Restano poche parole, abbiamo tempo per farlo

Camminando più avanti, verso Nord, ci sono le baracche dei pescatori. Rientrano in porto la mattina, con l’alba, ciondolando sulle loro barche. Non hanno nomi strani, le barche. I pescatori si chiamano quasi tutti Mimmo. Fumano mentre mettono a posto le reti nelle ceste di plastica nera. I gabbiani aspettano che almeno uno dei Mimmo si ricordi di loro. I villeggianti aspettano che il loro Mimmo, quello con cui credono di avere confidenza, selezioni per loro la sogliola migliore. Le cicale di mare aspettano che uno dei Mimmo le infili in un banco frigo, messo sotto il sole. Una specie di ebollizione lenta, con acqua fredda.

Il maresciallo passa, tenendo la macchina al minimo, guardando fisso nel vuoto. La camicia aperta, il finestrino aperto.

Nel bene o nel male, queste sono terre che aspettano di essere calpestate da viaggiatori. E’ quasi un peccato essere qui ed essere fermi.

Non viaggiare, su queste colline, su queste spiagge. Sono panorami che devono scorrere lenti, attraverso due lenti, dentro un casco.

Lo sanno loro, la terra e gli alberi, che fanno ombra sulle statali. Lo sa questa gente, che ha costruito interi paesi tutti sulla statale. Lo sa la gente che passa, che solo distrattamente guarda di lato.

Abbiamo tempo per farlo, questo viaggio. E lo faremo.

Restano poche parole, mentre passa il treno. Un regionale, pigro, cinque carrozze. Dietro arriva una vecchia Guzzi. Fa polvere. Sta passando. Guarda distrattamente.

La Ferrovia, il caldo e lo strano odore del silenzio

Questo posto mi piace un sacco. C’è il mare che finisce direttamente dentro le case. Per farmelo piacere un sacco, basterebbe molto di meno. Basterebbe il mare. Ma c’è il mare che finisce dentro le case. La gente cammina, e il mare arriva quasi a bagnare i piedi. Poco dietro c’è la ferrovia. Passano i treni che vanno giù al Sud. Poi ripassano per tornare al Nord. C’è l’odore del silenzio, tra le cicale. Lungo la ferrovia ci sono i canneti, ci sono i gatti che si nascondono dentro le canne e aspettano. Aspettano che passi il caldo, penso io. Sono tutti estremamente socievoli. Parlano volentieri, fermandosi all’ombra di una palma. Aspettando che passi il caldo. Ho una finestra che da sul mare, e al mattino arriva l’aria bagnata, fresca, insieme al primo treno merci. Vuoto. Il mare è molto paziente, qui. Si muove lentamente verso Nord, azzurro, verde e bianco. Tutto sembra rallentato dal caldo. Anche le parole. Si parla lo stretto necessario qui, a meno di non essere all’ombra di una palma. I pescatori rientrano al mattino, con il  primo vento bagnato. Portano vongole e pesce piccolo. E odore di silenzio.

La sera, prima di mangiare sul terrazzo, prendo il long board e vado fino in fondo al paese. A respirare la gente, lo struscio, l’aria importante che ci si da quando si è al mare.

I miei tempi sono quelli di mio figlio. Ci stupiamo di un treno, ci fermiamo ad osservare un sasso, ci piacciono i motorini e anche i cani. I cani meno dei motorini. Beviamo acqua spesso. Insieme.

Ogni tanto ci guardiamo e decidiamo di andare ancora qualche passo avanti. Ad essere sinceri non è facile avere dei piedi così piccoli e camminare così tanto.

La sera, con il caldo che bagna le porte e le finestre, aspettiamo la luna. E’ rossa da qualche giorno. Poi, finalmente, leggo. Aspettando che qualche treno porti un filo d’aria.

Qui si sta davvero bene.

