Nuova Amsterdam mi attende

Parto giusto in tempo per perdermi la Seconda Marcia Su Roma. Tralascio le riflessioni personali, ma un nano pelato che incita le masse, chiamando la sua ghenga Partito del Popolo, ce lo abbiamo già avuto. Perlomeno, se tutto andrà come minaccia di fare, i treni torneranno ad arrivare in orario e sconfiggeremo definitivamente i pochi avanzi di paludi maremmane che producono flotte di zanzare. Io non ci sarò, proprio ora sto cercando di ultimare i preparativi per la mia partenza, per quasi un mesetto. Porto le mie conoscenze all’estero, una fuga di cervello non richiesta e poco utilizzabile, insieme a tutto il necessario per la sopravvivenza nelle inospitali località rurali che visiterò. In questo esodo pre natalizio mi seguirà La Signora, la quale produce con instancabile professionalità cappellini di lana di tutte le taglie per combattere contro le balorde sferzate del clima primordiale. Ammesso che nei piccoli villaggi che visiterò ci sia una qualsivoglia linea telegrafica, proverò a mettermi in contatto con qualche amico. Attraverso i numerosi fusi orari che la nostra slitta solcherà, rimarremo in giro per 22 giorni, che visti da qui sono 20. Lande sconfinate, primitivi e trogloditi esseri, caccia e pesca per nutrirsi e fuoco sempre acceso per scaldare le membra. O perlomeno così mi hanno descritto Nuova York.

Brindate con abbondanza in mio nome, e nel nome delle Aviolinee Del Popolo Democratico Italiano, le quali si sa quando partono ma non si sa mai se siano in grado di tornare.

Se nella piccola località fossi in grado di reperire dell’elettricità, cercherò di scrivere delle missive.

Sarà Amore?

Sarà il caldo tropicale, che qui riesce a sfornare quasi tre gradi a mezzogiorno, sarà il maiale, che qui si mangia in tutte le salse e sembra essere il pilastro di una dieta rivolta verso l’otturazione delle arterie, saranno i legumi, che sono l’alternativa al maiale, sarà la birra che sostituisce l’acqua anche nel lavandino del bagno. Forse sarà la simpatica convergenza di tutto questo con quel bicchiere di latte freddo che mi sono ingollato in due sorsi. Sarà che, per un retaggio di stile sempre meno richiesto, ripudio la magliettina della salute sotto la camicia, sarà che il cappotto fa tanto figo ma tiene caldo come un pezzo di Tenderly 24 veli in una tempesta. Ecco, sarà il phon dell’albergo, che ha una potenza quasi uguale alla ventola del portatile, e che mi costringe a presentarmi a cena con i capelli bagnati come i calciatori. Saranno tutte queste cose insieme, sarà solo un truce scherzo del destino, sarà la vita che mi spiega le sue ragioni. Si, si, sarà tutto questo, ma io sono costretto a girare con un rotolo di carta igenica nello zaino. Un fedele compagno che con me si avventura in ogni cesso a portata di mano. Come una vecchia cinquecento, ho una autonomia limitata, circa venti passi, cinque minuti, poi devo pazientemente frequentare questi ameni luoghi dove l’industrioso tedesco manifesta tutta la sua attenzione per la pulizia, arruolando eserciti di giovani immigrate. Ecco, proprio a una di loro, che con me ha passato la giornata tra un bagno e una turca, vorrei spiegare che non sono il frutto di una perversione, uno che ama andare nei cessi delle fiere per ascoltare uomini e donne intenti nella sacra attività. Vorrei spiegare, ma dopo che ci siamo incontrati otto volte, in otto bagni diversi, per lei è chiaro chi io sia.  Io e il mio rotolo giriamo felici per i padiglioni, compagni inseparabili come Linus e la sua coperta. A Linus un panno, a me la preziosa carta da culo, quasi come a sottolineare che stronzo sono e stronzo resto. Destino infame.

