Calcutta

6 Feb

Calcutta

Calcutta è un racconto che ha preso forma più o meno sopra le steppe russe, diecimila piedi, ottocento kilometri l’ora, dentro un aereo sprofondato nel sonno, durante un risveglio faticoso da troppo vino, troppe riunioni, troppa stanchezza, troppo lavoro.

Calcutta, di contro, è un racconto leggero. Parla di un uomo, non ha una trama definita, essendo un racconto leggero, ma parla di un momento, qualcosa accade, in questo momento, in cui l’uomo, un protagonista inadatto ad essere protagonista, si rende conto di una cosa. Di quelle che sembrano piccole cose, che poi quando te ne rendi conto, sono cose decisive.

De – ci – si – ve.

E’ un racconto, Calcutta, che deve per forza essere finito prima che arrivi la primavera. Soffrirebbe il caldo e le piogge, come tutti i racconti delicati. Lo sto scrivendo con pazienza e calma, come se avessi tutto il tempo di farlo. Mi piace, scrivere Calcutta.

2016

Ho fatto dei propositi, lo ammetto, per questo 2016. Scrivere meno, ad esempio. Per scrivere di più. Ho diari disordinati, quello da sempre, quaderni pieni zeppi, appunti sparsi, fogli volanti, un quaderno di stoffa sul comodino pieno di pensieri notturni. Ma scrivo meno. Parlo anche meno. Quasi pensassi di più. Pochi se ne accorgono.

Ma torniamo a Calcutta.

Che poi è solo il titolo. Perchè il racconto è ambientato in una città calda, caotica, distante, moderna, ma molto antica, in contrasto con il resto del mondo. Non è importante sapere quale. Sappiate che, in città del genere, rischiate di perdere pensieri, portafogli, cellulari, verginità, onestà, sonno, ricordi.

Ma

Rischiate

Di ritrovare voi stessi.

Succede, viaggiando. Ai viaggiatori, sempre, lo dico per esperienza, succede di ritrovare se stessi. Nei posti più assurdi e inaspettati. Chi viaggia pianifica le partenze, mai i ritorni. I più meticolosi pianificano il viaggio, sono quelli che si perdono il meglio del disordine.

Dio adora il disordine. Il disordine del mondo, l’infrangersi delle aspettative rispetto alla realtà, come il mare contro gli scogli, è un regalo tra i più belli che Dio potesse farci.

Lui, ad esempio, non pianifica mai nulla. Lui lui, non Dio.

Se non, come molti, lo stretto indispensabile.

Sopravvivenza.

Lacrime d’oro

C’è un detto, in Cina. Che anche i principi piangono. Ma lacrime d’oro. Gli succedeva, viaggiando, di ritrovarsi, talvolta, quasi a piangere. Prevalentemente sul passato. Che il futuro, gli uomini saggi, non lo piangono mai. Aspettano, gli uomini saggi, di farlo diventare passato, per piangerlo in abbondanza.

Ah si, certo. Gli uomini saggi piangono in abbondanza.

Davanti a un ricordo, sfuggito, non si sa come, dai vasi preziosi in cui sono chiuse tutte le cose belle. Il tappo scivola, con il movimento del vivere.

Davanti a una tragedia, quelle che la vita, cameriere bastardo e stanco, ti serve proprio mentre aspettavi il dolce. La vita è un cameriere bastardo e annoiato. Fidatevi.

Davanti a una donna. Proprio davanti. Piangere davanti a una donna, a volte, è il modo migliore per dirle ti amo. Oppure, lasciatemi dire, per dirle la verità, senza poi parlare più di tanto. Lo so perchè lo ho visto fare dai grandi uomini che ho conosciuto.

Davanti a un amico. Quelli servono a quello. Facile. Gli amici servono a ridere, dopo aver pianto. O anche solo a sapere di poterlo fare.

Comunque,

lui si era ritrovato a tenere nella mano destra un sacchetto, pieno di cianfrusaglie, cose piccole, oggetti minuscoli e minimi, i piccoli, non necessari, non richiesti, regali. Adora fare regali. Meno riceverne, ma non è la sua storia, Calcutta. E’ la storia di quello che teneva nella mano sinistra.

Un ricordo.

