Scommettiamo Che?

Andiamo al sodo. Immaginate, anche se immaginare per la maggior parte di voi (me compreso) è diventato estremamente difficile dopo la venuta di My Sky HD, un poliziotto. In uniforme. Sudaticcio. Immaginatelo come vi pare. Cercate, in alto a destra nel vostro cervello, l’immagine ideale del poliziotto in uniforme. Sudaticcio. Poi immaginate me. Immaginatemi. Sudaticcio. In uniforme, ovvero in giacca e cravatta. Appoggiato al cofano della mia rigorosa station wagon aziendale. In sottofondo, volendo, potete aggiungere alcuni rumori autostradali tipici oppure qualche suono new age primaverile. Fa lo stesso. Anche la divisa, se vi fa meglio, immaginatela del colore che più vi piace. Rosa? Gialla? Una bella divisa verde pistacchio. Con le scarpe di vernice, verde pistacchio. E il cappello, verde pistacchio. Siamo sudaticci perché picchia il sole. Siamo nel dopo pranzo di un qualsiasi giorno lavorativo. Siamo a qualche kilometro dal confine, proprio contro le montagne dalle quali vi siete immaginati, per anni, che i vostri nonni fossero calati per salvare Milano, armati di fucili e ideali. Poi avete scoperto di non aver mai avuto un nonno partigiano, ma vi vergognate troppo per ammetterlo. Magari avete avuto un nonno contrabbandiere. Qui si tagliavano le montagne a grandi passi per portare sigarette, penne, liquori, ogni ben di Dio. Smettete di immaginare il nonno. Tornate sul poliziotto. Con la sua divisa sgargiante. Sudaticcio. Ha in mano i miei documenti della macchina. Roba da controlli di routine. Direbbe un poliziotto. Lui armeggia con il libretto. Girando intorno al cofano. Io fumo. Un po’ depresso. Devo arrivare nel bel mezzo della Svizzera, mi aspettano quattro ore di macchina, sette di sonno e poi cinque di riunione. Immaginatevi la mia vita. Aggiungete un po’ di nero sulle occhiaie. Eccomi. Il poliziotto mi rende i documenti. Faccio per metterli dentro la custodia di plastica e lui, con una voce timida, mi chiede: “se la sente di fare il test dell’alcool?”.

Il tono di voce è quello con cui avreste chiesto uno sconto sulle scarpe da FootLooker, oppure un mirto gratis al ristorante. Timido, ma deciso. Sai di averne diritto, ma sai che è una grande rottura di coglioni.

Io non bevo mai di giorno. E’ questione di algoritmi. Se bevo, dopo pranzo mi prende uno sconcertante ribrezzo per la vita. Mi sento in grado solamente di raggiungere un supermercato, comprare una bottiglia di rhum, sedermi fuori, finire la bottiglia e aspettare la sera.

Immaginate il poliziotto, con la sua sgargiante divisa verde pistacchio, o rosso fuoco, andare ad armeggiare nel bagagliaio della sua macchina.

Una delle poche volte nella mia vita dove non ho nulla da nascondere, se non una gran fretta.

La dinamica della cosa è abbastanza semplice. Soffi in un tubetto, aspetti qualche manciata di secondi, guardi lo scontrino uscire. Aspetti che il poliziotto legga i numeri. Posso capire che da ubriaco la cosa possa dilatarsi di molto nel tempo ed assumere contorni decisamente più pittorici.

Non mi aspetto sorprese, ho solo fretta.

Mi guarda. Immaginatelo guardarmi. Ha gli occhi grandi e neri. Ma se volete immaginarlo con altri occhi, fate voi.

Mi dice: al pelo.

Mi guarda. Io lo guardo.

Al pelo, dice lui.

Mi da in mano lo scontrino.

Mi guarda, sudaticcio. E mi dice: e se lo rifacciamo? Scommettiamo che…?

 

le notti di maggio

Pazienza che non ricordi nemmeno un nome. Scivolano via nell’oblio qualche centesimo di secondo dopo che mi sono stati comunicati. Le facce, però, le ricordo benissimo. A volerla dire tutta la mia non è semplicemente memoria fotografica. Mischio sensazioni, odori, luoghi, visi. Tu mi dici un nome, io galleggio nel ricordo di come le nostre pelli si siano incollate contro il cofano di una Micra blu, in una notte di maggio. E, sorprendentemente, ricordo alla perfezione anche il piacere di quel collage di pelli e carrozzerie. Lo ricordo perfettamente. Come ricordo perfettamente il sapore dello sballo della prima sigaretta, ricordo l’odore di muschio nel sentiero, ricordo i miei bermuda gialli. Fumo ancora rincorrendo quello sballo. I ricordi diventano nuvole di pensieri di notte, quando inizio a sentire il respiro profondo della mia Signora rallentare, e resto sveglio appeso a queste strane storie dove di una intera vacanza in Grecia mi saltano in testa i cori romanisti dei ragazzi romani fuori dalla discoteca, le scarpinate per andare a bere, il freddo dell’acqua e gli occhiali verdi di una ragazza di cui mi ero perdutamente innamorato. Ovviamente non ricordo il nome. Era di Cremona, e ricordo di essere stato a Cremona, in un fine agosto davvero deprimente. Accettare il rifiuto d’amore mi è sempre costato molto rhum.
I miei ricordi assomigliano a racconti brevi, placidi, appoggiati su una trama in cui non succedono grandi cose. Spariscono alla mattina, lasciandomi in testa piccoli frammenti. Il mio tempo è il presente, adoro vivere luoghi, persone, momenti, adesso. Adesso è il momento in cui succede tutto. Per questo non scrivo racconti. Vivo racconti. Adoro il presente, e i luoghi del presente. Quelli dove la gente si ferma sospesa tirando fuori tutta la sua sconcertante umanità.
Aeroporti, stazioni, ospedali, caserme, uffici pubblici, tutti questi posti dove sei costretto a parcheggiarti in un presente forzato. Posti che cancellano il passato, che azzerano il futuro. Mi piace scrivere storie sulle facce bovine, sulle sbavature di trucco, sui troppi vestiti, sulla perdizione di quelli che non capiscono la lingua, il disordine di un menù esotico, il rumore di musiche non tue. Ho imparato a muovermi per questi luoghi, ma ogni tanto mi fermo per osservare tutta questa umanità, in coda per qualcosa. Adorabile democrazia delle code, impietosa politica del tenerti in piedi per ore, inumana tendenza a condividere con perfetti sconosciuti un chiacchiericcio inutile. Amicizie da check in, intese da gastroscopie, amori da rinnovo patente. Questi sono i momenti in cui mi piace guardare fuori, restando in disparte. La guerra per la sopravvivenza, come tutte le guerre, unisce più di un matrimonio.
Scrivo poesie, perché è un bel modo per dipingere ricordi. Pazienza che siano solo miei.
Ma i nomi proprio no. Non sono indispensabili. Per la storia. La ragazza con gli occhiali verdi, ad esempio, ha un nome bellissimo, ne sono sicuro, ma inutile per me, per i miei ricordi.
Ricordo la sua pelle d’oca, proprio sulla schiena, in mezzo alle scapole.
Tra quelle due colonne che reggevano il suo cielo, il mio purgatorio, ricordo perfettamente dove ho appoggiato le dita, e ricordo il profumo del mare.
Ricordo le luci, l’odore di pioggia, il rumore assordante, aprire gli occhi e contarsi le ossa. Ma non ricordo il nome dello stronzo che mi ha distrutto la buona vecchia Panda.

