Tristezza

12 Feb

Quando sono triste, faccio sogni ad occhi aperti, strani, complessi, decisamente malinconici, riduttivo chiamarli sogni tristi.

C’è il sassofono, anni ottanta, che sfuma. Tastiere golosamente gonfie, melodia perfetta.

Ci sono i profumi dell’autunno. L’autunno mi fa tristezza da sempre. Dimagrisco, perdo i capelli, dubito di me, in autunno.

In autunno mi sento mortale. In primavera, mi sento immortale.

D’estate, di contro, bilancio il tutto. Rinsavendo.

 

Di norma non sono triste. Lo spleen mi calza male, come un abito stretto, tagliato male. Lo indosso a fatica, divento nervoso, scalcio. Non ho un posto dove sto bene, la gente mi stufa, io mi stufo, mi stufo di leggere, di mangiare, di respirare. Mi annoio della mia stessa tristezza. E come i bambini, quando mi annoio, piango.

 

Sono triste raramente.

 

Oggi sono triste.

Di una tristezza che pare avere ottimi motivi per restare qualche giorno a farmi compagnia. Le mie tristezze hanno, di solito, ottime ragioni per trasferirsi da me.

Loro dicono.

Una delle ultime è arrivata suonando travestita da gioia, truccata da trasgressione, e si è installata nel soggiorno tra cuore e polmoni, bevendo birra al posto mio e farneticando sull’inutilità di avere un cuore.

 

Io apro la porta a tutte le emozioni. Mica che sono figo. E’ che fino a poco tempo fa aprivo la porta a tutto quello che suonava. E non sapevo nemmeno riconoscere le emozioni.

Non ho smesso di aprire, perché sono una persona curiosa. Però la tristezza, come un qualsiasi ospite, dopo il terzo giorno puzza. Sono ospitale, pure troppo, e curioso. Ma mi stanco.

La tristezza di oggi è gonfia di rancore e di “te lo avevo detto”. E’ la peggiore, perché si attacca al maglione della ragione, lo strapazza tirandolo e urlando “avevamo ragione quando…”.

Mi sono accorto del suo arrivo da uno dei segnali ineccepibili. L’incurvamento delle spalle e la ricerca di una playlist dei Dream Theater.

I Dream Theater accompagnano le mie tristezze da quando sono nati.

Quando la tristezza fa i bagagli, di solito, arriva Zucchero.

Menta e Rosmarino.

Adoro, comunque, uscirne lentamente.

Adoro uscire lentamente da tutto, che a volte è un bel problema.

 

Ho un modo di gestire la tristezza molto russo, balcanico. Permanente. Lo dicono i miei occhi da bulldog. I russi si sbronzano per giorni, dimenticando dove abitano, dormendo per strada, rischiando la vita. Io faccio così con la tristezza. Sovietico delle emozioni.

 

Solitamente vado al mare. Io vado al mare sempre. Funziona quando sono felice. Quando sono dubbioso. Quando sono innamorato. Quando sono disperato. Quando ho nostalgia. Funziona anche quando sono triste.

Il mare, a modo suo, mi cura in ogni caso. Adoro il mare, quando sono triste. Perchè vedo triste anche il mare. E poi, di colpo, magari un gabbiano, magari un riflesso, magari un odore forte, magari un ricordo, e mi ritrovo in piedi. Pronto.

 

Evito le donne.

Quando sono tiste.

E’, ne converrete, parecchio complicato.

Evitare le donne.

Anche essere tristi con delle donne intorno, è complicato. Noioso e complicato.

Evito anche gli uomini, ma li tollero meglio.

 

Evito anche i colori accesi.

Come le donne, mi calzano male.

 

Evito i posti affollati.

Come i colori accesi, non mi si addicono.

 

Adoro le storie ai margini della vita, in giorni come questi.

Gli outsider del mondo, i perseguitati, le puttane, i morti di fame, i vinti, gli sconfitti, i morti di sonno.

Li cerco.

Seppure sembri io voglia solo dimostrarmi di non aver del tutto toccato il fondo, in verità si tratta della mia perenne curiosità, solo girata in versione malinconica. Ascolto storie struggenti. Ricordo tutto.

 

Sono stato molto triste. Per questo ho una scala della mia tristezza, gradi precisi ad indicare il valore. Una volta sola sono stato molto triste. Pensavo di morire, talmente faceva male. Sopravvissuto alla tristezza infinita, ho capito di aver sbagliato.

Ho sbagliato ad essere molto triste. Per questo non voglio sbagliare ancora. La tollero, ma non tollero l’invasione. L’eccesso di tristezza è come un profumo sbagliato. Mi da nausea.

 

Non scrivo, mai, quando sono triste. Adoro compiangermi di non scrivere.

Come fosse un problema.

 

Ma ascolto molto. Leggo molto. Rubo frasi, conversazioni, idee. Le nascondo sotto il cappotto della tristezza, e poi le metto nello scaffale delle cose che rubo nel mondo.

 

I sogni ad occhi aperti, solitamente, arrivano a metà pomeriggio. Quando i narcotici della vita, i palliativi li chiama una amica svelta, smettono di fare effetto.

 

Oggi ho visto una barca, nella nebbia di un mare d’inverno, remi consumati dall’umido, procedere lenta e dubbiosa verso quella che pare essere una tempesta.

Ho visto me su quella barca. Ho visto i miei occhi. Ho ascoltato il rumore dei miei pensieri, mentre una signora, dal porto, salutava con la mano. Era vedova.

Lo so perché il sogno me lo sono inventato io.

Salutava triste, piangendo, come se io stessi partendo per non tornare.

So di tornare, vecchia signora. E’ solo che in un sogno di tristezza non si dice mai qualcosa legato alla speranza.

 

Scriverai di questo? Mi ha chiesto la vedova.

 

No. Non scriverò nulla.

Morirò di noia sul divano, aspettando il mattino di sabato. Procederò in mezzo alla gente, facendomi spazio borbottando, per un caffè.

Poi brontolerò molto rumorosamente sulla vita. Insieme a un barbone al quale darò, apposta, solo venti centesimi.

 

Ma poi, come sempre, tornerò.

 

Ho buone ragioni, ottime, per essere felice.

 

Me le sono scritte su un quaderno.

 

Le so a memoria.

Diresti che sono poche.

Io dico che basterebbe una di queste ragioni, per farmi morire provando ad essere gioia pura.

 

Ma non togliermi il fascino di parlare con le puttane e i diseredati.

Io odio chi lotta con l’ottusità data dall’ottimismo forzato.

 

Dal basso, la vita si osserva meglio.

Lasciami in basso.

Scriverò meglio.

Vivrò meglio.

 

Fottuto spleen.

Una Risposta to “Tristezza”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu.. ... 12 febbraio 2016 a 22:13 #

    Ho visto un uomo, con gli occhi da bulldog, velati di lacrime.
    Ho letto il suo pianto e tutta la tristezza che aveva nell’anima.
    So da me che ne uscirà da solo e prima di quanto egli pensi.
    So da me che è un leone tenace, feroce, orgoglioso, inarrestabilmente forte.
    Fa male vedere un uomo così con gli occhi pieni di tristezza e dubbi.
    So da me che l’ottimismo forzato non serve a nulla e le belle parole ancora meno.

    Cazzo ogni tanto si DEVE piangere!
    Cadere e rialzarsi.
    Qualcuno mi ha insegnato questa cosa.
    Cadi e rialzati cazzo!

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