Camminando, lentamente, in città come queste, rischi di diventare trasparente, a camminare lento, a lasciare scorrere la gente, le voci, la fretta, diventando, lentamente, un pezzo dell’insieme.

Camminando lentamente, dicevo, si era accorto di avere nella mano sinistra, lievemente sudata, per un caldo improvviso e piacevole, stretta nei polpastrelli e sul palmo, una sensazione precisa. Un ricordo.

Ha dovuto fermarsi.

Mi Manchi 

Mi manchi.

Nella mano sinistra. Sentiva chiaramente, le sensazioni precise sono così chiare, a volte, che fanno paura, questa cosa, questa sensazione.

Mi manchi.

Cazzo, avrebbe aggiunto lui, che usa cazzo per sostenere le frasi pesanti, le affermazioni felici, le chiusure delle frasi sospese, e anche i picchi di piacere della vita, come questa sensazione. Non serve aver studiato, se nella vita non sai chiudere una frase.

Comunque.

Mi manchi. A sorpresa. Perchè poche sono le cose, nella vita di un uomo che ha superato i trent’anni, che mancano davvero. Pensaci. Ti manca davvero poco. Ti manca sempre meno. Sempre meno cose ti mancano. Ammettilo.

Cosa ti manca?

Scivolare dentro un abbraccio. Dimenticarsi il senso logico delle cose, in un bacio, rivedere le priorità, ascoltando un respiro, mozzato dal piacere. Uno sguardo. Un modo di parlare. Una risata, il rumore ma anche il movimento delle mani che la accompagnano. Queste sono le cose, si direbbe, che possono mancare, di colpo, in un pomeriggio qualunque, a un uomo qualunque. Non di più, non di meno.

Ma, forse, è necessario fare un passo indietro. Spiegarsi meglio.

Un passo indietro 

Gli hanno dato un nome adatto a un russo, più adatto alle metropoli sovietiche. Suo padre lo ha scelto per amore. Delle metropoli sovietiche, mica del suo, unico, figlio. Gli hanno dato un’istruzione, come tutti, che assomiglia a una dichiarazione di guerra alla vita. E la vita, come a tutti, ha risposto con l’artiglieria pesante. Senza ucciderlo, la vita, bastarda, fa guerre logoranti, ma mai mortali.

Correggo.

Mortali.

Ma solo alla fine.

Studiare serve, di fondo, a ripararsi dai colpi leggeri. Le prime scaramucce, lo scambio iniziale, la quiete prima della tempesta. Poi, arriva la guerra. Un libro, per dimensione, sostanza e contenuto, può riparare una testa. Rimane scoperto il cuore. Rimane scoperto il fegato. Rimane scoperto tutto. Ma non è questo il discorso.

Ci sono cose, su di lui, che è meglio non si sappiano. Come la sua forsennata passione per le piante grasse, per la pizza fredda, mangiata in piedi, di nascosto, per le donne, preferibilmente nude, preferibilmente belle. Come la sua vocazione, quella davvero innata, a complicare cose semplici e a semplificare cose estremamente complicate. Non la pizza, quello non è un discorso complicato. Nemmeno le piante grasse.

Per tutte queste ragioni, che non erano ragioni, ma poi lo sono diventate, si è ritrovato a viaggiare, da solo, per posti che nessuno frequenterebbe se non per cercare la prova dell’esistenza dell’inferno.

Un lavoro, aveva detto suo padre, come un altro. Ma suo padre, mettendo da parte la questione del nome, avrebbe comunque sognato per lui un lavoro proletario e onesto.

Operaio, ad esempio.

Costruire, fare, muovere le mani, ritmicamente.

Generando cose, benessere, aspettative.

Invece niente.

Viaggi, lunghi, in angoli del mondo che non meritano nemmeno il nome in grassetto sui mappamondi dei bambini.

Quelli che si illuminano di notte.

Aveva capito, lui, che, tolta la questione del nome datogli dal padre, la vita e la sua artiglieria, le donne e la loro artiglieria, gli uomini in genere, e la loro artiglieria, sono parte di una guerra che va combattuta con metodo, dedizione, e diluendo il tutto con molti viaggi.