Accumulo un sacco di informazioni non indispensabili. Il tasso di crescita del Portogallo, il numero di impiegati della Foxconn, il numero civico di un officina sulla strada per Zurigo, che ha esposta una moto, il testo di quasi tutte le canzoni dei Counting Crows, ma non saprei dire la taglia delle mie camicie, cosa ho mangiato ieri, quanti aerei abbia preso dall’inizio dell’anno.

Per questo scrivo poesie. Perché le poesie sono posti di salvezza, dove piccole informazioni e grandi sentimenti possono convivere, la musica di un amore da spiaggia può stare due righe sotto al ricordo dell’ascella di una hostess bruttina. Le poesie sono la mia memoria speciale.
Le poesie sono la memoria speciale di tutti quelli che le scrivono. Per questo così pochi le leggono.

Mio figlio, la sua straordinaria bellezza, la vita incredibile di questo immenso gesto d’amore, mi ha costretto a vivere in un presente molto più faticoso.

Così ho iniziato a sognare anche di giorno.
Spesso le facce di chi ha appena fatto il check in con me, si infilano in un sogno rubato a mezz’ora di volo, nel quale in Grecia ci finiamo io, la tipa dagli occhiali verdi, il tipo del check in, il mio panettiere e un sacco di terremoti (sognare durante una turbolenza da una visione del mondo molto provvisoria).

Sogno ovunque. E sono sogni che infilano il passato dentro il presente. Mai il futuro. Sono sogni brevissimi, ma sono immagini chiarissime. Sono collane intrecciate in un modo che non pensavi potesse esistere. Il passato e il presente che fanno istericamente l’amore dentro la tua testa, che è diventata capace di cadere in queste catalessi in ogni angolo del mondo, ad ogni ora, in ogni posizione.

Sono le notti di maggio, giugno, agosto, quelle in cui sono successe più cose nella mia vita. Questo rende i miei sogni umidi e temperati. Non servono giacche, qui. Fa sempre un piacevole caldo, la mia testa vive vicino a un Equatore perfetto, dove le mezze stagioni sono la regola. Donne e uomini perennemente semi nudi, città accoglienti, notti lunghissime, stellate speranzose. Un rhum perfettamente allungato con ghiaccio che si scioglie lentamente, parole spese con la calma di chi sa che il freddo non arriverà.

Le notti di maggio sono quelle dove non scrivo, perché mi agito per vivere. Porto in giro la mia vita sulla moto, lasciando il motore al minimo. Le notti di giugno hanno portato i più grandi cambiamenti della mia vita. Con il vento caldo che spesso soffia da Ovest. Le notti di agosto sono quelle in cui scrivo, e ricordo. Sento il mare che si raffredda, i tramonti si avvicinano all’ora in cui è ancora bello bere un caffè prima di nuotare.

Sono queste notti, insieme al mare, insieme ai due cilindri, che fanno belli i miei sogni, che scrivono le mie poesie e che mi raccontano le storie più belle.

Pazienza che non mi ricordo nemmeno un nome. Mi ricordo tutte le storie, le tengo sospese.

Aspetto questa mia primavera ritardata ogni anno. Pazienza che non ricordo nemmeno un nome.
Mi aspetto di trovarne di nuovi dentro le notti che mi aspettano.

Ho imparato, davanti agli occhi di mio figlio, che il presente non ha prezzo. Sbagli a vivere nel passato e a correre per il futuro. Ho imparato ad aspettare, perché ogni piccola rivoluzione richiede tempo.
E vento.

Questo posto sta per compiere gli anni, io anche. Regalatemi cose da leggere o scarpe per camminare. Il resto non mi serve. Leggete le mie poesie. Fermatevi a sognare il presente.

È molto meglio del miglior futuro che vi potete aspettare.

PS: potete evitare di portarvi l’ombrello, quando siete dalle mie parti. Succede di tutto, ma non piove mai. È perennemente sereno, a meno di evidenti necessità di scena. Se deve piovere per motivi logistici ( spegnere un incendio, fare l’amore sotto un portone). Ma è pioggia calda.

Put some Poems in your life, Radiocorrida is here

brasato e fagioli, in pompa magna

Da qualche giorno sento il peso dello stress. Non che sia una novità. Io vengo pagato, in un sistema liscio come un tavolo da biliardo, perchè lo stress mi scivoli addosso.
Io, in verità, vengo pagato per fare altro. Ma tutti sanno che si tratta di questo. Si tratta della tua capacità di assorbimento. Cercano, disperatamente, persone elastiche, flessibili, soffici, come un panno carta quattro strati. In grado di assorbire tutto.
Un lavoro prezioso, il mio. Permette ad altri esseri umani di compiacersi felicemente delle loro esistenze lavorative. Il mio lavoro è la sintesi dell’artigianato post industriale. Con le mie mani preparo tutti i giorni una ricetta digeribile, una musica piacevole, un martello affidabile.
Con gli anni, un terzo della mia vita, ho guadagnato una certa esperienza, una delicata sensibilità, insomma, mi sono fatto la mano. Mi sono venute le rughe, ho passato un quarto abbondante della mia vita appeso ai cieli di mezzo mondo, dimostro più anni di quelli che ho, ma mi sono fatto la mano. Volevano una puttana, hanno quello che cercavano. Il mio prezzo non è altro che quello che il mercato può pagare. Ho le mie tariffe, ci sono cose che faccio meglio degli altri, so prendere le mie contromisure davanti al dilagante comparire di gallinelle da strada. Io guadagno per quello che faccio.
Il mostro sacro dello stress si è portato via qualche collega. Sono tanti quelli che mollano. Tanti quelli che svoltano. Tanti quelli che scompaiono. Impari anche, con il tempo, a non farti troppi amici.

Poi ci sono quelli delle benzodiazepine, quelli del Lexotan, quelli della canna, quelli che infilano uno stipendio in un perizoma, una puttana che paga una puttana. Quelli della PNL e quelli del pensiero positivo. Perchè siamo come la popolazione omosessuale negli anni ottanta. Solo che al posto dell’aids abbiamo lo stress.
Abbiamo infarti, angine, coliti, ulcere, ernie. Abbiamo lo stress, che è il male da non dire.

Contro il cielo olandese, guardando la notte arrivare ho risolto a modo mio. Parlando con il mio rumore, ascoltando i miei silenzi, bevendo birra cinese e camminando in tondo per il centro di questo paesone.

Non mi ucciderà certo lo stress.

