Avviare una start up

Un caro amico mi ha scritto invitandomi a parlare di quello che sto facendo, il mio nuovo, scintillante, lavoro.

Gli amici, radunati intorno ai bidoni di gasolio, al giovedì, si lamentano borbottando, per una sparizione ingiustificata, dovuta la mio nuovo, scintillante, lavoro.

Hai voglia di parlarne?

Eccome.

Mi alzo, infilandomi un termometro sotto l’ascella, ciondolando verso la macchinetta del caffè. Bevo acqua mentre accendo il pc, otto meno sei. Spettinato, mi siedo in mutande a rispondere alle mail. Bukowski sbronzo che scrive a macchina deve essere molto più attraente. Ne sono certo.

Lei entra, in mutandine, spettinata, mi dice “buongiorno amore” si avvicina, mi bacia, chiudo il computer. Scivola biancheria a terra, si arricciano piedi e tovaglia.

No.

Non è vero.

Sono solo. Buongiorno amore è un biglietto che non pago da un pezzo.

E parlare di una start up, statisticamente, è pericoloso.

Il tasso di fallimento delle start up, metteteci tutto, è circa l’86%.

Cioè le possibilità di sopravvivere, per me, sono il 14%.

Comprendo, di contro, l’interesse sul tema.

La mia idea, l’idea per cui ho rimesso in gioco la mia vita, è nata in una stanzetta squallida in affitto dove vivevo rimestolando riflessioni sulla vita, sull’amore, sulla paternità, sulla morte.

Ha avuto tempi di cottura molto lunghi, ne ho parlato con tutti.

Possibili investitori, amici, parenti, colleghi, compagni di università, sconosciute che abbordavo dicendo “ho in mente una start up”.

La prima cosa, in effetti, sulle start up, è essere in grado di spiegare l’idea. Esiste una parte accademica in merito. Regole scritte, domande preconfezionate. Hai un prodotto innovativo? Hai un canale unico? E’ un’idea profittevole?

La mia idea è diventata una scatola di idee. Perchè più ci pensavo più aggiungevo cose.

Una mattina, trentunesimo piano, Dubai, hotel, faccia nello specchio, annodare cravatta blu su camicia bianca su completo blu su scarpe nere, mi son detto: andiamo.

Ero pronto? No.

Ho preso un aereo per Taipei, a marzo, in primavera. Sono atterrato sabato, per darmi tempo fino a lunedì e prepararmi al meglio mentalmente. Programmavo tipo passeggiate, meditazioni, palestra, sonno.

In piena notte, svenuto per il jet lag, recupero il cellulare che suona. Mia moglie.

In lacrime.

E’ morto mio suocero.

Mi siedo sul letto, in mutande.

E’ morto mio suocero e io non ci sono.

Soffro.

Arrivo alla riunione dopo non aver dormito un cazzo. Presento al mio capo la mia idea e le mie dimissioni.

Passo fatto.

Al rientro mi fermo ad Hong Kong, un giorno e una notte. L’idea era di sbronzarsi felicemente. Invece mi sento stronzo per non essere a casa. Succede.

Ho aperto l’azienda, formalmente, a Maggio.

Maggio è un ottimo mese per fare cose, per me.

Sono nato a maggio, ho una sorella nata a maggio, una zia e una mamma nate a maggio. Per dire, dal dieci al venti maggio noi festeggiamo.

Lo ricordo come un mese bellissimo.

Scappo in moto, di solito, a maggio.

Nuoto per la prima volta nel mare senza muta, a maggio.

Il 27 maggio seduto davanti a un notaio, firmo.

Come ci si sente?

Dipende da cosa lasci, dipende da cosa trovi.

Cosa volevo trovare ce lo ho scritto in mente. Lettere di fuoco. E’ la mia vita, il mio progetto.

Cosa lasciavo, al netto di una busta paga in grado di mantenere me, la mia famiglia, i miei vizi, qualche lusso, spese incondizionate e uno stile di vita balordo, una macchina da pappone, tre moto, due case, una domestica, non era molto importante.

Ho brindato insieme al mio socio, alle spalle dell’università. Felice.

Il mio socio. E’ molto importante chi scegli. Perchè è una cosa molto più grande del matrimonio. Ho una società e un matrimonio, lo posso dire.

Il tuo socio è il tuo miglior amico, il tuo peggior nemico, un partner, una spalla, uno che ha bisogno di una spalla. Tutto.

Il mio socio è una persona stupenda, corretta, intelligente e curiosa.

La mattina dopo, di ottimo umore, mi sono svegliato e ho pisciato, intensamente, sangue.

In merito, c’è un libro stupendo. Forse il migliore di tutti. The hard thing about hard things.

L’unico libro che racconta cosa sia davvero una start up tecnologica, che impatto abbia sulla vita, sulla famiglia, sulle relazioni.

