Du da da Eh, Didero…

Colazione ore sette, sulla Milano-Torino. Insieme a una grande folla di venditori, piazzisti, commessi viaggiatori, commerciali, agenti, insomma a tutta quella umanità che fa del fatturato e delle cravatte a nodo largo una regola di vita. Non amando la montagna, non apprezzando Torino, non avendo parenti vicini o lontani, era da un pezzo che non solcavo questa strada pittoresca e angosciante. Imponenti svincoli in stile fascista, cemento armato su asfalto, da sfondo campagne con nebbia, tralicci dell’alta tensione. Uno arriva a Torino che già ha dei dubbi sulla sua giornata. Con grande professionalità dispenso sorrisi e caffè a un nutrito popolo di marketing manager.  Donne efebiche, bianchicce, professionali e distaccate. Qualche strappo alla regola nelle scarpe, nelle piccole scollature, occhiaie coperte da vistosi occhiali colorati, montatura quadrata da soft core che tanto piacerebbe ai casting di Siffredi. A mezzogiorno sono in debito di salivazione, ho una emiparesi per l’eccesso di sorrisi, e a furia di baci casti sulle guance ho raccolto numerosi profumi fruttati che si sono condensati sul colletto della camicia. Risultato, puzzo come una puttana e ho l’espressione di un eroinomane nella prima astinenza. Cerco un bar che non sia frequentato da mostruosità e rigetti umani. Mi ritrovo in una specie di ricostruzione di Reggio Calabria in una appendice di un palazzo scampato alla furia edile delle Olimpiadi del Ghiaccio. Un budello di umanità al peperoncino in cui regna sovrano l’odore di fritto. Mangio tutto quello che mi portano, la cosa meno piccante è la soppressata con peperoncino e olio piccante. Guardo Studio Aperto. Sono pronto per salire sul tetto del Lingotto e buttarmi nel vuoto. Pago ed esco. Puzzo di fritto come una carta di fish ‘n chips. Mi ributto nella massa di sorrisi e annaspanti scuse per mancate chiamate. Alle tre e mezza ho un crollo calorico e mi siedo di fianco a una hostess. Forse l’odore da puttana o forse l’olezzo di fritto misto, ma la giovane studentessa in prestito al mondo del lavoro si alza poco dopo. Mi squilla il cellulare e mi rendo conto di essermi addormentato per dieci minuti. All’ingresso. Vado in bagno e mi lavo la faccia. Essendo l’unico che non pippa, vengo guardato male. Sorrisi di complicità allo specchio, come se pippare cocaina per restare in questo posto fosse una cosa figa. Sono di nuovo in macchina, gli occhi si chiudono tra la seconda e la terza corsia. Mi sveglio a Milano. Arrivo a casa con la luce, una vera novità. Mi gusto il sole dalle finestre, constatando che è davvero un gran bel pomeriggio. A un bivio tra il pc pieno di mail e una sessione di Mercury terapia opto per la seconda. Camicia, mutande e calzini, davanti allo stereo mi faccio tutta la prima parte del Live at Wembley, parola per parola, incitando il mio pubblico composto da due portafoto, lo stereo, il dvd e la poltrona. Il mio palco si estende fino al bagno. Cosa che mi rende possibile cantare Under Pressure mentre piscio. Penso che anche Freddy avrebbe potuto farlo. Il grande momento di Tie your Mother Down mi vede abbracciato a Brian May in piedi sul divano, ed è durante la seconda strofa che mi accorgo che il mio dirimpettaio mi sta osservando. Probabilmente da One Vision. Saluto con la mano , riprendo il microfono-telecomando e mi congedo dal mio pubblico. Ora sono pronto per il week end.  E ho chiaro in testa una cosa: se Freddy fosse vivo io sarei, lo dico con certezza matematica, follemente innamorato di lui. Mi sarei tatuato sulla pancia “Mercury”.  E di colpo mi giunge chiaro in testa un segnale: Egli aveva i Baffi. E che Baffi.

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