Ho finito di leggere Andrea Vitali. Ho comprato Andrea Vitali perchè mi aspettava su un bancone, scintillante, compatto e verde.
Ecco, ho finito di leggere. E sono felice. Ci sono autori che non leggerò mai più. Eccone uno.
Dicevamo della scrittura di Marquez, che sa di sudore, sabbia, umido, donne, rhum e tutto il sud America che puoi immaginare.
Dicevamo della Vargas e della sua Francia senza tempo.
Dicevamo di Pennac e dei suoi quartieri.
Come dire di Libagabue e della via Emilia.
Tutti hanno un luogo nel cuore. Di cui scrivono.
Prendi Fante e la sua maledetta California.
Prendi Winslow e il suo sobborgo sud californiano. Prendi Corti e la sua Lombardia, prendi Izzo e la sua Marsiglia. Prendi Millar e la sua provincia inglese, prendi chi vuoi. Riconoscerai i suoi luoghi, sentirai i suoi profumi, respirerai le sue fatiche.
Ecco, di Vitali mi ha stufato questo incredibile localismo, questo drammatico raccontare di qualcosa che sembra davvero avvolto nella nebbia.
Lui se ne consoli. Da una ricerca della Harward Business Review (marzo 2012), pare che una cattiva recensione in rete sia un buon modo per vendere di più ( ammesso che tu sia un autore emergente). Magari il mio parlar male gli farà bene alle vendite. Ma io, che sui libri e sullo stress ho creato la mia vita, ho davvero fatto fatica a digerire il suo scrivere.
E il mio stress.

Mi rifarò con del rhum e con la Mazzantini.
Alla faccia dei cultori del pensiero positivo e dei fan di Vitali.

The Supremes vs Il Meglio di Jabba Jabba

Il freddo non centra. Centrano i due slavi che armeggiano su una vecchia Panda, i quattro balordi che all’angolo, davanti all’unico bar di cinesi aperto, bevono birra Moretti alle nove e ventisette. Centra il motorino abbandonato contro un palo, vicino all’aiuola abbandonata contro la primavera, con l’erba alta in mezzo alla rotonda. Centra il giardinetto a filo con la tangenziale, proprio sotto il cavalcavia. Centra l’indecifrabile senso di solitudine urbana dei quattro negozi, di cui tre pizzerie, di tutto il quartiere, inesorabilmente chiusi. E’ sempre così, quarantotto ore è la mia tolleranza massima al quartiere. Poi mi prende un’angoscia strisciante e un impellente bisogno di migrare. Ovunque ma non qui, mi ripeto mentre spingo il passeggino sul marciapiede dell’Esselunga. Milano è una città bastarda, e i suoi figli bastardi, lasciati appena fuori dalla circonvallazione, sono figli di una Milano nuova. Fatta di solitudine urbana, di deserto festivo e ingorgo feriale, fatta di brutture architettoniche figlie di Ligresti e del suo coraggioso piano per un’edilizia convenzionata. Convenzionata con il cattivo gusto e con il piccolo cuore di chi, mazzette alla mano, ha accettato, tollerato, incentivato, il proliferare di palazzi che sembrano usciti da un set cinematografico sulla Romania degli anni cinquanta.

Io sono figlio di Porta Romana, del suo ingrassare esplodendo in un centro città fatto di mezzi, servizi, negozi, gente, tanta gente, luci e rumori. Io sono figlio delle viscere di questa città, dei suoi vicoli, delle sue porte, dei suoi cambiamenti. Sono figlio del Centro, per sbaglio.

La sfida per la sopravvivenza, adesso, è tra me e questa che non è periferia, non è centro, non è nulla se non un riempire di case e disordine pezzi di città che aspettavano una resurrezione, una rivoluzione, un cazzo di messaggio da un cazzo di sindaco. Sono figlio della pancia che ha votato Pisapia, che fa i conti con l’immigrazione quella brutta, quella che non si integra, quella che picchia, minaccia, rompe e imbratta. Che non è per forza straniera, è solo impiantata nel mezzo di una città che non sente sua. Viviamo, qui da me, a due passi dal centro, appesi all’illusione di una metropolitana, inchiodati al rumore del traffico, abituati a non vedere niente che non sia il piccolo, invisibile, degrado del disinteresse.

Nessuno è qui per scelta. Non si sceglie una zona così. Ci si resta se si è cresciuti qui, nascondendo la pigrizia e vivendo di abitudini. Si arriva qui sbigottiti dai costi del centro, delusi dai costi della prima circonvallazione, depressi dalla periferia. Si viene qui con l’idea che sia un compromesso. Poi, con trent’anni di mutuo a buon rendere, si resta qui, imprigionati nel nulla.

In fondo, è poesia urbana, è il sunset boulevard versione meneghina, è l’ancorarsi al coraggio di chi apre un negozio qui, che non sia un centro massaggi o una pompa di benzina. Potremmo mantenere l’intera città con le nostre pompe, benzina o goldoni.

Spingendo il passeggino, mi sono accorto che l’Esselunga chiuso desertifica quella specie di piazza che ci ritroviamo. Spingendo il passeggino mi sono accorto che non vorrei mio figlio qui, fra dieci anni. Spingendo il passeggino mi sono accorto che mi si è spenta tutta la rabbia, tutta la voglia. Resto qui, semplicemente, a pianificare la mia fuga. Spingo il passeggino fino alla nuova casa di riposo. E’ nuova nuova, orrendamente rosa, decisamente fuori luogo.

Non succede mai niente qui.

Forse è il caso che io me ne vada.

 

 

Cinque ottime ragioni per diventare padre

Seduto al bancone di un bar, fumo lentamente cercando di non guardare i cinque soldati che davanti a me mangiano e bevono.
Di fianco, seduti a un tavolino nell’angolo, due ragazzi, lei biondissima, bevono lentamente due rhum più qualcosa. Per mischiare il rhum ci vuole cultura, e un barista. Di quelli veri. Che tutti sputano su una delle professioni più importanti e nobili del mondo. Dalla vecchia che sta appoggiata sulla cassa non mi farei fare nemmeno un bicchiere d’acqua, ma in posti come questo si fa di necessità virtù.
La vecchia ha zoccoli pesanti, che sbattono per terra ogni volta che si avvicina ai soldati per portare birra. Diavolo, quanta birra.

Sono venuto qua per scrivere. Fuori c’è una notte perfetta, stelle luminose e vento caldo che tira verso il lago. Alle spalle le alpi bianche. In strada nessuno. Sono paesi in cui le anime vengono per dormire. Uno sputo dalle grandi città, per questi villaggi fantasma. C’è anche la chiesa. Con il campanile. Prima che la vecchia mettesse una radio immonda che manda jazz, musica napoletana, grandi successi tedeschi e colonne sonore di film americani senza nessuna logica, si sentivano anche le campane.
La mia stanza da esattamente sulla canonica. I soldati alzano la voce senza accorgersene. Ridono, urlando. La fortuna di non capire una parola non mi salva dal rumore assordante. Festeggiano.
La bionda si toglie lentamente la felpa, lasciando che tutti gli occhi guardino la vita che spunta da una maglietta.
Sono posti, sono situazioni, in cui potrebbe non succedere nulla per anni. Forse per secoli.
A parte il rumore assordante delle risate dei soldati, ubriachi.

Non c’è niente di peggio che avere in testa una poesia per tutto un viaggio. Tra curve e tornanti, tra passi di montagna e statali infinite, le parole che scorrono chiarissime in testa. E poi arrivare e non ricordare nulla. Forse per i soldati. Forse per la stanchezza.