Viaggiare da solo, era diventato, non ricordava da quando, un modo, nemmeno troppo nascosto, per togliere ritmo a una guerra che, lo temeva da tempo, avrebbe comunque fatto un sacco di morti prima di uccidere lui.

Insomma, quasi lo facesse per altri.

Comunque,

viaggiava spesso. Solo, leggero e incurante delle piccole deviazioni.

Questo credo andasse precisato. Per continuare.

Continuare 

Adorava, di quella città, il caos, la gente, i posti, gli odori, i colori, quasi tutto. Raramente, per uno che ha toccato quasi tutti i punti del mappamondo che vi sembra inopportuno anche solo toccare, gli era parso di stare così bene come in quella città.

Gli dava voglia, quella città, di continuare.

Per quello, ci tornava volentieri.

Arrivando, per sua natura, per frequenza, per amore della vita, ad aver conosciuto il bene e il male che una città così può fare.

Si era ritrovato a camminare. Sparendo tra la folla, cosa che sapeva fare molto bene.

Da comparsa a spettatore.

Questo è il segreto di chi viaggia e ama. Defilarsi, per amore, per natura, e osservare.

Avere la fortuna di osservare e non essere parte.

Si potrebbe dire che è una appropriata definizione di felicità.

Se questo non fosse, ne converrete, un argomento differente e ostico. Meriterebbe di essere approfondito. Ma non adesso. La felicità è il defilarsi dalla vita, per un attimo, per guardarla da fuori.

In ogni caso,

camminava.

Defilandosi dalla scena, rimanendo ai bordi, scomparendo come gli ultimi della città, quelli che nessuno vede.

Nella mano destra un sacchetto di plastica, malconcio, sicuramente usato, con sette pensieri, sette regali, sette oggetti. Di poco valore. Comprati con attenzione, pagati con le piccole monete locali, spiccioli. Lasciando anche il resto per un buon caffè.

L’unico in città che potesse assomigliare a un caffè di casa.

Fatto con una vecchia macchina, a pressione, arrugginita, tenuta senza dignità fuori da un ristorante, quasi fosse un invito a entrare. In una città in cui pochissimi bevono caffè. Forse per questo, nel ristorante non c’era mai nessuno.

Camminare.

Con un sacchetto nella mano destra.

E poi, di colpo, poco prima di un grande incrocio, accorgersi di avere qualcosa di ingombrante nella mano sinistra.

Cazzo.

Avrebbe detto lui.

Mi manchi, invece, gli era uscito.

E si era fermato, davanti a una vetrina. Vendevano scarpe, brutte, vetro impolverato e luci al neon. Nessuno comprerebbe scarpe in un posto che sembra un obitorio.

Nessuno, di contro, si fermerebbe per un pensiero del genere, trovato nella mano sinistra.

Si era buttato in un vicolo.

Faceva così, a volte, per rispondere al fuoco incrociato a sorpresa della vita.

Si buttava nei vicoli.

Verrebbe naturale farlo anche a voi, se la vita vi sparasse spesso.

La vita, comunque, spara solo a chi alza la testa, uscendo dalla trincea per vedere fuori.

Agli altri, che gattonano spaventati, la vita mica spara. Muoiono di noia.

Che è peggio, aveva sempre pensato lui.

Mi manchi.

Adesso, mi manchi.

Come, avrebbe risposto lei.

No, non è necessario fare un passo indietro. Questa volta.

Di lei non parleremo.

Non è necessario.

Credo sia chiaro.

Ma lei, avrebbe chiesto, come ti manco? come cosa?

Lei e le sue domande, che io, per dovere grammaticale metto il punto di domanda, ma le domande sue mica mai finiscono con i punti di domanda. Anzi. Lei le domande le finisce con punti esclamativi. Perchè, dicono, conosce già le risposte.

Ad ogni buon conto.

Anche lui, nel mezzo di un vicolo che poi si è scoperto essere il retro dei piccoli ristoranti che danno sulla strada principale, con un forte odore di piscio, rivoli di acqua sporca, tombini intasati, e tutte le carte in regola per essere un pessimo posto dove fermarsi a far pensieri, anche lui nel mezzo di questa umanità larga due metri e lunga venti, si era chiesto, sottovoce, cosa gli mancasse esattamente, di lei.

