Avviare una start up

Un caro amico mi ha scritto invitandomi a parlare di quello che sto facendo, il mio nuovo, scintillante, lavoro.

Gli amici, radunati intorno ai bidoni di gasolio, al giovedì, si lamentano borbottando, per una sparizione ingiustificata, dovuta la mio nuovo, scintillante, lavoro.

Hai voglia di parlarne?

Eccome.

Mi alzo, infilandomi un termometro sotto l’ascella, ciondolando verso la macchinetta del caffè. Bevo acqua mentre accendo il pc, otto meno sei. Spettinato, mi siedo in mutande a rispondere alle mail. Bukowski sbronzo che scrive a macchina deve essere molto più attraente. Ne sono certo.

Lei entra, in mutandine, spettinata, mi dice “buongiorno amore” si avvicina, mi bacia, chiudo il computer. Scivola biancheria a terra, si arricciano piedi e tovaglia.

No.

Non è vero.

Sono solo. Buongiorno amore è un biglietto che non pago da un pezzo.

E parlare di una start up, statisticamente, è pericoloso.

Il tasso di fallimento delle start up, metteteci tutto, è circa l’86%.

Cioè le possibilità di sopravvivere, per me, sono il 14%.

Comprendo, di contro, l’interesse sul tema.

La mia idea, l’idea per cui ho rimesso in gioco la mia vita, è nata in una stanzetta squallida in affitto dove vivevo rimestolando riflessioni sulla vita, sull’amore, sulla paternità, sulla morte.

Ha avuto tempi di cottura molto lunghi, ne ho parlato con tutti.

Possibili investitori, amici, parenti, colleghi, compagni di università, sconosciute che abbordavo dicendo “ho in mente una start up”.

La prima cosa, in effetti, sulle start up, è essere in grado di spiegare l’idea. Esiste una parte accademica in merito. Regole scritte, domande preconfezionate. Hai un prodotto innovativo? Hai un canale unico? E’ un’idea profittevole?

La mia idea è diventata una scatola di idee. Perchè più ci pensavo più aggiungevo cose.

Una mattina, trentunesimo piano, Dubai, hotel, faccia nello specchio, annodare cravatta blu su camicia bianca su completo blu su scarpe nere, mi son detto: andiamo.

Ero pronto? No.

Ho preso un aereo per Taipei, a marzo, in primavera. Sono atterrato sabato, per darmi tempo fino a lunedì e prepararmi al meglio mentalmente. Programmavo tipo passeggiate, meditazioni, palestra, sonno.

In piena notte, svenuto per il jet lag, recupero il cellulare che suona. Mia moglie.

In lacrime.

E’ morto mio suocero.

Mi siedo sul letto, in mutande.

E’ morto mio suocero e io non ci sono.

Soffro.

Arrivo alla riunione dopo non aver dormito un cazzo. Presento al mio capo la mia idea e le mie dimissioni.

Passo fatto.

Al rientro mi fermo ad Hong Kong, un giorno e una notte. L’idea era di sbronzarsi felicemente. Invece mi sento stronzo per non essere a casa. Succede.

Ho aperto l’azienda, formalmente, a Maggio.

Maggio è un ottimo mese per fare cose, per me.

Sono nato a maggio, ho una sorella nata a maggio, una zia e una mamma nate a maggio. Per dire, dal dieci al venti maggio noi festeggiamo.

Lo ricordo come un mese bellissimo.

Scappo in moto, di solito, a maggio.

Nuoto per la prima volta nel mare senza muta, a maggio.

Il 27 maggio seduto davanti a un notaio, firmo.

Come ci si sente?

Dipende da cosa lasci, dipende da cosa trovi.

Cosa volevo trovare ce lo ho scritto in mente. Lettere di fuoco. E’ la mia vita, il mio progetto.

Cosa lasciavo, al netto di una busta paga in grado di mantenere me, la mia famiglia, i miei vizi, qualche lusso, spese incondizionate e uno stile di vita balordo, una macchina da pappone, tre moto, due case, una domestica, non era molto importante.

Ho brindato insieme al mio socio, alle spalle dell’università. Felice.

Il mio socio. E’ molto importante chi scegli. Perchè è una cosa molto più grande del matrimonio. Ho una società e un matrimonio, lo posso dire.

Il tuo socio è il tuo miglior amico, il tuo peggior nemico, un partner, una spalla, uno che ha bisogno di una spalla. Tutto.

Il mio socio è una persona stupenda, corretta, intelligente e curiosa.

La mattina dopo, di ottimo umore, mi sono svegliato e ho pisciato, intensamente, sangue.

In merito, c’è un libro stupendo. Forse il migliore di tutti. The hard thing about hard things.

L’unico libro che racconta cosa sia davvero una start up tecnologica, che impatto abbia sulla vita, sulla famiglia, sulle relazioni.

Scopro di avere un rene che ha deciso di scioperare.

E scopro di non avere tempo per pensarci.

I primi mesi sono quelli in cui ti adatti.

Tecnicamente, fai un po’ di tutto, impari, cerchi di capire cose, riprovi.

Sono anche i mesi fondamentali per far partire la macchina. Se non vendi, my friend, sei fuori.

Questo si traduce in una media, ponderata, di settanta/ottanta ore di lavoro/settimana.

Non hai fisicamente tempo per fare altro.

Invidi quelli che vanno dal parrucchiere, quelli che hanno tempo di comprare i vestiti, quelli che hanno ancora una vita sociale.

Ma è un’invidia passeggera.

Sei in Italia. Non nella Silicon Valley.

Questo, sempre, è meglio ricordarlo.

Affronti gente, in banca, che ti sbadiglia addosso.

Affronti gente, in ufficio, che ti osserva come se fossi un alieno.

Affronti gente, per strada, che ti guarda incuriosita.

Soprattutto se esci con un calzino si e uno no. (successo a settembre).

E’ fondamentale che tu abbia una famiglia che ti supporta, in tutto e per tutto.

Avere una moglie o un marito contro, o peggio disinteressato/a al tuo progetto, è mortale.

Te lo dico per esperienza. Doloroso curriculum vitae, ma d’altronde il mondo è pieno di cazzutissimi libri motivazionali. Io posso raccontarti la versione pulp.

Ti alzi, pisci sangue, dolore sordo al fianco sinistro, ti radi, tua moglie discute rabbiosa su qualcosa, ritiri la posta, bollettini da pagare, arrivi in ufficio, spali merda a quintali, ti viene anche detto che non hai le competenze per farlo, da gente che non avrebbe le competenze per lavarti il culo, ti viene detto che stai sbagliando, da gente che pur di non sbagliare non sceglie nemmeno, ti viene detto che sei l’ultimo arrivato, che poi è vero, ti accorgi che sono le 19.41 solo perchè fuori è davvero buio, esci, chiami tua moglie, che ti urla che sei in ritardo, arrivi a casa, ti siedi.

Ricominci il giorno dopo.

 

Il periodo “hot”, se per hot intendiamo dormire sei ore, lavorarne sedici, pisciare sangue, rosso come il conto in banca, e sentirsi addosso gli occhi di gente che ti dice: non ti si vede in giro, stronzo,  ecco questo periodo qui dovrebbe finire in due anni.

Per come sono fatto io, fra due anni vorrei aprire un’altra start up.

 

Ma alla platea vorrei raccontare un’altra cosa.

Il senso.

Ci sono uomini buoni e intelligenti, che lavorano una vita in grandi aziende, con grandi risultati. Ci sono uomini misurati e svelti, che lavorano efficientemente in studi notarili o legali, portando avanti il successo dello studio. Ci sono studiosi che insegnano. Ci sono molti uomini, molti destini, molte opinioni.

 

Poi ci sono quelli che si siedono e si chiedono il senso.

Si sta malissimo, a farsi le domande.

Il senso.

Ho aperto un progetto, ho un socio che ci crede, anzi due, ne sto per avere altri, di soci, e di progetti, per un senso.

Per costruire qualcosa di migliore. Per me, per chi lavorerà per me, per chi comprerà da me.

E’, il senso, la cosa che mi fa alzare la mattina, pronto.

Il prezzo.

Il prezzo del senso è altissimo.

Lo paghi tutti i giorni. Ma lo paghi volentieri.

Solo se il senso è davvero qualcosa che ti appartiene.

 

Ora, è evidente che non sono pronto a parlare di start up. Ho un sacco di teoria, circa una sessantina di libri, in merito, e poca pratica.

Quando avrò fatto pratica, parlerò meglio.

Riassumendo, ecco cosa vuol dire avere una start up: 

Se credi nel progetto, ci credono anche gli altri.

Quelli che non ci credono, prevalentemente hanno le loro buone ragioni. Usale, mi raccomando, per pulirti il culo.

Non frequentare gente che ti dice che non hai le competenze.

Se vedo uno cadere, non gli dico “coglione sei caduto”, provo a sollevarlo.

Lavorerai fino a perdere la cognizione del tempo. Ma trova del tempo per essere curioso, per leggere, per andare a conferenze, per capire.

Racconta la tua storia. E ascolta le storie degli altri.

Non avere paura. Non serve.

Ricordati del tuo fisico, è l’impalcatura con la quale vai in giro.

Non farti domande su cosa è andato storto. Rialzati, rifallo.

