La Squadra Speciale Trentadue

1.
Con quella storia dei siti per incontri, in effetti, c’era andata giu pesante. A parte il discorso del ragazzo abruzzese, anche gli altri personaggi che aveva conosciuto non erano, diciamo, l’immagine ideale del ragazzo normale da presentare alla propria madre. Un interessante campionario di piccole ossessioni, calvizie incipienti, pancette feroci e un sacco di voglia di scopare e basta, altro che “relazione seria”. Comunque sua madre era morta quattro anni fa. Certo, l’abruzzese era stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Pessima idea quella di frugare nei cassetti, mentre lei si faceva la doccia. Ancor più idiota l’idea di tirare fuori la pistola d’ordinanza dal cassetto e di cominciare a giocarci. Ma il culmine era stato, l’apice dell’idiozia, puntargliela in faccia. Per forza poi uno si trova con il setto nasale rotto, due costole incrinate e un polso fratturato in due punti. Piangeva come un bambino, mentre l’ambulanza lo portava via. Ma il Commissario non aveva apprezzato la storia. Mica per altro, diciamo che capitava in un periodo abbastanza movimentato in cui il suo curriculum si era colorito di molti episodi che, volendo giudicare con occhio estremamente critico, potevano essere catalogati sommariamente come eccessiva violenza. Eppure, a vederla, con i suoi sessantasei chili, il corpo minuto e svelto, le mani graziose, il viso angelico infilato in un mare di ricci neri, nessuno lo avrebbe detto. Nessuno tranne i quattro poveretti alla Stazione, tre fratture, una manciata di denti sul pavimento, due contusioni e un trauma cranico. Nessuno tranne il collega di pattuglia, colpevole di un pesante complimento circa “quel culo a albicocca”, tre dita rotte, mano sinistra, occhio tumefatto, labbro rotto. Nessuno tranne quel vigile del fuoco, Caserma Messina, quarto turno, perlomeno prima di farsi un mese d’infortunio per essere stato spedito giù da una rampa di scale, fatte prevalentemente con le braccia e la schiena, dopo aver commentato, pare ad alta voce, circa il presumibile legame tra l’altezza e la bellezza, esprimendo il tutto con un vecchio adagio, “donna nana…”.
Niente, al Commissario questa lista sembrava essere troppo lunga.
Per questo, dopo il povero ragazzo abruzzese, era stata spostata alla Speciale Trentadue. Trasferimento immediato. Senza aver nemmeno il tempo di chiedere cosa fosse, questa Squadra Trentadue.

2.
Da piccolo dicevano che aveva il potere di prevedere le cose. Tipo i temporali, ma anche le malattie dei parenti. Un piccolo fenomeno, famoso in tutto il quartiere. Un quartiere, a dirla tutta dove bastava poco per essere famoso. Non succedeva mai niente, per questo lui non si ricordava più niente. Ricordava i baffi gialli del padre, per il fumo delle Nazionali senza filtro. Ricordava la noia mortale senza la televisione, e la prima 127 gialla, usata per tornare a Napoli a trovare Nonna Cettina, effettivamente poi morta poco dopo. Non per l’emozione di aver visto una 127 gialla, nemmeno per l’emozione di aver rivisto i suoi tre nipoti da troppo tempo scappati al Nord. Nemmeno per l’enfisema che la faceva respirare come un leone marino sovrappeso. Per un colpo di pistola. In Via Immacolata, al mercato rionale, tra la bancarella di Zio Peppe e la porta del Tabacchi. Si chiamano vittime bianche, quelli che muoiono per sbaglio. Ma, pur per sbaglio, muoiono comunque. Lui quella morte lì mica l’aveva prevista. Con il cazzo che prevedeva le cose. Aveva deciso di fare il poliziotto per questo. Per evitare che altra gente, uscita di casa per comprare il sale e due etti di crudo, si ritrovi tre metri sotto a un cipresso malaticcio, dentro quattro assi di mogano. E a Milano ci era finito dopo l’ennesima promozione. Le vittime bianche morivano ancora, ma molto meno. Mica per lui, è che la Camorra, la Mafia, e tutte le loro metastasi dovevano aver fatto un corso al poligono di tiro. Perché ammazzavano comunque, ma sempre di più la gente giusta. Giusta secondo loro. Lui si era fatto le ossa tra i treni di Termini. Fino a quando era finito nel più grande sequestro di cocaina di sempre. In veritá il terzo di sempre, perchè trasferito a Savona, promosso, aveva fermato un tir imbottito di erba, giudato da uno slavo imbottito di vodka. Il secondo sequestro più importante di sempre, perchè promosso sul campo e trasferito a Chiasso aveva lavorato sodo stando dietro a un rappresentante di calzature con il vizio di passare la dogana pieno zeppo di coca. Che poi, diligentemente immagazzinava in un deposito a tre chilometri di distanza. Che riempi un giorno, riempi un altro, era davvero pieno. Primo sequestro, notizia sui giornali, complimenti del Capo, del Sindaco e anche del Prefetto. Promosso e trasferito. Milano, squadra speciale Trentadue. Aveva chiesto cosa fosse. Nessuno aveva risposto. Di buono c’era che lui aveva trentadue anni e la cosa, seppure senza ragione, gli sembrava di buon auspicio.

3.
Una vita, ci aveva messo una vita. Prima il mago, che rubava i soldi alle vecchiette del Corvetto annunciando il malocchio e che aveva il vizietto di comprarsi MDMA in internet. Poi il senegalese che portava al mago le buste, con un motorino che buttava fuori odore di olio ed era senza luci. Poi il calabrese che vendeva al senegalese, dal bancone di uno splendido panificio del centro, focaccia appena sfornata e MDMA. Un nuovo modo di intendere il brunch alla milanese. Poi gli amici del calabrese, calabresi pure quelli, che andavano e venivano da Marsiglia. Importando ogni volta bauli pieni zeppi. Non di sapone, che a Marsiglia, a ben vedere, è l’ultima cosa che compri. E lui, tra il Corvetto, il centro, Marsiglia e un sacco di paesi usati per far tappa, sempre dietro di loro. Sempre solo. Un cazzo di cane da presa. O Lupo. Come lo chiamavano in Commissariato. La differenza tra il cane e il lupo, se non ci fossero stati gli uomini di mezzo, sarebbe anche minima. Preferiva essere cane. Ma poi andava bene anche Lupo. Ci aveva rimesso un matrimonio e un po’ di amici. Poco male. In compenso aveva imparato a pisciare nelle bottigliette d’acqua, restando seduto al volante, a mangiare snack al cioccolato anche per tre giorni di fila, e a non dormire per due giorni. Roba che, oggettivamente, faceva curriculum solo in un ambiente molto molto ristretto. Questo gli aveva detto, parlandogli con fare paterno, il Commissario Albani, che non vedeva da due anni. Non per altro, ma era troppo impegnato a dormire in quella cazzo di Giulietta grigia, per frequentare il Commissariato. “Lupo, tu sei davvero bravo”.
Questo si dice a uno che vive in una macchina da ventiquattro mesi.
“Per questo ti ho nominato per la Squadra Trentadue”.
Che cosa cazzo fosse, questa Squadra Trentadue, non era dato sapere.

4.
L’ispettore Rizzi aveva un singolare primato. Stava sul cazzo a tutti. Non proprio a tutti. Solo a quelli che contavano qualcosa. Che, visto da fuori, non era una cosa buona. Nemmeno visto da dentro.
Aveva quarantadue anni, ventidue di servizio, un pedigree da mastino, nemmeno uno scheletro nell’armadio, e la grande capacità di far incazzare tutti, dicesi tutti, i suoi superiori.
Era basso. Magro. Sempre vestito male. Veloce, con gli occhi e con le mani. Parlava correntemente la lingua della strada. Russo con le puttane degli hotel, croato con quelle della circonvallazione, francese con gli spacciatori magrebini dei giardini, italiano con quelli a cui non bisognava dare fastidio. Forse per questo era stato chiamato al Lambrate. Il commissariato più sonnolento di tutta la cittá. Capannoni, tangenziale, centri commerciali. Furti, scippi, qualche rom esuberante. Roba talmente noiosa che pensava di incominciare a bere per farsela passare.
Poi era arrivata la questione Sacro Cuore. Le cose grandi iniziano sempre in sordina.
Sei mesi dopo, non prima di aver rotto i coglioni a tutti, dicesi tutti, i suoi superiori, era arrivato a farsi dare una squadra. Solo per la questione Sacro Cuore.
Aveva bisogno di forza, fiuto, pazienza, intuito e culo. Aveva chiesto tutto, tranne il culo, che quello mica arriva su ordinazione.
Gli avevano dato tre agenti. Uno pensa a una squadra e immagina venti persone. Solo per il traffico mettevano squadre da sedici agenti. Tre non è una squadra, è un invito a non rompere più i coglioni.
Era entrato nel piccolo ufficio numero 32 ripensando alla questione di iniziare a bere. Tanto e subito.
Si era trovato davanti a un culo perfetto come un disegno. Che di qualcuno doveva pur essere.
La scena era abbastanza strana, anche da sobri.
Una donna, piccola come un ramoscello, teneva il collo di un uomo basso e tarchiato, sdraiato per terra, di fianco a un tavolo rovesciato, mentre un altro uomo, trasandato come un barbone, osservava incurante.