Aveva deciso di non rispondersi.

Che poi è il suo modo per evitare di fare la fila allo sportello delle risposte, con un plico di domande, un numerino, e tutta la coda degli uomini che chiedono a Dio di essere, per una volta, clemente, e di dare una risposta.

Non servono, spesso, risposte immediate.

Basta continuare, lo diceva sempre anche suo padre, a camminare.

Ricominciare

Ricominciando a camminare aveva smesso di pensare. Funziona sempre. Era uscito dal vicolo, buttandosi su una strada che, con buone probabilità, lo avrebbe portato al porto. Dove, con buone probabilità, gli avrebbero servito qualcosa da bere.

Di forte.

Che, con buone probabilità, lo avrebbe aiutato a affrontare un altro attacco del genere.

Invece, questi racconti si basano tutti su questo “invece” che diventa il ritmo di tutta la canzone, come il piede del batterista sulla grancassa, dicevo, invece gli torna in mente subito il pensiero.

Mi manchi.

Aveva smesso di camminare, e ricominciato a pensare.

Poi aveva ripreso a camminare.

Al porto, si era detto, sarebbe stato comunque opportuno arrivarci.

Con o senza risposte plausibili.

Il rhum dei pescatori, lo sapeva per esperienza e per sentito dire, aiutava molto, in questo genere di questioni.

Ne aveva ordinato un bicchiere.

Bevendo, a piccoli sorsi, per non rovinarsi la sorpresa del sapore pungente e spigoloso del rhum, aveva capito.

Mi manchi.

Come tutto.

Fammi una lista, di questo tutto, avrebbe incalzato lei.

Lei è una che incalza.

Non lo dico per mettere le mani avanti. Lo dico perchè lo sanno tutti. Lei incalza.

Nella vita, lo dico per esperienza, le donne che incalzano è meglio lasciarle perdere.

Lasciarle ad altri uomini, più pronti ad essere incalzati.

Nessun uomo è pronto ad essere incalzato. E’ la natura del maschio a non esserlo.

Ma alcuni non lo sanno.

Come la fanteria, sono quelli che muoiono prima.

Fammi una lista.

Di cosa?

Di cosa ti manca di me.

Tutto.

Troppo facile.

Ma è vero.

A uno come te non può mancare tutto. Ti mancherà qualcosa di ben preciso.

(come ad esempio i soldi per pagare il rhum, ma questo è un altro pezzo del racconto, decisamente più tetro per come è finita poi).

Mi mancano i tuoi baci, posso ammetterlo. Aveva detto lui, sottovoce, guardando il bicchiere e il rhum.

Sei una donna intelligente, sai che i tuoi baci mancano agli uomini. Perlomeno a lui.

Può farne a meno, potrebbe, ma soffrirebbe molto.

Mi mancano il tuo sapore e il tuo odore.

Motivo per cui ti lecco, ragione per cui ti respiro.

Appena ne ho modo.

Questo lo aveva pensato scorrendo il dito sul bordo del bicchiere e, istinto, mordendosi il labbro.

Ricordava alla perfezione il suo sapore. Il suo odore meno. Lo ritrovava, a sorpresa, nei posti più inaspettati. Un profumo diverso tutti i giorni.

Quasi lei, donna, non volesse farsi trovare da nasi troppo mediocri.

Mi manca il tuo culo. Appoggerei sul tuo culo un bicchiere di rhum, ci starebbe perfetto, tu sdraiata sulla pancia, e io che leggo.

Ma questo, lo capiva da solo, non è quel genere di complimenti che si dicono. Non è piacevole per una donna essere paragonata a un mobile bar.

Eppure lui lo avrebbe fatto. E lei lo avrebbe capito.

Mi manca che mi capisci con gli occhi, mentre mi cerchi con la bocca e mentre ti affanni a sfuggire alle mie mani.

Quelle lotte che, ultimamente, avevano messo in scena. Ai bordi delle strade, nei parcheggi, nei posti dove di solito due persone non si mettono a lottare.

Ma fanno altro.

Ma di quello che altri fanno, a loro è sempre importato poco.

Mi manca anche questo, era venuto in mente a lui.