Rifallo. Rifallo. Rifallo.

Se è ancora storto, hai avuto un’idea del cazzo, ma ormai è tardi.

 

Life is short fritz, surf your dream !

 

 

 

 

Questo sregolato bordello

Un negro, probabilmente un rapper di quelli che vogliono fare i criminali perchè le rime non vengono bene,  lancia piccoli sassi sul vetro della finestra del Motel nel quale ci siamo nascosti.
Scappiamo da un pezzo.
Scappiamo bene, dico io.
Scopiamo bene? risponde lei con fare interrogativo.
Non capisce mai un cazzo, penso io, mentre le sorrido e le dico: sono innamorato di te.
Sorride, pensando, questo cazzone non capisce mai un cazzo.
Siamo, oggettivamente, tesi. Sotto pressione.
La fuga ci sta snervando.
Sono sulle nostre tracce da un pezzo, ormai.
Lei non è nata per scappare.
Io non sono nato per avere carichi, mentre scappo.
Ci amiamo da un pezzo.
Sai quelli che si ricordano date, orari e luoghi?
Ecco, scordatelo.
So solo che eravamo sul cofano di una macchina presa a noleggio, pago contanti, evito telecamere, faccio di tutto per non lasciare tracce, poi lei si trucca guardandosi nel vetro di una stazione di polizia, e su quel cofano della macchina io ho sentito due cose.
Un vento caldo inaspettato per il periodo. Direttamente dall’erba, saliva fino alla pancia.
E un senso di pace enorme.
Lei, probabilmente, ha sentito solamente la mia pancia spingere sulla sua. Così va la vita, baby.
Non chiedetemi la data.
Non ho bisogno di un altro anniversario, da festeggiare da solo in un fast food.
Candeline su pancake, cameriere grasse, camionisti.
Qualcuno tira sassi sul vetro.
Comunque.
Segnale non buono.
Avevo ventun’anni la prima volta che sono scappato.
Trentuno la prima volta che mi sono fermato per una donna.
Il sogno americano.
Tutti hanno diritto al sogno americano, mi ripeteva sempre mio padre. Che, nel sogno americano, guidava autobus che portavano ricchi ragazzi bianchi in ricchi quartieri per ricche famiglie bianche.
Tutti hanno diritto al sogno americano, ho pensato a trentun’anni, guardandola nuda, sdraiata, con i suoi occhi addosso.
Il sogno americano di mio padre andava in retromarcia.
Il mio sogno americano, quella notte, si è rivelato, tecnicamente, una colossale figura di merda.
Si dice così, quando hai davanti una donna nuda che ti vuole e niente del tuo corpo funziona come dovrebbe, se non la testa, che viaggia veloce sull’autostrada della paranoia, giusto?
Fanculo.
Avevo trentun’anni. Una vita fa.
Da lì, sono risorto lentamente.
Fino a quando ho incontrato lei.
Aveva voglia di parlare, parla un sacco.
Io di scopare.
Vincono sempre le donne, in questi casi.
Lo impari con il tempo.
Poi ci siamo incontrati nel buio di un posto, le ho offerto degli spiedini di pollo e del vino.
E mi sono accorto che, oltre che essere bella, ha senso.
Ha senso quando parla, quando gira i piedi all’interno, come i bambini.
Succedeva tempo fa.
Poi una sera quella storia del cofano.
Si, se ve lo state chiedendo, siamo complici.
Ma lei non ha colpe.
Si, se ve lo state chiedendo, scappiamo insieme.
Lei apre del vino.
Buona idea.
Bevo un sorso, le passo un sorso sulle labbra.
Sono asciutte, tese, piccole.
E’ così, quando è nervosa.
E’ nervosa. Allora mi dice cose tipo, cazzo non parli, dimmi cosa vuoi. Si mette le mani nei capelli, si agita, si rigira nel letto, nuda, lasciando che il seno si appoggi sulle lenzuola.
Sincero?
A vederla così, capisco mio padre.
Uno nella vita deve credere in un punto di arrivo.
Lei mi odia, quando faccio due cose: parlo al futuro o chiedo del presente.
Mi odia a modo suo.
Socchiude gli occhi, stringe le labbra e le gambe.
Ho letto un libro una volta, mentre aspettavo che gli sbirri di un paese appena fuori New York smettessero di cercarmi, chiuso in un Motorhome affittato da un negro sordo e stronzo, sulla comunicazione del corpo.
Non avevo null’altro da fare.
Lei si chiude.
Come le ostriche.
Che se uno non conosce il valore della perla, è finita.
Lo stronzo fuori non smette di far rumore contro il vetro.
Vecchia tecnica per farmi aprire la porta.
Stronzo.
Metto un asciugamano addosso, prendo la vecchia Glock, colpo in canna e mi affaccio alla finestra.
Nessuno, cazzo, nessuno.
Perchè non mi scopi questa sera?
Fa domande così, lei.
Prima lezione: non risponderle che lei è chiusa come un’ostrica.
Seconda lezione: è tecnicamente poco probabile che la cosa finisca come deve finire in un romanzo rosa.
Conviene buttarla sul vino.
Testarda, non smette di chiedere.
Una donna normale, per dire, chiederebbe cose del tipo:
quando smetteremo di scappare?
Quando mi porterai in una di quelle casette appena fuori città, compriamo un cane e pensiamo a un bambino.
Lei no.
Lei chiede
Perchè non mi scopi, adesso?
E tu, mettiti nei miei panni, rispondi confuso.
Una donna normale sarebbe già stufa della fuga.
Lei no.
Lei è lì con te.
Sorride.
Sempre.
Scappiamo insieme per sempre non suona come una bella promessa di vita.
Per questo resto zitto.
Dovrò, prima o poi, valutare quella storia della casetta fuori città, del cane, della tv via cavo.
Per lei lo farei.
Solo per lei.
Stasera avrei bisogno di farmi una scopata di quelle che ti fanno perdere l’orientamento, la dizione, il tatto, l’olfatto e la vista.
Mi siedo.
Le prendo la mano.
La accompagno a prendermi.
La bacio.
Sento i suoi seni spingere.
La sua pancia che si inarca.
Respiriamo.
Mi risiedo.
Mi guardo in mezzo alle gambe.
Il nulla.
Figlio di puttana.
C’è sempre qualcosa, tra me e il sogno americano.
Lei finge di non essere perplessa.
So che sta bene con me, anche se non me lo ha mai detto.
Ma al mattino mi cerca, alla sera mi vuole.
Questo è il suo modo di dirmelo.
E’ perplessa.
Io penso alla mia vita.
Che giostra strana.
Che puttana.
La vita, intendo.
Guardo la pistola, sul tavolino, i due bicchieri.
La luce soffusa.
Che posto di merda, penso.
Le accarezzo il culo.
Lei chiude gli occhi.
Ha smesso.
Il negro fuori.
Ha smesso anche di piovere.
Mi si alza, di colpo, tutta la vita, come un vulcano. Dentro.
Sto per esplodere.
Questo è il segnale, che conosco molto bene.
Dove sei con la testa? Lo chiede girandosi su un fianco.
Non posso dirtelo, non posso farlo.
Sono qui con te, che sei il mio sogno americano, e allo stesso tempo con tutte le volte che qualcuno mi ha rubato il sogno americano.
Gli animali feriti continuano a cacciare.
Ma le ferite, a volte, fanno male.
Prendo i pantaloni.
Mi rivesto.
Dobbiamo ripartire, le dico.
Prende le scarpe facendo un casino enorme.
Fai piano, le dico.
Perchè mi dici sempre ti amo, se non è così, risponde.
Non capisci un cazzo, penso.
Ma è vero.
Quello che sei per me si potrebbe riassumere così.
Il cane, penso, lo voglio scegliere io.
Visto che tu scegli tutto il resto.
Almeno il cane, cazzo.

D’amore, probabilmente

Scena Prima 

Lei sta scrivendo un libro. Lo dice sottovoce, tra un discorso e l’altro. Parlano di tutto, sembrava naturale parlare anche di questo. Nel libro, dice lei, ti ci voglio mettere. In qualche modo, aggiunge, non so come.

Lui, che è abituato a essere messo nella vita in qualche modo, non sa come, non fa una piega. Lei sorride. Lui sorride.

Poi si danno un bacio. I baci, i loro baci, sono qualcosa di molto simile a dei discorsi, sembrano delle promesse, assomigliano a delle pause.

Sono tante cose, i loro baci.

Lui, a lui piace ritornare sulle cose, prendi ad esempio quando si ferma sulle gambe di lei, ci ritorna, appunto, per perdersi tra la sua pelle morbida piena zeppa di confini dettati dalle mani pudiche di lei; lui, dicevo, ritorna sul discorso del libro. E’ curioso.

Lei sorride. Sorride spesso. Sembra un sorriso spensierato. Vorrebbe descriverlo, si prende seriamente nel farlo, ma non riesce, gli mancano le parole.

La stessa sensazione di quando le prende la testa tra le mani.

A lei piace, le ricorda casa.

Lui lo fa come fosse una cosa sacra. Come per contenere tutta la bellezza del suo viso tra le sue mani, come se davvero si potesse fare.

Lei ha una linea precisa, un ovale deciso, una frangia ribelle che fa sorridere, gli occhi profondi, un naso delicato e le labbra morbide e appena gonfie.