Lost in Adriatico

Per un purista del mare come me, la prima volta è stata davvero scioccante. Venivo da un mese di Isola D’Elba, che a dire il vero di mare ne avevo visto ben poco. Perdutamente innamorato, senza nessuna voglia di stare con i miei, ma con l’unica opzione di muovermi verso l’Adriatico per non passare il ferragosto a casa solo.
A vent’anni il Ferragosto a Milano fa tristezza, ti salta subito in mente l’ottobre freddo che arriva, l’università, il pavè bagnato…
Allora ho preso un treno, anzi tre.
Ho fatto il mio primo bagno credendo che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’acqua. Calda, opaca, immobile. Mai visto un mare così. Ho fatto il primo bagno della mia vita senza punti di riferimento. Senza scogli, insenature, fondali. In un infinito caldo, unto, continuo.
I bagni, qui li chiamano chalet, tutti in fila, gli ombrelloni, i campi da beach volley. Non riuscivo ad orientarmi.
Ognuno ha un suo mare. Il mio è quello di Paraggi, di Camogli, di San Fruttuoso, di Recco e di Sori. Terra verticale, verde, rossa, gialla, olivi e glicini, scogli e acqua gelata. Gente di onde, di vento e di tempeste, santuari arroccati, la vecchia Aurelia come un serpente stanco, e il sole che tramonta in fondo al molo, dentro al mare.

Ho imparato, con il tempo, a vivere. Ad apprezzare i mari e gli oceani, come le persone e i luoghi. Viaggiare forse mi è servito prevalentemente a questo. Come acqua su uno scoglio, lentamente smussa, leviga, placa, tutti gli angoli ribelli di una mente.

Così adesso me ne sto, molto più in pace con me stesso di quando avevo vent’anni, a guardare l’Adriatico infinito, mosso da un vento caldo del Sud, e tutta la sua gente. Guardo i gabbiani immobili nel vento con mio figlio, e respiro il fresco delle colline alla mattina presto con mio padre. Senza aspettare niente. Guardo passare la gente, ordinatamente disordinata, vestiti da sera e tacchi alti. Ascolto il delizioso borbottio di tutte le Harley che passeggiano sul viale, bevo orrendo vino bianco gelato, leggo Baricco e un paio di altri libri, sfoglio giornali e passeggio tra gli ombrelloni seguendo i passi di mio figlio.

Ci sono storie che devono aspettare il tempo per venire a galla. E non è mai detto che ci arrivino.

Finalmente, fingendo distrattamente di essermi innamorato di un block notes e di una penna che costano come l’intera foresta che hanno abbattuto per farli, noto con piacere che sullo scaffale della libreria sono finalmente comparse le mie preferite. Snobbate dalle grandi catene, derise dai critici, rovinate dal popolo che vuole la storia da milleseicento pagine, le raccolte di racconti sono la cosa più importante da mettersi in borsa per l’estate. Del racconto e del romanzo, come del fare l’amore e dello sposarsi, non è il caso di parlare troppo a lungo.
Ma io sono uomo di racconti. Ci può essere solo una manciata di romanzi nella vita di un uomo, ma non devono mai mancare i racconti. Che sono il più bell’esercizio dello scrivere.

Poi, di dove finisca un racconto e inizi un romanzo, di quando smetti di sorridere per ridere, di dove finisca esattamente il mare, si potrebbe, forse si dovrebbe, parlare a lungo. Per ore. D’estate. Guardando il mare. L’Adriatico sembra fatto apposta per questo.

Due grandi questioni rovinano questa calma placida.
Pensavo a Lost. Io non ho mai visto Lost. Eppure ho provato a leggere la trama. Un dedalo di storie, colpi di scena, gente che non centrava nulla che di colpo è nel pieno di una serie di episodi. Succedono cose, cambiano persone, muoiono, trombano, si odiano, si perdono, si riprendono, si lasciano, trovano oggetti, recuperano passati. Roba tipo Beautiful, ma meno trash, più hipster, molto più trendy. Pensavo al genio, solitario, con la barba sfatta, una mezza pista di coca lasciata sul mobile del bagno, le chiavi della vecchia Toyota sul tavolo, musica low fi in sottofondo, che scrive tutto questo. Un genio. Che sicuramente come hobby surgela i femori delle sue vittime. O pensa di farlo. Un uomo sano, non puó produrre storie così.

