Questo sregolato bordello

3 Mar
Un negro, probabilmente un rapper di quelli che vogliono fare i criminali perchè le rime non vengono bene,  lancia piccoli sassi sul vetro della finestra del Motel nel quale ci siamo nascosti.
Scappiamo da un pezzo.
Scappiamo bene, dico io.
Scopiamo bene? risponde lei con fare interrogativo.
Non capisce mai un cazzo, penso io, mentre le sorrido e le dico: sono innamorato di te.
Sorride, pensando, questo cazzone non capisce mai un cazzo.
Siamo, oggettivamente, tesi. Sotto pressione.
La fuga ci sta snervando.
Sono sulle nostre tracce da un pezzo, ormai.
Lei non è nata per scappare.
Io non sono nato per avere carichi, mentre scappo.
Ci amiamo da un pezzo.
Sai quelli che si ricordano date, orari e luoghi?
Ecco, scordatelo.
So solo che eravamo sul cofano di una macchina presa a noleggio, pago contanti, evito telecamere, faccio di tutto per non lasciare tracce, poi lei si trucca guardandosi nel vetro di una stazione di polizia, e su quel cofano della macchina io ho sentito due cose.
Un vento caldo inaspettato per il periodo. Direttamente dall’erba, saliva fino alla pancia.
E un senso di pace enorme.
Lei, probabilmente, ha sentito solamente la mia pancia spingere sulla sua. Così va la vita, baby.
Non chiedetemi la data.
Non ho bisogno di un altro anniversario, da festeggiare da solo in un fast food.
Candeline su pancake, cameriere grasse, camionisti.
Qualcuno tira sassi sul vetro.
Comunque.
Segnale non buono.
Avevo ventun’anni la prima volta che sono scappato.
Trentuno la prima volta che mi sono fermato per una donna.
Il sogno americano.
Tutti hanno diritto al sogno americano, mi ripeteva sempre mio padre. Che, nel sogno americano, guidava autobus che portavano ricchi ragazzi bianchi in ricchi quartieri per ricche famiglie bianche.
Tutti hanno diritto al sogno americano, ho pensato a trentun’anni, guardandola nuda, sdraiata, con i suoi occhi addosso.
Il sogno americano di mio padre andava in retromarcia.
Il mio sogno americano, quella notte, si è rivelato, tecnicamente, una colossale figura di merda.
Si dice così, quando hai davanti una donna nuda che ti vuole e niente del tuo corpo funziona come dovrebbe, se non la testa, che viaggia veloce sull’autostrada della paranoia, giusto?
Fanculo.
Avevo trentun’anni. Una vita fa.
Da lì, sono risorto lentamente.
Fino a quando ho incontrato lei.
Aveva voglia di parlare, parla un sacco.
Io di scopare.
Vincono sempre le donne, in questi casi.
Lo impari con il tempo.
Poi ci siamo incontrati nel buio di un posto, le ho offerto degli spiedini di pollo e del vino.
E mi sono accorto che, oltre che essere bella, ha senso.
Ha senso quando parla, quando gira i piedi all’interno, come i bambini.
Succedeva tempo fa.
Poi una sera quella storia del cofano.
Si, se ve lo state chiedendo, siamo complici.
Ma lei non ha colpe.
Si, se ve lo state chiedendo, scappiamo insieme.
Lei apre del vino.
Buona idea.
Bevo un sorso, le passo un sorso sulle labbra.
Sono asciutte, tese, piccole.
E’ così, quando è nervosa.
E’ nervosa. Allora mi dice cose tipo, cazzo non parli, dimmi cosa vuoi. Si mette le mani nei capelli, si agita, si rigira nel letto, nuda, lasciando che il seno si appoggi sulle lenzuola.
Sincero?
A vederla così, capisco mio padre.
Uno nella vita deve credere in un punto di arrivo.
Lei mi odia, quando faccio due cose: parlo al futuro o chiedo del presente.
Mi odia a modo suo.
Socchiude gli occhi, stringe le labbra e le gambe.
Ho letto un libro una volta, mentre aspettavo che gli sbirri di un paese appena fuori New York smettessero di cercarmi, chiuso in un Motorhome affittato da un negro sordo e stronzo, sulla comunicazione del corpo.
Non avevo null’altro da fare.
Lei si chiude.
Come le ostriche.
Che se uno non conosce il valore della perla, è finita.
Lo stronzo fuori non smette di far rumore contro il vetro.
Vecchia tecnica per farmi aprire la porta.
Stronzo.
Metto un asciugamano addosso, prendo la vecchia Glock, colpo in canna e mi affaccio alla finestra.
Nessuno, cazzo, nessuno.
Perchè non mi scopi questa sera?
Fa domande così, lei.
Prima lezione: non risponderle che lei è chiusa come un’ostrica.
Seconda lezione: è tecnicamente poco probabile che la cosa finisca come deve finire in un romanzo rosa.
Conviene buttarla sul vino.
Testarda, non smette di chiedere.
Una donna normale, per dire, chiederebbe cose del tipo:
quando smetteremo di scappare?
Quando mi porterai in una di quelle casette appena fuori città, compriamo un cane e pensiamo a un bambino.
Lei no.
Lei chiede
Perchè non mi scopi, adesso?
E tu, mettiti nei miei panni, rispondi confuso.
Una donna normale sarebbe già stufa della fuga.
Lei no.
Lei è lì con te.
Sorride.
Sempre.
Scappiamo insieme per sempre non suona come una bella promessa di vita.
Per questo resto zitto.
Dovrò, prima o poi, valutare quella storia della casetta fuori città, del cane, della tv via cavo.
Per lei lo farei.
Solo per lei.
Stasera avrei bisogno di farmi una scopata di quelle che ti fanno perdere l’orientamento, la dizione, il tatto, l’olfatto e la vista.
Mi siedo.
Le prendo la mano.
La accompagno a prendermi.
La bacio.
Sento i suoi seni spingere.
La sua pancia che si inarca.
Respiriamo.
Mi risiedo.
Mi guardo in mezzo alle gambe.
Il nulla.
Figlio di puttana.
C’è sempre qualcosa, tra me e il sogno americano.
Lei finge di non essere perplessa.
So che sta bene con me, anche se non me lo ha mai detto.
Ma al mattino mi cerca, alla sera mi vuole.
Questo è il suo modo di dirmelo.
E’ perplessa.
Io penso alla mia vita.
Che giostra strana.
Che puttana.
La vita, intendo.
Guardo la pistola, sul tavolino, i due bicchieri.
La luce soffusa.
Che posto di merda, penso.
Le accarezzo il culo.
Lei chiude gli occhi.
Ha smesso.
Il negro fuori.
Ha smesso anche di piovere.
Mi si alza, di colpo, tutta la vita, come un vulcano. Dentro.
Sto per esplodere.
Questo è il segnale, che conosco molto bene.
Dove sei con la testa? Lo chiede girandosi su un fianco.
Non posso dirtelo, non posso farlo.
Sono qui con te, che sei il mio sogno americano, e allo stesso tempo con tutte le volte che qualcuno mi ha rubato il sogno americano.
Gli animali feriti continuano a cacciare.
Ma le ferite, a volte, fanno male.
Prendo i pantaloni.
Mi rivesto.
Dobbiamo ripartire, le dico.
Prende le scarpe facendo un casino enorme.
Fai piano, le dico.
Perchè mi dici sempre ti amo, se non è così, risponde.
Non capisci un cazzo, penso.
Ma è vero.
Quello che sei per me si potrebbe riassumere così.
Il cane, penso, lo voglio scegliere io.
Visto che tu scegli tutto il resto.
Almeno il cane, cazzo.