Gli sembra, ogni volta che le prende il viso tra le mani, di non aver mai visto una perfezione simile.

Lo dice, sottovoce, guardandola.

Lei cambia discorso. Le donne cambiano discorso spesso. Le donne intelligenti e le donne timide.

Lei è timida e molto intelligente. Cambia discorso spesso.

Lui è curioso. Lei è paziente.

Si salutano. Lei dice che lui non è portato per i saluti. Lui la pensa diversamente. E’ portato per i saluti, anche se non capisce come si possa essere portati per i saluti. E’ che non vorrebbe mai salutarla. Come i bambini. Restare sempre con lei. Allora gli vengono dei goffi movimenti. Che lei osserva sorridendo.

Di cosa stiamo parlando, pensa lui, allontanandosi.

 

 

Scena seconda

Al matrimonio tra i brividi e un pensiero erano stati invitati anche loro due. Non necessari. Per chi non avesse mai visto il desiderio esplodere così, mi permetto di aggiungere che era lei ad avere i brividi e lui i pensieri. Complici le mani, di lui, la schiena e le gambe di lei.

Ora, il racconto in se è poca cosa. Perchè di fondo parla di un istante. La pelle di lei che si tende, la schiena si inarca appena, il respiro si ferma, gli occhi si aprono di colpo, quasi chiedessero di essere messi da parte. Lui sorride, mordendosi un labbro.

Sono vestiti, ma quasi nudi, sono felici ma quasi stanchi, sono sereni ma quasi finiti, dalla lotta impari tra le loro mani, le loro bocche e i loro desideri.

Vanno avanti, queste lotte, da un pezzo.

Le mani di lui guadagnano una frontiera inaspettata, uno spiraglio tra schiena e cachemere. Le labbra di lui guadagnano il collo di lei. Ne mangiano il profumo. Le mani ne prendono un pezzo. Lei sospira, apre gli occhi, si rassegna. Lui sorride.

Il racconto parte da questo momento.

Immaginate il grande desiderio, la grande lotta, il grande rumore che il silenzio di queste occasioni può fare. Il racconto, il mio racconto, parte da qui.

Lui fraintende gli occhi di lei, la voce di lei, che dice: ti voglio.

La prende come una promessa. Ti voglio, non qui non ora. Ti voglio, sappilo.

Lei, invece, vuole dire: prendimi. E’ la lingua strana delle donne, pensa lui.

Lei fraintende il suo sorriso. Lo scambia per soddisfazione, la vittoriosa certezza dei maschi davanti al piacere.

Lui, invece, vuole dire: è tutto quello che potevo desiderare, vederti così, adesso. Davvero.

Si fermano, perchè per un attimo non si capiscono. Il momento in cui fraintendono.

Il racconto parte da questo momento.

Di cosa si tratta, pensa lei, mentre lui con il naso, come i gatti, le spinge il volto per cercare un bacio. Una scusa per ricominciare. Di cosa si tratta?

 

Scena Terza 

Le gambe fanno una leggera curva, costringendolo a deviare la pazienza e le attenzioni.

Sono sdraiati, il letto disfatto assomiglia pericolosamente alle loro anime, ma è un piacere vedere che le lenzuola sono bianche. Anime stropicciate, ma pulite.

Lei dorme. Dorme sempre.

Lui pensa, pensa sempre.

A volte lui si addormenta.

A volte lei pensa.

Le passa un dito sulla schiena, come a cercare di contare quella costellazione di nei e piccole imperfezioni. Adesso che ne ha il tempo.

Lei respira profonda, un sonno da bambina.

Ha gambe da gatta, le usa come i gatti, si muove veloce, lo prende e lo stringe.

Ha pensieri da bambina, li usa come i bambini, misura la vita a sogni.

Ha desideri da donna, che sono paure, ride facendoli diventare desideri.

Lui farà molto affidamento sui pensieri che gli vengono accarezzandole la schiena.

Lei è sveglia, lui non lo sa. Sta solo contando, per una volta, tutti i problemi che aspettano ordinatamente fuori dal letto disordinato.

E si sente dire, nella mente, di non averne paura. Grazie a quella mano che sente sulla schiena.

Come si chiama questa cosa? Pensa di doverle dare un nome. Di cosa si tratta?

 

D’amore, probabilmente

 

Post Scriptum: lavoro, mediamente sedici ore al giorno. Le restanti, per cause di forza maggiore, faccio altro. Scrivo, non ve ne preoccupate. Lo sto solo facendo in modo diverso. I risultati, per fortuna, si vedranno presto. “D’amore, probabilmente” non è solo un titolo.

E’ la mia promessa a me stesso.

Voi continuate a leggere. Qui c’è un sacco di roba da leggere.

E ricordatevi di amare.

Probabilmente è la soluzione

 

 

 

Nemmeno le nove

 

Entrata di un bar.

Uno di quelli che, facile, si dimenticano nelle distrazioni della vita.

 

Un bancone. Nemmeno troppo bello.

Delle spine per la birra.

Due uomini, sbronzi marci.

Non sono nemmeno le nove, cristo.

 

Ordino da bere.

Nostalgia, Speranza.

Vino bianco.

 

Televisione, partita, il calcio, l’oppio dei popoli.

La birra, l’oppio dei popoli.

La nostalgia, l’oppio degli uomini.

 

Ritmo, cazzo.

 

Apro il quaderno.

Adoro scrivere.

Questo lo ammetto.

Sono giorni in cui faccio fatica ad ammettere cose.

 

E’ stato, probabilmente, per noia, che ho iniziato a scrivere.

Morirò scrivendo, facendo cose, provando nuove idee.

 

Bevo.

Poco.

Rumore di fondo.

Nostalgia, speranza.

Voglio scrivere.

Mi vengono frasi corte. SMS.

Esseemmeesse.

Niente di più.

 

Inutile, il quaderno.

Servirebbe, al momento, di poterli scrivere a qualcuno.

Le risposte, quelle no.

Non servirebbero.

 

Se mi guardi, io mi paralizzo.

Hai mai visto i camaleonti dal vivo?

Io ho portato il Piccolo in un giardino botanico, roba di dinosauri e rettili. E abbiamo passato un quarto d’ora ad osservare un camaleonte.

Prima di mimetizzarsi, si paralizza.

Per tutto.

Per un rumore, per un movimento, per un sobbalzo, per un filo di vento.

Il camaleonte, di fondo, è un cazzo di codardo che si paralizza.

 

Se mi guardi, faccio la fine di un camaleonte.

Certo, volessimo approfondire, dovremmo parlare dei tuoi occhi.

Ma non si può.

 

Non si può più.

 

Un tizio ordina birra e jack.

Non sono nemmeno le nove, cristo.

 

Ho già finito di scrivere, cazzo.

Non sono nemmeno le nove.

 

Ho cazzi che il mio quaderno non è pronto a tenere.

Lo so come funziona.

Che scrivo, poi scappano dalle pagine.

E finiscono a ordinare da bere, i miei cazzi.

Così, preventivamente, saggiamente, chiudo il quaderno.

 

Come i camaleonti.

 

Notavo, pagando da bere, che sette dei dieci uomini nel bar, sono destri.

Tre mancini.

Due dei quali, probabilmente, ambidestri.

Tre magliette nere.

Una coppia, sul divanetto sul fondo.

Lui, entrando ho visto, sta provando una complicata manovra per prendere la pancia di lei.

Ginecologia acrobatica in pub di periferia. Roba pulp, e non sono nemmeno le nove.

 

Ho molte cose da scrivere, adesso che ci penso.

Nostalgia, passione, curiosità.

E mi vengono frasi compatte, rigide.

E non mi viene da scrivere, ma solo da pensare.

 

E nemmeno da parlare.

Non che io ascolti volentieri.

E’ che non ho voglia di parlare.

Che forse è peggio.

 

Passerà.

Ultimo sorso.

Mi alzo.

E’ ora di tornare a casa, e non sono nemmeno le nove.

Con te (san Valentino)

 

La mia prima lettera d’amore è partita in un pomeriggio di settembre, direzione Bolzano.

Ha ricevuto, in risposta, una busta con un fazzoletto, due cuori disegnati.

Claudia, la destinataria, scriveva in un italiano traballante. Ma rivedevo, leggendo le sue parole, tutte le sue divertenti facce quando cercava di dire parole difficili in italiano, come “casa” oppure “spiaggia”.

Dopo qualche tempo da modella, è finita a fare la ricercatrice in università, in Austria.

Non mi sbagliavo sulla bellezza delle sue lentiggini, e nemmeno sulla sua intelligenza.

Qualche anno dopo, mi sono fermato a dormire in una ridicola città, l’Austria mi sembra sempre così seria da finire per essere tremendamente ridicola, per incontrarla ancora.

Ero curioso.

Ho riconosciuto i tratti, il biondo dei capelli, le lentiggini. Nient’altro. Due perfetti sconosciuti.

E’ stata lei a farmi notare che era la sera di San Valentino.

Chiedendomi perchè, la sera di San Valentino, fossi in giro da solo, in mezzo all’Europa.

Ho risposto con una domanda, non avendo risposte precise. E tuo marito?

Non gli ho detto la verità.

Errore.

Orrore.

Gli orrori di San Valentino.