Anni d’oro

Fuori, sui grossi vetri scuri, piove fitto. Un cielo velluto nero, una sera di traffico, lunghe file di luci e ombrelli che corrono. Da qui si vede il lungo fiume, i ponti illuminati, pezzi di foresta, grandi grattacieli. Seduto sul cornicione del quinto piano, fumo lunghe boccate osservando la gente che si infila nei ristoranti illuminati e l’acqua scura del Reno che sembra voler portare via pezzi di città. Da sotto arrivano i rumori della sera. Festeggio, su questo cornicione, un anno esatto di viaggi, quattro continenti, due tempeste tropicali, un uragano, molta neve, tanto sole, mille facce, un numero infinito di sigarette fumate di nascosto, un centinaio di aeroporti diversi, sempre con la stessa valigia verde pisello, tanti letti diversi, cinque tipi di cuscini, un’infinita variante di coperte, la gamma completa di risponditori automatici per la sveglia, cinquanta flaconi di shampoo dimenticati in altrettanti bagni, una manciata di accendini sequestrati, molte miglia premio in più, tonnellate di pollo liofilizzato e ettolitri di succo di mela. Comincio a conoscere molto bene aeroporti sperduti, ricordo i prezzi dei biglietti delle metropolitane, conosco i nomi dei medicinali per la sinusite in almeno cinque lingue, posso ordinare una birra in quasi tutte le lingue del mondo e so riconoscere la strada di casa in una decina di stati. Eppure ho la certezza che mi manchino ancora un sacco di cose da vedere, so riconoscere la vibrazione di stupore che corre lungo la schiena, devo parlare ancora con troppa gente per capire qualcosa. Più mi muovo, meno risposte arrivano, si moltiplicano le domande, il bisogno di rimanere ancora un poco. Dipendenza, questa cosa crea dipendenza. Ci si riconosce, tra di noi, per l’occhiaia marcata mentre cerchiamo nel buffet della colazione qualche cosa che possa riempire per tutto il giorno, mentre leggiamo Usa Today con la stessa attenzione che si potrebbe riservare al bugiardino dell’aspirina, mentre vaghiamo per le hall di alberghi tutti diversi, ma alla fine tutti uguali. Festeggio un anniversario continuando questo grand tour spesato, vendendo slide di power point a creduloni di ogni razza e ogni colore, trovando ovunque uomini con storie originali. C’è una gran differenza tra il vedere e l’osservare, tra il parlare e l’ascoltare, tra il camminare e il correre, tra il vivere e il semplice respirare, questo è quello che si impara più o meno viaggiando, più o meno vivendo. E poi sentire davvero la mancanza di qualche amico, perché di birra è pieno il mondo ma sono le stronzate che la rendono saporita; svegliarsi e rendersi conto di quanto si possa essere innamorati, semplicemente constatando che cinque fusi e una manciata di migliaia di miglia di distanza non sono che un semplice concetto.
 
Dopo tutta questa filosofia, sfondo il frigobar, e facendo ben attenzione a non lasciare tracce, mi scolo una decina di mignon di rhum alla mia salute, perché una ricorrenza senza rhum è un po’ come il mare senza onde, roba da gente di scarso spessore.
 

Brindate in mio nome, abbondando con il rhum e con l’angostura. Stampatevi quanto segue, io l’ho incollato proprio sul bordo della tastiera. Ogni tanto serve ricordarlo

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante lentamente. Muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità
 