Ci sono tantissime ragioni per cui ho voluto un figlio. Tutti validissimi argomenti di discussione tra uomini che non hanno figli. Poi, il test di gravidanza, il pancione, i mesi infiniti di coccole, visite, abbracci, lavori in casa. E tutte queste ottime ragioni ti sembrano la cosa più ovviamente giusta del mondo. Ti ci vuole solo un po’ ad abituarti al fatto che sei diventato padre. Solitamente mesi. I più bravi ci mettono poche settimane. I peggiori una vita. E non sempre, avere di fianco una donna che diventa madre aiuta. Quelli che ci mettono pochi giorni vanno tenuti lontani. Sicuramente presto o tardi imbracceranno un fucile automatico e raderanno al suolo una scuola o un’ospizio. Nel migliore dei casi si schianteranno dopo essere andati a travestiti in una statale sperduta, ubriachi fradici del loro finto splendore.

(la vecchia mi serve dell’Havana 7, i soldati abbandonano in gruppo il posto, comincio a sentire Frank Turner nelle cuffie, la vita mi sorride).

Sembra scontato, ma diventare padre è una rivoluzione. Una di quelle rivoluzioni che nella vita sono necessarie. Niente sarà come ti aspetti, e tutti quei cazzo di libri che stravendono a genitori psicotici servono giusto a ingannare il tempo tra il test di gravidanza e la sala parto.

Per diventare padre serve incoscienza, serve coraggio, serve una donna, serve un sacco di amore.
E servono delle ragioni. Più del coraggio e più dell’amore.

Forse una delle ragioni è proprio l’amore.

Guardando mio figli negli occhi sento tutto l’infinito di una nuova vita, una nuova persona, un nuovo futuro. Mentre gioca, impegnatissimo, con un pezzo di qualsiasi cosa che per noi è insignificante, sento tutto il brivido del suo futuro. Ecco un’altra ottima ragione: il senso del futuro. La continuazione di qualcosa di immenso. Mio figlio vivrà anni che io non posso nemmeno immaginare. Mi spetta di dargli in mano un mondo il più possibile umano, o meglio la capacità di sopravvivere in tutto questo. Poi vivrà, amando, odiando, godendo e soffrendo, per conto suo. Roba da vertigine.

Un figlio è il miglior modo di dire ti amo. Alla vita, alla donna che ha il coraggio di averti al fianco, al tuo passato e al tuo futuro. Ecco la terza ragione: un figlio, di questi tempi, è un gesto sconsiderato, economicamente svantaggioso, un’incognita, quasi folle, insomma un gesto d’amore.

(la vecchia alza il volume mentre Sting canta. Presa da un improvvisa voglia di movimento si mette a pulire un tavolino)

Un figlio, quarta ragione, è il viaggio più lungo e vero che tu possa fare. Dura una vita e non ne conosci la destinazione.

In fondo, hai ragione tu, siamo davvero pochi. I giardinetti sono pieni di vecchi e badanti. Dovrebbero togliere i giochi e le altalene, e sostituirle con degli svuota catetere o con delle cabine telefoniche. Non mi spetta di analizzare il problema, non mi spetta di giudicarlo.
Posso solo dirti che, se puoi appena appena farlo, ti suggerisco vivamente di fare un figlio.

Anche e soprattutto per goderti la quinta ragione. Che capirai solo dopo averlo fatto ed aver compreso di essere diventato padre: è la cosa più totale che tu possa provare. È un orgia di sentimenti, una nausea di sensazioni. È il totale di una somma che credevi di aver già calcolato. È la provvisorietà di tutte le cose che credevi certe.

C’è della poesia nella fatica di tutti i giorni, nelle aspettative, nelle notti insonni, nei sorrisi.

Sono ottime ragioni per fare un figlio. Lo stesso provarci, se fatto con continuità, è una gran bella ragione. E almeno per questo, non dovresti aver bisogno di libri.

(la vecchia spegne lo stereo con decisione. Sono rimasto solo, con la mia poesia appesa chissà dove. Maledetta memoria).

La buona sorte, il buon vino, le buone parole, i buoni propositi

Mi manca il cemento assolato della bassa California, le distese di capannoni sul mare, l’indistruttibile certezza del ceto medio, ordinatamente parcheggiata fuori dalle anonime villette. È un periodo in cui mi manca l’America. Sono appena uscito da un ristorante thai, nella provincia tedesca, maledettamente umida. Sono un terribile bambino. Il gioco di non avere mai rimpianti mi ha lasciato molte più rughe in faccia di quante se ne possano augurare a un giovane barbuto sulla trentina. Il disordine dei miei capelli è lo specchio del disordine dei miei pensieri in questi giorni.

Mi manca lo swing di Sinatra in sottofondo nelle ovattate reception degli hotel di Chicago, nelle sere prima di Natale. Fumando, osservando le stelle, mi accorgo di essere già stanco della Germania. Passano due moto nell’oscurità della sera. La provincia tedesca è terribilmente verde, ordinata e ostinata. I posti plasmano le genti che ci vivono, o sono le genti a plasmare i posti che abitano?

Mi mancano le interminabili ore negli aeroporti di provincia americani, mi mancano gli odori e i sapori, mi manca la gente delle strade interstatali. Ho una certa avversione per il centro Europa. Mi piace il Mediterraneo per il senso di confine che hanno le sue coste, per la provvisoria felicità che il sole porta alle genti levantine immerse in problemi più vecchi della storia dei loro paesi. Mi piacciono le isole europee. Mi piace la Francia, il Belgio. L’Olanda ha un suo sapore romantico e amaro. È solo in Germania che mi stanco subito.

A casa mia sono fioriti tutti gli alberi. La primavera esplode a Milano. Adoro girare all’alba, con il fresco, senza traffico, per le strade del centro. Contando gli alberi in fiore e annusando i bar appena aperti.

Mi manca la Florida, mi manca Orlando, i suoi centri, il suo caldo, le sue paludi.

Sono stato fortunato ad avere il coraggio di non smettere mai di viaggiare in questi anni. Ho dentro gli occhi un bagaglio di immagini, dentro le orecchie tonnellate di suoni, nel naso interi anni di profumi e odori.
Provo ad immaginare una vita senza tutto questo viaggiare.
Non sarei io.

Ho mangiato un wok esuberante, saltato al punto giusto e pieno di soia. Come piace a me.
Mi piace la schiettezza della cucina asiatica. Mangio cucina asiatica nella provincia bavarese, ripensando agli anni americani. Ho buoni motivi per credere che non sarà per nulla facile smettere di viaggiare.

Quando ho iniziato l’Amore ai tempi del Colera, non sapevo che la letteratura sudamericana puzzasse di sudore, di galline, di strade polverose, di magia nera e bianca, di superstizione, di sole e freddo, di sangue e scarpe bucate. Di fiume, di fiori incredibili, di donne maliziose tanto da pensare che Dio abbia inventato la malizia guardando di sbieco negli occhi di una donna latina.

Quando ho iniziato a viaggiare per l’America di oggi, non sapevo che il solo camminare tra le loro strade potesse lasciare così tanti ricordi.

Mi piaccio per questo: in fondo non ho mai avuto un gran fiuto per il mio futuro, ma non mi sono mai tirato indietro davanti a una porta aperta.

Piego la camicia, sfioro le iniziali sul fianco, osservo la mia piccola valigia, punto la sveglia, cerco qualcosa d familiare nella stanza dell’hotel.
Non bisogna mai abbandonarsi ai ricordi. Soprattutto in Germania.

Vado a letto, sapendo che non dormirò. Dovendo ancora ricordare un sacco di America.