Io mi ero addirittura dimenticato fosse San Valentino.

E’ stato il pianista del locale, Dio sa che io non sopporto i pianisti, a meno che non suonino Sinatra oppure siano Capossela, è stato il pianista del locale, iniziando a suonare noiose nenie jazz, a darmi il colpo finale.

Mi sono svegliato sei ore dopo, in piena notte, zuppo di sudore, ascoltando le campane che battevano le quattro. Protestanti del cazzo, loro e i loro campanili.

Conosco storie bellissime, su San Valentino. Ma scappano tutti, quando inizio a raccontarle.

Perchè sono storie di nostalgia bellissima.

E così, come tutti gli anni, mi ritrovo a raccontarmele da solo.

Un anno, tantissime vite fa, camminavamo per Corso Garibaldi, deserto, gelato, nebbioso, umido, feroce. Da soli. Quattro uomini.

Tre uomini e un ragazzo. A dirla tutta.

Era la notte di San Valentino. Era la notte più buia dell’anno per me, ancora ferocemente innamorato, ancora deluso, ancora scottato.

Camminavo con un uomo che conoscevo solo di fama. Che avrei conosciuto meglio, che avrei amato come compositore, come poeta, come cantante, come uomo. Ma non lo sapevo.

Avevo tirato la chiusura del piccolo locale, bevendo poco, e ascoltando musica. Si fumava, e c’era nebbia densa.

Ero andato, alla fine, al bordo del palco, del piccolo palco, per fargli i miei complimenti.

Ed ero stato invitato per “una passeggiata d’amore”.

Quattro loschi individui, a passeggio di notte, Milano deserta.

Non abbiamo incontrato niente e nessuno, se non le luci gialle sotto i portoni, e qualche barbone chiuso nei cartoni e nelle coperte a dormire.

E nessuno di noi parlava.

Io per rispetto.

L’ultimo arrivato.

Fermi, davanti alla chiesa di Sant’Angelo, con i piedi sulla piccola piazza e il collo rivolto al campanile, fumando di fiato e sigarette, puzzando di alcool e noia.

“inutile tirare mattino, l’amore non arriverà nemmeno quest’anno”.

Aveva detto lui, chiuso nel suo pastrano nero, con un ridicolo cappello di pelo.

E il gruppo si era diviso.

Mi è toccato camminare per quasi un’ora per tornare a casa, fare piano, le cinque di mattina, per non svegliare mio padre, per non rischiare di dare spiegazioni su cose difficilmente spiegabili.

Mi è toccato rimanere insonne, per la rabbia, per la delusione, per la morte che abbracciava i miei sogni, se appena li lasciavo scappare.

Anni dopo gli ho chiesto cosa cazzo volesse dire.

Tutti gli anni, tutti gli anni a San Valentino, andava sotto la chiesa di Sant’Angelo, dove la donna della sua vita, a detta sua, gli aveva detto che lo avrebbe sposato il giorno di San Valentino.

Ho chiesto se la storia fosse vera.

Ho chiesto in giro.

Ero ancora uno che aveva voglia di chiedere in giro se le storie così belle, dolorose, vere, fossero davvero vere.

Inutile farlo, poi ho capito.

Nessuno poteva saperlo.

Ma è una storia bellissima, ho sempre pensato.

Vorrei scrivere un racconto di San Valentino, gli ho detto, davanti a un cuba libre, in una domenica pomeriggio, di caldo, non ricordo di che mese.

E lui mi ha detto, io ci ho scritto una canzone. Arrivi tardi. E nessuno ti crederebbe.

Cantamela.

Non posso.

Perchè?

Perchè è un segreto.

Ho un segreto con te?

Si.

Allora non scriverò nulla. Ma adesso so quanto sia bello per me San Valentino.

 

I sogni, come le storie bellissime, chiedono amore, per mantenersi vivi. I sogni, di notte, nella notte di San Valentino, vanno ai ricordi più belli. Come se amare davvero fosse ricordare il passato, e mai vivere questo presente.

Per questo sono tristi, gli amori. Perchè dimenticano il presente, piangendo sommessamente il passato.

E scivolano nei ricordi, che i ricordi d’amore diventano sempre più belli, una lente, quella della memoria, che distorce i contorni, cancella le sofferenze, nega l’evidenza.

Prima di amare una donna, prima di amare un uomo, prima di amare qualcun altro, dovresti amarti.

Lo ho imparato da me. Nessuno me lo ha spiegato.

E il più grande gesto d’amore che puoi fare è non avere nulla da rimpiangere in amore.

Per questo, quella storia di San Valentino è inutile.

E’ una bella canzone, ai concerti rido quando la sento cantare a squarciagola.

Io ne conosco la storia vera.

 

Amati.

Prima di amare.

Funziona.

 

 

 

Tristezza

Quando sono triste, faccio sogni ad occhi aperti, strani, complessi, decisamente malinconici, riduttivo chiamarli sogni tristi.

C’è il sassofono, anni ottanta, che sfuma. Tastiere golosamente gonfie, melodia perfetta.

Ci sono i profumi dell’autunno. L’autunno mi fa tristezza da sempre. Dimagrisco, perdo i capelli, dubito di me, in autunno.

In autunno mi sento mortale. In primavera, mi sento immortale.

D’estate, di contro, bilancio il tutto. Rinsavendo.

 

Di norma non sono triste. Lo spleen mi calza male, come un abito stretto, tagliato male. Lo indosso a fatica, divento nervoso, scalcio. Non ho un posto dove sto bene, la gente mi stufa, io mi stufo, mi stufo di leggere, di mangiare, di respirare. Mi annoio della mia stessa tristezza. E come i bambini, quando mi annoio, piango.

 

Sono triste raramente.

 

Oggi sono triste.

Di una tristezza che pare avere ottimi motivi per restare qualche giorno a farmi compagnia. Le mie tristezze hanno, di solito, ottime ragioni per trasferirsi da me.

Loro dicono.

Una delle ultime è arrivata suonando travestita da gioia, truccata da trasgressione, e si è installata nel soggiorno tra cuore e polmoni, bevendo birra al posto mio e farneticando sull’inutilità di avere un cuore.

 

Io apro la porta a tutte le emozioni. Mica che sono figo. E’ che fino a poco tempo fa aprivo la porta a tutto quello che suonava. E non sapevo nemmeno riconoscere le emozioni.

Non ho smesso di aprire, perché sono una persona curiosa. Però la tristezza, come un qualsiasi ospite, dopo il terzo giorno puzza. Sono ospitale, pure troppo, e curioso. Ma mi stanco.

La tristezza di oggi è gonfia di rancore e di “te lo avevo detto”. E’ la peggiore, perché si attacca al maglione della ragione, lo strapazza tirandolo e urlando “avevamo ragione quando…”.

Mi sono accorto del suo arrivo da uno dei segnali ineccepibili. L’incurvamento delle spalle e la ricerca di una playlist dei Dream Theater.

I Dream Theater accompagnano le mie tristezze da quando sono nati.

Quando la tristezza fa i bagagli, di solito, arriva Zucchero.

Menta e Rosmarino.

Adoro, comunque, uscirne lentamente.

Adoro uscire lentamente da tutto, che a volte è un bel problema.

 

Ho un modo di gestire la tristezza molto russo, balcanico. Permanente. Lo dicono i miei occhi da bulldog. I russi si sbronzano per giorni, dimenticando dove abitano, dormendo per strada, rischiando la vita. Io faccio così con la tristezza. Sovietico delle emozioni.

 

Solitamente vado al mare. Io vado al mare sempre. Funziona quando sono felice. Quando sono dubbioso. Quando sono innamorato. Quando sono disperato. Quando ho nostalgia. Funziona anche quando sono triste.

Il mare, a modo suo, mi cura in ogni caso. Adoro il mare, quando sono triste. Perchè vedo triste anche il mare. E poi, di colpo, magari un gabbiano, magari un riflesso, magari un odore forte, magari un ricordo, e mi ritrovo in piedi. Pronto.

 

Evito le donne.

Quando sono tiste.

E’, ne converrete, parecchio complicato.

Evitare le donne.

Anche essere tristi con delle donne intorno, è complicato. Noioso e complicato.

Evito anche gli uomini, ma li tollero meglio.

 

Evito anche i colori accesi.

Come le donne, mi calzano male.

 

Evito i posti affollati.

Come i colori accesi, non mi si addicono.

 

Adoro le storie ai margini della vita, in giorni come questi.

Gli outsider del mondo, i perseguitati, le puttane, i morti di fame, i vinti, gli sconfitti, i morti di sonno.

Li cerco.

Seppure sembri io voglia solo dimostrarmi di non aver del tutto toccato il fondo, in verità si tratta della mia perenne curiosità, solo girata in versione malinconica. Ascolto storie struggenti. Ricordo tutto.

 

Sono stato molto triste. Per questo ho una scala della mia tristezza, gradi precisi ad indicare il valore. Una volta sola sono stato molto triste. Pensavo di morire, talmente faceva male. Sopravvissuto alla tristezza infinita, ho capito di aver sbagliato.

Ho sbagliato ad essere molto triste. Per questo non voglio sbagliare ancora. La tollero, ma non tollero l’invasione. L’eccesso di tristezza è come un profumo sbagliato. Mi da nausea.