Il fatto che degli altri non ci preoccupiamo, quando invece due persone ragionevoli sarebbero terrorizzate.

Mi manca di parlarti e di sentirti ridere. Aveva pensato.

Più di sentirti ridere.

Gli piaceva sentirla ridere.

Succede agli uomini che hanno sentito piangere e urlare, che capiscano il peso specifico di una risata.

C’è tutta una teoria sulle risate e su chi ride, che noi non prenderemo in considerazione adesso, perchè delle teorie in questa storia non ce ne facciamo nulla, ma che dice che chi ride ha pianto un sacco.

Lui, ad esempio, adesso, sta per piangere.

Il pianto dei maschi è una questione ancora poco studiata.

Comunque i maschi, quelli veri, piangono un sacco.

Un pianto a volte strano, quasi comico, ma sempre molto bello da vedere. Soprattutto se, questo vale per tutti, non si è la causa stessa del pianto. Essere la causa di un pianto ed essere di fronte alla povera vittima è sempre parecchio noioso.

Lui sta per piangere.

Come quel pianto da peperoncino, da curry, da spezia inaspettata.

Che quasi esplodi in un singhiozzo, che se non lo trattieni, insomma che poi ti si arrossano gli occhi e via. Succede tutto in un attimo. Caldi, densi, lacrimoni. Una reazione al piccante.

Una reazione alla vita.

Lui sta per piangere.

Perchè, di fondo, non era poi così pronto.

A questo genere di cose.

Tipo ritrovarsi una sensazione di questo genere, di questa portata, di questo sentore, tutta in una volta.

Uno, superati i trenta, in attesa dei quaranta, non è ancora pronto a questo genere di bordate.

Ha appena smaltito gli amori falliti, i tradimenti, le mancate aspettative, il rotolare delle convivenze, come balle di fieno nel West dell’amore.

Non è pronto a questo genere di cose.

Cazzo.

Allora, una lacrima, occhio destro, scende.

Bellissima.

Un sorso di rhum.

Per condire la lacrima, avrebbe voluto dire.

Avrebbe voluto dire 

Avrebbe voluto dire, anche, mi manchi. Sottovoce.

E’ una frase bella da dire.

Manchi, nella mia vita.

Ovverosia, senza di te non è piena il giusto.

Come se fosse un “quasi”.

E’ bello mancare, nella vita di qualcuno.

Sapere di poterla riempire.

Oppure no.

Ma saperlo.

Manchi.

Insomma, vado avanti da solo, si era detto. Però con te è meglio.

No, perfetto lo dicono i bambini. Perfetto è una parola brutta, dopo una certa età.

La vita non è perfetta.

Guarda me, che piango in un bar.

No, non era piccante. Il rhum non è piccante.

Sto proprio piangendo.

Ecco, la vita, passata una certa età, te ne accorgi da solo che non è proprio perfetta.

Anzi.

La vita è anzi.

Per questo, se mi manchi, è meglio che tu ti mobiliti per non farlo accadere mai più.

No, insieme non siamo la perfezione.
Ma un’unione splendida di un sacco di errori, qualche rimpianto, due segreti, tanti dubbi.

Quello che, lasciatelo dire, vorrebbero essere tutti.

Si era alzato, con questi pensieri, lasciando la mancia piegata sotto il bicchiere, come fanno i gangster e gli sfigati.

No, non era un gangster.

E se ne era andato, ritornando nella pancia della città.

Avendo poi ripreso il controllo della mano sinistra e di quelle strane sensazioni.

Che sono, ve lo dico per esperienza, quelle che ti fanno davvero pensare una sola cosa.

Sono vivo davvero.

Grazie.

(Calcutta, 2016, racconto in quattro passi) 

 

 

Una Risposta to “Calcutta”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu.. ... 7 febbraio 2016 a 08:51 #

    Ho pianto.
    Per la bellezza di questo racconto.
    Per tutta l’imperfezione contenuta in un “mi manchi”, la bellezza del sapere che quella persona “invece” c’è e la vita, che regala delle “bordate” inaspettate, tanto desiderate quanto sofferte, che regalano, in sé, il vero senso dell’andare avanti e crederci.
    Ho pianto davvero.. … tanto!!!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: