Antologia dell’ascensore

Sebbene talvolta possa sembrare difficile a credersi, ho una delicatissima sensibilità. A tratti, decisamente femminile, estremamente acuta, materna. Non ho mai avuto paura del mio lato femminile. Il mio lato femminile risulta spesso terrorizzato dalla bassezza umana del mio lato maschile. Che però al momento non rilascia dichiarazioni perché appena uscito da una durissima discussione con il mio lato infantile. Che gli ha detto che assomiglia al mio lato animale. Il quale, in primavera, ha il suo bel da fare e non si perde in discussioni, a suo dire, inutili. C’è il mio lato oscuro che invece ha stretto un patto con il mio lato sadico, ma i due non raggiungono da troppo tempo la soglia del quattro percento, necessaria per sedere nel mio parlamento interiore. Piccole correnti burrascose. Il mio lato autistico, sempre determinante quando si tratta di esprimere ripetutamente l’assenso o il dissenso a qualsiasi cosa, ha avuto il suo bel da fare nel convincere il mio lato religioso a lasciar cadere alcune pesanti offese che il mio lato punk sembrerebbe aver rivolto, invece, al mio lato banale. Che si trovava, al momento e manco a dirlo, insieme al mio lato pittoresco. Pare intenti in una gara di rutti.

In ogni caso, la mia spiccata sensibilità, delicato petalo di rosa a bagno in un tambler stracolmo di cinico disincanto, mi ha portato a leggere e ascoltare più di quanto fosse necessario, casi umani di vario genere presentatisi al mio cospetto per le più straordinarie ragioni umane.

Ricordo perfettamente di essere stato felice, mentre appoggiato al bancone del Mom Cafe tentavo di ordinare un Brugal, il quinto di una deliziosa serata settembrina, quando lei, il caso umano per eccellenza, con fare disinvolto si è presentata al mio fianco. Tutti i miei lati protestarono animatamente per l’incursione indesiderata. Sono uno dei pochi al mondo a capire l’urgente differenza tra una possibile scopata tra ubriaconi e il piacevole e solitario bere Brugal in santa pace. E, forte di un’esperienza ventennale, ho imparato a preferire tutto del Brugal, le conseguenze a breve termine e quelle a lungo termine. Eppure il mio lato femminile, sensibile piuma al vento, ha lasciato che il caso umano iniziasse a lavorarmi ai fianchi. Un immondo polpettone di sofferenze sentimentali, fallimenti lavorativi, handicap emotivi, mascherato sotto le mentite spoglie di una gradevole giovane. Mai errore fu più grande. La sconosciuta, credo si chiami Paola, o forse Giulia, ma più probabilmente Paola, mi si è attaccata come un cerotto, rovinandomi anche le due serate successive. E sono passati mesi prima che mi decidessi a tornare al Mom con tranquillità. I casi umani si legano a chi li ascolta.

E ho bene impresso nella memoria il figuro che mi è stato appioppato da un amico. Giovane, molto alternativo, spiantato come un orchidea recisa. Musicista, in un gruppo. Mi ha raccontato tutta la sua vita e, sfoderando uno dei primi iPod, mi ha infilato nelle orecchie una notevole raccolta di fallimentari esperimenti che lui e il suo gruppo erano decisi a pubblicare. Forte della mia formazione musicale, anni di Rancid, Nofx, Gorilla Bisquits, Negazione, eccetera eccetera, credevo di essere pronto a tutto. Ma l’imitazione del peggio dei Negrita, con velati cenni al peggio di Vasco e riferimenti marcati alle brutture di Luca Carboni, mi hanno piegato. Ascoltare tutto l’album, commentando ogni singola canzone, è stato incredibilemente sadico.