In lovin’ memory

C’è stato un periodo della mia vita in cui ero deciso a fare il giornalista. Erano anni in cui si leggeva Cuore sottobanco, si comprava l’Indipendente per leggere Montanelli e si faceva un sacco di rumore nei bagni, fumando di corsa, per cambiare il mondo. Nientemeno. Attraversavo Milano con la bici grigia, arrivando sudato ovunque. Non avevo ancora compreso la sottile differenza tra calzino di spugna e calza blu di cotone, e giravo con un budget di cinquemila lire. Una sera, portando in canna Mattia, ho pedalato fino allo sfinimento, sudando e sognando un motorino, per andare a sentire due uomini che parlavano di ricordi. E, sprofondando nella sedia di plastica, avevo sentito la forza, la potenza, la scostante normalità di due grandi uomini. Qualche anno dopo, a bordo della imperturbabile Vespa, mi ero ritrovato davanti alla statua di Montanelli. Non sono diventato giornalista, faccio cose molto diverse, ma ho sempre quel rispetto ammirato che si prova davanti ai grandi uomini. Ecco, di Biagi non saprei scrivere nemmeno un coccodrillo mal riuscito, lo lascio fare ai professionisti della mezza penna, che lo tenevano pronto da una decina di giorni. Non leggerò niente di quello che hanno scritto, e come ogni volta, proverò quel senso di amarezza nel sentire parole uguali per Madre Teresa e per Indro Montanelli. Devo avere una foto, da qualche parte, in cui con la leggerezza dei sedici anni, poso felice vicino a un paio di grandi uomini. Quello è il mio ricordo. Con quel brivido per la assoluta normalità di grandi uomini che fanno la storia. Non è oggi il giorno infelice, perchè la morte che solleva dalle sofferenze è un evento assurdo ma felice, ma è in quel giorno, in quel momento, in cui piccoli uomini mettono a tacere grandi uomini.

Sarai felice di sapere che, di tutte quelle cose fatte per cambiare il mondo, mi è rimasta nel cuore la fame di sapere, la sete di approfondire, che tu avevi messo.

Gray’s Anatomy dentro

– cerchi di essere più preciso, Sgasazzoni.

– è incastrato di traverso, il corpo centrale occlude ogni via d’accesso, dottore.

– Servazzi, tocca a lei, che ha le mani affusolate.

– Ma dottore, io ho paura di farmi male.

-Nessuno è morto per questo genere di cose, signorina Servazzi. Lo faccia e basta.

– Ah, Terchetti, lei vada a chiamare un numero d’emergenza.

– che numero devo fare, dottore?

– che cazzo di domande mi fa, Terchetti?

– …

– se lo cerchi.

– Posternaghi, mi faccia il piacere di aiutare la Servazzi, che la vedo in difficoltà.

[… ]

– Il problema va risolto immediatamente, ragazzi. Quando dico immediatamente significa ora, adesso, now, immediately. Ripeto im-me-di-a-te-ly. Chiaro?

– Dottore?

– Dica Servazzi

– Non riesco più a tirare fuori le mani. Sono incastrata.

– Sgasazzoni, la aiuti.

– Non posso, c’è davanti Terchetti.

– Terchetti si levi dai coglioni.

– Non riesco, dottore, mi sono incastrato con la spalla contro la Servazzi.

– Umboni?! Dove cazzo è Umboni?

– Eccomi dottore.

– Umboni, veda lei cosa fare, io non so più da che parte girarmi con questi mentecatti.

– Dottore, provo a tirare fuori Terchetti.

– bravo Umboni, lei è sempre propositivo.

[ … ]

– Garziottelli?

– Dica dotto’

– Garziottelli faccia del suo meglio per trovare una alternativa

– Dotto’, ce provo.

– Eh, speriamo

– Dottore?

– Dica Umboni

– Mi sono incastrato dentro a Terchetti.

– Merda Umboni, lei è una nullità.

– Ha ragione dottore! Finalmente se ne è accorto.

– Zitta Servazzi, che è tutta colpa sua.

– Sgasazzoni e Posternaghi hanno perso i sensi, dottore!

-…

– dottore?

-….

-capo?

-…

– ma dove è andato?

– al bar con Fastioni e Pertuviani.

– e noi?

– fate lavoro di gruppo. Forza, che ognuno esplori i limiti della sua leadership.

– fino a quando?

– fino all’arrivo del tecnico Lavazza.

– e poi?

– e poi o vi sbroglia oppure vi rottama con la macchina.

– ma è una tragedia, dottore!

– Eh si, Umboni, una volta che trovi una macchinetta che fa il caffè buono…

-…

– Ma ricorda, Umboni, nella vita le cose belle durano sempre poco.

– dottore?

– Su, su Garziottelli, adesso mi lasci andare con Fastioni e Pertuviani, non sia sempre pedante, tanto ormai non fa più carriera.

– si solo l’ultima cosa.

– dica

– ma perchè lei è l’unico con un cognome normale, dottor Bianchi?