– Bene. Tu devi essere Gamberale – aveva detto rivolto al culo.

La donna, senza mollare la presa, aveva fatto un cenno con la testa.

– E tu devi essere Lupo – aveva detto al barbone.
– Preferisco Cane

– di conseguenza tu, sempre che noi sia già morto soffocato, dovresti essere Carutiello.

– Vorrei, in questo esatto momento, che tu molli la sua carotide, tu ti alzi, ti ricomponi e torni di un colore vicino al rosa, e tu ti siedi.

I tre sembravano seguire gli ordini.

– e vorrei anche aggiungere due cose. La prima è che se lo ammazzi non ce ne danno un altro. E la seconda è che Cane è un cazzo di soprannome del cazzo. E io ti chiamo Lupo.

Seduti, con lo sguardo fisso su di lui, sembravano aver recepito.

– La terza è che noi siamo la Squadra Trentadue. Non esistiamo per nessuno. Ne per nostra madre, la Polizia, ne per nostra sorella, la Repubblica Italiana. Prendiamo il nome dal numero della stanza dove alloggeremo per i prossimi tempi. Se fossimo stati nella stanza trentuno, ci saremmo chiamati Squadra Trentuno. Nella stanza sessanta, Squadra Sessanta, e così via. Non c’è nessun altra ragione. Io sono l’Ispettore Rizzi, e come voi ho il curriculum perfetto per questa squadra. Se domani sparisco non ho nemmeno un pesce rosso che mi piange. In merito al cercare di ucciderci tra di noi, come stava giusto giusto avvenendo, suggerisco di provare ad evitare di farci uccidere da altri. In merito ai soprannomi, fate come cazzo vi pare. In merito a me, chiamatemi Marco, o Ispettore, o come cazzo vi pare. In merito al senso della Squadra Trentadue, se volete seguirmi, vi offro qualcosa da bere e vi parlo di una questione particolare. Se avete scelto di smettere di bere, è il momento sbagliato. Ne avrete bisogno. Se avete scelto di smettere di credere, è il peggior momento. Avrete bisogno anche di quello. Per il resto, la nostra nuova ossessione comune si chiama: Sacro Cuore.

(…)

I 100 migliori libri del secolo

I cento migliori libri del secolo sono tutti sulla grossa mensola in cartongesso che fa il giro del mio soggiorno. Una soluzione degna di un architetto. Sono messi in fila, secondo un ordine che conosco solo io e che mi piace cambiare, insieme ad altri libri. Cazzate illeggibili, pacchi tremendi, promesse non mantenute della letteratura moderna. C’è di tutto. Finchè c’è spazio, lascio che i capolavori del secolo dormano sornioni, come gatti annoiati, appoggiati alla mensola insieme a spazzatura letteraria. L’epurazione, la pulizia etnica della razza, viene fatta quando non c’è più spazio. Per far posto alla Vargas, ho cestinato Grillo Beppe, comico eccellente ma discreto scrittore. Anche una tripla copia dei Promessi Sposi. Libro inutile, a mio modo di vedere. Il Piccolo sarà costretto a leggerlo, studiarlo, odiarlo, fingere di appassionarsi alla storia di una coppia di sfigati, ambientata per altro in una delle epoche più inutili della nostra recente storia.

I libri della mia vita mi hanno fatto ridere, piangere, commuovere, pensare, incazzare, sognare. Come le persone della mia vita. Mi sono innamorato di molti libri, come di molte persone. Ho odiato qualche libro, come odio qualche persona.

I libri sono una delle cose più importanti della mia vita. Per quello che c’è scritto dentro, per quando l’ho letto, per come l’ho vissuto.

Sono almeno dieci anni che tento di scrivere una classifica, una lista, un promemoria, un appunto, sui libri della mia vita. Rimando, lavoro impossibile. E’ una cosa troppo personale.

Sono diventato un discreto cacciatore, di libri e di persone. Grazie ai libri e alle persone.

Riesco ad annusare un pacco, una sola, una tragedia annunciata, con largo anticipo, anche se qualche volta mi sbaglio.

Come con le persone. Raramente sbaglio.

Questione di studio, applicazione, esperienza e culo.

Un mix letale.

Ogni tanto prendo un pacco. Un doloroso contropiede.

1. La Libreria

A Natale nessuno mi regala libri. Non che mi dispiaccia. Procedo con passo felice nel marasma umano della Galleria, diretto con decisione verso la mia libreria. E’ difficile scegliere una libreria. E’ come una moglie. Ci vuole culo, indubbiamente. Bisogna trovarsi bene. Bisogna conoscerne i difetti, i limiti, le potenzialità, i vantaggi. E cazzo, una libreria, come una moglie, ti auguri che duri tutta una vita. Ma non è mai così. Mondo crudele.

Hanno chiuso la Mondadori. La mia Mondadori. Con un lapidario cartellone che invita a raggiungere l’altra Mondadori. In Piazza Duomo. Tua moglie ti ha lasciato con uno scarno biglietto che ti invita a dare due botte alla vicina. Che magari ti va anche bene, valutando la vicina. Ecco, in questo caso no. La Mondadori di Piazza Duomo, ex Virgin Store, è un connubio di rara pigrizia architettonica unita a malsano desiderio commerciale di vendere tutto in pochissimo spazio, condita con la quasi totale assenza di senso logico nell’esposizione dei libri. Che restano, inspiegabilmente, reclusi all’ultimo piano sotto terra. Insomma, la moglie ti invita a limonarti un cesso. Un gran cesso.

Preso dal senso d’urgenza, mi ritrovo infilato in un buco, insieme a cinquemila cristiani, cercando di orientarmi tra gli scaffali e i ripiani. E’ una sensazione terribile. Nella mia libreria avevo tutto chiaro. Sapevo dove prendere i libri da hit, le mie piccole chicche storiche, avevo addirittura una panca di pelle sintetica rossa che affacciava sulla vetrata, dove sedermi per leggere.

Tutto un piano di questa nuova libreria è dedicato alla cucina. Libri di cucina. Chef come rockstar, libri di cucina, un intero piano, per saziare la fame di conoscenza di un popolo che si pone la grande domanda di come si faccia un sushi messicano. Sospiro bestemmiando.

Inspiegabilmente, nel marasma del sotterraneo, Pinketts sta vicino a Carver, di fianco a Jovanotti, dietro ai grandi classici tipo il Maestro e Margherita. Come dire che la raccolta dei grandi successi dei Pooh sta nello scaffale di fianco ai Black Sabbath, sotto una raccolta di Flamenco.

Sospiro bestemmiando.

2. La Promotrice

Disorientato come un seminarista a una festa di Playboy, mi ritrovo in un angolo in cui strane edizioni economiche di quasi tutto il trash letterario moderno sono esposte con le grosse scritte: Sconti!

Una ragazza mi avvicina. Non è brutta. Non è nemmeno bella. Veste quel mix di stili reso possible dal proliferare di robe tipo Zara, H&M e Pull&Bear. Profuma di fiori. Ha un sorriso piacevole e i capelli tagliati molto corti. Anfibi colorati e unghie dipinte di nero, su mani non proprio curate.

Mi sto giusto chiedendo cosa possa desiderare una lesbica mal vestita dal sottoscritto quando lei attacca:

– Ciao, posso farti una domanda?

Sospiro bestemmiando, mi esce un: – mah

– Volevo solo sapere quanti libri hai letto quest’anno?

Ci sono domande importanti per un uomo. Ad esempio un uomo con un pene molto lungo potrebbe essere ben felice della domanda: posso chiederle quanto misura il suo organo sessuale? Hai un metro a bindella piccola? Anche gli uomini molto ricchi e con il pene nella media, attendono speranzosi la domanda: Mi dai uno strappo a casa? per sfoderare la cabrio lucida e profumata. Duecento cavalli di ego, non so se mi spiego. Io, alla domanda su quanti libri abbia letto, vado in un brodo di giuggiole. Letteralmente. Ho una specie di orgasmo multiplo.

– Cinquanta.

– Cinquanta?

– Si, cinquanta.

– Puttana eva.

– eh già.

– L’ultimo che hai letto?

– Baricco

– bello vero?

– bello.

– anche a me è piaciuto.

– Immagino. Baricco tira di brutto tra le donne instabili, lesbiche, bisessuali o semplicemente represse.

– scusa?

– niente.

– hai una tessera fedeltà?

– Ovvio.

Io ho una piccola, ma ben radicata, ossessione per le tessere fedeltà. Faccio tessere fedeltà per quasi tutto quello che compro. Mi da sicurezza. Ho tessere fedeltà di compagnie aeree che volano su rotte nazionali in continenti non confinanti con l’Europa.

– Se me la dai, in base ai tuoi acquisti recenti, ti offrirò delle promozioni esclusive.

– Mi sembra ragionevole.

La ragazza si mette a smanettare con un palmare, mentre osservo con preoccupazione la quasi totale assenza di seno. Ha mani veloci e occhi attenti. Potrebbe anche essere carina, con un preciso lavoro di restauro e qualche migliaia di euro.

– Eccoci

– perfetto.

– Puoi scegliere tra un abbonamento a Riza Psicosomatica o un buono sconto Moleskine.

– Riza Psicosomatica?

– Si, dodici euro all’anno.

– Cristo

– Conveniente, vero?