Non dimentico nemmeno il poeta amico di Pinketts, che mi ha mandato mail per quattro mesi. In quei giorni mi ero messo a studiare il concetto di stalking, per vedere se fosse possibile una denuncia. Io adoro la poesia perchè adoro i poeti. Sono uno dei pochi (circa trentamila, sommando qualche numero e qualche statistica) che continua a comprare poesia. Leggo poesia. Scrivo poesia. Adoro la poesia. E penso che ci voglia davvero poco per far poesia. Ma lui, me lo ricordo perfettamente, forse è uno dei rari casi al mondo di anti poesia.

Poi ci sono tutti i casi umani delle cerchie limitrofe. Ovvero degli amici di amici. Quelli di cui non te ne fotte una beata fava, ma con i quali sei misteriosamente amico su Facebook, e che si sentono in dovere di scaricarti addosso le loro sofferenze. Quelli sono i peggiori, perché te li trovi addosso nei momenti in cui abbassi la guardia. Hai appena abbandonato il passeggino, ti muovi veloce verso il buffet. Sai di avere non più di sei minuti, prima di essere richiamato ai doveri paterni, per fare: giro buffet, birra, sigaretta, rhum, sigaretta. Sei veloce e deciso. Ma lui, o lei, o addirittura lui e lei, ti si piazzano davanti, tra te e le zucchine grigliate, tra te e la preziosa libertà che solo un neo padre sa di trovare in un vassoio di verdure grigliate, e inizia un calvario di piccoli soprusi lavorativi, ridicole relazioni sentimentali di ventisette giorni troncate al ventottesimo, drammi domestici legati all’aumento di Sky. Roba che, chiunque abbia sofferto davvero nella vita, sa di poter considerare come piacevole quotidianità. Invece si crea attesa per il tuo commento appropriato, per il tuo giudizio ponderato, per il tuo sagace ottimismo. Sei come la pioggia per la Confagricoltori: se manifesti assenza, è un problema, se ci vai troppo pesante è un problema, insomma non ti resta che cercare alla voce Grandi Banalità e uscirtene con qualcosa di scontato. Niente sigaretta e niente rhum. In ogni caso.

Sopravvivere alla sensibilità e alla propria femminilità è qualcosa che si impara con il tempo.
Come la passione per il rhum, richiede pratica e conoscenza. Ma ci sono dei luoghi, dei momenti, in cui anche una cintura nera di cinismo, si trova in difficoltà. Purtroppo il mio fottuto menisco, uno dei miei fottuti menischi, mi ha mollato ormai da qualche anno. Come la maggior parte dei miei tessuti molli. Bastardi. Questo mi obbliga a prendere l’ascensore. Che è il luogo principe delle confidenze umane oltre che il luogo principe dove evitare di lasciarsi andare alla liberazione del basso colon.

E la mia discreta vicina, che sono certo essere un serial killer in pensione, mi ha preso alle spalle. Oggi. Io sono certo che lei abbia una collezione completa di tuttimi bulbi oculari dei fanciulli che ha sgozzato negli anni. Basterebbe guardare nel suo freezer. Invece tutti sono convinti che si tratti di una innoqua vecchina (si, innoqua, con la cu, qui si fa anche della grammatica).
E mi sono dovuto sorbire tutta la storia del tunnel carpale. Per la quarta volta in tre anni. Ma quanti cazzo di tunnel carpali ha, la mia piccola vicina? Perchè io so di almeno quattro interventi, tutti allo stesso fottutissimo polso sinistro.
Per forza, a furia di sgozzare i fanciulli della zona, bastarda mancina, avrei voluto dire.

Invece, chiudendomi la porta dell’ascensore alle spalle, ho solo detto: ” beh, almeno ci siamo tolti un problema, e adesso siamo pronti per uno nuovo”.

Una frase che stonerebbe persino in un romanzo di Moccia, persino nel libro di Alfano (si, ha scritto un libro. Ho avuto il personale piacere di leggere la quarta di copertina).

Eppure, il mio lato sensibile, la donna che in me abita da sempre, occupandosi di tenere fiorito il davanzale, è ancora capace di dire cose del genere.

Poi non stupirti di tutto il bisogno che ho di affogarmi nel rhum.

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