Scopro di avere un rene che ha deciso di scioperare.

E scopro di non avere tempo per pensarci.

I primi mesi sono quelli in cui ti adatti.

Tecnicamente, fai un po’ di tutto, impari, cerchi di capire cose, riprovi.

Sono anche i mesi fondamentali per far partire la macchina. Se non vendi, my friend, sei fuori.

Questo si traduce in una media, ponderata, di settanta/ottanta ore di lavoro/settimana.

Non hai fisicamente tempo per fare altro.

Invidi quelli che vanno dal parrucchiere, quelli che hanno tempo di comprare i vestiti, quelli che hanno ancora una vita sociale.

Ma è un’invidia passeggera.

Sei in Italia. Non nella Silicon Valley.

Questo, sempre, è meglio ricordarlo.

Affronti gente, in banca, che ti sbadiglia addosso.

Affronti gente, in ufficio, che ti osserva come se fossi un alieno.

Affronti gente, per strada, che ti guarda incuriosita.

Soprattutto se esci con un calzino si e uno no. (successo a settembre).

E’ fondamentale che tu abbia una famiglia che ti supporta, in tutto e per tutto.

Avere una moglie o un marito contro, o peggio disinteressato/a al tuo progetto, è mortale.

Te lo dico per esperienza. Doloroso curriculum vitae, ma d’altronde il mondo è pieno di cazzutissimi libri motivazionali. Io posso raccontarti la versione pulp.

Ti alzi, pisci sangue, dolore sordo al fianco sinistro, ti radi, tua moglie discute rabbiosa su qualcosa, ritiri la posta, bollettini da pagare, arrivi in ufficio, spali merda a quintali, ti viene anche detto che non hai le competenze per farlo, da gente che non avrebbe le competenze per lavarti il culo, ti viene detto che stai sbagliando, da gente che pur di non sbagliare non sceglie nemmeno, ti viene detto che sei l’ultimo arrivato, che poi è vero, ti accorgi che sono le 19.41 solo perchè fuori è davvero buio, esci, chiami tua moglie, che ti urla che sei in ritardo, arrivi a casa, ti siedi.

Ricominci il giorno dopo.

 

Il periodo “hot”, se per hot intendiamo dormire sei ore, lavorarne sedici, pisciare sangue, rosso come il conto in banca, e sentirsi addosso gli occhi di gente che ti dice: non ti si vede in giro, stronzo,  ecco questo periodo qui dovrebbe finire in due anni.

Per come sono fatto io, fra due anni vorrei aprire un’altra start up.

 

Ma alla platea vorrei raccontare un’altra cosa.

Il senso.

Ci sono uomini buoni e intelligenti, che lavorano una vita in grandi aziende, con grandi risultati. Ci sono uomini misurati e svelti, che lavorano efficientemente in studi notarili o legali, portando avanti il successo dello studio. Ci sono studiosi che insegnano. Ci sono molti uomini, molti destini, molte opinioni.

 

Poi ci sono quelli che si siedono e si chiedono il senso.

Si sta malissimo, a farsi le domande.

Il senso.

Ho aperto un progetto, ho un socio che ci crede, anzi due, ne sto per avere altri, di soci, e di progetti, per un senso.

Per costruire qualcosa di migliore. Per me, per chi lavorerà per me, per chi comprerà da me.

E’, il senso, la cosa che mi fa alzare la mattina, pronto.

Il prezzo.

Il prezzo del senso è altissimo.

Lo paghi tutti i giorni. Ma lo paghi volentieri.

Solo se il senso è davvero qualcosa che ti appartiene.

 

Ora, è evidente che non sono pronto a parlare di start up. Ho un sacco di teoria, circa una sessantina di libri, in merito, e poca pratica.

Quando avrò fatto pratica, parlerò meglio.

Riassumendo, ecco cosa vuol dire avere una start up: 

Se credi nel progetto, ci credono anche gli altri.

Quelli che non ci credono, prevalentemente hanno le loro buone ragioni. Usale, mi raccomando, per pulirti il culo.

Non frequentare gente che ti dice che non hai le competenze.

Se vedo uno cadere, non gli dico “coglione sei caduto”, provo a sollevarlo.

Lavorerai fino a perdere la cognizione del tempo. Ma trova del tempo per essere curioso, per leggere, per andare a conferenze, per capire.

Racconta la tua storia. E ascolta le storie degli altri.

Non avere paura. Non serve.

Ricordati del tuo fisico, è l’impalcatura con la quale vai in giro.

Non farti domande su cosa è andato storto. Rialzati, rifallo.

Rifallo. Rifallo. Rifallo.

Se è ancora storto, hai avuto un’idea del cazzo, ma ormai è tardi.

 

Life is short fritz, surf your dream !

 

 

 

 

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