Hallo Ween 2.0

Eccomi, fresco e sano, di ritorno dal lungo ponte di otto ore, passato in casa infossato nel divano alla ricerca di qualcosa che fosse meno nauseabondo di Studio Aperto, pronto per raccogliere quivi le mie memorie di Halloween. Non che io sia contrario alla grandiosa celebrazione, ma trovo l’esorcizzare la morte un po’ come se, incaprettato nudo nella camera da letto di Malgioglio, cantassi i Village People per esorcizzare la sodomia brizzolata. Insomma, facciamo facciamo, ma prima o poi ci succederà. Ma, con grande buddismo interiore, osservo il consumismo con passiva partecipazione, lasciandomi trasportare dalla felicità e dall’entusiasmo di chi trova figo vestirsi da zombie per giustificare una sana bevuta. La mia maschera preferita è quella del Rompicoglioni. l Rompicoglioni compaiono ad ogni festa, ma tengono stretta la notte delle streghe per fare strage di testicoli. Molto più pericolosi dei vampiri, i rompicoglioni sono difficili da identificare, poichè conducono una vita normale per la maggior parte dell’anno. Ne aglio ne paletti di frassino, l’unica arma è il Sacro Pampero Anniversario. Il Rompicoglioni sceglie la sua vittima con attenzione e la conquista con suadenti promesse di grandi discorsi. Per chi cade nel tranello, la morte è alle porte. Una volta appartati, il Rompicoglioni si rivela e inizia a erodere lentamente i testicoli del suo interlocutore con i Grandi Cavalli Di Battaglia Del Rompicoglioni. Una morte lenta, dolorosa, inaspettata, che può essere evitata solo con un forte consumo di Pampero Anniversario direttamente della bottiglia. Io, che nella vita ho avuto la fortuna non solo di conoscere numerosi Rompicoglioni, ma anche di eleggerne alcuni esemplari femminili a compagne di vita, porto sempre con me una damigiana di rhum per ogni evenienza. Il Rompicoglioni fa di Halloween l’occasione principe per la sua sete dilagante di morte. La festa pagana che rinnega la tradizione, le maschere macabre, l’insulsa esorcizzazione della morte, l’importazione della cultura americana, sono solo alcuni dei Grandi Cavalli di Battaglia. E’ bene sapere che, una volta subito un attacco di un Rompicoglioni, difficilmente si riesce a cambiare il verso di una serata. Diversi anni fa ho avuto uno scontro diretto con uno dei Gran Visir dei Rompicoglioni, in una battaglia durissima in cui ho speso quasi quaranta euro in cuba libre e ho fumato trenta sigarette per respingere i suoi attacchi. Di quell’episodio non ricordo nulla, seppure io porti sulla fronte una cicatrice a forma di coglione che brucia quando mi avvicino a un Rompicoglioni. Appena sento il pizzicore sulla fronte mi fiondo nel primo bar aperto e ordino una cassa da sei di Pampero, che tracanno velocemente per limitare i danni dovuti a un probabile incontro. Quest’anno, alcuni Rompicoglioni hanno assediato le principali emittenti televisive, riuscendo a trasmettere comunicati stampa con evidenti minacce terroristiche. Io mi chiedo, facciamo tanto contro il terrorismo che in nome di Allah ci vuole tutti esplosi in cielo, e nulla opponiamo contro il silenzioso esercito di scassinatori di scroti che quotidianamente assedia le nostre case, portandoci a una più lunga, ma sempre certa, morte.

Mentre il governo tace, il Vaticano finge di non vedere, i Sindacati nicchiano, e il popolo si traveste, io faccio scorte di Pampero, perchè le avvisaglie dell’invasione sono sempre più numerose. Questo Natale, davanti agli attacchi in nome della perdita della sacralità della festa e le riflessioni sulla devastante disputa tra presepe e albero celtico, mi troverete pronto, con tanto di fiaschetta portatile dentro la tasca. Non mi avrete mai, a costo di esaurire le scorte del prezioso nettare venezuelano.