– Tu sai cos’è Riza Psicosomatica?

– se devo dirti la verità no.

– E’ una rivista che passa con facilità dalle ricette per la pancia piatta alle paure sessuali. Dal raffreddore all’ansia compulsiva.

– …

– Un cazzo di contenitore di tutte le banalità psicologiche più stupide. Inoltre promuove l’uso dei fiori di Bach.

– Ah, io prendo fiori di Bach.

– Ecco.

– Perchè?

– I fiori di Bach sono una delle più belle bufale degli ultimi anni. Tu sai la differenza tra pensiero magico infantile e pensiero razionale?

– No.

– Il pensiero magico infantile è quello con il quale hai comprato questa maglietta sintetica da Zara, nella speranza di assomigliare a Belen Rodriguez, che la indossa ammiccando dal suo account Instagram. Il pensiero razionale è quello che dovrebbe averti suggerito che, non avendo seno, non potrai mai assomigliare a Belen Rodriguez.

– …

– Stesso discorso per curare stati d’ansia, panico, emorrodi, con acqua e fiori.

– sei una persona orribile

– la verità è orribile. Dovrebbero esserci dei fiori di Bach anche per questo comunque.

3. La Delusione

Nonostante tutto, riesco a uscire con una pila di libri. Regali e sfizi personali. Non vedo l’ora di andare a casa, per iniziare l’ultimo di Don Winslow. Missing New York. Titolo in stile Winslow, copertina giusta, quarta di copertina ok.

Sarò breve. Don Winslow è il campione indiscusso del Crime. Il Crime è un genere, più precisamente un sotto genere, del filone giallo. Il giallo è quel genere letterario, nato un paio di secoli fa, che descrive un crimine, i personaggi correlati al suddetto crimine, le vicende collegate e tutto il resto. Il genere giallo è l’unico genere letterario che ha dato moltissimo a tutti i media vicini. Ovvero televisione, cinema, radio e internet. Il Crime è un misto tra diversi sotto generi, esploso grazie alla feconda inseminazione della televisione. CSI, NCSI, e tutte le sigle possibili, ma anche True Detective, sono figli illegittimi del Crime. E Winslow è il maestro indiscusso del Crime.

Mi seguite?

Ho comprato l’ultimo libro del maestro indiscusso del Crime. Capolavori come Il Potere del Cane, L’inverno di Frenkie Machine, Le Belve,  I Re Del Mondo, Vita e Morte di Bobby Z,vengono dalle sapienti mani del signor Winslow. Capolavori.

Mi preparo per l’ennesimo capolavoro, da divorare di notte. Satori e Il Potere del Cane mi hanno tenuto sveglio di notte, mentre per finire L’inverno di Frenkie Machine ho bigiato il lavoro.

La sera, assolti sbrigativamente i miei doveri paterni, mi infilo sul divano, sfoderando il prezioso libro.

Una puttanata tremenda.

No, non c’è altra definizione.

Una grassa puttanata, dovuta alla comprensibile stanchezza di un uomo che ha sfoderato sette capolavori di fila.

Ricordo una delusione simile solo quando avevo scartato il secondo disco dei Counting Crows. Da August and Everything after all’inferno.

Ora, non scendo nei dettagli, ma, finito il libro, ho giusto pensato: questa cagata la scrivevo anche io. Da ubriaco.

Non c’è cosa peggiore della delusione amorosa.

Cocente delusione.

Porca puttana eva, che bidone.

Ci sono scrittori che tengono il pezzo, che non perdono il mordente, che mantengono la linea. Prendi Pennac. Ci sono scrittori che si stancano, prendi la Vargas. Ci sono scrittori che non fanno in tempo a perdere la linea, prendi Izzo che è morto prima. Ci sono scrittori che non escono mai dal tunnel della mezza classifica, tecnicamente sindrome da Sassuolo, prendi Pinketts o Vitali. Ci sono scrittori che sai già che fanno il botto, ma restano inspiegabilmente indie, prendi Sedaris, che non ha perso un colpo da dieci anni a questa parte.

Da Winslow mi aspettavo davvero di tutto tranne che un bidone.

Non so come recuperare, perchè uscire da un libro brutto è come uscire da una brutta storia d’amore. Ci vuole un po’ di chiodo schiaccia chiodo prima di promettersi nuovamente sposi. Oppure un nuovo capolavoro.

Giro per casa, mentre tutti dormono, cercando disperatamente un libro da leggere. Tecnicamente vorrei smettere di leggere. Come quelli che smettono di amare.

Vorrei sedermi, accendere Sky, prendere un bel reality di quelli dove cucinano, oppure ristrutturano casa. Sentirmi felice. E basta.

Tra le altre cose, Einaudi definisce crime un libro che tecnicamente è un Hard Boiled.

Come definire Gigi D’Alessio New Wave.

Dettagli.

Di una delusione d’amore.

A Natale.

Esiste di peggio?

PS: non sono capace di mettere insieme questa dannata lista. Cento libri del secolo. Lo farei. Ma sento di aver bisogno di giorni, forse settimane, forse un mese. Mi limito a dire che nel 2015 “Esploriamo il diabete con i gufi” è stato un grandissimo libro. E anche “The Virgin Way”. Giusto citare due grandi libri, che mi piace pensare di aver comprato in una delle più belle librerie di Milano, che adesso non c’è più. Forse apriranno un megastore di vestiti. Forse un ristorante che serve cruditè e mozzarella di bufala. Robe, decisamente, che vendono di più.

L’essenziale

Lettera di Natale agli amici che mi accompagnano, quelli che chiamo fratelli, quei quattro che al mio funerale fumando, in fondo al gruppo diranno: è caldo per essere gennaio.

Qui la colonna sonora.

Soldati!
Fratelli!
È uso anche nei gruppi più scassati di mercenari, ritrovarsi e brindare alle vittorie e alle sconfitte che il destino ha messo nei giorni dell’anno passato.
Celebrare una vittoria è sempre facile. Sbrodolare parole d’entusiasmo come una vecchia fisarmonica suonata da uno zingaro noioso nel metrò, è un lavoro da principianti.
È nella sconfitta che si vede la vera vittoria.
In ogni fottuto errore, in ogni piccolo cedimento, in ogni debolezza, in ogni eccesso, merda che, come la merda dovrebbe sempre fare, concima anche il più arido dei terreni.
L’impresa eccezionale è buttare semi, lasciare che cadano, aspettare che crescano i germogli, curarsi dei fiori, godere dei frutti.
A questo serve buttare semi al vento. Ad aspettare che fiorisca il cielo.
Poeti del cazzo.
Le mani che hanno grattato il fondo hanno segni indistinguibili, i tatuaggi della vita. Di chi concima. Prima di seminare.

Ho incontrato i miei fratelli nelle viscere della vita, dietro i tornanti delle situazioni, sotto i fastidi e in mezzo ai casini.

Siamo un disordinato gruppo di mercenari che combattono la più bella delle guerre.

Siamo insieme perchè tutti, in guerra, muoiono per una sola cosa.
Per paura.
E insieme abbiamo meno paura. E insieme riusciamo a celebrare anche le sconfitte più cocenti.
Lasciamo a chi evita di farsi domande, a chi prende il meglio scappando dal peggio, a chi preferisce il giorno alla notte, a chi è sicuro delle proprie certezze, a chi le insegna le certezze, il pregio dell’evitare la paura.
Moriranno come noi, per la stessa guerra. Ma senza averla mai davvero combattuta.

A noi, questa guerra ci usa per le battaglie più sporche.

Mercenari per la moneta più importante di tutta la guerra: l’amore.
Una guerra lunga una vita. Speriamo che duri. Questa guerra.
Che fa sempre meno paura.

Fa sempre meno paura chiamare le cose con il proprio nome.

L’amore più bello, profondo, vero e deciso l’abbiamo trovato in squallide stanze di motel o camere in affitto senza quadri e con pochi mobili.

L’amore che ci ha tolto il sonno, il sorriso, la fiducia, la voglia.
L’amore che ci ha insegnato a piangere di nascosto, a ridere delle piccole cose, a fare passi piccoli, ma a non smetter mai di farli.

L’amore che chi ha chiamato bastardi, bugiardi, stronzi, infami, l’amore quello vero.

Lasciamo in coda alla cassa gli altri, che pagano le bugie e il dubbio, il salatissimo conto per essere stati sinceri lo stiamo pagando a rate da un pezzo.

Brindiamo a questo, che fa meno paura insieme. Brindiamo alle nostre donne. Che a modo loro, hanno imparato ad amare. Alle nostre madri. Che puttana merda se mi spiegavi meglio tutto questo casino era meglio, invece mi mandavi a ginnastica artistica. E adesso che cazzo faccio davanti a questo imbroglio di una donna che mi ama: le salto davanti a ritmo?
Brindiamo alle nostre sorelle, che sono un porto sicuro di luoghi comuni e amore infinito. Brindiamo alle nostre figlie. Che qualsiasi cosa vi dicano, i figli si fanno solo con amore.
Brindiamo, è Natale.
A noi, che Natale ci ricorda quanto sarebbe comoda la vita, imbottita di bugie come le vecchie madri imbottite di benzodiazepine parcheggiate nei caffè del centro.
A noi la guerra ci piace scomoda.
E le ferite ci bruciamo come ai bambini.

