Con te (san Valentino)

14 Feb

 

La mia prima lettera d’amore è partita in un pomeriggio di settembre, direzione Bolzano.

Ha ricevuto, in risposta, una busta con un fazzoletto, due cuori disegnati.

Claudia, la destinataria, scriveva in un italiano traballante. Ma rivedevo, leggendo le sue parole, tutte le sue divertenti facce quando cercava di dire parole difficili in italiano, come “casa” oppure “spiaggia”.

Dopo qualche tempo da modella, è finita a fare la ricercatrice in università, in Austria.

Non mi sbagliavo sulla bellezza delle sue lentiggini, e nemmeno sulla sua intelligenza.

Qualche anno dopo, mi sono fermato a dormire in una ridicola città, l’Austria mi sembra sempre così seria da finire per essere tremendamente ridicola, per incontrarla ancora.

Ero curioso.

Ho riconosciuto i tratti, il biondo dei capelli, le lentiggini. Nient’altro. Due perfetti sconosciuti.

E’ stata lei a farmi notare che era la sera di San Valentino.

Chiedendomi perchè, la sera di San Valentino, fossi in giro da solo, in mezzo all’Europa.

Ho risposto con una domanda, non avendo risposte precise. E tuo marito?

Non gli ho detto la verità.

Errore.

Orrore.

Gli orrori di San Valentino.

Io mi ero addirittura dimenticato fosse San Valentino.

E’ stato il pianista del locale, Dio sa che io non sopporto i pianisti, a meno che non suonino Sinatra oppure siano Capossela, è stato il pianista del locale, iniziando a suonare noiose nenie jazz, a darmi il colpo finale.

Mi sono svegliato sei ore dopo, in piena notte, zuppo di sudore, ascoltando le campane che battevano le quattro. Protestanti del cazzo, loro e i loro campanili.

Conosco storie bellissime, su San Valentino. Ma scappano tutti, quando inizio a raccontarle.

Perchè sono storie di nostalgia bellissima.

E così, come tutti gli anni, mi ritrovo a raccontarmele da solo.

Un anno, tantissime vite fa, camminavamo per Corso Garibaldi, deserto, gelato, nebbioso, umido, feroce. Da soli. Quattro uomini.

Tre uomini e un ragazzo. A dirla tutta.

Era la notte di San Valentino. Era la notte più buia dell’anno per me, ancora ferocemente innamorato, ancora deluso, ancora scottato.

Camminavo con un uomo che conoscevo solo di fama. Che avrei conosciuto meglio, che avrei amato come compositore, come poeta, come cantante, come uomo. Ma non lo sapevo.

Avevo tirato la chiusura del piccolo locale, bevendo poco, e ascoltando musica. Si fumava, e c’era nebbia densa.

Ero andato, alla fine, al bordo del palco, del piccolo palco, per fargli i miei complimenti.

Ed ero stato invitato per “una passeggiata d’amore”.

Quattro loschi individui, a passeggio di notte, Milano deserta.

Non abbiamo incontrato niente e nessuno, se non le luci gialle sotto i portoni, e qualche barbone chiuso nei cartoni e nelle coperte a dormire.

E nessuno di noi parlava.

Io per rispetto.

L’ultimo arrivato.

Fermi, davanti alla chiesa di Sant’Angelo, con i piedi sulla piccola piazza e il collo rivolto al campanile, fumando di fiato e sigarette, puzzando di alcool e noia.

“inutile tirare mattino, l’amore non arriverà nemmeno quest’anno”.

Aveva detto lui, chiuso nel suo pastrano nero, con un ridicolo cappello di pelo.

E il gruppo si era diviso.

Mi è toccato camminare per quasi un’ora per tornare a casa, fare piano, le cinque di mattina, per non svegliare mio padre, per non rischiare di dare spiegazioni su cose difficilmente spiegabili.

Mi è toccato rimanere insonne, per la rabbia, per la delusione, per la morte che abbracciava i miei sogni, se appena li lasciavo scappare.

Anni dopo gli ho chiesto cosa cazzo volesse dire.

Tutti gli anni, tutti gli anni a San Valentino, andava sotto la chiesa di Sant’Angelo, dove la donna della sua vita, a detta sua, gli aveva detto che lo avrebbe sposato il giorno di San Valentino.

Ho chiesto se la storia fosse vera.

Ho chiesto in giro.

Ero ancora uno che aveva voglia di chiedere in giro se le storie così belle, dolorose, vere, fossero davvero vere.

Inutile farlo, poi ho capito.

Nessuno poteva saperlo.

Ma è una storia bellissima, ho sempre pensato.

Vorrei scrivere un racconto di San Valentino, gli ho detto, davanti a un cuba libre, in una domenica pomeriggio, di caldo, non ricordo di che mese.

E lui mi ha detto, io ci ho scritto una canzone. Arrivi tardi. E nessuno ti crederebbe.

Cantamela.

Non posso.

Perchè?

Perchè è un segreto.

Ho un segreto con te?

Si.

Allora non scriverò nulla. Ma adesso so quanto sia bello per me San Valentino.

 

I sogni, come le storie bellissime, chiedono amore, per mantenersi vivi. I sogni, di notte, nella notte di San Valentino, vanno ai ricordi più belli. Come se amare davvero fosse ricordare il passato, e mai vivere questo presente.

Per questo sono tristi, gli amori. Perchè dimenticano il presente, piangendo sommessamente il passato.

E scivolano nei ricordi, che i ricordi d’amore diventano sempre più belli, una lente, quella della memoria, che distorce i contorni, cancella le sofferenze, nega l’evidenza.

Prima di amare una donna, prima di amare un uomo, prima di amare qualcun altro, dovresti amarti.

Lo ho imparato da me. Nessuno me lo ha spiegato.

E il più grande gesto d’amore che puoi fare è non avere nulla da rimpiangere in amore.

Per questo, quella storia di San Valentino è inutile.

E’ una bella canzone, ai concerti rido quando la sento cantare a squarciagola.

Io ne conosco la storia vera.

 

Amati.

Prima di amare.

Funziona.

 

 

 

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