L’importanza di chiamarsi Fuori

Sotto un cielo molto irish, con le nuvole che corrono frettolose verso Ovest, la pioggerellina sottile che batte sui vetri, il traffico ovattato e ombrelli colorati che camminano da soli avanti e indietro, osservo i miei compagni d’avventura. La posta in gioco è alta, si potrebbe dire che ne va della sopravvivenza aziendale, per questo si finge la massima cortesia e una inaspettata ospitalità. C’è uno dei miei migliori nemici, infossato nel suo maglione di finto chachemere marrone chiaro, perfetto sopra il pantalone di velluto marrone scuro e sul mocassino testa di moro. Perfetto si, ma per una battuta di caccia alla volpe con Harry e Carlo, o per un thè in veranda con Camilla. Ma è certo che dopo una certa età aziendale la necessità di affermarsi vestendosi bene discende in un grafico destinato a toccare terra e a rimanerci. Lei è perfetta. Perfetta per una pubblicità del Tena Lady. La tinta platino, il viso bianco, le ciglia scolorite, i denti bianchissimi e ordinati. Non una ruga, come se a sedici anni si fosse infilata la testa in un frigo. Forse lo fa tutte le notti. Forse dorme con la testa nel freezer. Si spiegherebbe anche l’estrema difficoltà nel seguire ragionamenti di una semplicità disarmante. L’abitino elegante, sbracciato in onore al riscaldamento aziendale che brucia sul tempo il buco nell’ozono, preparandoci con largo anticipo al futuro di incombenti catastrofi, sparando ventisette gradi costanti, roba da torpore, roba che sudi a novembre. Dall’abitino escono due braccia piccole, magre, troppo secche. Un manifesto di rinunzie alimentari in nome della taglia 42. Morirai magra, morirai felice, morirai risparmiando, perchè per cremarti tutta basta uno Zippo mezzo scarico. Le dita, uno smalto perfetto, di un colore decisamente indefinibile, corrono veloci sul tavolo. Tradisce nervosismo, sarà la prima vittima. Poi c’è lui, a cui tutto si perdona. E’ un creativo. Questo rende possibile presentarsi in ufficio con un paio di Camper arrotondate, pensate per un ciellino sedicenne, una felpa con una grande scritta "Ducati" sulla panza e dei pantaloni che sono un misto tra una tuta da lavoro e un pigiama per obesi. Basette lunghe che dicono che è di sinistra, occhiale curato che dice che è di destra, sorriso ebete che manifesta la sua fede per il centro, e un orologio troppo cool per essere vero. Era un copy, è un art director, insomma è da sempre un divora carogne, affila le zanne mentre si degusta la tua. Niente in pubblicità viene inventato da anni, tutto si copia con piccole modifiche. E’ per quello che vivi quel senso di dejavù perenne che ti ricorda frullatori, vibratori, pile, zanzariere. Tutto è un ricordo di tutto. E gente che si veste da adolescente, con stipendi da dirigente, rimescola questo minestrone infinito da cui si possono scolare sacchi di soldi. Basta avere un Mac, fare una presentazione con il Mac, guardare la posta con il Mac, parlare del Mac. In fondo alla sala, impegnato a gestire le bretelle che non vogliono fasciare quel prodigio sferico, perfetto, caldo, che è la panza, c’è il Missionario di Dio. Il Dio Brand, il vangelo del Marcom, i fedeli del marketing, e un intero mondo da convertire a colpi di power point e gadgets. Esso è innocuo, perchè in tempi non sospetti ha subito un delicato intervento con il quale hanno asportato parte del cervello per inserire un etichetta con il nostro marchio. Il suo Blackberry Pearl vibra di continuo, come un esserino posseduto, e attende l’esorcismo del login per vomitare milioni di mail inutili. Io guardo fuori, la pioggerellina. Sudo, mentre fuori una vecchietta è imbacuccata, con due grossi sacchi di carta. Da uno fuoriesce una scatola. E’ nostra. Signora, gentile vecchina, lei compra. Lei mi mantiene. Scenderei a baciarla, ma sono molto impegnato a giustificare il mio stipendio. Grazie della sua fiducia.