 

Non scrivo, mai, quando sono triste. Adoro compiangermi di non scrivere.

Come fosse un problema.

 

Ma ascolto molto. Leggo molto. Rubo frasi, conversazioni, idee. Le nascondo sotto il cappotto della tristezza, e poi le metto nello scaffale delle cose che rubo nel mondo.

 

I sogni ad occhi aperti, solitamente, arrivano a metà pomeriggio. Quando i narcotici della vita, i palliativi li chiama una amica svelta, smettono di fare effetto.

 

Oggi ho visto una barca, nella nebbia di un mare d’inverno, remi consumati dall’umido, procedere lenta e dubbiosa verso quella che pare essere una tempesta.

Ho visto me su quella barca. Ho visto i miei occhi. Ho ascoltato il rumore dei miei pensieri, mentre una signora, dal porto, salutava con la mano. Era vedova.

Lo so perché il sogno me lo sono inventato io.

Salutava triste, piangendo, come se io stessi partendo per non tornare.

So di tornare, vecchia signora. E’ solo che in un sogno di tristezza non si dice mai qualcosa legato alla speranza.

 

Scriverai di questo? Mi ha chiesto la vedova.

 

No. Non scriverò nulla.

Morirò di noia sul divano, aspettando il mattino di sabato. Procederò in mezzo alla gente, facendomi spazio borbottando, per un caffè.

Poi brontolerò molto rumorosamente sulla vita. Insieme a un barbone al quale darò, apposta, solo venti centesimi.

 

Ma poi, come sempre, tornerò.

 

Ho buone ragioni, ottime, per essere felice.

 

Me le sono scritte su un quaderno.

 

Le so a memoria.

Diresti che sono poche.

Io dico che basterebbe una di queste ragioni, per farmi morire provando ad essere gioia pura.

 

Ma non togliermi il fascino di parlare con le puttane e i diseredati.

Io odio chi lotta con l’ottusità data dall’ottimismo forzato.

 

Dal basso, la vita si osserva meglio.

Lasciami in basso.

Scriverò meglio.

Vivrò meglio.

 

Fottuto spleen.

Calcutta

Calcutta

Calcutta è un racconto che ha preso forma più o meno sopra le steppe russe, diecimila piedi, ottocento kilometri l’ora, dentro un aereo sprofondato nel sonno, durante un risveglio faticoso da troppo vino, troppe riunioni, troppa stanchezza, troppo lavoro.

Calcutta, di contro, è un racconto leggero. Parla di un uomo, non ha una trama definita, essendo un racconto leggero, ma parla di un momento, qualcosa accade, in questo momento, in cui l’uomo, un protagonista inadatto ad essere protagonista, si rende conto di una cosa. Di quelle che sembrano piccole cose, che poi quando te ne rendi conto, sono cose decisive.

De – ci – si – ve.

E’ un racconto, Calcutta, che deve per forza essere finito prima che arrivi la primavera. Soffrirebbe il caldo e le piogge, come tutti i racconti delicati. Lo sto scrivendo con pazienza e calma, come se avessi tutto il tempo di farlo. Mi piace, scrivere Calcutta.

2016

Ho fatto dei propositi, lo ammetto, per questo 2016. Scrivere meno, ad esempio. Per scrivere di più. Ho diari disordinati, quello da sempre, quaderni pieni zeppi, appunti sparsi, fogli volanti, un quaderno di stoffa sul comodino pieno di pensieri notturni. Ma scrivo meno. Parlo anche meno. Quasi pensassi di più. Pochi se ne accorgono.

Ma torniamo a Calcutta.

Che poi è solo il titolo. Perchè il racconto è ambientato in una città calda, caotica, distante, moderna, ma molto antica, in contrasto con il resto del mondo. Non è importante sapere quale. Sappiate che, in città del genere, rischiate di perdere pensieri, portafogli, cellulari, verginità, onestà, sonno, ricordi.

Ma

Rischiate

Di ritrovare voi stessi.

Succede, viaggiando. Ai viaggiatori, sempre, lo dico per esperienza, succede di ritrovare se stessi. Nei posti più assurdi e inaspettati. Chi viaggia pianifica le partenze, mai i ritorni. I più meticolosi pianificano il viaggio, sono quelli che si perdono il meglio del disordine.

Dio adora il disordine. Il disordine del mondo, l’infrangersi delle aspettative rispetto alla realtà, come il mare contro gli scogli, è un regalo tra i più belli che Dio potesse farci.

Lui, ad esempio, non pianifica mai nulla. Lui lui, non Dio.

Se non, come molti, lo stretto indispensabile.

Sopravvivenza.

Lacrime d’oro

C’è un detto, in Cina. Che anche i principi piangono. Ma lacrime d’oro. Gli succedeva, viaggiando, di ritrovarsi, talvolta, quasi a piangere. Prevalentemente sul passato. Che il futuro, gli uomini saggi, non lo piangono mai. Aspettano, gli uomini saggi, di farlo diventare passato, per piangerlo in abbondanza.

Ah si, certo. Gli uomini saggi piangono in abbondanza.

Davanti a un ricordo, sfuggito, non si sa come, dai vasi preziosi in cui sono chiuse tutte le cose belle. Il tappo scivola, con il movimento del vivere.

Davanti a una tragedia, quelle che la vita, cameriere bastardo e stanco, ti serve proprio mentre aspettavi il dolce. La vita è un cameriere bastardo e annoiato. Fidatevi.

Davanti a una donna. Proprio davanti. Piangere davanti a una donna, a volte, è il modo migliore per dirle ti amo. Oppure, lasciatemi dire, per dirle la verità, senza poi parlare più di tanto. Lo so perchè lo ho visto fare dai grandi uomini che ho conosciuto.

Davanti a un amico. Quelli servono a quello. Facile. Gli amici servono a ridere, dopo aver pianto. O anche solo a sapere di poterlo fare.

Comunque,

lui si era ritrovato a tenere nella mano destra un sacchetto, pieno di cianfrusaglie, cose piccole, oggetti minuscoli e minimi, i piccoli, non necessari, non richiesti, regali. Adora fare regali. Meno riceverne, ma non è la sua storia, Calcutta. E’ la storia di quello che teneva nella mano sinistra.

Un ricordo.

Camminando, lentamente, in città come queste, rischi di diventare trasparente, a camminare lento, a lasciare scorrere la gente, le voci, la fretta, diventando, lentamente, un pezzo dell’insieme.

Camminando lentamente, dicevo, si era accorto di avere nella mano sinistra, lievemente sudata, per un caldo improvviso e piacevole, stretta nei polpastrelli e sul palmo, una sensazione precisa. Un ricordo.

Ha dovuto fermarsi.

Mi Manchi 

Mi manchi.

Nella mano sinistra. Sentiva chiaramente, le sensazioni precise sono così chiare, a volte, che fanno paura, questa cosa, questa sensazione.

Mi manchi.

Cazzo, avrebbe aggiunto lui, che usa cazzo per sostenere le frasi pesanti, le affermazioni felici, le chiusure delle frasi sospese, e anche i picchi di piacere della vita, come questa sensazione. Non serve aver studiato, se nella vita non sai chiudere una frase.

Comunque.

Mi manchi. A sorpresa. Perchè poche sono le cose, nella vita di un uomo che ha superato i trent’anni, che mancano davvero. Pensaci. Ti manca davvero poco. Ti manca sempre meno. Sempre meno cose ti mancano. Ammettilo.

Cosa ti manca?

Scivolare dentro un abbraccio. Dimenticarsi il senso logico delle cose, in un bacio, rivedere le priorità, ascoltando un respiro, mozzato dal piacere. Uno sguardo. Un modo di parlare. Una risata, il rumore ma anche il movimento delle mani che la accompagnano. Queste sono le cose, si direbbe, che possono mancare, di colpo, in un pomeriggio qualunque, a un uomo qualunque. Non di più, non di meno.

Ma, forse, è necessario fare un passo indietro. Spiegarsi meglio.

Un passo indietro 

Gli hanno dato un nome adatto a un russo, più adatto alle metropoli sovietiche. Suo padre lo ha scelto per amore. Delle metropoli sovietiche, mica del suo, unico, figlio. Gli hanno dato un’istruzione, come tutti, che assomiglia a una dichiarazione di guerra alla vita. E la vita, come a tutti, ha risposto con l’artiglieria pesante. Senza ucciderlo, la vita, bastarda, fa guerre logoranti, ma mai mortali.

Correggo.

Mortali.

Ma solo alla fine.

Studiare serve, di fondo, a ripararsi dai colpi leggeri. Le prime scaramucce, lo scambio iniziale, la quiete prima della tempesta. Poi, arriva la guerra. Un libro, per dimensione, sostanza e contenuto, può riparare una testa. Rimane scoperto il cuore. Rimane scoperto il fegato. Rimane scoperto tutto. Ma non è questo il discorso.

Ci sono cose, su di lui, che è meglio non si sappiano. Come la sua forsennata passione per le piante grasse, per la pizza fredda, mangiata in piedi, di nascosto, per le donne, preferibilmente nude, preferibilmente belle. Come la sua vocazione, quella davvero innata, a complicare cose semplici e a semplificare cose estremamente complicate. Non la pizza, quello non è un discorso complicato. Nemmeno le piante grasse.

