si dondola sulle note dei Green Day. Le do la sigaretta, lei mi ringrazia e mi dice: sembri tanto stanco. Rilassati, fratello. Con la musica, fratello!

Suppongo non sia impossibile, sopravvivere nelle carceri spagnole dopo una condanna per omicidio. Chissà se esiste l’attenuante dell’aver ucciso un gruppo non capace di suonare i Nirvana.

Mi sdraio nel letto, sospirando.
Troppa roba pure per me.
Troppa.

E’ facile smettere di pensare, se sai come farlo.

Amamilano

Aspettate un attimo.
Sono nato in un quartiere abbastanza popolare, palazzi disordinati nei colori e nelle altezze, appena fuori dalla prima circonvallazione. Sono nato tra i rumori dei vecchi tram e del traffico, e delle lingue di erba e spaventati ippocastani che qui chiamiamo giardini, mentre tutto intorno la città bolliva dei suoi anni ottanta; una cottura lenta, di corruzione e opulenza, di disordine e ottimismo.
Ho viaggiato tanto, troppo, forse non abbastanza. Ho conosciuto persone, posti, culture, emozioni. Ho guardato, annusato, toccato, proprio come un bambino che lentamente scopre i sapori diversi, i rumori nuovi. Non respiravo come voi, per lo smog, sotto al cielo di Shanghai, ho osservato compiaciuto le tette rifatte a Santa Monica, il sole addormentarsi nei vetri di Miami, la panna nebbiosa cadere su San Francisco, i barboni spuntare ovunque a San Diego, l’infinito cielo sopra Hong Kong, il tramonto perfetto di Cape Town, le tempeste di sabbia di Dubai, l’argento del mare di Instanbul. Ho fumato erba al mercato arabo di Gerusalemme, lasciando in una cassetta di siurezza a Jaffa Door il passaporto e l’etica, ho camminato sulla sabbia del deserto tunisino, ho respirato il freddo della Normandia, i profumi della Provenza, l’odore delle puttane nei vicoli di Timisoara. Ho avuto paura, ho gioito, ho goduto, ho pianto partendo, proprio come voi. Ho evitato, accuratamente, il mondo finto dei villaggi turistici, delle guide, delle carovane ai mercati locali. Ho preso multe, mi hanno rubato tutto, mi hanno aiutato a una stazione del GrayHound a recuperare la vita, sono stato in un ospedale rumeno, in uno spagnolo, in una stazione di polizia francese, un paio americane, una turca. Ho guidato nelle paludi della Florida, sulle montagne cinesi, dentro i villaggi baschi, sopra il nulla dei confini balcanici. Ho guardato il mare da quasi tutti i suoi angoli, e ho fatto l’amore davanti al Pacifico, dentro l’Atlantico, e sopra il Mediterraneo. Ho bagnato i piedi nel Mar Giallo, e nei laghi salati alla fine dell’Occidente. Ho trovato la magia di un ricordo bellissimo in un negozio di souvenir di Budapest, sopra un ponte a Varsavia, dentro un palazzo di Chicago, su una panchina di New York, su una spiaggia greca. L’elenco si allunga, di anno in anno, di giorno in giorno. E come acqua tiepida, mi lava smussando il carattere e il cuore. Eppure sento il bisogno ancora di vedere, ancora di toccare, ancora di ascoltare, assaggiare, fumare, camminare. Viaggiare. Mi stanca, mi strazia, mi allontana da persone e cose che meriterebbero il mio tempo, eppure è quello che faccio. E farò.

Ma aspettate un attimo.
Torno sempre a casa.
Sempre.
E la mia casa è diventata, con il tempo, uno strano posto fatto più di persone che di posti. La mia casa sono quel pugno di amici, quel padre che mi osserva calmo, il sapore di una donna, l’odore del Piccolo, questa è la mia casa.

Ma sono nato, qui, a Milano. Milano è il posto dove torno. Milano è la donna che ho imparato, mio malgrado, ad amare. Milano è la città dove tutto è iniziato.

Aspettate un attimo.
Milano è anche quello che volete vedere voi. I locali, le ridicole puttane, la coca, le ‘ndrine, il traffico e il cielo grigio, lo smog e il freddo delle anime che la abitano. E’ anche questo. Come tutte le donne che hanno sofferto per amore, Milano è anche cicatrici, segni e ferite. Milano è stata violentata da un marito ubriaco e geloso, il fascismo, che le ha lasciato dei segni incredibili. Milano si è innamorata del progresso fatto di metropolitane e tunnel, quando invece è piena d’acqua. Milano ha vissuto tutti i mali del Novecento, tollerando fin troppo l’abuso di potere che ogni volta un partito, una fazione, una chiesa le infliggeva. Eppure è da questo che ne è uscita splendida. A Milano la primavera non arriva, succede, di colpo. A Milano si possono guardare le stelle più belle del Cantico dei Cantici, si può toccare con mano l’inferno della Resistenza, si può guardare il fallimento architettonico di tre generazioni di idioti, si può accarezzare la malinconia dei vicoli. Milano ha chieste stupende, strade strazianti per i ricordi, ville bellissime, angoli segreti, in pieno centro, dove fare l’amore nel silenzio. Milano ha pochissime salite, è piatta e rotonda. Non ti ci perdi mai, ma dovresti avere il coraggio di provare a farlo, infilandoti nelle vie e nei giardini che ancora hanno il sole quando i palazzi lo coprono nelle strade grandi. Milano forse non è bella di quella bellezza di Barcellona, di Palermo, di Roma. Ma è bella come un segreto.
Milano ha una storia di musica, di cinema, di teatro, di rivoluzione silenziosa, di massonerie, di moda, di soldi, che nessuno vuole raccontare. Ma a farlo, Milano apparirebbe anche a voi come qualcosa di bello.
Milano ha una chiesa di ossa, vicino a un porto, dietro a una sinagoga, di fronte a un obitorio, proprio alle spalle di dei chiostri, di fronte alla casa di Satana, dietro a delle tombe, davanti a una torre. E poi, proprio di fianco a tutto questo, certo, c’è un locale. Ma non è Milano ad essere brutta, sei tu a vedere solo il locale.

Io ci torno sempre, a Milano.