Per questo piangiamo. Per essere bambini, genitori, adulti, allo stesso tempo.

A voi, a noi.
Che abbiamo paura. Che, di conseguenza, abbiamo anche coraggio.
A voi, a noi.
Che ormai ci conosciamo, vecchie consorti, nei pregi e nei difetti.

Guardatevi da fuori.
Uno sgangherato gruppo di mercenari.

A ognuno di voi devo molto.
Perché sotto il fuoco della guerra, ho sempre avuto uno di voi vicino.

Vi devo la vita. Ve la sto, silenziosamente, dando.

Lasciate stare i bilanci, quest’anno. Esserne, dignitosamente, usciti, è stato davvero notevole.

Sono sicuro che lo rifaremo. Per l’amore della guerra. Per l’amore dell’amore.

Auguri, fratelli miei. Alla fine, Dio ci avrà. Io non morirò a maggio. Perché a maggio mi piace andare al mare. Io morirò a gennaio. Morirò da soldato, combattendo, per l’amore.

Non chiedetemi chi la vince, questa guerra. Non lo so.
Ma ogni volta che vi vedo uscire da una battaglia, so che abbiamo vinto un’altra volta.

E continueremo a farlo.

Il vostro mitragliere

Franz

PS: Io che in Dio ci credo, a Natale mi diverto a pensare che la storia di questo Dio è una storia d’amore bellissima. Rovinata da chi la racconta. Ma è una storia stupenda. La più bella del mondo. Morire d’amore.
A me Natale piace per questo.
Una volta stavo guidando, ad agosto nel caldo, per andare da una stupenda conoscenza estiva, che mi saliva in mente la sabbia, i capelli biondi, la fame incosciente che hai a vent’anni. E per radio mandavano Lucio Dalla.
E lei mi disse, senza nemmeno baciarmi, che niente. Non era cosa.
E io ho pensato, guidando verso casa con questa canzone:

– cazzo io di questa cosa ci morirò.
Io morirò d’amore

Non sará una canzone di Natale.
Ma nemmeno le vostre facce sembrano belle, a un primo sguardo.

Non tutto è come sembra.

A voi,
A noi.
Che moriremo diversi dagli altri.
Per amore.
Non di paura.

Le 10 cose da fare a Madrid

Sarò breve, ma dovete fidarvi. Conosco Madrid molto meglio di qualsiasi guida possiate comprare. A proposito, non comprate mai guide delle città. Chiedete  forse alle madri delle donne che portate fuori il Pedigree?

A riprova della mia approfondita esperienza vanto un curriculum di tutto rispetto che quivi riassumo:

– A Madrid ho preso un pugno in faccia da un poliziotto. Aveva ragione lui.

– A Madrid sono rimasto senza soldi per tornare dal casinò. E cristo è come restare senza soldi al casinò di Venezia. Ma abitando a Padova.

– A Madrid ho sostenuto una conversazione di quasi mezz’ora con una puttana di origine incerta ma di certa bellezza, in un night con le piscine a sfioro e le luci blu, lasciandole anche pagato da bere.

– A Madrid sono stato, più volte a bere in un posto dove se chiedi al Dj i Madness, i Nofx e i Rancid te li mette.

– A Madrid sono stato scippato.

– A Madrid ho dormito dentro l’aeroporto, in un venerdì notte abbastanza movimentato.

– A Madrid ho anche lavorato, pregato, vissuto, mangiato e se non sbaglio scopato. Non tutto con la stessa persona.

– A Madrid ho bevuto molto. Molto davvero. In molti posti diversi. E con gente diversa.

Orbene, se state pianificando un viaggio a Madrid per la prima volta, cercando informazioni nell’etere, è conveniente partire da dove alloggiare.

Io dormo, da sei anni, nello stesso posto. Un po’ perchè sono fondamentalmente abitudinario, un po’ perchè mi viene servita la colazione con the verde, yogurt e cereali senza nemmeno chiedere, un po’ perchè da ubriaco mi era facile tornarci.

In ogni caso ho delle buone proposte sia che il vostro budget non superi un McMenu sia che vogliate fare una grande impressione su voi stessi o sulla poveretta che vi portate appresso.

Una cosa di Madrid la dovete sapere. E’ senza mare. Cioè Madrid è abbastanza lontana dal mare. Questo, teoricamente, la renderebbe un luogo inospitale, secondo i miei canoni. Eppure, sembra che a Madrid ci sia il mare.

E’ abbastanza probabile che scegliate l’aereo, per raggiungere Madrid. Questo vi farà riflettere molto su tutte le cattiverie che si possono dire su Malpensa o Fiumicino e la loro distanza dalla città. Di contro a Madrid hanno scoperto una cosa sensazionale: la metropolitana raggiunge l’aeroporto. So che può suonare strano, ma è davvero così. La metropolitana, a Madrid arriva ovunque. Per vostra informazione culturale, è la terza metro d’Europa per estensione, dopo Londra e Mosca. E Mosca, a ben vedere, non è neppure in Europa. 300 stazioni. Praticamente potrete andare ovunque.

Di conseguenza, come il vostro acuto spirito d’osservazione vi avrà suggerito, i taxi non costano un cazzo.

Di questo passo sarete ormai giunti all’hotel da voi prescelto per il magico soggiorno.

A Madrid, come in tutta la Spagna, vige il nostro fuso orario. Anche se potrebbe cambiare presto. Nonostante le informazioni scorrette su Yahoo Answers, la ragione di questa scelta è nella volontà di adeguarsi, nel 1940, al fuso di Berlino e quindi all’ora Nazista, da parte di Franco.

In ogni caso, l’ora è la stessa, ma gli orari sono molto diversi. Adattatevi a un’ora più pigra e lenta, le cose più belle a Madrid succedono quando a Lazzate o a Misinto tutti dormono da un pezzo.

Eccoci a cosa fare, assolutamente a Madrid.

1) iniziamo dalle cose semplici: andrete sicuramente al Prado. E’ un bellissimo museo anche se l’unica approfondita visita del sottoscritto risale a un sabato mattina in pieno hangover. Ruttavo copiosamente tra le cornici. Non ricordo molto. In ogni caso, sull’altro lato della strada davanti al Caixa Forum inizia un dedalo di vicoli con le poesie incise sul marmo dei marciapiedi. Un peccato non camminarci sopra.

2) Bere un bicchiere di vino a Plaza Sant’Ana. Senza dimenticarsi di essere profondamente radical chic e quindi facendolo sulla terrazza dell’hotel ME Reina Victoria. Costa, ma vale ed è anche pieno di lodevoli wannabe locali alle quali, se avete la fortuna di sembrare ricchi, starete sicuramente simpaticissimi.

3) Bere un bicchiere di pessima sangria alla fine di Calle De La Montera, verso Gran Via, dove le puttane dell’Est rimorchiano i turisti. E’ uno spettacolo abbastanza interessante. Io ci ho passato molte serate. A livello di sicurezza, siamo ai minimi standard, ma ne vale la pena. Inoltre al Vans Store davanti alla piccola piazza si ritrovano gli skaters. Se mai vi venisse voglia di fare qualcosa di bello a Madrid. I pavimenti della città sono perfetti per lo skate.

4) Pregare nella chiesa di San Sebastiano. E’ una cosa abbastanza piacevole, in genere, pregare.

5) Camminare da Plaza Mayor alla chiesa di San Isidro. Qui si sboccia, direbbero i Club Dogo. Si mangia tapas e pinchos e si beve un sacco. E si rimorchia. A patto di non essere italiani.

6) fumare seduti su una delle panchine tra il Teatro Real e il Palacio Real. E’ un posto magico, a metà tra l’Austria e l’Argentina. Con un sacco di peruviani che suonano i flauti a rovinare il tutto. Ma la perfezione è una ricetta che passa anche da questo

7) Fare la vita di un Madrileno fighetto. Iniziare con un breve aperitivo al Tigre. Mangiare qualcosa da Lateral, andare a ballare alla villa dietro al Palacio di Buenavista, finire in bellezza in una discoteca di Calle Barco. Budget notevole e stessi risultati di una notte romagnola. Con meno occhiali a goccia e borselli di Gucci, questo va detto.

8) Dormire la domenica mattina al Parque del Buen Retiro. Tutti i turisti la domenica mattina vanno al Rastro. Tutti. Tutti i cazzo di turisti, me compreso, sono finiti al Rastro, che è uno squallido mercato di cianfrusaglie all’aperto. Un posto di merda, a meno che non stiate cercando un telefono analogico sporco, venduto per venti euro. Nel frattempo il Parque del Buen Retiro si anima di gente bella. Ci si dorme parecchio bene.

9) Camminare per tutta la Castellana. Tutta. Da Nuevo Ministerios fino al centro. Ne vale la pena per vedersi tutta la città

10) fare colazione a la Latina al mattino del fine settimana. Ovunque, insieme a tutti quelli che hanno appena finito la serata. Ti fa sentire più giovane.

Ho finito. Il resto ve lo dicono le guide.

Pompe (Valvole)

Per uno come me, con uno scarso senso pratico nelle faccende domestiche, occorrono formule chiare, concetti elementari ma molto ben espressi, possibilmente accompagnati da disegni.
Tipo la tabella della frutta e verdura di stagione, appesa diligentemente dentro la credenza in un momento di efferato salutismo. Credo sia di Eataly, e credo che sia stata consultata solo una volta.