Imposta la posta

gentilissimi del marketing Mondadori,

chi vi scrive è un vostro cliente abituale. Questo significa che spesso, ma davvero spesso, acquisto presso di voi. Purtroppo prevalentemente libri, che so non essere il vostro principale interesse, poichè noto con piacere che gli scaffali si riducono per lasciare spazio a misteriosi espositori di agendine con mucchina, rubrichine con formichina, calamitine con zebretta, tutto il diminutivo dell’intelligenza umana in un 2 metri per uno. Giusto ieri ho visitato un vostro punto vendita, uno di quelli più chic, con il bar e tanti tanti espositori di mucchine e caprette. Ho constatato con piacere due cose: la nuova ondata di cassiere, gentili, magrine, carucce, educate, che trattano i libri con la stessa delicatezza con cui il netturbino tratta i sacchi di monnezza. E’ un piacere spendere le grandi banconote multicolore per poi trovarsi i libri infilati nel sacchetto con un metodo che i più definirebbero come "a cazzo buffo". E poi che roba trendy il buttafuori di colore, alto due metri e trentatrè, con i pettorali a pensilina, che se piove ci mettiamo tutti sotto. Che cosa figa l’assordante voce che al microfono annuncia ogni due secondi che ci sarà Luca delle Iene a una presentazione di un libro. L’annuncio è utile, perchè ci ha permesso di fuggire con anticipo, ma la petulante vocina, sparata a mille, non mi permetteva di gustare i Tokio Hotel a volume duemila mentre cercavo di leggere qualche quarta di copertina. Che pace, che luogo appropriato per i libri, che figata. Tornerò presto a trovarvi, anche perchè state facendo chiudere tutte le librerie brutte, con gli scaffali forniti e il proprietario scafato che ti sapeva suggerire sempre il titolo giusto, in pace e silenzio, e ti mollava anche lo sconto. Che schifo. Ah, già che ci sono, ho appena comprato la rubrichina con la pecorina, speriamo che esca anche il portafotina con l’elefantino, perchè ne sento un gran bisogno.

Carissimo Editor dell’Einaudi che ti occupi di Fred Vargas,

non so se hai mai letto uno dei suoi libri. Ti confiderò un segreto sconvolgente: sono in sequenza, collegati, con riferimenti e continui rimandi. Un po’ come le puntate di N.c.i.s.. Capisci? Questo significa che nel primo libro lei scrive di un personaggio, nel secondo fa riferimenti e magari nel terzo lo riprende. Questo rende discretamente utile leggerli in senso cronologico. Per questo ieri mi sono comprato l’ultimo che avete pubblicato. Solo a casa ho scoperto che è il primo, ed è del 1996. Sinceri complimenti. Chissà che spasso sarà leggerlo intuendone già la trama. Wow, non vedo l’ora di addentarlo.

Gentilissimi Zarri di Provincia,

ho apprezzato molto il vostro tentativo di scippo di ieri sera. Capirete bene che prima di mollare i miei effetti personali a due tamarri alti la metà di me, io possa provare il desiderio di difendermi. E’ una cosa atavica, preistorica, animalesca. In ogni caso vi sono molto vicino, perchè capisco il disagio di portare jeans aderenti con il culo fuori e le Nike dorate. Io sarei già impazzito. Ottima anche l’idea di spuntare dal nulla sfruttando l’oscurità. Sono spiacente per aver tradito le vostre aspettative di facili incassi, ma ho il mutuo, e per una questione di classe mi faccio rapinare solo una volta al mese. Grazie davvero per il vostro intervento, vi aspetto domenica prossima al solito posto. Magari venite con il cugino più grande o con lo zio.

Carissimo Harry,

scusa se ti scrivo, ma sono un tuo fan da un sacco di tempo e sono sconvolto. Una cosa tragica, peggio che i Serpe Verde in testa sopra i Grifon d’oro. Ho letto su un giornale scandalistico, il Corriere della Sera, che Silente, il grande preside, è omosessuale. Ecco, non so come dirtelo, ma a me che la personificazione del bene, degli ideali, la figura paterna per eccellenza, sia di colpo, frocio, mi lascia pensare a una trovata commerciale. Questa notte, nel frattempo, ho sognato Silente che si ingroppava Malgioglio sull’Isola. E sono profondamente turbato. Aiutami, Harry. Ciao, tuo Frenkie Potter.