Poi pensavo a Costantino Vitaliano. C’è uno in spiaggia, fisico fresco di palestra, depilazione ossessiva, mutanda bianca, che gli assomiglia in modo imbarazzante.
La mutanda bianca. La fine di tutto. La mutanda bianca. L’infinito che abbraccia la banalità. La mutanda bianca. La conferma della differente percezione della dignità umana. Lo slip da bagno. Lo slip bianco. Tutto muore. Eppure assomiglia a Costantino.
Che fine ha fatto Costantino? E perché io lo ricordo così bene da apprezzare le doti dei suoi sosia?

Scaramanticamente Tuo

Prologo

sto ancora lottando contro questa maledetta idea. Da settimane, mesi, forse. L’idea è semplice: mettere in piedi una lista dei libri migliori che ho letto. Dei cinquanta libri migliori che ho letto. I cinquanta migliori di sempre.

Io adoro le liste, mi danno un senso di completezza  che solo pochissime altre cose mi hanno saputo dare. Adoro anche i libri.

E a vederla così non ci dovrebbero essere problemi, a fare questa maledetta lista.

 

Capitolo primo

In un tiepido mattino di maggio ho parcheggiato la moto in una vietta secondaria intorno al gigantesco ospedale. Ho preso corridoi, ascensori, corridoi, scale, corridoi, pianerottoli, corridoi, scale, ascensori, e sono arrivato davanti allo studio numero 2.

La dottoressa mi ha misurato, toccato, parlato, osservato e ascoltato. Senza mai tradire un qualsiasi dubbio. Poi mi ha dato da fare gli esami del sangue.

 

Capitolo secondo

Il mio medico curante ha quasi duemila pazienti, una lievissima forma di depressione, sette informatori del farmaco alla settimana, uno studio talmente piccolo che ci si passa le malattie anche senza volerlo mentre si aspetta la visita, e una innata dose di cinismo che lo rende perfetto per me.

Mi conferma gli esami della dottoressa. Scrive fitto fitto sul computer.

Poi mi dice: vedrai che non sarà cancro.

Capitolo terzo:

esattamente ventuno giorni dopo vado a ritirare gli esami. Ventuno giorni, per questo genere di notizie, sono parecchie notti, e moltissimi giorni. Troppi.

Sono tra i primi, ho fretta. Ritiro il referto, lascio tutto nella busta e mi catapulto verso lo studio del mio medico. Non ho il cancro. Non hai il cancro, mi dice. Te lo avevo detto, aggiunge. Per forza, penso io. Cazzo volevi dirmi?

 

Epilogo:

E’ stato il giugno più lungo degli ultimi trentatrè anni. Mi sono fatto moltissime domande, ho badato pochissimo alle risposte. Ho pensato tantissimo, dormendo pochissimo, a questa maledetta lista di libri. Ha senso cercare di trovare il libro migliore della tua vita?

Si. Come ha senso cercare la persona migliore della tua vita, la notte migliore della tua vita, la canzone migliore della tua vita, il piatto migliore della tua vita. E cercare di trovare qualcosa ancora di meglio. Sempre che ti rimanga tempo per farlo.

Una Vita Full Optional

– quindi prometti di mantenere il segreto?

– Ho alternative?

– si. L’alternativa è morire. Come sono morti Giovanni Accascione e i suoi due soci. Leggi i giornali, vero?

-…

– O prometti di non parlare, oppure fai un salto all’inferno a trovarli.

– Posso dire una cosa?

– beh, si.

– ma se prometto di mantenere il segreto, finisce la storia, giusto?

– giusto. Non ci vedremo mai più. Non sentirai più parlare di noi.

– e se non mantengo il segreto, mi ammazzerai?

– ti faccio sparire, noi lavoriamo così.

– quindi in ogni caso, la storia finisce qui.

– esatto.

– allora forse è per questo che nessuno leggerà mai questa storia.

-…

– è una storia che non sta in piedi. E’ finita appena dopo essere iniziata. Non ha senso. Parlo, e sono morto, non parlo e mi fate sparire. /p>

-…

-In ogni caso, ho deciso di non parlare.

– Buon per te.

– Ma a livello di storia, adesso è una merda.

– eh si.

– Sembriamo usciti da una brutta copia di Pinketts.

– Ma almeno siamo vivi tutti e due.

– Sai cosa possiamo fare, andiamo qua fuori e prendiamo uno e lo torturiamo.

– in che senso?