Quando lo scaldabagno si è rotto non c’era nessuna comoda tabella da consultare. Di fondo, anche la comprensione dei guasti di uno scaldabagno è abbastanza semplice. Esce acqua calda. Non esce acqua calda.

È nella diagnosi del guasto che cado. Sono rimasto una ventina di minuti a osservare la scatola di acciaio bianca, toccando con timore reverenziale l’unico tasto. Avrei voluto avere la stessa sicurezza che ha mio padre in queste situazioni. È un uomo pragmatico, di grande e comprovata fede cattolica, e come se non bastasse tecnico elettronico. Lui ne sarebbe uscito con una chiara diagnosi, una prognosi e anche un preventivo. Una cosa tipo:

– Mi sembra chiaro che la Provvidenza chiede uno sforzo in più alla famiglia. L’ossidatura delle serpentine, insieme al felice periodo dell’Avvento rende questo momento perfetto per ringraziare Dio dell’opportunitá di passare un Natale frugale, dando al laborioso artigiano un compenso adeguato che verrà sottratto dalle casse famigliari.

Io, invece, mi sono limitato, non prima di aver appunto passato venti minuti ad osservare il bianco della vernice, a dire:

– è rotto, cristo santo.

I due tizi che abbiamo chiamato sono arrivati puntuali alle otto del mattino. Hanno tolto la copertura, hanno osservato lo scheletro di tubi e valvole, hanno sapientemente toccato due rubinetti e si sono girati, contemporaneamente verso di me.

– è rotto.
– immaginavo. Esce acqua congelata
– difatti.
– bene.

Non si è trattato di un imbarazzante silenzio. È che non c’era niente da dire. Semplicemente.

– vuole cambiarlo?

Ho osservato a fondo il tarchiato, pelato, tatuato, tizio. Domande che non prevedono molteplici risposte. Odio questo genere di domande.
Il dentista che ti chiede se vuoi l’anestesia, il tecnico dello scaldabagno che ti mette di fronte a un grande problema esistenziale. Vuoi andare avanti a fare la doccia con filamenti di ghiaccio che cadono sulla testa, oppure prediligi il progresso e il conseguente utilizzo di acqua calda?

La scoperta dell’acqua calda, per dovere di cronaca, avviene quasi contemporaneamente a quella dei numeri irrazionali e dei tappeti.
L’uomo, grazie a Aristotele, usava già la logica. È provato che sapesse anche costruire ponti. Ma non usava riscaldare l’acqua.
Sempre per dovere di cronaca, le due scoperte seguenti furono l’ostracismo e l’anatomia rudimentale.
Forse, seguendo un certo filo logico, gli uomini addolciti dall’uso dell’acqua calda, trovarono gusto nel cacciarsi dalle città e nello scoprire la locazione di alcuni organi.
Dalle semplici pentole fino al moderno scaldabagno il percorso è stato lungo e tortuoso, a riprova che il progresso impiega sempre parecchio tempo a rendere le sue scoperte comprensibili agli uomini.

In ogni caso io, come voi, appartengo a quella generazione di esseri umani che può vantare di avere l’acqua calda, a gennaio, in meno di trenta secondi, direttamente dallo stesso rubinetto di quella fredda.
Traguardo che mi sono sudato e che vorrei mantenere.

Rispondo educatamente che si, vorrei uno scaldabagno funzionante.

Ma, essendo io un malfidente e supponente cittadino, vorrei una generica spiegazione di quanto accaduto.

Volendo, so rendermi odioso. Ho avuto buoni maestri.

I due, probabilmente molto allenati, sfoderano un commuovente pezzo sull’usura di componenti di cui non riesco a ricordare il nome e di cui non saprei descrivere l’utilità.

Accetto, a malincuore e dopo due sigarette, di rimpiazzare lo scaldabagno.

Per chi non sapesse quanto vale uno scaldabagno, al cambio corrente, posso solo dire che, dopo deliranti ricerche avevo trovato una splendida PK 50, verniciata di nero, funzionante, pronta per diventare il mio personale regalo di Natale.
Adoro farmi i regali. Conosco i miei gusti, ma so anche sorprendermi.
Forse sono schizofrenico.
Comunque, la piccola Vespa era pronta a raggiungere il mio garage. Si trattava di andarla a ritirare, magari in incognito, per farmi una sorpresa.
L’anno scorso ho fatto la stessa cosa con una deliziosa Guzzi Cross 50. Avreste dovuto vedere la sorpresa sulla mia faccia, quando mi sono dato il regalo!

Ecco, uno scaldabagno, di buona qualità, costa esattamente come una Vespa 50 dei primi anni 80.

O anche come una borsa di Gucci, o come una escort a Dubai, o anche come una buona bottiglia di Champagne, un biglietto aereo per Hong Kong, due notti in un castello in Austria, un trattamento di depilazione definitiva.

Tutte cose che non ho comunque intenzione di regalarmi.

La mia cazzo di Vespa nera si.

Comprensibilmente non sono felice. Nonostante mio padre, lo fa incessantemente da quando sono nato, cerchi di farmi trovare il lato biblico della cosa. Le strade del Signore passano anche dal mio scaldabagno.

Davanti alla vecchia carcassa di acciaio mi sono chiesto se fosse poi giusto che un cazzo si scaldabagno durasse così poco.

Quantifica.

Quanto?

Dieci anni.

Non è poco. Mi sono documentato. La vita media di uno scaldabagno è di circa dieci anni. Quindici su alcuni forum di grandi ottimisti, o di gente che si lava poco.
Ho anche scoperto che non può per legge essere installato in camera da letto.
Che è un peccato, perché potrebbe comunque essere un particolare molto sensuale e di chiaro richiamo.

Non c’è, di contro, una legge che vieti di dormire in cucina. Pertanto se proprio volete dormire accanto al vostro scaldabagno, potete mettervi sotto al tavolo. Magari insieme al cane.

Il fatto di aver scoperto che lo scaldabagno ha dieci anni mi ha fatto sentire enormemente vecchio.

È passata una quantità enorme di tempo. Dieci anni. Un terzo della mia vita.
Si potrebbe anche dire che la mia storia con lo scaldabagno è stata la più longeva.

È stato inevitabile ritrovarsi, con il giornale sotto braccio, a camminare senza una direzione, cercando di ricordare i dettagli di questi dieci anni.

Mi sono trovato su un aereo per Parigi, sospeso tra il sobrio profumo da puttana della mia vicina e l’odore di chiuso dell’aereo, a ripensare a tutto questo tempo.

Lo scaldabagno nuovo è brutto uguale, e non assomiglia per niente a una Vespa 50. E non ho trovato nulla di biblicamente riconducibile alla Provvidenza nel fatto di aver dovuto cambiare uno scaldabagno in pieno inverno.

Però l’aver ricordato questi dieci anni mi ha fatto pensare a tutti quei momenti in cui ti sembra che un problema sia insormontabile. E poi magari ti ritrovi davanti a un rottame di uno scaldabagno e ti rendi conto di due cose:

– hai superato tutti quei problemi insormontabili, quelle notti insonni e quelle paure gigantesche.

– quei due bastardi non mi hanno fatto la fattura.

Fai del tuo meglio Franck

Sausalito, 1978, Dicembre 8, in risposta a un telegramma che recita: “Fai del tuo meglio Franck”

Allora, prima di tutto non mi chiamo Franck. Perlomeno, nessuno fino ad oggi mi aveva mai chiamato Franck. Mi hanno chiamato davvero in tanti modi. Quelli barbuti con le mani sporche di olio mi chiamano Franz. Quelli incravattati e profumati mi chiamano Frenkie. Quelli con i capelli pieni di salsedine e sabbia mi chiamavano Cisco. Non ho preferenze. Storicamente sono Franz. Ma adoro sentire la voce di sconosciuti che pronunciano Francesco, scandendo un nome lungo come una storia.

Nessuno, mi aveva chiamato Franck. A dirla tutta, non riesco nemmeno a immaginare come si pronunci Franck, con quel ck finale.

Tu puoi farlo. Perdio, hai fatto moltissime cose con me. Non sarà certo cambiarmi il nome quella più grave.

Ci sono giorni in cui mi salti in mente, come fossi un ricordo di qualcosa appena successo.

Tu e le acciughe.

Le acciughe le ho viste la prima volta al largo della Punta, dove il fondo si perde nel nero del mare. Basta nuotare qualche minuto verso il largo, appena dopo la tonnara. Nuotavo così, quasi per disperazione, per rimediare ai miei errori, per dimenticare donne e profumi, per lavarmi l’anima. E ho visto un banco di acciughe. E’ uno spettacolo davvero incredibile. Il mare è uno spettacolo davvero incredibile. Credo di aver fatto la stessa faccia inebetita di quando ho visto per la prima volta le tue gambe. Che mi si è bloccato lo stomaco, il respiro, il ghigno e anche l’occhio sinistro.

Questo problema qui dell’occhio sinistro pensavo fosse qualcosa di serio, ma mi succede solo davanti ai grandi spettacoli della natura. Tipo le tue gambe e le acciughe.

Insomma, capisco bene che sia difficile, capire quanto possa essere paralizzante un banco di acciughe.

Vedi, è tutta una questione di come si muovono nel mondo.

Le acciughe.