Un giorno presto o tardi, partirò per un lunghissimo viaggio in moto.
Forse in America.

Amore, harley e macedonia

Mi sveglio con un preoccupante ritardo sulla tabella di marcia, che già vive di perenne ritardo di suo. In pratica mi restano sette minuti netti per le rituali ablazioni mattutine, chiusura bagaglio, occhiata agli angeli che sparpagliati per casa dormono più o meno russando, per arrivare al taxi, al quale devo chiedere di correre (già previsto dal normale piano), per arrivare in aeroporto in tempo per saltare la coda, per salire sull’aereo attraversando il terminal correndo.
Con il tempo ho sviluppato tutte le prerogative che rendono animali unici i permanent travellers. Una è il costante restringimento dei tempi previsti per arrivare in aeroporto o in stazione.
Una specie di sfida con se stessi. Poi so prepararmi un bagaglio a mano per una o due notti fuori in sei minuti netti, prevedendo cambio elegante, cambio sportivo, generi di primo conforto, sacchetto per le grandi emergenze mediche tipiche, libri, e anche un comodissimo cambio aggiuntivo, utile a chi ama viaggiare con compagnie dalla cancellazione facile.
La perenne sfida con me stesso sui tempi mi porta a svegliarmi sessanta minuti prima della partenza del mio volo, al quale mi presento un minuto prima della chiusura dell’imbarco. Togliessi la sigaretta, guadagnerei in salute e tempo, ma non sarei più io.

Mi riaddormento, ma sono nel pieno di un sogno umido, pieno di musica, faticosissimo. Mi sveglio sulla carrozza numero 8, a 301 km/h, nel mezzo del nulla che è il mezzo della Spagna.
Adoro il treno. Adoro osservare tutta la vita scorrermi dal finestrino, senza saper minimamente dove sono.

Ricordati, se vuoi intraprendere un qualsiasi lavoro che ti porti a dormire fuori casa più del 50% del tuo tempo, che la prima cosa da imparare è come ordinare riso e pollo in tutte le lingue possibili. Per garantirti la stabilità intestinale necessaria a non morire accasciato nel bagno di una stazione di provincia o nelle spaziali aree di servizio austriache.
È l’unica cosa che devi davvero imparare. Il resto viene da se. Se sei uno dei numerosissimi schizzinosi del cuscino,quelli che se cambia un centimetro di cuscino non dormono due notti, oppure se sei tra quelli che non vedono nessuna possibilità di utilizzare una tazza diversa da quella del loro cesso, a costo di pericolose implosioni gastriche, ecco se sei tra questi, non ti preoccupare.
Niente come crollare di sonno su una tazza di un cesso per fumatori di un aeroporto cinese ti insegnerà in primis quanto sia fondamentale tenere separate le due attività, e poi quanto é facile adattarsi quando si ha davvero bisogno.

Mi godo un tramonto surreale. Faccio incetta di tramonti. Non ricordo quando ho iniziato a dormire ovunque. Ricordo solo di aver imparato a legarmi la borsa alla caviglia destra. Mi serve la musica.

Giusto ieri, uscendo dall’ufficio di corsa per evitare il lancio della macchinetta del caffè contro qualche collega, ho deciso il titolo del 2012. Ogni anno ha un titolo. Solitamente ricevo da me stesso la lista delle nomination verso ottobre. Così nel novembre 2002 potevo confermarti che si trattava di “noia, arachidi e mojito”. Come il 1997 fu l’anno del “ma porca di quella puttana”.
Grandi gioie per un 2003 all’insegna del “guanti, guantoni, ossa, sassi”.

Questo 2012 ha una copertina molto anni 70. Molto piena di quella psichedelica pittura apprezzabile solo con un uso massiccio di LSD. Comunque vada a finire, a oggi il titolo è “Amore, macedonia e Harley”.

Mi sono, preoccupantemente, già ampiamente rotto il cazzo (espressione gergale per indicare che mi sono rotto il cazzo) di sentire le lamentele, le preoccupazioni, le statistiche, le promesse, le aspettative, le lamentele, le preoccupazioni, le statistiche, le promesse e le aspettative. Le lamentele, le preoccupazioni, insomma un pericolosissimo circolo vizioso di lamentevoli voci.
Solitamente mi succede a luglio, quando giallognolo e con occhiaie spaventose, mi prendo clamorose sbronze di recupero per uscire dal tunnel dei fogli di excel e dei grafici.

Forse sto invecchiando. Ieri mi spogliavo insieme alla Signora, appoggiati ai bordi del letto. Spogliarsi ai bordi del letto nei primi sei mesi di fidanzamento solitamente corrisponde al massiccio utilizzo del letto stesso e dei mobili prossimi al letto per lussuriose complicazioni di carni. Spogliarsi ai bordi del letto per due sposi, solitamente corrisponde a un buon momento per litigare sulle vacanze. Spogliarsi ai bordi del letto per due neo genitori, corrisponde all’unico momento in cui parlarsi, tra mutande e perizomi e qualche immancabile gioco di silicone dalle forme lievemente falliche.
Insomma, io e la Signora ci spogliavamo osservando che forse, forse, forse, stia o davvero invecchiando. Solo un poco. Nulla di drammatico. Solo un sensibile movimento dell’orologio biologico. Una tacca in più. Io ci pensavo da qualche settimana. Ci metto due giorni a rimediare una sbronza, passo intere ore a cercare di ricordare dove ho nascosto qualcosa, sento freddo alla schiena quando vado in moto, e ho una cartella medica di cinque centimetri di spessore. Ma forse questo è solo per svariati anni di ipocondria.

Forse sto invecchiando. In ogni caso, sia chiaro, questo psichedelico anno, dal numero nobilmente tondo e pari, non mi vede gettare la spugna con anticipo. Non sia mai. Il mio vecchio spirito da piazzista porta a porta non ammette di gettare mai la spugna. Ma ho deciso che, perfetto sincronismo con la primavera esplosiva, questo sia l’anno dove re imparare ad amare.
Sempre altruista, in primis amare me medesimo. Insomma, qualche attenzione in più nei miei confronti non la vedo nemmeno male in un anno in cui i metrosessuali sono diventati ufficialmente un popolo. Non sai cosa sono i metro sessuali? Nessuno, prima che venisse inventato il maNscara, lo sapeva con certezza. Sono gli eterosessuali attenti al proprio corpo come gli omosessuali. Bistecconi palestrati, con ciglia perfette, addome depilato, eyeliner oppure maNscara, ossessiva attenzione per un discutibile genere di vestiti. Come tutte le brutte malattie, li trovi in palestra, in piscina, in discoteca e nei luoghi affollati. Ah, se provi dissenso, forte disorientamento, disapprovazione, sappi che pare che il metrosessuale sia il principale desiderio nascosto della maggior parte delle donne. Statistiche alla mano. Ergo, depilati, oliati, palestrati, dimagrisciti, dai al tuo lato etero uno schiaffo molto omo. Ma non emo.
Tu, io continuo a bere. Che prima o poi ritorno di moda. In qualche sottocultura di strada sono ancora in auge.
Comunque quest’anno mi vorrò tremendamente bene.
Poi amerò tutti. Molto più di prima. E seguendo la teoria delle cerchie di Google+. Partirò dai più vicini, ma prima o poi arriverò anche ai lontani. Pioggia di amore incondizionato.
Amerò, per chiarezza di intenti, anche alcuni oggetti. Tra cui la mia adorata moto.
Alla quale riserverò attenzioni e tempo.
Amerò la natura, anche se nel suo piccolo mi fa incazzare non poco.