Per tutte queste ragioni, che non erano ragioni, ma poi lo sono diventate, si è ritrovato a viaggiare, da solo, per posti che nessuno frequenterebbe se non per cercare la prova dell’esistenza dell’inferno.

Un lavoro, aveva detto suo padre, come un altro. Ma suo padre, mettendo da parte la questione del nome, avrebbe comunque sognato per lui un lavoro proletario e onesto.

Operaio, ad esempio.

Costruire, fare, muovere le mani, ritmicamente.

Generando cose, benessere, aspettative.

Invece niente.

Viaggi, lunghi, in angoli del mondo che non meritano nemmeno il nome in grassetto sui mappamondi dei bambini.

Quelli che si illuminano di notte.

Aveva capito, lui, che, tolta la questione del nome datogli dal padre, la vita e la sua artiglieria, le donne e la loro artiglieria, gli uomini in genere, e la loro artiglieria, sono parte di una guerra che va combattuta con metodo, dedizione, e diluendo il tutto con molti viaggi.

Viaggiare da solo, era diventato, non ricordava da quando, un modo, nemmeno troppo nascosto, per togliere ritmo a una guerra che, lo temeva da tempo, avrebbe comunque fatto un sacco di morti prima di uccidere lui.

Insomma, quasi lo facesse per altri.

Comunque,

viaggiava spesso. Solo, leggero e incurante delle piccole deviazioni.

Questo credo andasse precisato. Per continuare.

Continuare 

Adorava, di quella città, il caos, la gente, i posti, gli odori, i colori, quasi tutto. Raramente, per uno che ha toccato quasi tutti i punti del mappamondo che vi sembra inopportuno anche solo toccare, gli era parso di stare così bene come in quella città.

Gli dava voglia, quella città, di continuare.

Per quello, ci tornava volentieri.

Arrivando, per sua natura, per frequenza, per amore della vita, ad aver conosciuto il bene e il male che una città così può fare.

Si era ritrovato a camminare. Sparendo tra la folla, cosa che sapeva fare molto bene.

Da comparsa a spettatore.

Questo è il segreto di chi viaggia e ama. Defilarsi, per amore, per natura, e osservare.

Avere la fortuna di osservare e non essere parte.

Si potrebbe dire che è una appropriata definizione di felicità.

Se questo non fosse, ne converrete, un argomento differente e ostico. Meriterebbe di essere approfondito. Ma non adesso. La felicità è il defilarsi dalla vita, per un attimo, per guardarla da fuori.

In ogni caso,

camminava.

Defilandosi dalla scena, rimanendo ai bordi, scomparendo come gli ultimi della città, quelli che nessuno vede.

Nella mano destra un sacchetto di plastica, malconcio, sicuramente usato, con sette pensieri, sette regali, sette oggetti. Di poco valore. Comprati con attenzione, pagati con le piccole monete locali, spiccioli. Lasciando anche il resto per un buon caffè.

L’unico in città che potesse assomigliare a un caffè di casa.

Fatto con una vecchia macchina, a pressione, arrugginita, tenuta senza dignità fuori da un ristorante, quasi fosse un invito a entrare. In una città in cui pochissimi bevono caffè. Forse per questo, nel ristorante non c’era mai nessuno.

Camminare.

Con un sacchetto nella mano destra.

E poi, di colpo, poco prima di un grande incrocio, accorgersi di avere qualcosa di ingombrante nella mano sinistra.

Cazzo.

Avrebbe detto lui.

Mi manchi, invece, gli era uscito.

E si era fermato, davanti a una vetrina. Vendevano scarpe, brutte, vetro impolverato e luci al neon. Nessuno comprerebbe scarpe in un posto che sembra un obitorio.

Nessuno, di contro, si fermerebbe per un pensiero del genere, trovato nella mano sinistra.

Si era buttato in un vicolo.

Faceva così, a volte, per rispondere al fuoco incrociato a sorpresa della vita.

Si buttava nei vicoli.

Verrebbe naturale farlo anche a voi, se la vita vi sparasse spesso.

La vita, comunque, spara solo a chi alza la testa, uscendo dalla trincea per vedere fuori.

Agli altri, che gattonano spaventati, la vita mica spara. Muoiono di noia.

Che è peggio, aveva sempre pensato lui.

Mi manchi.

Adesso, mi manchi.

Come, avrebbe risposto lei.

No, non è necessario fare un passo indietro. Questa volta.

Di lei non parleremo.

Non è necessario.

Credo sia chiaro.

Ma lei, avrebbe chiesto, come ti manco? come cosa?

Lei e le sue domande, che io, per dovere grammaticale metto il punto di domanda, ma le domande sue mica mai finiscono con i punti di domanda. Anzi. Lei le domande le finisce con punti esclamativi. Perchè, dicono, conosce già le risposte.

Ad ogni buon conto.

Anche lui, nel mezzo di un vicolo che poi si è scoperto essere il retro dei piccoli ristoranti che danno sulla strada principale, con un forte odore di piscio, rivoli di acqua sporca, tombini intasati, e tutte le carte in regola per essere un pessimo posto dove fermarsi a far pensieri, anche lui nel mezzo di questa umanità larga due metri e lunga venti, si era chiesto, sottovoce, cosa gli mancasse esattamente, di lei.

Aveva deciso di non rispondersi.

Che poi è il suo modo per evitare di fare la fila allo sportello delle risposte, con un plico di domande, un numerino, e tutta la coda degli uomini che chiedono a Dio di essere, per una volta, clemente, e di dare una risposta.

Non servono, spesso, risposte immediate.

Basta continuare, lo diceva sempre anche suo padre, a camminare.

Ricominciare

Ricominciando a camminare aveva smesso di pensare. Funziona sempre. Era uscito dal vicolo, buttandosi su una strada che, con buone probabilità, lo avrebbe portato al porto. Dove, con buone probabilità, gli avrebbero servito qualcosa da bere.

Di forte.

Che, con buone probabilità, lo avrebbe aiutato a affrontare un altro attacco del genere.

Invece, questi racconti si basano tutti su questo “invece” che diventa il ritmo di tutta la canzone, come il piede del batterista sulla grancassa, dicevo, invece gli torna in mente subito il pensiero.

Mi manchi.

Aveva smesso di camminare, e ricominciato a pensare.

Poi aveva ripreso a camminare.

Al porto, si era detto, sarebbe stato comunque opportuno arrivarci.

Con o senza risposte plausibili.

Il rhum dei pescatori, lo sapeva per esperienza e per sentito dire, aiutava molto, in questo genere di questioni.

Ne aveva ordinato un bicchiere.

Bevendo, a piccoli sorsi, per non rovinarsi la sorpresa del sapore pungente e spigoloso del rhum, aveva capito.

Mi manchi.

Come tutto.

Fammi una lista, di questo tutto, avrebbe incalzato lei.

Lei è una che incalza.

Non lo dico per mettere le mani avanti. Lo dico perchè lo sanno tutti. Lei incalza.

Nella vita, lo dico per esperienza, le donne che incalzano è meglio lasciarle perdere.

Lasciarle ad altri uomini, più pronti ad essere incalzati.

Nessun uomo è pronto ad essere incalzato. E’ la natura del maschio a non esserlo.

Ma alcuni non lo sanno.

Come la fanteria, sono quelli che muoiono prima.

Fammi una lista.

Di cosa?

Di cosa ti manca di me.

Tutto.

Troppo facile.

Ma è vero.

A uno come te non può mancare tutto. Ti mancherà qualcosa di ben preciso.

(come ad esempio i soldi per pagare il rhum, ma questo è un altro pezzo del racconto, decisamente più tetro per come è finita poi).

Mi mancano i tuoi baci, posso ammetterlo. Aveva detto lui, sottovoce, guardando il bicchiere e il rhum.

Sei una donna intelligente, sai che i tuoi baci mancano agli uomini. Perlomeno a lui.

Può farne a meno, potrebbe, ma soffrirebbe molto.

Mi mancano il tuo sapore e il tuo odore.

Motivo per cui ti lecco, ragione per cui ti respiro.

Appena ne ho modo.

Questo lo aveva pensato scorrendo il dito sul bordo del bicchiere e, istinto, mordendosi il labbro.

Ricordava alla perfezione il suo sapore. Il suo odore meno. Lo ritrovava, a sorpresa, nei posti più inaspettati. Un profumo diverso tutti i giorni.

Quasi lei, donna, non volesse farsi trovare da nasi troppo mediocri.

Mi manca il tuo culo. Appoggerei sul tuo culo un bicchiere di rhum, ci starebbe perfetto, tu sdraiata sulla pancia, e io che leggo.

Ma questo, lo capiva da solo, non è quel genere di complimenti che si dicono. Non è piacevole per una donna essere paragonata a un mobile bar.

Eppure lui lo avrebbe fatto. E lei lo avrebbe capito.

Mi manca che mi capisci con gli occhi, mentre mi cerchi con la bocca e mentre ti affanni a sfuggire alle mie mani.

Quelle lotte che, ultimamente, avevano messo in scena. Ai bordi delle strade, nei parcheggi, nei posti dove di solito due persone non si mettono a lottare.

Ma fanno altro.

Ma di quello che altri fanno, a loro è sempre importato poco.

Mi manca anche questo, era venuto in mente a lui.