– almeno la storia prende una piega imprevista. Che so, duriamo più pagine.

– E se andassimo là fuori e tu ti innamorassi di una di passaggio? Nel frattempo io esco, uccido uno con il coltello.

– Ma?

– Ascolta, così la storia si divide in due. Se tu vai avanti con la tua storia d’amore, dura. Se no ci sono io. Mi nasconderò, e aspetterò tue notizie.

– Ok. L’idea mi sembra buona. C’è solo un problema.

– …

– siamo chiusi dentro. Questo era un’abbozzo di racconto. Non vedi che siamo in un capannone, senza finestre e senza porte? Come cazzo usciamo di qua?

– Ma come cazzo si fa a scrivere un racconto senza finestre e porte?

– Non ne ho idea, ma siamo chiusi qua dentro e non possiamo fare nulla.

– Cazzo, siamo spacciati.

– Proviamo a spararci a vicenda. Qualcosa dovrebbe succedere dopo… non è possibile che tutto un racconto faccia perno su due chiusi in una specie di scatolone gigante, senza una storia alle spalle.

– a proposito. Ma che segreto dobbiamo mantenere?

– non ne ho idea.

– oh cazzo.

la gente mormora. L’agente No.

Mentre guidavo in mezzo alla Svizzera mi sono accorto di una cosa. Odio guidare in Svizzera, perchè finisce che vai talmente piano che ti accorgi delle cose. Meglio guidare in Germania, che vai talmente forte che non ti accorgi di nulla. Beh, mi sono accorto di essere stufo di essere La Gente.
Non so bene dire quando è iniziato, ricordo solo alcuni illuminanti episodi. Compravo il libro di Baricco, educatamente in coda aspettando il mio turno, quando un signore mi ha chiesto dove potesse trovarlo. Beh, all’inizio dello scaffale principale. Ce ne saranno state duecento copie, impilate ordinatamente. Proprio là in fondo, vicino alla scritta gigante: “Alessandro Baricco”. E il signore si è scusato, doveva immaginarlo. Lo compra tutta la gente. Ero dal benzinaio, a rimpiangere di aver scelto di non fumare in macchina, mentre facevo il pieno. Poi, distrattamente, rivolto al vuoto, ho constatato con piacere di aver superato i cento euro per un pieno. E il benzinaio mi ha fatto notare che sono mesi che la Gente fa benzina con il contagocce, lamentandosi come me. Il mio medico curante, davanti alle mie analisi del sangue, giocando con un campione di crema per i genitali, mi ha tranquillizzato. Molta gente ha i valori sballati come me. L’edicolante la domenica finisce presto il Corriere, perchè tutta la Gente lo compra. E molta Gente, come me, arriva tardi, quando ormai, l’altra gente, mattiniera, ha fottuto questa gente. Troppa gente.
Mi viene in mente di andare in un posto, e scopro che ci va tutta la Gente. Bevo birra in lattina, come molta gente. Vado in piscina dopo il lavoro, con tonnellate di Gente, stipata in corsie affollate come le transenne fronte palco durante Wembley 86. Solo che non canta Freddy Mercury. Se no ci sarebbe molta più gente.
Il navigatore della mia macchina mi avvisa quando troppa gente si ferma nello stesso posto. E’ una cosa lodevole. E poi mi suggerisce una strada alternativa. Che un sacco di gente, con il navigatore, fa. Finisce che magari non c’era nessuno nella prima strada.
Non so calcolare l’IMU, come molta gente. Non mi sento sereno a spendere, come la maggior parte della gente. Mi sento vicino alla gente del terremoto, come molta gente.

Insomma, io e questa cazzo di gente, siamo terrificantemente allineati su molte, tantissime, troppe cose.
Mi sento circondato, dalla gente.

E al posto di consolarmi, il fatto di essere La Gente, mi angoscia.
Sono finito, era inevitabile, nel pieno di un paragrafo che, indistintamente mi classifica come Gente. Ho gli stessi costumi, gli stessi bisogni, le stesse paure e la stessa vita di tutti quelli del mio paragrafo. In un grosso faldone di ricerche statistiche.

Io non sono contento di essere la Gente. Il tempo mi ha insegnato a diffidare della sorda sensazione di tranquillità che ti da il sentirti parte di un gruppo.