Tra i primi gesti di questo nuovo trend, segnalo al grande pubblico una settantina di buoni propositi che vanno sotto la categoria “mi amo” e che so che non manterrò mai. Voglio smettere con il fumo, il caffè, grassi saturi, latticini, carni rosse, verdure filanti, cioccolato, alcool ma non rhum, ibuprofene. Voglio correre, nuotare, sciare, surfare, scalare. Vado sulla teoria dei grandi numeri. Su una scala di ottanta cose, è probabile che almeno una io riesca a farla.
Altro eclatante segnale è nel destino del mio balcone. Voglio piantare una pianta da frutto. Ma dato che mi piacciono sia i limoni, sia le fragoline di bosco, sia i pompelmi che le pesche, ho deciso di piantare una pianta di macedonia.
Pr questo sto accumulando lattine di macedonia in scatola vicino al vaso più grosso, per prepararlo al suo destino.

Sarà un anno così. L’amore starà a me come il sesso tantrico a Sting. Potrò garantire anche io ore, voci dicono otto di fila, di amore incondizionato.

Presto, molto presto tanto da poter dire prestissimo, mi amerò facendo l’incredibile sforzo di mettere ordine dentro Radiocorrida.
Avrà un titolo bellissimo.

Come questo 2012.

Life is short fritz, love, harley and fruit salad to all!

Antologia dell’ascensore

Sebbene talvolta possa sembrare difficile a credersi, ho una delicatissima sensibilità. A tratti, decisamente femminile, estremamente acuta, materna. Non ho mai avuto paura del mio lato femminile. Il mio lato femminile risulta spesso terrorizzato dalla bassezza umana del mio lato maschile. Che però al momento non rilascia dichiarazioni perché appena uscito da una durissima discussione con il mio lato infantile. Che gli ha detto che assomiglia al mio lato animale. Il quale, in primavera, ha il suo bel da fare e non si perde in discussioni, a suo dire, inutili. C’è il mio lato oscuro che invece ha stretto un patto con il mio lato sadico, ma i due non raggiungono da troppo tempo la soglia del quattro percento, necessaria per sedere nel mio parlamento interiore. Piccole correnti burrascose. Il mio lato autistico, sempre determinante quando si tratta di esprimere ripetutamente l’assenso o il dissenso a qualsiasi cosa, ha avuto il suo bel da fare nel convincere il mio lato religioso a lasciar cadere alcune pesanti offese che il mio lato punk sembrerebbe aver rivolto, invece, al mio lato banale. Che si trovava, al momento e manco a dirlo, insieme al mio lato pittoresco. Pare intenti in una gara di rutti.

In ogni caso, la mia spiccata sensibilità, delicato petalo di rosa a bagno in un tambler stracolmo di cinico disincanto, mi ha portato a leggere e ascoltare più di quanto fosse necessario, casi umani di vario genere presentatisi al mio cospetto per le più straordinarie ragioni umane.

Ricordo perfettamente di essere stato felice, mentre appoggiato al bancone del Mom Cafe tentavo di ordinare un Brugal, il quinto di una deliziosa serata settembrina, quando lei, il caso umano per eccellenza, con fare disinvolto si è presentata al mio fianco. Tutti i miei lati protestarono animatamente per l’incursione indesiderata. Sono uno dei pochi al mondo a capire l’urgente differenza tra una possibile scopata tra ubriaconi e il piacevole e solitario bere Brugal in santa pace. E, forte di un’esperienza ventennale, ho imparato a preferire tutto del Brugal, le conseguenze a breve termine e quelle a lungo termine. Eppure il mio lato femminile, sensibile piuma al vento, ha lasciato che il caso umano iniziasse a lavorarmi ai fianchi. Un immondo polpettone di sofferenze sentimentali, fallimenti lavorativi, handicap emotivi, mascherato sotto le mentite spoglie di una gradevole giovane. Mai errore fu più grande. La sconosciuta, credo si chiami Paola, o forse Giulia, ma più probabilmente Paola, mi si è attaccata come un cerotto, rovinandomi anche le due serate successive. E sono passati mesi prima che mi decidessi a tornare al Mom con tranquillità. I casi umani si legano a chi li ascolta.

E ho bene impresso nella memoria il figuro che mi è stato appioppato da un amico. Giovane, molto alternativo, spiantato come un orchidea recisa. Musicista, in un gruppo. Mi ha raccontato tutta la sua vita e, sfoderando uno dei primi iPod, mi ha infilato nelle orecchie una notevole raccolta di fallimentari esperimenti che lui e il suo gruppo erano decisi a pubblicare. Forte della mia formazione musicale, anni di Rancid, Nofx, Gorilla Bisquits, Negazione, eccetera eccetera, credevo di essere pronto a tutto. Ma l’imitazione del peggio dei Negrita, con velati cenni al peggio di Vasco e riferimenti marcati alle brutture di Luca Carboni, mi hanno piegato. Ascoltare tutto l’album, commentando ogni singola canzone, è stato incredibilemente sadico.

Non dimentico nemmeno il poeta amico di Pinketts, che mi ha mandato mail per quattro mesi. In quei giorni mi ero messo a studiare il concetto di stalking, per vedere se fosse possibile una denuncia. Io adoro la poesia perchè adoro i poeti. Sono uno dei pochi (circa trentamila, sommando qualche numero e qualche statistica) che continua a comprare poesia. Leggo poesia. Scrivo poesia. Adoro la poesia. E penso che ci voglia davvero poco per far poesia. Ma lui, me lo ricordo perfettamente, forse è uno dei rari casi al mondo di anti poesia.

Poi ci sono tutti i casi umani delle cerchie limitrofe. Ovvero degli amici di amici. Quelli di cui non te ne fotte una beata fava, ma con i quali sei misteriosamente amico su Facebook, e che si sentono in dovere di scaricarti addosso le loro sofferenze. Quelli sono i peggiori, perché te li trovi addosso nei momenti in cui abbassi la guardia. Hai appena abbandonato il passeggino, ti muovi veloce verso il buffet. Sai di avere non più di sei minuti, prima di essere richiamato ai doveri paterni, per fare: giro buffet, birra, sigaretta, rhum, sigaretta. Sei veloce e deciso. Ma lui, o lei, o addirittura lui e lei, ti si piazzano davanti, tra te e le zucchine grigliate, tra te e la preziosa libertà che solo un neo padre sa di trovare in un vassoio di verdure grigliate, e inizia un calvario di piccoli soprusi lavorativi, ridicole relazioni sentimentali di ventisette giorni troncate al ventottesimo, drammi domestici legati all’aumento di Sky. Roba che, chiunque abbia sofferto davvero nella vita, sa di poter considerare come piacevole quotidianità. Invece si crea attesa per il tuo commento appropriato, per il tuo giudizio ponderato, per il tuo sagace ottimismo. Sei come la pioggia per la Confagricoltori: se manifesti assenza, è un problema, se ci vai troppo pesante è un problema, insomma non ti resta che cercare alla voce Grandi Banalità e uscirtene con qualcosa di scontato. Niente sigaretta e niente rhum. In ogni caso.