Il fatto che degli altri non ci preoccupiamo, quando invece due persone ragionevoli sarebbero terrorizzate.

Mi manca di parlarti e di sentirti ridere. Aveva pensato.

Più di sentirti ridere.

Gli piaceva sentirla ridere.

Succede agli uomini che hanno sentito piangere e urlare, che capiscano il peso specifico di una risata.

C’è tutta una teoria sulle risate e su chi ride, che noi non prenderemo in considerazione adesso, perchè delle teorie in questa storia non ce ne facciamo nulla, ma che dice che chi ride ha pianto un sacco.

Lui, ad esempio, adesso, sta per piangere.

Il pianto dei maschi è una questione ancora poco studiata.

Comunque i maschi, quelli veri, piangono un sacco.

Un pianto a volte strano, quasi comico, ma sempre molto bello da vedere. Soprattutto se, questo vale per tutti, non si è la causa stessa del pianto. Essere la causa di un pianto ed essere di fronte alla povera vittima è sempre parecchio noioso.

Lui sta per piangere.

Come quel pianto da peperoncino, da curry, da spezia inaspettata.

Che quasi esplodi in un singhiozzo, che se non lo trattieni, insomma che poi ti si arrossano gli occhi e via. Succede tutto in un attimo. Caldi, densi, lacrimoni. Una reazione al piccante.

Una reazione alla vita.

Lui sta per piangere.

Perchè, di fondo, non era poi così pronto.

A questo genere di cose.

Tipo ritrovarsi una sensazione di questo genere, di questa portata, di questo sentore, tutta in una volta.

Uno, superati i trenta, in attesa dei quaranta, non è ancora pronto a questo genere di bordate.

Ha appena smaltito gli amori falliti, i tradimenti, le mancate aspettative, il rotolare delle convivenze, come balle di fieno nel West dell’amore.

Non è pronto a questo genere di cose.

Cazzo.

Allora, una lacrima, occhio destro, scende.

Bellissima.

Un sorso di rhum.

Per condire la lacrima, avrebbe voluto dire.

Avrebbe voluto dire 

Avrebbe voluto dire, anche, mi manchi. Sottovoce.

E’ una frase bella da dire.

Manchi, nella mia vita.

Ovverosia, senza di te non è piena il giusto.

Come se fosse un “quasi”.

E’ bello mancare, nella vita di qualcuno.

Sapere di poterla riempire.

Oppure no.

Ma saperlo.

Manchi.

Insomma, vado avanti da solo, si era detto. Però con te è meglio.

No, perfetto lo dicono i bambini. Perfetto è una parola brutta, dopo una certa età.

La vita non è perfetta.

Guarda me, che piango in un bar.

No, non era piccante. Il rhum non è piccante.

Sto proprio piangendo.

Ecco, la vita, passata una certa età, te ne accorgi da solo che non è proprio perfetta.

Anzi.

La vita è anzi.

Per questo, se mi manchi, è meglio che tu ti mobiliti per non farlo accadere mai più.

No, insieme non siamo la perfezione.
Ma un’unione splendida di un sacco di errori, qualche rimpianto, due segreti, tanti dubbi.

Quello che, lasciatelo dire, vorrebbero essere tutti.

Si era alzato, con questi pensieri, lasciando la mancia piegata sotto il bicchiere, come fanno i gangster e gli sfigati.

No, non era un gangster.

E se ne era andato, ritornando nella pancia della città.

Avendo poi ripreso il controllo della mano sinistra e di quelle strane sensazioni.

Che sono, ve lo dico per esperienza, quelle che ti fanno davvero pensare una sola cosa.

Sono vivo davvero.

Grazie.

(Calcutta, 2016, racconto in quattro passi) 

 

 

Diventare (hong kong leather market)

Immagina il pungente profumo dei fiori, venduti da un baracchino all’angolo di un vicolo. Colori precisi, viola, rosso, verde acceso e intenso, marrone, giallo. E il profumo. Appena sotto, il rumore del traffico, taxi che corrono quasi scappassero da qualcosa che li insegue, rumorosi autobus che quando frenano sembrano elefanti che piangono. Tram che sferragliano. Devi imparare a camminare, in queste città. Imparare a camminare. Scandendo passi, come parole. Il minimo indispensabile, per essere quasi trasparente. Scomparire, come il fumo della carne che arrostisce ai bordi delle strade, come le ombre che spariscono nei vicoli, bui, pieni zeppi di umanità.

Il caldo, solo una promessa, solo una anticipazione, di quello che l’umiditá qui combina con  l’estate. L’acqua sporca, che scivola, rivoli neri, verso i tombini.

Non mi interessa se non mi ami. Dovrò, a un certo punto, imparare a farmene una ragione.

Prendo un caffè, nascosto tra due negozi c’è un ristorante di dim sum che ha una vecchia Nespresso, arrugginita, che fa tazzine miracolose di caffè. Odore, subito, di casa. Casa è lontanissima. Forse per questo mi manchi. Il caffè è come se fosse un buon modo per starti vicino.

Tutto è in movimento. Scompaio nelle file disordinate di persone, nei vicoli, nella grossa strada principale, salgo e scendo dalle scale del metrò. Ho fatto molte volte questa strada. Adoro farla senza fretta apparente, godendo delle luci, prendendo volantini dalle ambulanti che vogliono farmi un massaggio. Promettono di essere sensuali, donne povere, mani sporche, sorrisi senza denti, implorano di seguirle, nel buio di qualche atrio, per trenta dollari.

Quanto vale la purezza? Trenta dollari.

 

Per arrivare al mercato delle pelli, bisogna aver buona memoria, di punti di riferimento come quella profumeria con l’insegna rosa e i neon, e poi il venditore di latte di cocco, con la coda di studenti in fila, un bicchiere dieci dollari. Poi proseguire dritti vicino al giardino della scuola cattolica, con i bambini in divisa dietro alle inferriate che giocano con palle colorate, nel chiasso immenso. Un oasi.

Mi manchi, guardando questi bambini. Come mi manca il silenzio, a volte. Ecco, mi manchi come mi manca il silenzio.

Adoro la pelle. Sono di quegli uomini che trovano truce uccidere una vacca, solo perchè non amo la carne.  Ma adoro la pelle, conciata, stesa ad asciugare, adoro osservare le mani sapienti che bucano, grossi aghi, punzoni, filo di corda spessa, nodi da marinaio, come promesse, difficili da imparare, impossibili da sciogliere.

Qui vendono, barattano, rubano, tirano, nascondono, le pelli che dal secolo scorso, coprivano uomini e donne, borse, cappotti, giubbotti, giacche, stivali.

Due, in fondo bastano e avanzano, sono quelli che, con i ritagli, usando carta di scarto, fanno splendidi quaderni.

Terzani, camminando per questo mercato, portava sua moglie per mano. Lo racconta, con gli occhi pieni d’amore, sua moglie. E compravano i suoi quaderni.

Un quaderno serve a tenere memoria, come fosse un racconto. Memoria intima, quella dei quaderni. Nessuno legge i quaderni, se non chi li ha scritti.

Non riesco a nascondere le cose, non riesco più a farlo. Invecchio anche io. Invecchiando divento sincero.

I quaderni di pelle di questo posto sono tra le cose più preziose. James, dice di chiamarsi James, li fa con gli avanzi delle borse, che ricche donne annoiate, in infradito, comprano per poi buttare in qualche armadio, tornate dal viaggio esotico.

A James, credo, non interessa molto dove vanno a finire le sue borse.

Sui quaderni, James, ha una visione differente.

Li vende uno alla volta, non contratta sul prezzo.

Ha una piccola collezione di quaderni con la copertina di seta. Una moneta che tiene lo spago per chiuderli.

Quaderni per principesse, dice ridendo.

Ha quaderni di pelle, stupendi.

Di ritorno mi siedo sul metrò, pensando che sto invecchiando.

So che tu stai bene.

Lo so perché lo sento.

Mi manca il tuo ridere.

Mentre sto seduto qui.

Lo scriverei sul quaderno.

Porto con me la busta, fino al trentaduesimo piano del grattacelo che da sulla baia.

Uno dei bar più belli del mondo, dice il cartello.

Il sorriso della hostess mi ricorda Milano. Non so perché.

Mi fa sedere, oltre il vetro osservo i traghetti che passano lenti sulla baia, le luci dei palazzi.

Ordino rhum.

Adesso, nonostante tutto, dovresti essere qui.

Ma non sarebbe un bel racconto.

Assaggio il rhum. Tutto è rosso e nero, qui. Dai sottobicchieri, fino alle divise, scollate, delle educate cameriere.

Abituate a ricchi puttanieri inglesi.

Adesso mi manca il tuo sapore.

Ed essere nudi davanti a questo vetro.

A guardare.

Dovresti raggiungermi, per stare bene.

Questo credo tu lo sappia.

Finisco il rhum, faccio un cenno al mare della baia, come se fosse un amico da salutare.

E torno nella gente, diventando trasparente nella città infinita.

Mi manchi

Diari Armati Dall’Asia

Mi chiamo Franz. Mi chiamano Franz. Mi chiamano anche Frank, a volte Frankie, le donne incazzate Francesco. Ma non perdiamo tempo. Non ne abbiamo, d’altronde.