Du da da Eh, Didero…

Colazione ore sette, sulla Milano-Torino. Insieme a una grande folla di venditori, piazzisti, commessi viaggiatori, commerciali, agenti, insomma a tutta quella umanità che fa del fatturato e delle cravatte a nodo largo una regola di vita. Non amando la montagna, non apprezzando Torino, non avendo parenti vicini o lontani, era da un pezzo che non solcavo questa strada pittoresca e angosciante. Imponenti svincoli in stile fascista, cemento armato su asfalto, da sfondo campagne con nebbia, tralicci dell’alta tensione. Uno arriva a Torino che già ha dei dubbi sulla sua giornata. Con grande professionalità dispenso sorrisi e caffè a un nutrito popolo di marketing manager.  Donne efebiche, bianchicce, professionali e distaccate. Qualche strappo alla regola nelle scarpe, nelle piccole scollature, occhiaie coperte da vistosi occhiali colorati, montatura quadrata da soft core che tanto piacerebbe ai casting di Siffredi. A mezzogiorno sono in debito di salivazione, ho una emiparesi per l’eccesso di sorrisi, e a furia di baci casti sulle guance ho raccolto numerosi profumi fruttati che si sono condensati sul colletto della camicia. Risultato, puzzo come una puttana e ho l’espressione di un eroinomane nella prima astinenza. Cerco un bar che non sia frequentato da mostruosità e rigetti umani. Mi ritrovo in una specie di ricostruzione di Reggio Calabria in una appendice di un palazzo scampato alla furia edile delle Olimpiadi del Ghiaccio. Un budello di umanità al peperoncino in cui regna sovrano l’odore di fritto. Mangio tutto quello che mi portano, la cosa meno piccante è la soppressata con peperoncino e olio piccante. Guardo Studio Aperto. Sono pronto per salire sul tetto del Lingotto e buttarmi nel vuoto. Pago ed esco. Puzzo di fritto come una carta di fish ‘n chips. Mi ributto nella massa di sorrisi e annaspanti scuse per mancate chiamate. Alle tre e mezza ho un crollo calorico e mi siedo di fianco a una hostess. Forse l’odore da puttana o forse l’olezzo di fritto misto, ma la giovane studentessa in prestito al mondo del lavoro si alza poco dopo. Mi squilla il cellulare e mi rendo conto di essermi addormentato per dieci minuti. All’ingresso. Vado in bagno e mi lavo la faccia. Essendo l’unico che non pippa, vengo guardato male. Sorrisi di complicità allo specchio, come se pippare cocaina per restare in questo posto fosse una cosa figa. Sono di nuovo in macchina, gli occhi si chiudono tra la seconda e la terza corsia. Mi sveglio a Milano. Arrivo a casa con la luce, una vera novità. Mi gusto il sole dalle finestre, constatando che è davvero un gran bel pomeriggio. A un bivio tra il pc pieno di mail e una sessione di Mercury terapia opto per la seconda. Camicia, mutande e calzini, davanti allo stereo mi faccio tutta la prima parte del Live at Wembley, parola per parola, incitando il mio pubblico composto da due portafoto, lo stereo, il dvd e la poltrona. Il mio palco si estende fino al bagno. Cosa che mi rende possibile cantare Under Pressure mentre piscio. Penso che anche Freddy avrebbe potuto farlo. Il grande momento di Tie your Mother Down mi vede abbracciato a Brian May in piedi sul divano, ed è durante la seconda strofa che mi accorgo che il mio dirimpettaio mi sta osservando. Probabilmente da One Vision. Saluto con la mano , riprendo il microfono-telecomando e mi congedo dal mio pubblico. Ora sono pronto per il week end.  E ho chiaro in testa una cosa: se Freddy fosse vivo io sarei, lo dico con certezza matematica, follemente innamorato di lui. Mi sarei tatuato sulla pancia “Mercury”.  E di colpo mi giunge chiaro in testa un segnale: Egli aveva i Baffi. E che Baffi.