Le tue gambe.

Ci stavano perfette, appena sotto la tonnara, nel riflesso del sole, ordinate nel disordine del mare, con me davanti paralizzato.

Ci stavano perfette, appena sotto i portici della stazione, nel riflesso del sole, ordinate nel disordine della città, con me davanti paralizzato.

Io ho questa cosa qui. La bellezza mi paralizza.

Mica ci sono abituato, alla bellezza infinita.

Ma ho imparato a cercarla.

Le acciughe, poi, le ho inseguite per quasi cento metri. Hanno un segreto, le acciughe. Per evitare di essere mangiate dai tonni, si mettono vicine, si accavallano, come due gambe, fino a far si che il sole si rifletta su un corpo d’argento, unico, fino a farle sembrare un pesce grosso e pericoloso. E cambiano direzione velocemente. Mi è costato fiato e coraggio, andare a sfiorarle con le mani.

Le tue gambe hanno questo problema qui, che sono vicine alla tua schiena. Che uno su una schiena del genere potrebbe tranquillamente perdere il senso del tempo, la dignità, e il coraggio.

Per questo bevevo vino bianco. Con l’occhio sinistro bloccato. E il fiato corto. E lo stomaco chiuso.

Fidati, è bruttissimo.

Adesso sta arrivando Natale. Anche qui, che fa ancora caldo. E non c’è neve. A Natale ci dovrebbe essere la neve.

Lo champagne, una coperta stesa sul pavimento, il silenzio della città. Quel rumore assordante del silenzio di due che si mangerebbero volentieri. E poi lo fanno.

Non tutto, nella vita, va come dovrebbe andare.

E tu, con le tue gambe, sei ancora lì, ad aspettare che l’uomo sbagliato ti faccia la proposta giusta, sorprendendo la tua noia, svegliando il tuo amore, addormentando il tuo orgoglio.

E io, con il mio occhio sinistro, mangio acciughe, con il burro e il pane nero, bevendo champagne. A ognuno il suo Natale.

Avevi detto che saresti tornata, il tuo telegramma dice di non aspettarti.

Insomma, non si capisce mai un cazzo di quello che vuoi fare di me.

Avevo detto che ti avrei aspettata, ma in fondo so di non potermelo permettere.

Mia amata Tess, fai del tuo meglio, come una acciuga, e scappa nuotando. Il mare dove scappi lo conosci meglio di tutti i pescatori.

Quando sarai stanca, annoiata, fatti pescare.

Io aspetto Natale.

Arriva sempre, anche senza neve. Mangerò acciughe, bevendo champagne.

Il Signor C.

– mentre lei si riveste io farei una doccia.
– usa sempre dare del lei quando ha finito i suoi comodi?
– é per rispetto. È una forma di rispetto. Il tu è una cosa molto confidenziale.
– immagino.
– non la vedo convinta.
– è che non più di dieci minuti fa, mentre appunto eravamo nel letto, mi dava del tu.
– impossibile.
– adesso taci, puttanella e ti giri. Riferisco testualmente.
-….
– le torna?
– le chiedo scusa. Sono davvero in imbarazzo.
– per cosa? Si figuri, sono, a tutti gli effetti, una puttana. Ci sono modi, diciamo, per arrivare al concetto senza doverlo esprimere, ma non è il primo e non sarà l’ultimo.
– dicevo per il tu. Le chiedo scusa per il tu.
– si figuri.

– non pensavo di trovarla ancora qui.
– nemmeno io. Ho conosciuto moltissimi uomini. Non può nemmeno immaginare quanti. Ma lei, di diritto, vince il premio per la doccia più lunga.
– è che ci tengo a lavarmi
– sarà passata mezz’ora.
– venti minuti. Io faccio docce da venti minuti. Non uno in più.
– si cronometra?
– mi conosco.
– in ogni caso, un’eternità.
– poteva andarsene.
– i soldi.
– …
– me ne sarei andata con i miei soldi. Avrei anche potuto prenderli visto che ha lasciato il portafogli sul tavolo.
– mi fido
– di una puttana?
– delle donne.
– ne ha una?
– di cosa?
– di donna. Una moglie, un’amante, una figlia, una sorella, una madre?
– no.
– niente di niente?
– sono solo.
– non dev’essere facile.
– è stupendo.
-…
– quant’è?
– cinquanta.
– perbacco. Si fa pagare.
– credo di avere possibilità di farlo.
– …
– e poi il mio è un lavoro a tempo. Nel senso che comanda il tempo. Fra qualche anno non potrò più farlo. Metto insieme i soldi adesso che posso.
– giusto.
– non inizi anche lei con la storia che potrei fare altro.
– non avrei mai iniziato.
– meno male.
– le viene bene.
– cosa?
– fare il suo lavoro, intendo. È portata.
– non spicca tra i migliori complimenti che ho ricevuto, ma grazie lo stesso.
– è la verità.
– e lei che lavoro fa?
– al momento niente.
– disoccupato?
– in pausa.
– turnista?
– in pausa da sei anni.
– cazzo, turni davvero lunghi.
– ho fatto molti lavori. L’ultimo mi ha stancato davvero tanto. E mi sono preso una pausa.
– non oso immaginare di che lavoro si tratti.
– niente di speciale.
– scende con me?
– mi vesto e arrivo.
– potrebbe offrirmi una cioccolata. Sempre che non si vergogni a farsi vedere con me in un caffè.
– andata per la cioccolata. Io prendo del brandy.

– diceva di aver fatto molti lavori.
– tanti.
– vuole dirmene uno, così per riempire il tempo mentre finisco la mia cioccolata. Si è bevuto un brandy in un sorso. Dovrá aspettarmi. Non riesco a fare lo stesso con la cioccolata.
– ne ordino un altro.
– ottimo. Se vuole può anche parlare.
– i miei lavori non sono una bella storia. Per questo ho smesso di lavorare.
– assassino?
– non ho mai ucciso nessuno anche se
– anche se?
– quando ho fatto il prete ho visto molta gente morire.
– lei è un prete?
– lo sono stato.
– uno non fa il prete a termine.
– mi ero stancato allora sono andato a lavorare in una fattoria. Raccoglievo canna da zucchero.
– cioé lei se ne è andato da un giorno all’altro?
– molte volte.
– oh cazzo. È uno psicopatico?
– non credo.
– ha finito anche il secondo.
– ho molta sete
– un alcolista
– ho molta sete e bevo. Lo faccio una o due volte al mese.
– bere?
– andare con una puttana e poi bere
– dio, ma è tristissimo.
– detto da lei è difficile da credere.
– in effetti, credo che tutti i miei clienti facciano più o meno lo stesso.
– fanno tutti lo stesso.
– e lei come lo sa? Ha fatto forse la puttana dopo aver fatto il prete?
– No, mi è bastato fare il prete.
– si è stancato a fare il contadino?
– no, sono dovuto andare via. Mi sono innamorato di una donna.
– suona strano detto così.
– era la moglie del proprietario della terra, la signora Olly.
– storia giá sentita.
– era anche l’amante del parroco. Che ha iniziato ad interessarsi a me. Allora sono scappato
– non so se crederle.
– nessuno mi crederebbe. E io, sinceramente, la pago per altro.
– era giá venuto da me? Non la ricordo.
– mai. Non ero mai stato con una prostituta.
– ma se ha appena detto che lo fa una o due volte al mese.
– è una cosa che ho deciso di iniziare adesso. Da oggi.
– la prego, si spieghi.
– non c’è niente da spiegare. Ho deciso così e ho iniziato. Certo, con cinquanta più il brandy, credo che sarà più una volta che due al mese.
– posso farle uno sconto.
– che senso avrebbe tornare sempre dalla stessa puttana?
– lo fanno tutti. Sono infedeli alle mogli ma fedeli alle puttane.
– davvero?
– davvero.
– non so se sono pronto.
– ad essermi fedele?
– si.
– si prenda il suo tempo.

– allora arrivederci.
– non so
– se vuole io sono qui.
– …
– sempre che continui nel suo progetto di andare con una prostituta una volta al mese.
– penso di farlo.
– lei ha del talento nel letto.
– detto da lei, è un complimento.
– si fidi, lei ha talento. Non avrei mai pensato di dirlo a un prete, ma è la verità.
– la ringrazio.
– per questo le dicevo di tornare. Mica per i soldi
– dovrei fidarmi?
– non credo.
– allora lo farò. A presto

La Misura del seno ideale (Demolizione di coppe di Champagne)

Ora, ritengo opportuno porre l’attenzione su una necessaria introduzione all’argomento, per poi evitare di finire nel facile calderone di aggressive critiche che l’argomento, in se, potrebbe scatenare se mal approcciato.

In primis, si parla di seno femminile. Le orde di uomini grassi che indossano, a furia di Twix e birre medie, delle belle tette, il più delle volte a pera, non sono oggetto della mia, attenta, analisi. Alle donne potrebbero anche piacere. Non credo, ma dal punto di vista emotivo motivazionale sono tenuto a dirlo.

Inoltre, come per ogni attenta ricerca scientifica, devo porre alcuni vincoli introduttivi: il primo è che la mia ricerca prosegue, senza sosta alcuna, fin dall’adolescenza. Sono un tettista. Il mondo maschile si divide in culisti e tettisti. Io nasco tettista. No, le storie sugli occhi e sulle mani ve le raccontano gli uomini pavidi. Che, a onor del vero sono quasi tutti tettisti non convinti. Insomma, ho i numeri per esporre i miei studi.