4 Risposte to “Questo sregolato bordello”

  1. Bobby 3 marzo 2016 a 20:22 #

    Oh Frankie che botte di pezzi stai partorendo?
    Tanta robbbba!

    Bravo bastardo.

  2. Jan 3 marzo 2016 a 21:03 #

    Sei un pavido pagliaccio.
    Sono al Mom, appoggiato al bidone su cui, quando ancora eri un vero uomo, appoggiavi il casco e un bicchiere di vino.
    Ci sono tutti.
    E tu non ci sei.
    Mi dicono che tu stia lavorando, scrivendo, soffrendo.
    Un tempo mi avrebbero detto: sta scopando.
    Pagliaccio.
    Noto, con malinconia, che scrivi sempre meglio.
    Ricordati della strada, Franz.
    Tu vieni dalla strada.
    Come quando le tue improvvisate puttane ti rapivano e io te lo ricordavo, adesso te lo ricordo ancora.
    Per scrivere un libro avrai tempo quando sarai legato a un catetere.
    E il lavoro non ti ha mai fermato.
    Tirati fuori, pagliaccio.
    Prendi quella cazzo di moto da sballone sgangherato e torna in strada.
    La strada ha una sua grammatica, ed è la mia materia.
    Ricordi chi ha scritto questa Rima?
    Tu, pezzo di merda.
    Scusa lo sfogo, ma è ora che torni.

    Jan

  3. Enne 3 marzo 2016 a 21:19 #

    Lascia che ti scriva una cosa.
    Anzi due.
    Io che commento poche volte.
    Racconto bello.
    No. Non bellissimo, bello.
    Hai talento, ragazzo.
    Ne hai da vendere.
    Ma, è un ma sospeso, un ma da studentessa, ma c’è ancora troppo Fante, strisce di Miller, spicchi di Carver e poco Pennac.
    Io, permetti?, ci voglio Marquez.
    Quello di quando scrivi con la punteggiatura disperata, quello da doppie metafore, frasi con tre soggetti e un verbo.
    Detto questo, mi sembra sia un anno buono per la scrittura.
    Conoscendoti, vuol dire che il resto è un macello.
    PS: concordo, fatti vedere in strada.
    Manchi.

  4. Il Nonno Palloso 3 marzo 2016 a 21:53 #

    Visto che commentano tutti sto giro commento anche io.
    quattordici luglio, anni addietro.
    Mom, due e mezza di notte.
    Appoggiato alla serranda, eri fradicio marcio.
    E mi hai detto:
    Se poi finisco a scrivere racconti d’amore, cercami e sparami.
    Che vuol dire che mi sta andando la vita a puttane.
    Io vado, non la vita.

    Ti devo venire a cercare?

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