Scrivo da, approssimativamente, una stanza, umida ma molto curata, a novemila kilometri da quella che i più considerano casa mia.

Ho già espresso la mia opinione su quello che ritengo essere un buon modo di definire casa.

Che ognuno la definisca come meglio crede. Io ho casa dove amo. Da un po’.

Scrivo questo diario di fretta, prima che il sonno mi uccida, come un killer, facendomi svenire sul letto, vestito, come succede a chi combatte il jet lag a colpi di whisky e birra.

Vorrei fosse possibile che i miei diari fossero raccolti da un narratore capace di raccontare, di capire, di cogliere il senso.

Uno che mi conosce bene, che possa prendere le storie, stirarle, spremerle, e tirare fuori le verità che galleggiano.

Ho lasciato il mio cellulare sul sedile di pelle di una vecchia Toyota, un taxi, a Hong Kong, su QueensRoad East, proprio di fronte all’albergo dove ho dormito, per una notte.

Le mie notti a Hong Kong meriterebbero delle memorie a parte. Come i miei giorni. Di Hong Kong, il curatore del mio diario, dovrebbe sapere che ho una conoscenza approfondita del benessere che scivola sulla città come il mantello di nebbia umida del mattino, ma anche del malessere, che scorre nei vicoli intorno al porto, come l’acqua di scarico dei ristoranti squallidi.

Ho visto molte albe a Hong Kong, qualche tramonto, posti che si possono raccontare, posti che sarebbe meglio non menzionare, posti che ricordo male di mio, e forse è un bene.

Capita che le vite come le nostre si scrivono di pagine che riempiono il cuore, di pagine che spaccano il fegato, di capitoli che spezzano le reni.

Hong Kong è tutto questo, per me. Posso scegliere. Difficile, in un altro posto al mondo, poterlo fare.

Vorrei che questo fosse scritto. Adesso ho questa urgenza di tenere un diario, che sia vero come le cose che vedo, respiro, mangio, le strade che percorro. Mi aiutavo con le foto e con i messaggi, non posso più farlo. Devo bastare a me stesso, per questo scrivo un diario. Per non dimenticare. Avrei guardato pigramente le foto, te le avrei fatte vedere, quando seduta, rapita, mi ascolti. Invece dovrò bastare a me stesso.

Il tronco dei ficus si annoda, tutto a Hong Kong fa sembrare la lotta tra l’uomo e la natura, vinta dall’uomo bastardo, perenne e infinita, il tronco, dicevo si annoda. Mi appoggio per osservare dall’alto la città.

Ieri notte ho fatto finta di farmi guidare, per non svelare la mia conoscenza dei sordidi vicoli, fino in un posto. Amazonia. Puttane filippine, papponi inglesi, musica rock, sudore, caldo, fumo, alcool. La perdizione, formato locale.

Chi mi accompagnava dice di esserci capitato per caso, una volta, in un viaggio passato. Nessuno capita per caso all’Amazonia. Ci devi voler andare, sfidando il quartiere popolare, i cinesi ubriachi, le strade sporche e la dignità.

Adoro questi posti. Si trovano storie bellissime. Ma ero troppo stanco. Allora, che venga menzionato nel diario, ho offerto da bere a una sconosciuta, lasciando pagato un drink. E me ne sono andato.

La domenica, a Hong Kong, tutto ha un ritmo più umano. E’ anche molto simbolica, per me. Visto che di domenica ho conosciuto la città, visto che di domenica spesso ci torno.

Le campane della vecchia chiesa suonano la messa, con qualche ricco inglese che corre verso il portone, mentre camminiamo verso il tempio.

Prego mia madre, nell’odore intenso di incenso e sudore. Ascolto il ritmo della campana e del tamburo, osservo i movimenti. Essere l’unico bianco.

Mi succede spesso da questa parte del mondo. Dovessi morire, che venga scritto, si dica che ho frequentato il peggio e il meglio di questo mondo. Amandoli entrambi follemente. Il meglio ti tenta facile, ma è amando il peggio che apprezzi davvero tutto.

Birra, gelata, pagata come un intero pranzo, nella via dei ricchi banchieri, mentre le colf portano a spasso i cani, le mogli escono a correre con ridicole tutine aderenti, e pensiamo ai giorni che ci aspettano.

Perchè, anche così, non smettiamo mai di pensare.

Sul taxi che mi porta in aeroporto ragiono. Mi piace farlo guardando il mare, le piccole golette che spuntano tra la fitta vegetazione.

Fitta vegetazione, a queste latitudini, è davvero una definizione calzante. Sono gli alberi che assediano le piccole spiagge, sconfinando nell’acqua, rubando terreno.

Bevo champagne, a diecimila metri, ascoltando e rispondendo.

Ogni volta che atterro a Taipei ho sempre la sensazione che sia un posto molto diverso da tutto il resto.

E’ talmente lontano da Hong Kong che credi di essere tornato indietro, nel tempo e nello spazio. L’Asia ti fa innamorare anche per questo. A distanza di un’ora, hai mondi completamente separati.

Mi danno la stessa stanza. Sempre. 1315. Come volessero farmi sentire a casa. Mi danno lo stesso bicchiere, sempre. Sanno cosa bevo. Ricordano, probabilmente, che sono quello che resta a scrivere di notte, sotto l’ombrellone fuori sulla strada, fumando e bevendo.

Ho la sensazione che ci aspettino giorni quantomeno intensi. Devo riposare.

Ho la sensazione che nessuno curerà questo diario, se non il sottoscritto.

E’ una sensazione bella, perchè è un regalo. Questo diario.

Le storie segrete, della mia Asia, le tengo per quando, non avendo foto da farti vedere, ordinerò da bere e ti racconterò tutto.

 

 

Bloody Jungle

La prima cosa che sento, dopo dodici ore di volo, è l’odore di mare. Forse perchè l’odore del mare è quello che voglio sentire. Ognuno trova quello che vuole nei viaggi della propria vita. 

Lo riconosco, riconosco l’umido caldo, riconosco il vento tiepido e le orchidee in ordine nei grossi vasi. Riconosco i soldi, che sembrano finti, riconosco le mangrovie, i ficus, la giungla che esplode intorno alla città. 

Il treno sfreccia verso il centro. Sei minuti dopo siamo seduti su un vecchio taxi, guidato da un vecchio taxista, che ride come i vecchi. Con fascino ed esperienza. Sei minuti dopo mi rendo conto di aver lasciato sul vecchio taxi il cellulare. 

Periodo ostile, questo. Come fossero i graffi del 2015, che rimasto chiuso nella gabbia del passato, prova qualche ultima unghiata. 

Pazienza, mi dico. Scriverò di più. Il problema è farlo meglio, per sopperire le foto che avrei fatto, che tu avresti visto, che ti avrebbero aiutata a sentirmi. Pazienza, mi dico, posso farlo. 

La prima cosa che faccio è prendere il piccolo ferry dal molo di Central fino ai Nuovi Territori. È la prima cosa che faccio sempre. Per darti il peso di questo sempre, sono stato più volte in questa città che a Como, a Firenze, a Novara, a Torino. 

Questa città mi chiama, spesso e volentieri. Perdizione per palati fini. È uno dei due posti al mondo per il quale accetterei un trasferimento. 

Il tempo è buono, aria di mare sulla passeggiata, operai che montano le grandi impalcature che serviranno per il capodanno. Mancano pochi giorni, la città è in fermento. 

Ore nove. Colazione. Birra, fredda, molo, sigaretta. Silenzio. Stanchezza che ruggisce. A tratti cancella la memoria. Jet lag del cazzo. Lo conosco, purtroppo, fin troppo bene. 

Ore undici, brunch. Birra, gelata, onion rings, ali di pollo, seduti su due trespoli a Soho, mentre gurdiamo la vita passarci addosso. 

Hong Kong ai sveglia tardi, nelle vie dei bianchi ricchi. È un piacere vederli procedere decisi verso i loro brunch, scolpiti dalla palestra, dal sole e dai soldi. 

Ore tredici. Mi accascio sui divani dell’hotel, svenendo di sonno, nervoso, stanchezza e birra.

Ore quindici. Mi svegliano consegnandomi le chiavi della stanza.
La sera, ora che mi risveglio, è arrivata prepotente, con la sua nebbia che viene dal mare, il suo umido e la gente, gente ovnque. 

Il mercato nero è un serpente di bancarelle chiuso tra due vicoli, nella pancia della città. Spintonando riesco a trovare quello che cerco. Raro. Per questo accetto il prezzo. 

Ceniamo in un ristorante per yankee, con prezzi da yankee, vino da yankee, e cesar salad da yankee. 

Strisciamo per i vicoli, per prendere l’ultimo traghetto. 

Ho paura di svenire, dalla stanchezza, per questo mi tengo al corrimano.

Finiamo al Amazonia. All’Amazonia non ci finisci. Lo scegli. 

Superata la fitta rete di puttane filippine, arrivo al bancone e ordino whisky. Una band suona cover metal. 

Inglesi ubriachi, puttane filippine, arabi in calore, caldo, umidità, vista offuscata.

Ordino il secondo. Lascio pagato un drink per una bionda, credo australiana, di una bellezza urtante. 

Lo faccio per classe e per stanchezza.

Prendo un taxi. Devo dormire. Adesso.