Sopravvivere alla sensibilità e alla propria femminilità è qualcosa che si impara con il tempo.
Come la passione per il rhum, richiede pratica e conoscenza. Ma ci sono dei luoghi, dei momenti, in cui anche una cintura nera di cinismo, si trova in difficoltà. Purtroppo il mio fottuto menisco, uno dei miei fottuti menischi, mi ha mollato ormai da qualche anno. Come la maggior parte dei miei tessuti molli. Bastardi. Questo mi obbliga a prendere l’ascensore. Che è il luogo principe delle confidenze umane oltre che il luogo principe dove evitare di lasciarsi andare alla liberazione del basso colon.

E la mia discreta vicina, che sono certo essere un serial killer in pensione, mi ha preso alle spalle. Oggi. Io sono certo che lei abbia una collezione completa di tuttimi bulbi oculari dei fanciulli che ha sgozzato negli anni. Basterebbe guardare nel suo freezer. Invece tutti sono convinti che si tratti di una innoqua vecchina (si, innoqua, con la cu, qui si fa anche della grammatica).
E mi sono dovuto sorbire tutta la storia del tunnel carpale. Per la quarta volta in tre anni. Ma quanti cazzo di tunnel carpali ha, la mia piccola vicina? Perchè io so di almeno quattro interventi, tutti allo stesso fottutissimo polso sinistro.
Per forza, a furia di sgozzare i fanciulli della zona, bastarda mancina, avrei voluto dire.

Invece, chiudendomi la porta dell’ascensore alle spalle, ho solo detto: ” beh, almeno ci siamo tolti un problema, e adesso siamo pronti per uno nuovo”.

Una frase che stonerebbe persino in un romanzo di Moccia, persino nel libro di Alfano (si, ha scritto un libro. Ho avuto il personale piacere di leggere la quarta di copertina).

Eppure, il mio lato sensibile, la donna che in me abita da sempre, occupandosi di tenere fiorito il davanzale, è ancora capace di dire cose del genere.

Poi non stupirti di tutto il bisogno che ho di affogarmi nel rhum.

Frena, cazzo. Cazzo freni?

Un Giovanni Bongiovanni super permanentato compare sul mio iPod. Ha lo sguardo tipico di chi, alla fine degli anni 80, tentava di fare brutto indossando Camperos, canottiere aderenti, 501 chiari e pettinature talmente elaborate da far invidia a un piatto di Cracco.
Giovanni Bongiovanni, al secolo Jon Bon Jovi, è stato uno dei grandi motivatori dei miei pomeriggi di studio. Avevo una stupenda radio Aiwa, con due cassette e funzione super bassi. Ascoltavo solo Rock Fm, che trasmetteva da Via Pisani. Facevo le versioni di latino ascoltando metallari stra fatti richiedere canzoni a dj dai nomi storici. Con grande rispetto per Virgin, altro che Virgin.

In sala mio padre aveva montato un impianto Philips da 45 watt, con due casse grandi come un televisore. Faceva un po’ a pugni con la collezione di piattini tematici che mia madre aveva appeso. Mia sorella, beati paninari, aveva subito attaccato un adesivo 105 Radio, 99.1 FM.
Avevamo anche il giradischi. Spandau Ballet, Duran Duran, e cose così.

Io, chiuso in cameretta, vivevo la mia personalissima rivoluzione soft. Ascoltavo i Black Train Jack, appendevo pacchetti di cartine Rizla al muro, bucavo il diario.
Fumavo due pacchetti da 10, 2100 lire, di Marlboro Light alla settimana.
Quello che fuma Camilleri durante un’intervista con Mollica io lo facevo fuori in un mese.
I grandi duri del quartiere Ticinese di allora sono tutti ancora lì oggi.
Uno fa il commercialista con papà, due sono avvocati e uno vende magliette con scritto Barona University, Comasina Rules e cose così.

Sono figlio di un boom culturale che voleva uscire dai settanta, per tornare nei cinquanta. Sono figlio di un boom economico che ha aperto le casse per il lusso. Genitori morti di stanchezza per risparmiare, hanno dato alla luce figli morti di noia per lo spendere.
Citando i Club Dogo, i figli delle BR e della bomba, hanno dato alla luce i figli dei PR e della bamba.

Per fortuna, appena dopo, sono arrivati gli odiosi anni novanta, con il nulla atomico e tutte le crisi di identità che hanno portato alla santificazione di Kobain e soci.

Non mi lamento, sono figli della pubblicità del Domopack con i due figli che giocano a football con il pollo arrosto facendo anche un grind su una fontanta.

Anzi, considerata la mia propensione per il vizio, c’è da ritenersi fortunati ad essere nati quando l’eroina cominciava a passare di moda.

Tutto questo per lanciare una recensione postuma sul Bon Jovi di Bon Jovi (il primo è il cantante il secondo il nome dell’album. O viceversa, se vi aggrada).

Un po’ il metallozzo soft mi manca. L’abuso di tastiere alla Van Hallen, il memorabile uso improprio del basso che si faceva a fine pezzo, e questo continuo, perfetto alternare di strofa ritornello che rende cantabile in cinque secondi di ascolto qualsiasi canzone di Bon Jovi pre svolta eroe Pop. Mi mancano le polemiche sui messaggi subliminali, mi manca Ozzy e il suo grandioso senso del ritmo vocale. Mi mancano le sessioni di fiati, buttate a sostenere testi incazzosissimi. Così, a non capire i testi, ti sembravano canzoni allegre.

Non sono a conoscenza delle ragione per le quali La Signora si sia fissata sul Bon Jovi, ma mi sono ritrovato a disposizione la discografia completa.

Non credo di farne uso improprio mettendo tutto a palla nell’iPod.
E quando Let It Rock (di Giovanni Bongiovanni, dall’album Slipperi When Wet, dirige il maestro Bongiovanni), parte con l’esubero rock di organo tubante e chitarre (che Don Pino diceva chiaramente che era la musica del Diavolo. E più lo diceva e più erano i walkman con Let It Rock dentro), smetto per un secondo di scrivere mail.
Guardo fuori dal finestrino, nel sole del primo mattino.

E per qualche secondo rivedo le mie Reebook Pump bianche, le mie basette a punta e il mio giubbotto da baseball azzurro catarifrangente. Il mio felpone blu, lavaggio consentito a mia madre solo mensilmente, le mie calze di spugna bianche (della “Mike”, che mia madre credeva di farmi un piacere a comprarmele di marca). Il cappellino dei 49ers.
Rivedo una Milano di cui potrei parlare per ore, umida come quella che ho lasciato stamattina.

E mi riprometto di avere tutta la pazienza necessaria a sopportare tutte le basette, le calze di spugna bianche, le fantasie di abbigliamento cromaticamente impossibile, le scritte sullo zaino,che mio figlio avrà bisogno prima di diventare normale. Lo devo a mio padre, che ha visto un figlio dark, un figlio super sportivo, un figlio new wave, un figlio post punk, ed ero sempre io.

Questo pezzo è dedicato a tutti coloro che hanno suonato per anni, davanti allo stereo di casa, per ore tutti i pezzi di Bon Jovi. Molto prima che tutto questo si chiamasse AirGuitar.