Pensavo questo, guidando in Svizzera. Poi ho deciso di smettere di pensare e ho acceso la radio. Ho trovato una trasmissione in inglese. Che parlava di crisi. E di come La Gente sia stanca di essere catalogata. La Gente è stufa di essere La Gente.

Proprio come me.

Ho un amico, e dei sedili di pelle

Riflettevo. In questi giorni. Su molte cose, in fondo su nulla. Quando sto male, a due dita dal fondo, mi taglio i capelli. Adoro i trenta minuti di assoluta attenzione per i miei capelli. Forse tento, inconsciamente, di tagliare anche i problemi. Quest’anno continuo a tagliarmi i capelli. Sarebbe opportuno smettere.
Pensavo. In questi giorni. A nulla di particolare. Forse è qui il trucco. Bisognerebbe smettere di pensare. Invidio tantissimo gli idioti basculanti che affollano il bar, il mio bar, ancora in giacca e cravatta, per bere uno Spritz. Ammiro la straordinaria capacità di concentrarsi su una scollatura, sudaticcia, dimenticando l’assordante rumore di fallimento che si portano dietro.
Io riesco a farlo, smettere di pensare, solamente in moto. Saranno le vibrazioni, sarà il lento scorrere dell’urbana miseria, ma smetto di pensare e guardo avanti.

Ho finito di leggere One Man Caravan. Storie di uomini e moto. Questa, in particolare, è la storia di un uomo e della sua moto, in giro per il mondo, negli anni venti, e senza una precisa ragione. Mi piacciono le storie vere, le cronache, di uomini senza una precisa ragione per partire, che si ritrovano a partire. Bettini e la sua Vespa, adesso Parodi e la sua Harley. In ogni caso adesso ho bisogno di un libro vero. Di quelli che mi tolgano il respiro. Esco da una serie troppo lunga di libri carini, piacevoli, ma che ho già dimenticato.
Ho bisogno di crederci ancora.

Mi scoccia ammetterlo, ma potrebbe darsi che io abbia perso il mio fiuto per il Libro dell’Anno. Che mi ha sempre aspettato sullo stesso scaffale, ogni anno.

Penso alle vacanze, e penso che mi piacerebbe un posto dimenticato dal Signore. Ma con il mare. E il caldo vento. E libri. E musica. La Signora e il mio erede. E basta.

Life could be short fritz. Surf it

Spesso potresti fingerti intelligente

Parlavo con disinvoltura rivolto a una telecamera, grossa come il mio pugno. Il tipo davanti a me guardava dentro il piccolo display. Alle sue spalle, il potente impianto di comunicazione, perchè nessuna parola detta, possa essere detta per caso. Cercavo di seguire, con dolcezza, un flusso di pensieri sulla primavera. Stavo parlando, monotono, espressivo e convincente, di mercati in contrazione, di possibili future ulteriori recessioni, di incertezza culturale in ambito industriale. Seguivo con la mente una foglia verde, appoggiata su un prato tagliato fino. Mio figlio adora le foglie. Le tocca, ci parla, le bacia, le mangia. Adora le foglie verdi. Sorride alle foglie verdi. E io parlo di recessione. 

Sto dormendo poco. Sento il bisogno di dormire almeno due ore in più. Punto la sveglia sempre più tardi, rubo addirittura minuti. Sono arrivato in fiera con due ore nette di ritardo. Avevo l’intervista. Me lo ricordavano tutti. Sarà un’intervista guardata da una ventina di svogliati concorrenti. Ma sembrava di vitale importanza. 

 

Ho sempre in testa la fame di tramonti. E sono felice, quando viaggio verso casa, di trovare un cielo così. Pezzi neri, in fondo a Ovest. Il Marino, quello della pubblicità. Il vento dell’Ovest. A est, in fondo, verso le montagne, un sole splendido illumina le nuvole di panna. 

Il sole che si addormenta. 

Mi chiamano sul cellulare mentre cammino verso la piscina. Dovrebbero aver aperto il gigante pallone di plastica. Adesso si può nuotare dentro al tramonto, sentendo l’aria calda che spazzola l’aeroporto. E’ uno spettacolo. Nuotare così. Penso all’acqua, mente rispondo. Mi mancheranno, si e no, dieci passi. Mi separano dieci passi dalla doccia, la vasca, le bracciate, il silenzio. L’acqua. Io. 