E’ anche utile comprendere il mondo normativo alle spalle della ricerca: le unità di misura. Universalmente la misura perfetta del seno è definita utilizzando una coppa di champagne. Pare che il seno perfetto, come la Pizza Margherita, abbia dei riferimenti nobiliari. La pizza fu fatta per la regina Margherita, e la storia della coppa di Champagne per Maria Antonietta anche se alcuni storici (ci sono storici che si occupano della questione) danno i meriti a Madame Pompadour (con evidente spreco di battute da Bar Sport a seguire).

Va detto che una buona fetta di uomini confonda il flut di Prosecco con lo Champagne. Questo genere di uomini non meriterebbero nemmeno di avvicinarsi a delle tette, ma le donne sono, incomprensibilmente, spinte da un forte senso materno e accolgono al loro fianco eserciti di bifolchi. La coppa di champagne corrisponde, tradotta nel gergo odierno a un sommesso:

– ammazza che tettine.

Difatti il bicchiere per il prezioso nettare è abbastanza compatto. Uno è stato prodotto sulle forme del seno di Kate Moss (qui), partendo, suppongo, dal fatto che Kate Moss abbia il seno perfetto.

Con gli anni ho dovuto adattare i miei gusti e le mie posizioni alla maturità. Come studioso sono partito da alcune posizioni decisamente radicali:

– Il seno perfetto, seppur ancora ridotto in dimensioni, è quello di Sabrina Ferilli. (qui)

– Sotto la quarta, non è scientificamente possibile definire la relazione con una donna come “amore”. Si tratta, il più delle volte di una infatuazione passeggera.

– Il seno perfetto, (essendo quello della Ferilli) risulta per dimensioni ed ingombro, targabile presso la Motorizzazione Civile. E, per conformazione fisica, il più delle volte è accompagnato da culi di simili dimensioni ed ingombro. Ma questo, alle proprietarie di suddetti seni, non va mai detto.

Con l’età, dicevo, ho cambiato gusti e modelli.

La mia adolescenza è stata distrutta da Elisabetta Canalis, da un’immagine precisa di Elisabetta Canalis. A un certo punto della mia adolescenza, in quanto fervente cattolico e prossimo capo chierichetto, avevo anche chiesto al parroco uno sconto comitiva sull’esorbitante numero di atti onanistici legati a quella foto in particolare. Niente da fare. Tappa obbligatoria al confessionale tre volte la settimana.

Ho avuto donne, fortunatamente, dalle forme e dai contenuti molto differenti. E ho scoperto la bellezza in molti modi differenti.

Un tettista rimane tettista sempre. Passa periodi di forte crisi, nei quali può abbracciare diverse religioni, ma ritorna sempre all’ovile.

A oggi, devo ammettere di aver avuto la fortuna di aver visto donne bellissime, perfette, stupefacenti, con seni decisamente inseribili in coppe di champagne, ma anche in tazzine da caffè.

La bellezza, finita l’adolescenza, è una questione di splendida armonia. E’ tutto un’insieme. Il seno, mettiamola così, è come se fossero i bassi di un pezzo rock. Devono esserci, devono pompare, per Dio. E’ rock n roll. Ma se non ci sono gli alti, il ritmo, il battere e levare, gli acuti e gli assoli, è solo una base.

Oggi, mentre pranzavo, sono stato servito da due cameriere, in uno di quei ristoranti dove abbondano con le posate e lesinano sul pane.

Mentre gustavo una orrenda crema di legumi con gamberoni alla paprika e semi di girasole scottati (insomma una cazzata enorme), ho ricevuto lo champagne ordinato per brindare all’inizio. Osservando la scollatura della prima cameriera, convenivo con me stesso dell’impossibilità di inserire uno dei suoi seni in una coppa di champagne.

E mi sono chiesto quale poi fosse la misura davvero perfetta del seno.

Esiste, in primis, la necessità nel mondo di trovare la misura perfetta del seno? Cioè, è questa una domanda che uomini e donne si pongono?

Dal campione umano che posso analizzare io, ovverosia dai circa settanta maschi sessualmente maturi che frequento, esce un sorprendente risultato statistico:

– il 70% di questi esemplari non fa differenza, quando si tratta di concludere una serata, tra misure di seno. Anche se poi si lamenta. Ma intanto porta a casa. Superati i trent’anni, non si bada ai dettagli.

– il restante 30% farebbe lo stesso, cercando di riprodursi sessualmente con qualsiasi donna, ma lo ha già fatto e sta ora pagando le conseguenze (single di ritorno, divorziati, incasinati di vario tipo) e quindi non lo fa. Per terrore di pagare (fisicamente e fiscalmente) ulteriori conseguenze.

Insomma, per il maschio medio non fa molta differenza anche se la regola della mano (ovverosia che il seno, nella sua interezza, entri nella mano dell’uomo messa a cucchiaio), va per la maggiore. Certo, pur di farsi una serata, la mano a cucchiaio può essere molto aperta o molto chiusa.

Le donne che conosco, di contro, hanno molto chiaro che cosa sia un seno perfetto.

Non è il loro.

Sono difatti un pallido 3% le donne che conosco che sono fiere e felici del seno che hanno. E quasi tutte se lo sono rifatto.

Le altre, davanti allo specchio della camera, indossando il reggiseno appena comprato, pensano a quando troveranno un uomo che possa pagare il chirurgo estetico oppure che possa accettarle per quel gran bel culo che portano in giro.

Sembra, la questione, decisamente più filosofica.

Culturalmente, e qui sfodero quel nozionismo completamente inutile di cui non so che farmene, le misure corporee ideali cambiano ogni 17 anni, seguendo il costume e i dettami, ma anche i regimi alimentari e le scoperte scientifiche.

Ad esempio, la misura ideale del piede maschile (io so cose completamente inutili, e questo non mi rende più intelligente, ma più arrogante di sicuro) è stata per due generazioni, nel secolo scorso, legata alle staffe del cavallo e agli stivali, lasciando più tolleranza con la comparsa delle prime scarpe a toma molle, i mocassini. Che poi, insieme alle Hogan, solitamente allontanano le possibilità che una donna con un bel seno vi frequenti, ma questo non è pertinente.

Le donne ideali dei nostri padri e dei nostri nonni erano decisamente più in carne. Di conseguenza le misure dei loro seni erano un paio di misure superiori alle coppe di champagne. L’unità di misura credo fosse la tazza di latte e biscotti.

Gli anni settanta, con le prime avvisaglie della chirurgia estetica, hanno reso possibile una equa distribuzione dell’invidia e, a seconda delle capacità economiche, delle taglie di seno.

Al tatto, un seno rifatto resta sempre un seno rifatto.

Ma questo, ovviamente, in sede d’esame, ovverosia con il seno rifatto tra le mani, è sconveniente da ammettere. Anche perchè il chirurgo estetico e le sedici infermiere che hanno assistito all’intervento e l’uomo che lo ha sovvenzionato hanno convenuto nel dire che, davvero, non si percepiva la differenza tra la pallida prima taglia originale e la quarta compatta appena montata. Quei due etti di soluzione salina o gel di silicone non si notano per nulla.

L’argomento è caldo da circa tre secoli. Canova, per la sua Venere, narra la leggenda, ha fatto un calco in gesso del seno della sorella di Napoleone, che senza volerlo si è ritrovata come metro di paragone per parecchie donne. E, a detta di molti, aveva delle tette perfette.

Visto che, in ogni caso, siete qui giunti cercando “misure del seno ideale” è giusto che abbiate una risposta seria e scientifica.

Uno studio inglese condotto su un campione più ampio dei miei amici (e anche meno carico a livelli ormonali, suppongo) ha raggiunto l’incredibile risultato di definire le corrette dimensioni del seno, riconducibili facilmente alla Venere di Milo.

(qui)

Per quelli che durante Storia dell’Arte riempivano la Smemoranda di cuoricini, è una scultura e non ha nulla a che fare con Milo Manara.

Una trasposizione del concetto è reperibile qui.

Parrebbe che la Venere, con la sua pancetta e il suo seno, sia avvicinabile al gusto di molti uomini e molte donne.

Ecco, questo per dare una forma scientifica alla risposta.

Essendo io magnanimo, desidero aiutare le donne nel difficile compito di capire se il loro seno è davvero accettato dall’uomo che dorme al loro fianco.

Andate a casa, indossate un reggiseno di vostro gusto. In un momento di intimità rivolgete al vostro compagno la seguente domanda:

– amore ti piacciono le mie tette?

– certo amore (falso)

– lo dici per dire

– ma no amore

– lo dici per dire, e non ti interessa

– ma io ti amo (falso. o meglio, magari vero, ma non pertinente, insistete)

– cosa cambieresti delle mie tette?

– nulla amore sono perfette (falso, Giuda maiale. Andate avanti, so che sapete farlo!)

– cazzate. Ho letto su un blog che la perfezione è quella della venere di Milo

– Manara?

– Sei un bifolco

– si ma le tue tette mi piacciono

– falso

– no, amore, io ti amo.

– dammi dei punti di riferimento. Dimmi tre donne famose di cui ti piace il seno.