E inoltre è dedicato a tutti, tantissimi, i cantanti “onomatopeici”, che non sanno nemmeno un testo in inglese ma che non si tirano indietro mai davanti a nessun pezzo. E a una delle più grandi del genere, quella splendida donna che era mia madre. Che, come se ce ne fosse stato bisogno, per dimostrarmi amore, fu anche capace di ascoltare Bon Jovi.

” ai sciaut tu de art, ein ior tu bein, darlin iu giv lov a bad naim”.

Post atomico, eruttante, always Big Mac

L’ottanta per cento dei miei pasti viene consumato fuori casa. Sono il rappresentante statistico della mobilità alimentare, divorato da una perenne colite, costretto alla solitudine nella maggior parte delle mie cene.
Odio mangiare da solo. Per me il mangiare è un rito sociale. Faccio colazione in piedi, perché mi è stato insegnato che gli uomini veri pisciano e fanno colazione in piedi. Pranzo ovunque capiti, adoro stare all’aperto. Quando so di avere davanti una cena solitaria inizio sempre con il girare a zonzo per le strade del centro della città. Prendo metropolitane, bus e tram, mi sposto con la gente, e finisce sempre con un bicchiere di vino e qualche cosa da stuzzicare in pessimi posti che la Lonely Planet sconsiglia di avvicinare (quindi preziosamente privi di sdolcinate coppiette italiane).
Sono uno di quelli che trova decisamente imbarazzante cenare in solitudine. Il tavolo più piccolo ospita sempre due sedie. Trovo insopportabile il vuoto davanti a me.

Mangio tutto, da buon ospite non rifiuto mai le proposte locali. Giro armato di un compatto blister di riordinatori gastrici, e il mio colon assomiglia a una caotica riunione del Consiglio dei Ministri ( non per il contenuto, ma per la forma, non mi permetterei di offendere quivi il mio prezioso sistema digestivo).

Ho mangiato catalano, olandese, thai, cinese, giapponese, texano, siciliano, californiano, vicentino, romano, toscano, ligure, calabrese, svizzero, piemontese, swaili, greco, inglese, francese, messicano, taiwanese, cantonese, indiano, basco, galiziano, provenzale.
Due sono le conclusioni: la pasta al sugo come la fa mia moglie non la fa nessuno, ed è statisticamente semplice reperire del pollo ai ferri con del riso in quasi tutti gli angoli del mondo.
Per evitare il coriandolo, il cocco, il peperoncino, funghi, aglio, spezie impronunziabili, basta agitare la mano subito dopo aver indicato il pollo sul menu.
Parlo da curriculum tre lingue, ma sono in grado di ordinare una birra in almeno una trentina di stati sovrani, dialetti regionali inclusi.

L’esplorazione gastronomica é sicuramente uno dei grandi vantaggi del viaggiare, anche se per sopravvivere oltre i quarant’anni senza quattro bypass al cuore e due all’intestino è consigliato mantenere uno stile alimentare sobrio. Fai i primi anni da Frequen Flyer come uno scanzonato Berlusconi, ma poi ripieghi come tutti i colleghi di trolley a un più consono menu Monti.
I panini sono il mio problema.

Odio i panini. Da sempre. Mi fanno più impressione le pubblicità di Sbarro, Subway, McD e soci che quelle sull’abbandono dei cani in estate. Anche se voglio decisamente più bene ai labrador che alle baguette, il panino succulento, strapieno di tacchinoinsalatasalasacocktailfunghetticapperipepeverde, mi da un fortissimo senso di abbandono, di sconfitta.

Il panino è l’arrendersi alla vita da pendolare. È il primo passo verso la fine.

E qui si pone il problema più grande che affligge chi, segugi multinazionali, ha la carta di credito castrata dai tagli aziendali e pascola per gli aeroporti del mondo trascinando il trolley e la vita tra un box fumatori e un negozio Montblanc.
Dopo anni di studi di settore e ricerche di marketing pare che l’Associazione internazionale dei ristoranti aeroportuali abbia deciso di smantellare il cartello “costiamo, cazzo, ma tanto non hai alternative, cazzone”. Insalate da venti euro, che quando le vedi pensi “cazzo,quarantamilalire” e il tuo vicino tedesco sospira “cazzo, venti marchi” e il tuo vicino americano “finalmente un’insalata a solo trenta dollari, uonderful”.
Misteriose zuppe da quindici euro, petti di pollo che costano come interi allevamenti, smorte fragole appoggiate a moribonde fette di ananas al prezzo di un biglietto Milano Roma in prima classe.
C’è del jazz in sottofondo, e tu pensi “cristo, pure il jazz”, mentre il tuo vicino francese sorride “finalmont un posto con del jazz male amplificato”. Le luci sono soffuse, i panciuti dirigenti hanno gli occhiali a tre quarti di naso. Se devi immaginare un locale per scambisti, eccoti un aiuto.

E tu, che alla fine a pranzo ti hanno fatto mangiare coda di rospo fritta, salame piccante, trionfo di olive impanate e gelato al cioccolato (dolce dolce, non un po’ salato. Quella era una allusione a una fellatio con un pene nero, ma ti devo spiegare tutto?), e che alla fine non é vero che mangi tutto. Anzi, sono riusciti in un solo menu a beccare tutto quello che odi. Quindi hai lasciato quasi tutto, confondendo i tuoi commensali con chiacchiere sulla drastica misura di correzione degli investimenti industriali nell’area balcanica. Tu, che tua nonna direbbe che non hai mangiato nulla, perché puoi fregare commensali dall’indubbio profilo internazionale ma non la madre di tua madre. Tu, insomma, hai una fame costante, dolorosamente insidiosa, pressante.
Sai che tra meno di un’ora ti verrà servito uno snack a diecimila metri di altezza. E detesti quegli snack. Non son snack, sono offese alimentari. E non vuoi mangiare la pizza. Ci vogliono due quadrimestri per digerire la pizza low style. Non é pizza. Non vuoi mangiare le barrette cioccolose che sostituiscono un pasto completo, arricchite di riso soffiato. Perché sostituiscono il pasto completo solo di anoressiche modelle e fissati del Pilates, e poi non sei un pavone in cattività, tirato su a riso soffiato e ormoni. Tu hai fame, cazzo. Fumi, ma hai sempre fame. Bevi dell’acqua vitaminizzata, ma hai fame.

Non ti pieghi al panino, finisci piantato contro il finestrino, sgranocchiando uno snack offerto insieme a un soft drink, mentre anonime campagne innevate ti scorrono migliaia di metri sotto gli occhi. Chissà dove cazzo siamo, pensi. Per non pensare: ma come cazzo faccio a ridurmi sempre così?

Dedicato al Ponderosa All U Can Eat di Orlando, FL. Il mio primo, vero, giro nell’America quella vera, obesamente vera. La mia prima serata davvero triste e solitaria, purtroppo non l’ultima. La mia prima Ceasar Salad, un vero amore. Ero un pivello delle trasferte, sembrano milioni di anni fa.
Al Ponderosa, con un pollo da 7 dollari potevi mangiarti tutto il buffet. Potevi, perchè avevi un colon ancora stanziale.

Al Ponderosa, e a tutti i panini che mi sono saltato.