Mi dicono che l’intervista è andata benissimo. Per forza, pensavo alla primavera e alle foglie verdi. 

Ho passato tre minuti a confermare a una telecamera, grossa come il mio pugno, che sostanzialmente come paese stiamo fallendo. Si aspettavano tutti una conferma del difficile periodo, nel quale “è di vitale importanza ribadire importanti sinergie industriali”. E le foglioline verdi. 

 

Alla fine della telefonata mi chiede: ma come fai a non essere pessimista, con tutta questa merda che abbiamo davanti. 

E io penso alle foglioline….

Verdi. 

 

 

sparami pure, ma poi beviamoci qualcosa

Questa sera ero indeciso se commentare su un social network l’occupazione di un mostro edilizio milanese, compiangermi per la caduta verticale del mio tenore di vita, cercare su internet delle poesie di Neruda o delle foto di Bansky. Indeciso. Quando sono indeciso, finisce sempre che mi trovo un bicchiere di rhum in mano e una sigaretta tra le dita. L’indecisione, gli autosaloni e i locali per ricchi mi fanno lo stesso l’effetto. Cerco di evitare l’indecisione. Piuttosto faccio grossolani errori. Cerco di evitare i locali per ricchi, e se proprio devo, bevo con la disperazione della consapevolezza e mi godo gli asciugamani caldi nel bagno degli uomini. Gli autosaloni sono il cimitero della motivazione personale. Non c’è niente di straordinario in un tettuccio semi apribile, in un pomello di pelle o in un condizionatore bi zona. Eppure ci costringono ad assimilare la straordinarietà di una portiera e la sensazionale possibilità di telefonare urlando verso la tendina parasole al posto che in un telefono. Non c’è nessun erotismo in un sedile, nessuna sensualità in uno specchio retrovisore. Provo, davanti a una utilitaria che costa dodicimila euro al posto che sei, a dirmi che è stupendo. Poi arriva il venditore. Ne parli con il venditore. Deve essere emozionante. Ti offre un caffè, da una macchinetta. Il caffè per entrare in confidenza. Perché tu sei indeciso. Indeciso in un autosalone. A un passo dalla morte. Indecisione comprensibile, quando si parla di infilare una quantità immensa di soldi in un investimento fallimentare.

Ieri ero in un locale per ricchi, seduto su un divano, a bere del rhum. Nei mojito dei ricchi ci mettono sempre un sacco di acqua tonica. Però ti mettono tre cannucce, una fragola, sei etti di menta e due ciliegie sotto spirito. È come se il tuo panettiere facesse le michette senza farina, ma mettendoci due viti del sei, un tovagliolo rosso e una copia della foto della comunione del nipote del macellaio. Eppure tutti, nei locali per ricchi, bevono mojito. E vodka. E bevono con la camicia, i ricchi. Camicie bianche aderenti. Nei locali per ricchi c’è un sacco di pelle, scura, esposta. Divani, cosce, seni, bracci, caviglie. Le mani degli uomini ricchi, avvolte nei polsini bianchi, cadono su tutta questa pelle. A me, mentre bevo disperatamente, piace questo soft core, questo clima da sceneggiatura porno. Mi piace la sottile consapevolezza che una fascetta di euro, una camicia su misura e una puttana da sbarco, danno alle nuove generazioni rampanti.

Domani, potrei andare nel grosso autosalone che c’è dietro casa mia. Stanno uccidendo un intero viale. È troppo in periferia per interessare ai radical chic, è troppo vuoto per poterci credere ancora. Così, sopravvivono i benzinai e gli autosaloni. Filiali importanti. Facciate stupende. Aperti anche il sabato. Domani magari ci vado, ad emozionarmi per dei led al posto delle lampadine. E a bermi un caffè.

Così ho fatto sera di indecisioni, una serata in un locale per ricchi e un giro in un autosalone.

Per non farmi mancare nulla.

Stasera, ho deciso, mi metto a leggere. L’arte nobile di osservare storie di altri, quando le tue sono spente.