– mah

(sta lentamente facendo uno scrolling delle ultime sessioni di PornHub, per trovare una che vi assomigli, anche lontanamente).

– Kate Moss

– Ma Kate Moss ha le tette piccolissime.

– No amore, sono perfette, come le tue.

Qui potete fare quello che sapete fare meglio. Servire una gelida vendetta. Prendetevi tempo. Anche giorni.

E poi, armate di un tono di voce compassionevole:

– ti ricordi quando parlavamo delle mie tette?

– ancora amore?

– no no. Ho capito. Anche tu d’altronde…

– cosa intendi?

– beh dico, a dimensioni…

– perchè scusa?

– beh, niente.

– no, cristo, dimmi.

– niente, amore. Sei un maschione lo stesso.

– ma col cazzo. Adesso mi spieghi.

– mah, niente. Pensavo a Siffredi.

– …

– diciamo che ce ne passa.

-…

– ma anche tu lo usi benino.

Che poi, è proprio qui che cade il mondo. Negli uomini che trovano il seno perfetto nella Venere di Milo e nelle donne che il pene perfetto è quello di Siffredi.

Io, per darvi un’idea, il seno perfetto l’ho addirittura registrato su MySkyHD.

E’ questo. 

Che si fotta la Venere di Milo.

L’incidente

Era successo tutto così rapidamente da far pensare a qualcosa di organizzato preventivamente. Un colpo di scena ben pianificato, fin nei minimi dettagli, per sollevare un grande polverone su una questione, in verità, abbastanza marginale e discutibile: la felicità.

Erano, difatti, diversi anni, non si ricordava nemmeno da quando, che aveva smesso di pensare alla felicità come qualcosa di veramente raggiungibile, perlomeno in questa  vita, su questa terra.

Così, allenati l’occhio e l’orecchio a sentire e vedere il mondo sempre nello stesso modo, aveva fatto di necessità virtù, adattandosi a quel modo di tirare avanti che molti, impropriamente, chiamano vivere.

Si confondeva, insieme a uno stuolo di altri, in quel vomito di grigio e blu che i vagoni del metrò lasciavano uscire al mattino, in quel fiume uguale di persone, che credevano di vivere in una incredibile originalità, quando invece erano schiacciate in un nulla di bugie.

In merito, ci pensava spesso, seduto sul cesso, ascoltando il rumore rimbombante del suo piscio, non sentiva più una grande differenza tra bugie e verità. Era successo lentamente, ma era successo. Il confine era diventato una coltre di nebbia, difficile distinguere tra una verità e una bugia.

Pisciava seduto. Ma non lo viveva come un grosso problema.

Tradiva la moglie. Ma come per il pisciare seduto, non era un grosso problema. Perlomeno non un problema urgente.

Andava, di tanto in tanto, il mercoledì sera a bere del Porto in un bar del centro con quello che rimaneva dei suoi amici. Amici del liceo, amici del lavoro, amici di amici. Dieci uomini, due ore di libertà, che finivano sempre nel chiacchierare, fumando sigarette, davanti al portone del bar.

Andava, spesso, di ritorno dal bar, all’angolo tra l’ospedale e la circonvallazione, sotto il lampione dove la giovane ragazza croata aspettava i clienti. Si fermava, con la macchina, la caricava, guidava lentamente verso casa sua, annusando il profumo dolce di frutta che lei metteva. Chiacchieravano. Sempre del tempo e del freddo. E del sole e del lavorare in strada.

Scopavano veloci, in un brutto appartamento che la ragazza usava per ricevere. Voleva farlo sembrare un posto bello, aveva finito per essere quello che davvero era: una camera di una puttana.

Riportava la ragazza all’angolo, avendo cura di fermarsi nel cono d’ombra tra due lampioni, per non essere visto, e si riproponeva di non farlo più. Per i soldi, più che per la moglie.

Al mattino, in ufficio, usava rubare la carta igienica per casa. Seppure fosse una carta davvero di pessima qualità. Due rotoli alla settimana. Un bel risparmio, in fondo.

Il suo capo era un uomo forte e deciso. Con una bella moglie e due figlie ancora più belle. Non era invidioso. Si chiedeva solo dove avesse sbagliato. Quale fosse stato il momento preciso in cui tutto questo aveva preso una deriva così, per dire, noiosa.

Inutile.

Una mattina, uscendo dal metrò, era inciampato, letteralmente, in una piccola borsa rossa, appoggiata per terra proprio davanti alle porte.

Rischiando quasi di rompersi un braccio, e rotolando, insieme alla sua valigetta, verso le panchine della banchina.

Alzando gli occhi verso il soffitto, aveva visto lei.

Che pareva essere arrivata da un altro mondo. Un mondo decisamente migliore.

Dove la bellezza lasciava segni visibili sul viso, sulle guance rotonde, sul piccolo naso, sui grandi occhi marroni, sui capelli lunghi e soffici, sulle spalle dritte.

Non sapendo bene cosa fare e cosa dire, aveva raccolto la piccola borsa rossa, allungando il braccio verso di lei.

Che sorridendo, si era ripresa la borsa. Un sorriso che aveva messo fuori fuoco molte cose.

Molte cose vengono messe fuori fuoco da un sorriso del genere.

Si era girata, e se ne era andata verso le scale mobili.

E lui si era ritrovato in piedi, in mezzo alla banchina deserta, a osservare quei piedi camminare per allontanarsi da lui.

Scarpe basse, rosse come la piccola borsa. Passo deciso.

Decise di sedersi. E di aspettare.

I vantaggi di essere dall’altra parte del mondo (Il Selvaggio Est)

Sono andato a Est. Che è una cosa molto piacevole per anima, cuore e polmoni. Ecco, forse per i polmoni meno. Sapevo cosa avrei trovato. Non è la prima volta che sconfino fino alla prima alba.

Tutte le volte, dall’oblò, faccio la foto del primo sole. La prima alba sulla terra la vedo sempre da un sedile sottile, sempre più sottile, dentro un oblò piccolo e appannato.

Sono andato a Est, portando nel cuore il mio Ovest. Dio, uno pensa di camminare così tanto per il mondo da dimenticare il suo Ovest. Ma finisce che se lo porta sempre dietro.

Alcuni immediati vantaggi dell’andare dall’altra parte del mondo sono sorprendenti: i grossi e invadenti problemi che ti sembrano insormontabili, visti da lontano fanno tenerezza da quanto sono piccoli.

I dubbi, allontanandosi dal centro, lasciano traspirare le certezze che ci sono intorno.

Il Jet Lag opera silenziosamente rendendo possibile dormire, appena inclinando la testa, durante le noiose riunioni.

Nessuno se ne accorge.

Ti trovi di notte a girare affamato di sonno, di fame, di carne, di vita, di vicoli bui e di speranza.

Incontri, solitamente, nei vicoli bui, la gente migliore. Solo che a casa tua non lo fai.

Di andare nei vicoli bui.

Ti mancano alcune persone. Non tutte. Come per magia. Solo alcune. E ti rendi conto che sono quelle lì, quelle che ti mancano, le persone con cui vorresti vivere.

Ti viene voglia di casa. Qualsiasi cosa sia la tua casa. Ci vuoi tornare. Perlomeno a un certo punto della tua vita ci vorrai tornare.

Lo stomaco si adatta, più o meno scalciando, alle cucine. I polmoni si adattano, più o meno tossendo, all’aria irrespirabile. Le gambe si adattano alla terribile stanchezza.

Il cuore ci mette più tempo. Si adatta anche quello.

La testa resta perennemente collegata in uno strano stato di sonno e veglia. Assomiglia a quei gran cannoni che saltano fuori sempre davanti alle serrande del Mom, che ti riportano indietro di due anni.

Ma è legale.

Andare a Est mi piace. Di tutte le città che ho visitato nel mondo, Hong Kong rimane il posto dove andrei domani a vivere.

In un punto imprecisato, probabilmente su Nathan Road, tra un centro massaggi con le puttane brutte e un albergo con le blatte giganti. In un appartamento grande il giusto da tenere tutti i miei sogni e da poter ospitare qualche amico.

Hong Kong è un posto perfetto per molte cose. Per viverci, per sognare, per osservare le ricche, bianche, bionde, ragazze che sculettano sulle scalinate accompagnate dai ricchi, bianchi, bruni, scolpiti ragazzoni che spolpano le banche spendendo tutto nei locali sul Peak.

Hong Kong è un rock andato a male, nel punk, che si lascia ascoltare, anzi finisce che saltelli cantando.

Hong Kong ha un mercato nero dove puoi comprare quasi tutto. Dipende da te.

Hong Kong ha così tanti ristoranti da poter sfamare qualsiasi bocca, eppure ha un sacco di gente senza i soldi per mangiare. Ha dei panorami mozzafiato, e un sacco di gente che vive schiacciata nella nebbia dei grattacieli intorno al porto. Ha un ritmo infernale, eppure ha un sacco di gente che cammina con calma.

E’, in pratica, uno splendido riassunto del mondo.

Mi dispiace sempre partire da Hong Kong. Sempre. Eppure lo faccio. Ripromettendomi, sorvolando le torri, di tornarci il prima possibile.

Sono andato a Est, sono tornato e sto ripartendo per l’Ovest. Non il mio Ovest. L’Ovest commerciale, a due ore di low cost da qui. Sotto la pioggia incessante.